Un Momento Per Noi
di
Panny
genere
etero
Ciao a tutti,
per chi non mi conosce mi chiamo Sara, sono una mamma divorziata.
Volevo raccontarvi una cosa successa anni fa, quando stavo ancora con mio marito. All’epoca i miei gemelli – un maschio e una femmina – avevano 9 anni.
Tra lavoro, casa e bambini, io e lui non riuscivamo quasi mai a ritagliarci un momento solo nostro. Ogni volta che provavamo a stare insieme succedeva qualcosa: un pianto, un incubo, una richiesta improvvisa. Ricordo una volta in cui ci eravamo chiusi in bagno, io piegata sul lavandino, lui dietro di me che mi teneva ferma per il fianco con una mano e con l’altra mi tappava la bocca per non farmi gemere. Stava spingendo piano, cercando di non fare rumore, quando nostra figlia ha cominciato a bussare disperata: «Mammaaa, mi scappa la pipì!». Ci siamo fermati di colpo, ci siamo rivestiti in fretta e furia e abbiamo aperto come se niente fosse.
Era sempre così. I nonni stavano lontani, non potevamo lasciarglieli. Durante il giorno lavoravamo entrambi, quindi niente pause pomeridiane. I malumori crescevano, la frustrazione pure. Dovevamo trovare un modo, in qualsiasi modo.
Una sera, mentre i bambini pranzavano, mio marito mi ha preso per un braccio e mi ha trascinato in cucina.
«Che ne dici se domani sera, appena si addormentano, passiamo un po’ di tempo insieme?»
«Mi piace l’idea… però lo sai che nostro figlio si addormenta solo se sto con lui nel lettino.»
«Allora stai lì finché non si addormenta, poi vieni da me. Ti aspetto.»
«L’ultima volta ti ho trovato già addormentato…»
«No, stavolta no. Credimi, ho troppa voglia di te.»
Quelle parole mi hanno fatto stringere le cosce. Ho sentito un calore improvviso tra le gambe.
«Va bene» ho sussurrato, guardandolo dritto negli occhi. «Ma aspettami solo in mutande, eh?»
Ha sorriso, un sorriso cattivo e affamato.
«Promettimi che domani sera, qualsiasi cosa succeda, sarà la nostra serata.»
«Te lo prometto, amore.»
Da quel momento non ho pensato ad altro. Ero eccitata, allegra, in astinenza da troppo tempo. Anche lui: lo capivo dagli sguardi che mi lanciava mentre passavo per casa, dalle pacche decise sul culo che mi dava di nascosto, dal modo in cui mi sfiorava la schiena quando i bambini non guardavano.
Il giorno dopo, prima di preparare la cena, mi sono chiusa in bagno. Mi sono depilata completamente – inguine, labbra, tutto – e ho scelto un tanga rosso di pizzo, di quelli con il filo sottile che scompare tra i glutei. Ho infilato una canotta nera aderente, senza reggiseno. I capezzoli, già duri per l’eccitazione e per lo sfregamento sul tessuto morbido, si intravedevano chiaramente. I pantaloni della tuta bassi sui fianchi lasciavano intravedere la curva del sedere e il bordo del tanga.
Quando sono entrata in cucina con i piatti, mio marito non mi ha staccato gli occhi di dosso nemmeno per un secondo. Mi sono messa accanto a lui per servire i bambini. Mentre allungavo il piatto a uno dei due, ho spinto il seno contro il suo braccio. Lui ha approfittato subito: con una mano mi ha palpato il sedere, ha sentito il filo del tanga e mi ha lanciato un’occhiata che diceva tutto.
A tavola eravamo seduti uno di fronte all’altra, i gemelli ai capi opposti. Mentre mangiavamo, ho allungato piano la gamba sotto il tavolo. Con il piede gli ho sfiorato l’interno coscia, poi ho spinto più in su. Lui ha spalancato appena gli occhi, ma ha allargato le gambe senza dire una parola.
Appena ha aperto, ho appoggiato il piede sul suo pacco. Era durissimo, gonfio, libero sotto il pigiama leggero. Non portava mutande. Con le dita dei piedi l’ho accarezzato su e giù, l’ho spostato di lato, l’ho premuto contro la coscia. Lo sentivo pulsare, caldo, spesso. Lui stringeva la forchetta, tratteneva il respiro, mi guardava con gli occhi che imploravano pietà.
I bambini hanno finito di mangiare. Ho tolto il piede, mi sono alzata e ho cominciato a sparecchiare piegandomi in avanti, lasciando che la scollatura della canotta si aprisse e gli mostrassi i seni interi, i capezzoli turgidi.
