Il viaggio di Elena Parte 8 – L’Organizzazione e l’Intesa con le Figlie
di
LeCurveDiElena
genere
tradimenti
Il sole di Palermo entrava già a martellate dalle persiane socchiuse quando la sveglia mi strappò dal sonno, un suono aggressivo che echeggiava nel monolocale come un rimprovero. Non era un risveglio dolce e languido, ma uno pratico, carico di quell’adrenalina mista a eccitazione che ormai scandiva le mie giornate qui al Sud. Mi alzai dal letto con un gemito soffocato, sentendo il lenzuolo appiccicarsi alla pelle sudata della notte – una notte in cui i sogni si erano intrecciati ai ricordi del report precedente, con Franco che mi riempiva e mi lasciava segnata. Il corpo mi parlava chiaro: un indolenzimento sordo tra le cosce grosse, dove la carne morbida sfregava ancora sensibile, un bruciore leggero nell’ano dilatato che mi ricordava ogni affondo rude, e quel sapore amaro e salato che aleggiava in fondo alla gola, retaggio di un orgasmo ingoiato.
Andai in bagno scalza, il pavimento di piastrelle fresche un contrasto piacevole con il calore che mi saliva dal basso. Mentre facevo pipì, sentii di nuovo quella fitta familiare, un promemoria pulsante del messaggio che Franco mi aveva mandato prima di andarmene la sera prima: “Domani porta il plug anale. Lo indosserai tutto il giorno.” Il pensiero mi fece arrossire, un calore che si diffuse dal viso fino al ventre, bagnandomi all’istante. “È il mio capo, cazzo,” pensai, stringendo i denti. “Potrebbe fermare la mia carriera con una parola, come Jeffrey era solo un collega temporaneo… ma questo? Questo mi fa sentire viva, desiderata nonostante queste curve troppo ingombranti.” Eppure, l’eccitazione prevaleva sulla paura, un fuoco che mi consumava.
La doccia fu bollente e veloce, ma la trasformai in un rituale intimo: l’acqua scorreva sulle mie curve, tracciando rivoli caldi sul pancino morbido che sporgeva un po’, sulle cosce importanti che si sfregavano tra loro creando frizione, sul sedere rotondo e pesante che ondeggiava piano sotto il getto. Mi insaponai con movimenti lenti, deliberati – dita che scivolavano sul seno medio ma sodo, pizzicando i capezzoli che si indurivano all’istante, poi più giù, sfiorando il clitoride gonfio in un tocco fugace che mi strappò un sospiro. Immaginavo le mani di Franco, callose e sudate, che mi afferravano senza pietà. Uscii dalla doccia, mi asciugai con l’asciugamano ruvido che graffiava la pelle sensibile, e arrivò il momento clou del mattino.
Sul bordo del lavandino: il plug medio, nero lucido con la forma conica e la base larga glitterata, accanto al tubetto di lubrificante. Mi chinai sulla vasca, gambe divaricate larghe per esporre tutto, respirai profondo per calmare il cuore che martellava. Il gel freddo mi fece rabbrividire quando lo spalmai sull’apertura, un contrasto con il calore interno. Poi inserii piano, centimetro per centimetro: la pressione iniziale mi strappò un gemito basso, la conicità che dilatava le pareti sensibili e contratte, un bruciore piacevole che si trasformava in pienezza profonda. Sentii il “clic” mentale quando la base si assestò tra le natiche, bloccandolo dentro. Mi rialzai piano, camminai nuda per la stanza per testarlo: ogni passo faceva muovere il plug all’interno, uno sfregamento costante contro le pareti nervose, un filo di umori trasparenti che già colava lungo la coscia interna, bagnando la pelle morbida.
