Non mi aspettavo niente di speciale quella domenica

di
genere
etero

Dopo settimane di uscite saltate con amici e amiche, di giornate passate tra libri di diritto penale e appunti sparsi sul letto, avevo bisogno di una pausa. Così, quasi per impulso, ho scritto a Samuele. Lo avevo conosciuto una settimana prima a un evento di un’associazione nel mio paese: chiacchiere veloci, un paio di risate, uno scambio di numeri. Niente di che. Eppure quel pomeriggio, mentre mangiavo un’insalata davanti alla tv, mi è tornato in mente il suo viso. I capelli lunghi rossicci legati in una coda bassa, la barba curata che gli dava un’aria un po’ selvaggia ma pulita, le spalle larghe che si intuivano anche sotto la camicia. Un calore strano mi era salito dallo stomaco solo a ripensarci.
Gli ho mandato un messaggio semplice:
«Ciao Samuele, questo pomeriggio dopo pranzo ti andrebbe di bere qualcosa?»
La risposta è arrivata quasi subito.
«Ciao Giorgia! Oggi sono a pranzo da un amico e non ho la macchina… non saprei come venire da te.»
Non ci ho pensato due volte.
«Se ti va di uscire passo a prenderti io e poi usciamo a berci qualcosa.»
«Sarebbe perfetto 😊»
«Ottimo, allora mandami la posizione. Dopo pranzo parto.»
Ho finito di mangiare in fretta, poi sono andata in doccia. L’acqua calda mi scivolava addosso rilassandomi i muscoli contratti dallo studio, ma il pensiero di lui mi teneva sveglia, elettrica. Mi sono depilata con calma, come sempre: gambe aperte, piegata in avanti, lasciando una strisciolina centrale morbida e togliendo tutto ai lati. Mi piace sentirmi liscia lì sotto, ma non completamente impersonale. Un piccolo dettaglio che mi fa sentire più me stessa.
Uscita dalla doccia, ho spalmato la crema idratante sul corpo ancora tiepido, sentendo la pelle che si distendeva sotto le dita. Ho aperto l’armadio e ho scelto un vestito verde oliva che mi arriva appena sopra il ginocchio. Il tessuto morbido ma leggermente elasticizzato mi fascia i fianchi e il seno – una terza abbondante che non passo mai inosservata – senza risultare volgare. La scollatura è discreta, ma profonda abbastanza da far intravedere la curva quando mi muovo. Sotto ho messo un reggiseno nero semplice, senza pizzo, per non creare segni visibili, e una brasiliana nera senza cuciture: perfetta per lasciare le curve del sedere libere, senza quel fastidioso segno dell’intimo che rovina tutto.
Un filo di trucco – mascara, un po’ di terra sugli zigomi, rossetto nude – e via. Mentre guidavo verso casa sua, ho notato che il vestito saliva un po’ troppo da seduta, scoprendo le cosce quasi fino all’inguine. Ho sorriso tra me e me: pazienza. Tanto non si vedeva nulla di compromettente… e le gambe le avevo depilate alla perfezione.
L’ho trovato fuori ad aspettarmi, appoggiato al muro con le mani in tasca. Quando mi ha vista ha fatto un cenno con la mano, un sorriso timido ma sincero. È salito in macchina e ci siamo scambiati il classico bacio sulla guancia: il suo profumo di dopobarba fresco e legno mi ha dato un piccolo brivido.
«Dove andiamo?» ha chiesto, la voce un filo incerta.
«Ti va di bere qualcosa in un bar qui vicino?»
Abbiamo girato un po’, ma era tutto chiuso. Alla fine siamo finiti al bar dentro il centro commerciale. Mentre scendevo dalla macchina ho sentito i suoi occhi su di me: ha seguito la curva delle gambe che emergevano dal vestito. Mi ha fatto piacere. A noi ragazze piace essere guardate, soprattutto quando lo sguardo è così… affamato, ma timido allo stesso tempo.
Ci siamo seduti lontano dal bancone, due spritz davanti. Abbiamo parlato della giornata, dello studio, del poco tempo libero. Ogni tanto mi chinavo per prendere il telefono dalla borsa sotto il tavolo e sentivo il suo sguardo calarmi dentro la scollatura. Mi sono divertita a spostare le gambe, accavallandole lentamente dall’altra parte, lasciando che la gonna salisse un po’ di più. Lui provava a guardarmi negli occhi, ma ricadeva sempre lì, tra le cosce.
Per scherzo gli ho detto: «Guarda che gli occhi sono quassù.»
È diventato paonazzo, ha balbettato qualcosa tipo «Scusa, non volevo…», ma io ho cambiato discorso ridendo piano.
«Che dici, dopo l’aperitivo andiamo al cinema?»
Ha accettato subito.
In macchina, durante il tragitto, il vestito è salito ancora di più. Stavolta non l’ho sistemato. Ho lasciato che vedesse la brasiliana nera che si intravedeva appena, il bordo che accennava alle curve. Lui non nascondeva più lo sguardo. Era lì, fisso, con le pupille dilatate. Mi sentivo potente, bagnata già solo per quello.
Al cinema la sala era quasi vuota: cinque persone sparse, noi al centro, lontani da tutti. Il film era noiosissimo, ma tanto nessuno dei due lo stava seguendo davvero. Ogni tanto lo beccavo con la coda dell’occhio: fingeva di guardare lo schermo, ma tornava sempre su di me. Goffo, adorabile.
