Un gusto sgradevole

di
genere
pissing

Era una giornata afosa di fine estate, e io, Lorenzo, ero seduto sul divano di casa di Mario, ad aspettare che il mio amico tornasse dal lavoro. Avevamo programmato di giocare a videogiochi tutta la sera, ma lui era in ritardo, come al solito. Sua madre, Luisa, mi aveva fatto entrare con un sorriso cordiale, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi metteva a disagio. Avevo vent’anni, ma mi sentivo ancora un ragazzino impacciato, uno di quelli che non avevano mai avuto una ragazza vera, solo fantasie solitarie nella mia stanza. Ero sfigato, lo sapevo: magro, occhiali spessi, sempre a balbettare quando parlavo con le donne. Luisa, invece, era l’opposto: una donna di quarantacinque anni, formosa, con curve che sembravano scolpite apposta per far impazzire. Quel giorno girava per casa con una canotta bianca attillata che lasciava intravedere i capezzoli sotto il tessuto sottile, e un paio di pantaloni a zampa d’elefante di un materiale leggero, quasi trasparente, che aderiva alle sue cosce e al suo culo rotondo come una seconda pelle. Ogni volta che si muoveva, potevo vedere il contorno delle sue mutandine, e il mio cuore accelerava, ma cercavo di non fissarla. Ero lì per Mario, non per fantasticare sulla sua mamma.
“Ti verso qualcosa da bere, Lorenzo? Fa caldo oggi,” disse Luisa, avvicinandosi con un bicchiere d’acqua. La sua voce era calda, ma c’era un tono autoritario che mi faceva sentire piccolo.
“Gr-grazie, signora Luisa,” balbettai, prendendo il bicchiere senza guardarla negli occhi. Lei si sedette accanto a me, troppo vicina, le sue cosce sfioravano le mie. Sentivo il suo profumo, un misto di fiori e sudore, e il mio corpo traditore reagì con un’erezione che cercai di nascondere incrociando le gambe.
“Chiamami solo Luisa, quante volte te lo devo dire? Non sei più un bambino.” Rise piano, posando una mano sulla mia gamba. Il tocco mi fece sobbalzare. “Mario tarderà ancora un po’. Vuoi che ti tenga compagnia?”
Io annuii, arrossendo. Non sapevo cosa dire. Lei si alzò e iniziò a camminare per il soggiorno, piegandosi per sistemare un cuscino, e i pantaloni si tesero sul suo fondoschiena, rivelando ogni curva. “Sai, Lorenzo, sembri sempre così timido. Non hai una ragazza? Alla tua età dovresti divertirti di più.”
“N-no, non proprio,” mormorai, fissando il pavimento.
Lei si voltò di scatto, con un sorriso malizioso. “Peccato. Potrei insegnarti un paio di cose, se vuoi.” Le sue parole mi colpirono come una scarica elettrica. Stava flirtando? No, impossibile. Era la mamma del mio amico. Ma prima che potessi rispondere, si avvicinò di nuovo, torreggiando su di me. “Alzati, fammi vedere quanto sei cresciuto.”
Esitai, ma il suo tono non ammetteva repliche. Mi alzai, goffo, e lei mi squadrò da capo a piedi. “Spogliati,” disse all’improvviso, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
“C-cosa? Signora Luisa, io…”
“Luisa,” mi corresse con fermezza, afferrandomi per il colletto della maglietta. “E ho detto spogliati. Voglio vedere se sei un uomo o ancora un ragazzino.” Il suo sguardo era dominante, occhi scuri che mi trapassavano. Mi sentivo umiliato, il viso in fiamme, ma qualcosa in me – forse la paura, forse l’eccitazione – mi spinse a obbedire. Tolsi la maglietta, rivelando il mio petto magro e pallido. Lei rise piano. “Continua. I pantaloni.”
“Ma… Mario potrebbe arrivare…”
“Non arriverà presto. E se non obbedisci, gli dico che hai provato a toccarmi.” Era una minaccia velata, ma il suo tono era serio. Tremando, mi slacciai i jeans e li abbassai, restando in mutande. La mia erezione era evidente, e lei la notò subito. “Oh, guarda qui. Piccolo pervertito. Toglile anche quelle.”