“Così tutto il giorno,” pensai, un misto di vergogna e potere. “Una manager autorevole fuori, una troia tappata dentro.” Mi vestii con cura calcolata, trasformando l’abbigliamento in un’arma di seduzione sottile: lingerie rossa – il perizoma minuscolo che spariva tra le natiche lasciando la base del plug visibile se mi fossi chinata troppo, il reggiseno balconette che spingeva su il seno rendendolo invitante, calze nere autoreggenti che stringevano le cosce grosse creando un contrasto di seta e carne. Sopra, la gonna a tubino nera aderente, che tendeva il tessuto sul culo rotondo enfatizzando il plug nascosto; camicia bianca semi-trasparente sotto la giacca professionale, tacchi alti che mi facevano ondeggiare il bacino con ogni passo, il clitoride che premeva contro il tessuto umido. Rossetto rosso scuro sulle labbra, capelli sciolti sulle spalle. Uscii nei vicoli affollati di Palermo, l’aria calda che odorava di arancini e caffè, il plug che mi teneva in uno stato di eccitazione costante, un segreto sporco che mi faceva sentire potente nonostante le insicurezze.
Al lavoro fu un tormento delizioso, un esercizio di autocontrollo che mi consumava. Nelle riunioni mattutine mi sedevo piano sulle sedie dure e fredde, il plug che premeva profondo ogni volta che mi spostavo, mandando ondate di piacere misto a disagio su per la schiena. Colleghi discutevano di progetti e deadline, io annuivo con un sorriso formale, ma dentro bruciavo: umori che inzuppavano il perizoma fino a colare leggermente sulle cosce, capezzoli duri come sassi contro il reggiseno, il pancino che tremava piano a ogni respiro profondo. Durante la pausa caffè, in piedi al distributore automatico, una fitta acuta quando mi chinai per prendere la tazza – il plug che spingeva più dentro, strappandomi un sussulto che mascherai con un colpo di tosse. “Se solo sapessero,” pensai, arrossendo sotto il trucco. “Una brava professionista con il culo pieno per ordine del capo bavoso… e mi eccita da morire.”
Le ore passarono in un’agonia erotica, ogni movimento un promemoria: il plug che sfregava interno, il clitoride turgido che pulsava contro la lingerie, la fica che si contraeva invano intorno al vuoto. Quando arrivò l’ora del report serale, l’ufficio era afoso e quasi deserto, l’aria densa di odore di carta e sudore accumulato. Entrai nella stanza di Franco, il tacco che cliccava sul pavimento come un conto alla rovescia. Lui era già lì, dietro la scrivania, gli occhi piccoli e furbi che mi divoravano dalla testa ai piedi, indugiando sullo scollo della camicia dove il seno spingeva, sulla gonna che fasciava i fianchi larghi. “Hai obbedito, troia?” mormorò, voce rauca e bassa, un ghigno obliquo sulle labbra umide.
Annuii, girai su me stessa lenta, sentendo il plug muovere dentro con il movimento. Lui si alzò, girò intorno alla scrivania con quel passo pesante, la pancia prominente che tendeva la camicia. Alzò la gonna senza preavviso, esponendo le natiche rotonde e il perizoma rosso appiccicato. Le sue dita – grandi, calde, sudate – sfiorarono la base del plug, spingendolo più dentro con un dito rude. “Brava… tappata tutto il giorno per me,” grugnì, il respiro caldo sul mio collo. Io gemetti forte, le gambe che tremavano, un brivido elettrico che mi percorreva dalla spina dorsale alla fica gonfia.
Mi fece inginocchiare sotto la scrivania con un gesto secco, spingendomi giù per le spalle. Lì, nel buio ristretto, aprii la cerniera dei suoi pantaloni, tirai fuori il cazzo spesso e venoso, curvo per l’età, la cappella violacea già gonfia e umida di pre-eiaculato. Lo presi in bocca avida, succhiando profondo mentre lui fingeva di lavorare al PC – colpi di tastiera sopra la mia testa, il suo grugnito soffocato ogni volta che arrivavo in fondo alla gola, la saliva che colava agli angoli della bocca. Lui mi afferrò i capelli, pompando rude: “Succhialo bene, troia culona… tutto il giorno con il culo pieno e ora mi ingoi il cazzo come una brava segretaria.”