Alla pausa mi sono alzata. «Vado a prendere i popcorn.»
«Vengo con te» ha detto lui, quasi troppo in fretta.
Ha pagato tutto: popcorn, bibite, e una barretta Mars che si è infilato in tasca.
Tornati ai posti, prima che ricominciasse il film, mi sono allungata per dargli un bacio sulla guancia. Lui si è girato di scatto e le labbra si sono sfiorate sull’angolo della bocca. Un contatto elettrico. Appoggiandomi gli ho sfiorato la gamba… e ho sentito qualcosa di duro sotto i jeans.
Mi sono ritratta piano, abbassando lo sguardo e sorridendo. «Sei già duro?»
Lui è arrossito violentemente. «Cosa? No, è la barretta Mars!» Ha tirato fuori la barretta dalla tasca come prova.
Ho riso. «Sicuro? Mi stai fissando le gambe da ore… vuoi dirmi che non ti faccio nessun effetto?»
Ha abbassato gli occhi, poi li ha rialzati su di me. «Quello che vedo mi piace molto. E sì… qualche emozione l’ha scatenata.»
Gli ho sorriso e sono tornata a guardare lo schermo, ma dentro bruciavo.
Pochi minuti dopo ho sentito la sua mano sulla mia coscia. Carezze leggere all’inizio, poi più decise. Saliva piano, palpando la pelle, avvicinandosi sempre di più. Era la prima volta che prendeva l’iniziativa e lo faceva con una sicurezza che non mi aspettavo da lui. Mi sono lasciata andare, allargando leggermente le gambe, curiosa di vedere fino a dove sarebbe arrivato.
Le dita hanno sfiorato il tessuto della brasiliana. Ha sentito l’umidità e ha sorriso piano, continuando a stuzzicare proprio lì, premendo sul punto più sensibile. Mi sono morsa il labbro per non gemere. Ero già fradicia.
Poi, con un gesto rapido, ha afferrato il bordo delle mutandine e le ha abbassate di colpo. Me le ha sfilate completamente, facendole sparire. Ero lì, gambe aperte, intimità nuda sotto il vestito. Mi fidavo di lui, in quel momento. Ho chiuso gli occhi e mi sono appoggiata meglio allo schienale.
Le sue dita sono entrate senza preavviso: due, decise, spingendo dentro con ritmo. Mi penetrava forte, senza esitazione. Il piacere saliva a ondate, il film era solo rumore di fondo. Non resistevo più.
Gli ho preso la mano, l’ho tolta da me e mi sono alzata. «Vieni» gli ho sussurrato, tirandolo per un braccio.
Siamo corsi nel bagno più vicino, ci siamo chiusi dentro. L’ho spinto contro il muro, mi sono accovacciata e ho aperto la zip dei jeans. Era durissimo. L’ho tirato fuori, l’ho liberato completamente dal prepuzio: spesso, caldo, con il frenulo teso. L’ho masturbato piano per qualche secondo, poi ho aperto la bocca e ho preso solo la cappella tra le labbra, leccando la punta, assaporando il pre-eiaculato salato-dolce.
Ho iniziato ad affondare di più, riempiendomi la bocca. Non era lunghissimo, ma grosso abbastanza da farmi sentire piena. Lui ha iniziato a respirare forte, a gemere piano.
Mi sono alzata, mi sono girata e ho appoggiato le mani sulla porta, piegandomi in avanti. Ho alzato il vestito sulla schiena, offrendomi. Per un attimo non è successo niente – ho pensato “ha bisogno di un cartello?” – poi ho sentito le sue mani alzare il tessuto, le dita che mi bagnavano l’entrata con i miei stessi umori. È entrato piano, ma poi ha spinto deciso.
La sensazione era perfetta: mi riempiva, strofinava esattamente nei punti giusti. Ha iniziato a muoversi, prima lento, poi sempre più forte, afferrandomi i fianchi. Mi ha dato uno schiaffo secco sul sedere, seguito da una palpata possessiva. Sono venuta quasi subito, un gemito strozzato che ho soffocato contro il braccio.
Lui non si è fermato. Ha continuato a pompare con foga, profondo. Poi ha ansimato: «Sto per venire…»
L’ho fatto uscire, mi sono inginocchiata di nuovo e me lo sono preso in bocca. Ho accelerato il ritmo, succhiando forte, finché non ha tremato e si è liberato dentro di me, pulsando, caldo, tanto. Ho ingoiato tutto.
Mi sono rialzata, ancora con il suo sapore sulle labbra, e l’ho baciato. Lui ha ricambiato senza schifo, anzi, ha approfondito il bacio.
Mi ha aiutata a rimettermi le mutandine (che aveva tenuto in tasca) e a sistemare il vestito con un’ultima carezza sul sedere.
Siamo tornati ai posti giusto in tempo: il film era finito.
L’ho accompagnato a casa. Fuori dal portone mi ha dato un bacio profondo, passionale. Mentre le nostre lingue si intrecciavano, ha infilato una mano tra le mie gambe, sfiorando la patatina ancora gonfia e bagnata.
«A presto» ha sussurrato scendendo.
Sono tornata a casa, mi sono fatta una doccia lunghissima, l’acqua che lavava via l’odore di sesso e sudore. Ero incredula, ma sorridevo da sola sotto il getto.
Di sicuro non sarebbe finita lì

Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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scritto il
2026-02-20
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