Rifiutai con la testa, mortificato. “N-no, per favore…”
Ma lei non aspettò. Mi afferrò le mutande e le tirò giù con un gesto secco, esponendomi completamente. Il mio cazzo balzò fuori, duro nonostante l’imbarazzo. “Patetico,” commentò, ridendo. “Così piccolo e già eccitato solo a guardarmi. Sei proprio una nullità, Lorenzo.” Le sue parole mi ferirono, mi fecero sentire minuscolo, umiliato fino al midollo. Volevo coprirmi, ma lei mi bloccò le mani. “No, resta così. Ora seguimi.”
Mi prese per un braccio e mi trascinò verso il bagno, nudo e vulnerabile come ero. “Aspetta qui alla porta,” ordinò, spingendomi contro lo stipite. Entrò, lasciando la porta spalancata. Io rimasi lì, nudo, con il cuore che martellava. Lei si voltò verso di me, abbassando lentamente i pantaloni a zampa d’elefante. Il tessuto scivolò giù, rivelando mutandine nere di pizzo che aderivano al suo sesso. Le abbassò anche quelle, esponendo un triangolo di peli scuri, curati ma non rasati del tutto. Si sedette sul water, le gambe leggermente aperte, e iniziò a pisciare. Il suono dell’urina che scorreva nel water echeggiò nella stanza, forte e imbarazzante.
Io girai lo sguardo, rosso come un peperone, il disgusto che mi montava in gola. Era sbagliato, umiliante, non potevo guardare. Ma lei lo notò. “Guardami,” ordinò con voce ferma, tagliente come una lama.
“I-io… non posso… è… è strano,” balbettai, fissando il pavimento.
“Guardami, ho detto!” ripeté, più forte. “O ti trascino qui e ti ci ficco la faccia dentro.” Il suo tono era dominante, inesorabile. Tremando, alzai gli occhi. Vidi il getto dorato scorrere tra le sue labbra intime, goccioline che bagnavano i peli. Era disgustoso, eppure il mio corpo tradiva eccitazione mista a nausea.
Quando finì, si alzò in piedi senza pulirsi, i pantaloni ancora alle caviglie. “Vieni qui. Mettiti in ginocchio e puliscimi.”
“No, Luisa, per favore… non voglio…” protestai, indietreggiando, ma lei fu più veloce. Mi afferrò per un braccio con forza, tirandomi verso di sé. “Non fare storie, piccolo schifoso.” Mi spinse giù, in ginocchio sul pavimento freddo del bagno. Ero umiliato, nudo, alla mercé di questa donna che mi trattava come un oggetto. Prese la mia nuca con dolcezza all’inizio, ma poi strinse, spingendomi il viso verso il suo sesso. “Lecca. Pulisci ogni goccia.”
Cercai di resistere, ma la sua presa era ferrea. Il mio naso sfiorò i peli umidi, e l’odore mi investì: un misto acre di urina e dell’umidità naturale della sua vagina. Era schifoso, amarognolo, salato sulla lingua quando lei mi obbligò a leccare. La mia bocca si aprì contro la sua volontà, e assaggiai le goccioline residue sui peli, il sapore pungente che mi fece venire i conati. “Brutta troia, leccami bene,” mi sibilò, spingendomi più a fondo. “Senti quanto sei patetico? Un ragazzino che lecca la piscia della mamma del suo amico.”
Mi sentivo obbligato, intrappolato, umiliato come mai prima. Il mio respiro si fece corto, quasi soffocavo mentre la sua mano mi guidava con forza, obbligandomi a leccare ogni angolo del suo sesso peloso. Il gusto era rivoltante – amaro dell’urina, misto ai fluidi viscidi che iniziavano a scorrere per l’eccitazione di lei – e mi sentivo sporco.
Fu una giornata davvero particolare ma eccitante .


Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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2026-01-18
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