Poi mi tirò su di scatto, mi appoggiò contro la finestra fredda – il vetro che vibrava leggermente, il rischio del palazzo di fronte dove luci accese potevano intravedere sagome. Tolse il plug piano, con un “pop” umido che echeggiò osceno, il buco che restava aperto e pulsante, esposto all’aria calda. Chinò la testa, leccò il culo bagnato con lingua insistente e grossa, invadente, saliva che colava tra le natiche. Io ansimai, aggrappandomi alle tende: “Dottore… oh cazzo, sì…” Lui rise basso: “Questo buco dilatato… l’hai tenuto pronto per me, eh? Troia fradicia.”
Anale rude in piedi: spinse dentro brutale, il cazzo spesso che mi riempiva fino alle palle pelose, mani che strizzavano il pancino morbido e le cosce grosse (“Ciccia morbida del Nord… culo enorme da sfondare, perfetto per un vecchio porco come me”), dita che affondavano nella fica gonfia, sfregando il clitoride turgido in cerchi veloci. Il ritmo accelerò, suoni umidi e osceni – pelle contro pelle, sudore che colava, il mio squirting che esplose forte contro il vetro, schizzi caldi che bagnarono il pavimento e le sue gambe, urlando soffocata mentre le pareti si contraevano intorno a lui.
Ma non era finito. Mi girò, mi fece sdraiare sulla scrivania tra i fogli sparsi, gambe aperte e sollevate sulle sue spalle – ginocchia piegate verso il petto, cosce spalancate larghe, la fica esposta, gonfia e lucida di umori. Entrò vaginale con un affondo profondo, ritmico e possessivo, la pancia flaccida che sbatteva rumorosa sul mio pancino morbido, grugniti animalesco che si mescolavano ai miei gemiti. “Questa fica zuppa… ti piace essere tappata e scopata, eh? Dimmi quanto ti fa bagnare il mio cazzo vecchio.” Io risposi ansimando: “Sì… mi riempie, mi fa squir tare… non fermarti.”
Arrivò vicino al culmine: il ritmo rallentò, iniziò a sfilarsi piano, senza dire nulla, forse per abitudine o un residuo di cautela. Io ebbi un lampo di ribellione e potere: afferrai i suoi fianchi larghi con entrambe le mani, unghie che affondavano nella carne flaccida e sudata, lo tirai a me con forza brutale, inchiodandolo dentro fino alle palle pelose. Lui grugnì sorpreso, occhi spalancati, ma non resistette – il corpo tremò. Ansimante, gli sussurrai rauco all’orecchio, voce autoritaria e sporca: “Su questo comando io, tu mi verrai sempre dentro quando lo vorremo. Capito, vecchio porco? Riempimi… ora. Voglio sentire ogni getto caldo.”
Perse il controllo completamente: affondò un’ultima volta selvaggia, esplose dentro con getti caldi, densi e potenti, tremando tutto mentre io stringevo le pareti pulsanti per spremerlo fino all’ultima goccia, gemendo forte in un orgasmo che mi fece arcuare la schiena. Creampie profondo, seme che traboccava piano intorno al cazzo ancora dentro, colando umido lungo le natiche e sul legno della scrivania, mentre le nostre pance premute una sull’altra si alzavano e abbassavano rapide.
Restammo così un attimo, ansimanti, sudati, corpi premuti uno sull’altro sulla scrivania ingombra di fogli stropicciati. L’odore di sesso crudo – seme, sudore, umori femminili – riempiva la stanza afosa come una nebbia densa. Il suo cazzo ancora mezzo duro pulsava dentro di me, trattenuto dalle mie pareti che si contraevano deboli intorno a lui, spremendo gli ultimi residui. Sentivo il seme caldo e denso traboccare piano, colare abbondante lungo le mie cosce importanti, scendere in rivoli appiccicosi che bagnavano le calze autoreggenti e gocciolavano sul legno della scrivania.
Franco si sfilò lentamente con un gemito rauco, il cazzo lucido dei nostri umori che usciva con un suono umido e osceno. Il vuoto improvviso mi fece gemere piano, ma prima che potessi muovermi lui afferrò il plug dal bordo della scrivania – ancora tiepido del mio corpo – e, con un dito rude e calloso, lo spinse di nuovo dentro il mio ano dilatato. “Tienilo lì,” mormorò con voce bassa e possessiva, premendo la base larga fino in fondo. “Voglio che il mio seme resti caldo nella tua fica gonfia tutto il tempo che cammini verso casa, troia. E domani… lo voglio ancora dentro quando entri qui.”
Il plug si assestò con un clic familiare, sigillando l’ano mentre il seme vaginale continuava a colare lento, mescolandosi agli umori che mi bagnavano le labbra gonfie. Mi aiutò a rialzarmi, mani pesanti sulle mie natiche rotonde, strizzandole un’ultima volta come per marchiarle. Ci sistemammo in silenzio: io che tiravo giù la gonna con mani tremanti, sentendo il tessuto appiccicarsi alle cosce umide; lui che si riabbottonava i pantaloni con gesti lenti, il respiro ancora pesante.
Poi, con un flash di tenerezza inaspettata nei suoi occhi piccoli, mi accarezzò brevemente i capelli sudati, un gesto quasi paterno che contrastava con tutto il resto. Tornò professionale in un istante, come se niente fosse successo: “Ti sei già attivata con le figlie per il compleanno di Nino? Filippa e Concetta ti hanno contattato?”
Risposi di sì, la voce ancora rauca: “Ho fissato i primi incontri con loro.” Annuì soddisfatto, un ghigno stanco sulle labbra umide: “Bene. Domani report stessa ora. E porta il plug… lo voglio ancora dentro quando entri.”
Uscii dall’ufficio con le gambe tremanti, il plug che sfregava di nuovo a ogni passo, la fica piena e gocciolante che mi ricordava il mio nuovo “comando”. Palermo mi avvolgeva con la sua notte calda, voci lontane dai vicoli, odore di mare e frittura. Iniziai l’organizzazione del compleanno quel pomeriggio stesso: Filippa mi contattò per prima, alta e austera come una statua, voce secca al telefono – parlammo di location, budget, lista invitati in una conversazione professionale, come una riunione aziendale, senza fronzoli o sorrisi superflui. Concetta, invece… fu diverso. Ci vedemmo per un caffè informale in un bar del centro, lei paffuta e con curve ben in vista sotto un abito attillato che esaltava il seno generoso e i fianchi larghi. Le nostre mani si sfiorarono “per caso” mentre guardavamo foto di venue sul telefono, chiacchierate che virarono personali: “Hai un corpo vero, come me… non come quelle stecche che vanno di moda ora,” mi disse con un sorriso malizioso, lo sguardo che indugiava sulle mie cosce sotto il tavolo. Sentii una chimica nuova, un brivido lesbico che mi fece bagnare di nuovo, nonostante il plug. Rosalia, la moglie, intervenne solo via WhatsApp: pigra ma controllante, con messaggi secchi come “Voglio tutto perfetto, ma non stressarmi con dettagli inutili.”
Tornai al monolocale esausta ma con il fuoco ancora acceso – plug dentro che premeva, fica piena di seme che colava lento, lasciando tracce umide sulle cosce mentre salivo le scale. Mi spogliai piano, mi buttai sul letto e chiamai Marco. La sua voce calda all’altro capo: “Amore… raccontami tutto, dal plug al finale.” Gli descrissi ogni dettaglio sporco: il rituale mattutino con il gel freddo e la pienezza costante, il tormento in ufficio con ogni seduta che mi faceva gemere dentro, l’orale sotto la scrivania con la gola piena del suo cazzo curvo, l’anale contro la finestra con lo squirting che bagnava tutto, e soprattutto il finale – “L’ho tirato dentro con forza, amore… gli ho detto che d’ora in poi mi riempie sempre quando voglio io, e l’ho spremuto fino all’ultima goccia calda.” Marco ansimò forte: “Cazzo Elena… comandi tu ora? Immaginalo, il suo seme vecchio che ti riempie la fica gonfia… raccontami come ti colava dopo.” Venne forte al telefono, i suoi gemiti che mi fecero venire di nuovo con dita rapide sul clitoride, ma nascosi un brivido di colpa e potere per il legame crescente con Franco, quel vecchio bavoso che ormai non era solo un porco, ma qualcosa di più pericoloso.
Poi arrivò il messaggio di Concetta: “Domani sera vieni da me a finire i preparativi? Porto vino… resta a dormire, così finiamo con calma 😏”
Il viaggio si faceva sempre più intricato, un labirinto di desideri e rischi che mi avvolgeva. E io, con le mie curve “troppo”, non vedevo l’ora di perdermici dentro.
Andai in bagno scalza, il pavimento di piastrelle fresche un contrasto piacevole con il calore che mi saliva dal basso. Mentre facevo pipì, sentii di nuovo quella fitta familiare, un promemoria pulsante del messaggio che Franco mi aveva mandato prima di andarmene la sera prima: “Domani porta il plug anale. Lo indosserai tutto il giorno.” Il pensiero mi fece arrossire, un calore che si diffuse dal viso fino al ventre, bagnandomi all’istante. “È il mio capo, cazzo,” pensai, stringendo i denti. “Potrebbe fermare la mia carriera con una parola, come Jeffrey era solo un collega temporaneo… ma questo? Questo mi fa sentire viva, desiderata nonostante queste curve troppo ingombranti.” Eppure, l’eccitazione prevaleva sulla paura, un fuoco che mi consumava.
La doccia fu bollente e veloce, ma la trasformai in un rituale intimo: l’acqua scorreva sulle mie curve, tracciando rivoli caldi sul pancino morbido che sporgeva un po’, sulle cosce importanti che si sfregavano tra loro creando frizione, sul sedere rotondo e pesante che ondeggiava piano sotto il getto. Mi insaponai con movimenti lenti, deliberati – dita che scivolavano sul seno medio ma sodo, pizzicando i capezzoli che si indurivano all’istante, poi più giù, sfiorando il clitoride gonfio in un tocco fugace che mi strappò un sospiro. Immaginavo le mani di Franco, callose e sudate, che mi afferravano senza pietà. Uscii dalla doccia, mi asciugai con l’asciugamano ruvido che graffiava la pelle sensibile, e arrivò il momento clou del mattino.
Sul bordo del lavandino: il plug medio, nero lucido con la forma conica e la base larga glitterata, accanto al tubetto di lubrificante. Mi chinai sulla vasca, gambe divaricate larghe per esporre tutto, respirai profondo per calmare il cuore che martellava. Il gel freddo mi fece rabbrividire quando lo spalmai sull’apertura, un contrasto con il calore interno. Poi inserii piano, centimetro per centimetro: la pressione iniziale mi strappò un gemito basso, la conicità che dilatava le pareti sensibili e contratte, un bruciore piacevole che si trasformava in pienezza profonda. Sentii il “clic” mentale quando la base si assestò tra le natiche, bloccandolo dentro. Mi rialzai piano, camminai nuda per la stanza per testarlo: ogni passo faceva muovere il plug all’interno, uno sfregamento costante contro le pareti nervose, un filo di umori trasparenti che già colava lungo la coscia interna, bagnando la pelle morbida.
“Così tutto il giorno,” pensai, un misto di vergogna e potere. “Una manager autorevole fuori, una troia tappata dentro.” Mi vestii con cura calcolata, trasformando l’abbigliamento in un’arma di seduzione sottile: lingerie rossa – il perizoma minuscolo che spariva tra le natiche lasciando la base del plug visibile se mi fossi chinata troppo, il reggiseno balconette che spingeva su il seno rendendolo invitante, calze nere autoreggenti che stringevano le cosce grosse creando un contrasto di seta e carne. Sopra, la gonna a tubino nera aderente, che tendeva il tessuto sul culo rotondo enfatizzando il plug nascosto; camicia bianca semi-trasparente sotto la giacca professionale, tacchi alti che mi facevano ondeggiare il bacino con ogni passo, il clitoride che premeva contro il tessuto umido. Rossetto rosso scuro sulle labbra, capelli sciolti sulle spalle. Uscii nei vicoli affollati di Palermo, l’aria calda che odorava di arancini e caffè, il plug che mi teneva in uno stato di eccitazione costante, un segreto sporco che mi faceva sentire potente nonostante le insicurezze.
Al lavoro fu un tormento delizioso, un esercizio di autocontrollo che mi consumava. Nelle riunioni mattutine mi sedevo piano sulle sedie dure e fredde, il plug che premeva profondo ogni volta che mi spostavo, mandando ondate di piacere misto a disagio su per la schiena. Colleghi discutevano di progetti e deadline, io annuivo con un sorriso formale, ma dentro bruciavo: umori che inzuppavano il perizoma fino a colare leggermente sulle cosce, capezzoli duri come sassi contro il reggiseno, il pancino che tremava piano a ogni respiro profondo. Durante la pausa caffè, in piedi al distributore automatico, una fitta acuta quando mi chinai per prendere la tazza – il plug che spingeva più dentro, strappandomi un sussulto che mascherai con un colpo di tosse. “Se solo sapessero,” pensai, arrossendo sotto il trucco. “Una brava professionista con il culo pieno per ordine del capo bavoso… e mi eccita da morire.”
Le ore passarono in un’agonia erotica, ogni movimento un promemoria: il plug che sfregava interno, il clitoride turgido che pulsava contro la lingerie, la fica che si contraeva invano intorno al vuoto. Quando arrivò l’ora del report serale, l’ufficio era afoso e quasi deserto, l’aria densa di odore di carta e sudore accumulato. Entrai nella stanza di Franco, il tacco che cliccava sul pavimento come un conto alla rovescia. Lui era già lì, dietro la scrivania, gli occhi piccoli e furbi che mi divoravano dalla testa ai piedi, indugiando sullo scollo della camicia dove il seno spingeva, sulla gonna che fasciava i fianchi larghi. “Hai obbedito, troia?” mormorò, voce rauca e bassa, un ghigno obliquo sulle labbra umide.
Annuii, girai su me stessa lenta, sentendo il plug muovere dentro con il movimento. Lui si alzò, girò intorno alla scrivania con quel passo pesante, la pancia prominente che tendeva la camicia. Alzò la gonna senza preavviso, esponendo le natiche rotonde e il perizoma rosso appiccicato. Le sue dita – grandi, calde, sudate – sfiorarono la base del plug, spingendolo più dentro con un dito rude. “Brava… tappata tutto il giorno per me,” grugnì, il respiro caldo sul mio collo. Io gemetti forte, le gambe che tremavano, un brivido elettrico che mi percorreva dalla spina dorsale alla fica gonfia.
Mi fece inginocchiare sotto la scrivania con un gesto secco, spingendomi giù per le spalle. Lì, nel buio ristretto, aprii la cerniera dei suoi pantaloni, tirai fuori il cazzo spesso e venoso, curvo per l’età, la cappella violacea già gonfia e umida di pre-eiaculato. Lo presi in bocca avida, succhiando profondo mentre lui fingeva di lavorare al PC – colpi di tastiera sopra la mia testa, il suo grugnito soffocato ogni volta che arrivavo in fondo alla gola, la saliva che colava agli angoli della bocca. Lui mi afferrò i capelli, pompando rude: “Succhialo bene, troia culona… tutto il giorno con il culo pieno e ora mi ingoi il cazzo come una brava segretaria.”
Poi mi tirò su di scatto, mi appoggiò contro la finestra fredda – il vetro che vibrava leggermente, il rischio del palazzo di fronte dove luci accese potevano intravedere sagome. Tolse il plug piano, con un “pop” umido che echeggiò osceno, il buco che restava aperto e pulsante, esposto all’aria calda. Chinò la testa, leccò il culo bagnato con lingua insistente e grossa, invadente, saliva che colava tra le natiche. Io ansimai, aggrappandomi alle tende: “Dottore… oh cazzo, sì…” Lui rise basso: “Questo buco dilatato… l’hai tenuto pronto per me, eh? Troia fradicia.”
Anale rude in piedi: spinse dentro brutale, il cazzo spesso che mi riempiva fino alle palle pelose, mani che strizzavano il pancino morbido e le cosce grosse (“Ciccia morbida del Nord… culo enorme da sfondare, perfetto per un vecchio porco come me”), dita che affondavano nella fica gonfia, sfregando il clitoride turgido in cerchi veloci. Il ritmo accelerò, suoni umidi e osceni – pelle contro pelle, sudore che colava, il mio squirting che esplose forte contro il vetro, schizzi caldi che bagnarono il pavimento e le sue gambe, urlando soffocata mentre le pareti si contraevano intorno a lui.
Ma non era finito. Mi girò, mi fece sdraiare sulla scrivania tra i fogli sparsi, gambe aperte e sollevate sulle sue spalle – ginocchia piegate verso il petto, cosce spalancate larghe, la fica esposta, gonfia e lucida di umori. Entrò vaginale con un affondo profondo, ritmico e possessivo, la pancia flaccida che sbatteva rumorosa sul mio pancino morbido, grugniti animalesco che si mescolavano ai miei gemiti. “Questa fica zuppa… ti piace essere tappata e scopata, eh? Dimmi quanto ti fa bagnare il mio cazzo vecchio.” Io risposi ansimando: “Sì… mi riempie, mi fa squir tare… non fermarti.”
Arrivò vicino al culmine: il ritmo rallentò, iniziò a sfilarsi piano, senza dire nulla, forse per abitudine o un residuo di cautela. Io ebbi un lampo di ribellione e potere: afferrai i suoi fianchi larghi con entrambe le mani, unghie che affondavano nella carne flaccida e sudata, lo tirai a me con forza brutale, inchiodandolo dentro fino alle palle pelose. Lui grugnì sorpreso, occhi spalancati, ma non resistette – il corpo tremò. Ansimante, gli sussurrai rauco all’orecchio, voce autoritaria e sporca: “Su questo comando io, tu mi verrai sempre dentro quando lo vorremo. Capito, vecchio porco? Riempimi… ora. Voglio sentire ogni getto caldo.”
Perse il controllo completamente: affondò un’ultima volta selvaggia, esplose dentro con getti caldi, densi e potenti, tremando tutto mentre io stringevo le pareti pulsanti per spremerlo fino all’ultima goccia, gemendo forte in un orgasmo che mi fece arcuare la schiena. Creampie profondo, seme che traboccava piano intorno al cazzo ancora dentro, colando umido lungo le natiche e sul legno della scrivania, mentre le nostre pance premute una sull’altra si alzavano e abbassavano rapide.
Restammo così un attimo, ansimanti, sudati, corpi premuti uno sull’altro sulla scrivania ingombra di fogli stropicciati. L’odore di sesso crudo – seme, sudore, umori femminili – riempiva la stanza afosa come una nebbia densa. Il suo cazzo ancora mezzo duro pulsava dentro di me, trattenuto dalle mie pareti che si contraevano deboli intorno a lui, spremendo gli ultimi residui. Sentivo il seme caldo e denso traboccare piano, colare abbondante lungo le mie cosce importanti, scendere in rivoli appiccicosi che bagnavano le calze autoreggenti e gocciolavano sul legno della scrivania.
Franco si sfilò lentamente con un gemito rauco, il cazzo lucido dei nostri umori che usciva con un suono umido e osceno. Il vuoto improvviso mi fece gemere piano, ma prima che potessi muovermi lui afferrò il plug dal bordo della scrivania – ancora tiepido del mio corpo – e, con un dito rude e calloso, lo spinse di nuovo dentro il mio ano dilatato. “Tienilo lì,” mormorò con voce bassa e possessiva, premendo la base larga fino in fondo. “Voglio che il mio seme resti caldo nella tua fica gonfia tutto il tempo che cammini verso casa, troia. E domani… lo voglio ancora dentro quando entri qui.”
Il plug si assestò con un clic familiare, sigillando l’ano mentre il seme vaginale continuava a colare lento, mescolandosi agli umori che mi bagnavano le labbra gonfie. Mi aiutò a rialzarmi, mani pesanti sulle mie natiche rotonde, strizzandole un’ultima volta come per marchiarle. Ci sistemammo in silenzio: io che tiravo giù la gonna con mani tremanti, sentendo il tessuto appiccicarsi alle cosce umide; lui che si riabbottonava i pantaloni con gesti lenti, il respiro ancora pesante.
Poi, con un flash di tenerezza inaspettata nei suoi occhi piccoli, mi accarezzò brevemente i capelli sudati, un gesto quasi paterno che contrastava con tutto il resto. Tornò professionale in un istante, come se niente fosse successo: “Ti sei già attivata con le figlie per il compleanno di Nino? Filippa e Concetta ti hanno contattato?”
Risposi di sì, la voce ancora rauca: “Ho fissato i primi incontri con loro.” Annuì soddisfatto, un ghigno stanco sulle labbra umide: “Bene. Domani report stessa ora. E porta il plug… lo voglio ancora dentro quando entri.”
Uscii dall’ufficio con le gambe tremanti, il plug che sfregava di nuovo a ogni passo, la fica piena e gocciolante che mi ricordava il mio nuovo “comando”. Palermo mi avvolgeva con la sua notte calda, voci lontane dai vicoli, odore di mare e frittura. Iniziai l’organizzazione del compleanno quel pomeriggio stesso: Filippa mi contattò per prima, alta e austera come una statua, voce secca al telefono – parlammo di location, budget, lista invitati in una conversazione professionale, come una riunione aziendale, senza fronzoli o sorrisi superflui. Concetta, invece… fu diverso. Ci vedemmo per un caffè informale in un bar del centro, lei paffuta e con curve ben in vista sotto un abito attillato che esaltava il seno generoso e i fianchi larghi. Le nostre mani si sfiorarono “per caso” mentre guardavamo foto di venue sul telefono, chiacchierate che virarono personali: “Hai un corpo vero, come me… non come quelle stecche che vanno di moda ora,” mi disse con un sorriso malizioso, lo sguardo che indugiava sulle mie cosce sotto il tavolo. Sentii una chimica nuova, un brivido lesbico che mi fece bagnare di nuovo, nonostante il plug. Rosalia, la moglie, intervenne solo via WhatsApp: pigra ma controllante, con messaggi secchi come “Voglio tutto perfetto, ma non stressarmi con dettagli inutili.”
Tornai al monolocale esausta ma con il fuoco ancora acceso – plug dentro che premeva, fica piena di seme che colava lento, lasciando tracce umide sulle cosce mentre salivo le scale. Mi spogliai piano, mi buttai sul letto e chiamai Marco. La sua voce calda all’altro capo: “Amore… raccontami tutto, dal plug al finale.” Gli descrissi ogni dettaglio sporco: il rituale mattutino con il gel freddo e la pienezza costante, il tormento in ufficio con ogni seduta che mi faceva gemere dentro, l’orale sotto la scrivania con la gola piena del suo cazzo curvo, l’anale contro la finestra con lo squirting che bagnava tutto, e soprattutto il finale – “L’ho tirato dentro con forza, amore… gli ho detto che d’ora in poi mi riempie sempre quando voglio io, e l’ho spremuto fino all’ultima goccia calda.” Marco ansimò forte: “Cazzo Elena… comandi tu ora? Immaginalo, il suo seme vecchio che ti riempie la fica gonfia… raccontami come ti colava dopo.” Venne forte al telefono, i suoi gemiti che mi fecero venire di nuovo con dita rapide sul clitoride, ma nascosi un brivido di colpa e potere per il legame crescente con Franco, quel vecchio bavoso che ormai non era solo un porco, ma qualcosa di più pericoloso.
Poi arrivò il messaggio di Concetta: “Domani sera vieni da me a finire i preparativi? Porto vino… resta a dormire, così finiamo con calma 😏”
Il viaggio si faceva sempre più intricato, un labirinto di desideri e rischi che mi avvolgeva. E io, con le mie curve “troppo”, non vedevo l’ora di perdermici dentro.
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