«Amore, accompagna i bambini a lavarsi i denti» ho detto ridendo, sapendo benissimo che non poteva alzarsi in quelle condizioni.
«No… finisco di mangiare» ha borbottato, rosso in faccia, fulminandomi con lo sguardo.
Ho mandato i gemelli in bagno e lui ha sistemato la tavola. Mentre passavo accanto a lui per rifare i letti, mi ha dato una pacca fortissima sul sedere. Ha fatto male, ma mi ha fatto bagnare all’istante.
Mia figlia si è addormentata subito. Mio figlio invece aveva bisogno di me accanto. Mi sono sdraiata vicino a lui, accarezzandogli i capelli, mentre nella testa immaginavo già mio marito nudo, duro, che mi aspettava. Ero fradicia, sentivo il tanga appiccicato alle labbra.
Per fortuna si è addormentato abbastanza presto. Ho controllato che respirasse piano, ho chiuso la porta della sua camera senza far rumore e sono entrata in camera nostra, il cuore che batteva fortissimo.
Lui era lì, completamente nudo, seduto contro la testiera, il sesso in mano, gonfio e rosso.
Appena mi ha vista ha spalancato gli occhi, si è alzato e mi ha preso per il collo tirandomi a sé. Il bacio è stato feroce: lingua dentro, saliva che si mescolava, respiri affannati. Mentre mi divorava la bocca, la sua mano è scivolata sotto la canotta e ha afferrato un seno, stringendolo con forza, pizzicando il capezzolo fino a farmi gemere piano nella sua bocca.
Ci siamo spostati sul letto. Lui si è appoggiato alla spalliera, mi ha preso per i capelli e mi ha fatto abbassare.
Era grosso, la cappella lucida e rosea. Ho dovuto aprire bene la bocca per prenderlo. Succhiavo piano la punta, facevo girare la lingua intorno al bordo, lasciavo colare saliva abbondante. Lui mi teneva ferma per i capelli, dettava il ritmo, ansimava forte ma piano, come non lo sentivo da mesi.
La porta era socchiusa, un filo di luce dal corridoio entrava nella stanza, ma stavolta non c’era nessun rischio di interruzioni. Eravamo soli, finalmente.
Mi ha tirato su piano, mi ha fatto girare e mi ha abbassato i pantaloni della tuta insieme al tanga, lasciandoli calati alle caviglie. Mi ha messo a quattro zampe sul letto, il sedere in alto verso di lui. Ha sfiorato le natiche con le mani fredde, ha spostato il filo del tanga di lato anche se ormai era inutile. Ho sentito il rumore umido mentre si bagnava le dita in bocca. Poi due, tre, quattro dita sono entrate nella mia vagina, tutte insieme. Ero strettissima, ho trattenuto un gemito mordendomi il labbro.
Le muoveva avanti e indietro, lente ma profonde. Ero un lago, i succhi colavano sulle cosce.
Poi ha aggiunto il pollice sul buchetto posteriore, ha premuto piano ed è entrato. Ho trattenuto un urlo soffocato, la sensazione di pienezza mi ha fatto tremare. Le dita davanti, il pollice dietro. Ero dilatata, eccitata da morire. Ansimavo piano, spingendo il bacino verso di lui per averne di più.
A un certo punto ha tolto tutto. Ho sentito il rumore della saliva sulla mano, poi sul suo sesso.
Ha appoggiato la cappella contro il buchetto posteriore.
«No, amore… non lì» ho sussurrato, anche se il corpo diceva il contrario.
«Questa è la nostra serata. L’hai promesso.»
La sua voce era dura, decisa.
Mi ha messo una mano sulla bocca per soffocare ogni rumore. Con l’altra ha guidato il membro e ha spinto.
Lentamente, centimetro dopo centimetro. Faceva male, bruciava. La cappella era enorme, le lacrime mi scorrevano sugli occhi e bagnavano la sua mano.
Quando è entrato tutto ho sentito una pressione assurda, profonda. Si muoveva piano, il fiato caldo sul collo, l’altra mano sul mio seno che stringeva forte.
La mia vagina pulsava, bagnata, vuota, ma eccitata da morire. Gocce calde colavano lungo le cosce.
Ha accelerato appena, sempre in silenzio, solo respiri affannati e il rumore umido dei nostri corpi. Io gemevo contro la sua mano, lacrime che non smettevano.
Poi si è fermato, è affondato fino in fondo e ha iniziato a venire. Schizzi forti, caldi, tantissimi. Li sentivo dentro di me, riempirmi.
È rimasto fermo qualche secondo, poi è uscito piano, facendomi sentire ogni millimetro delle pareti che si richiudevano.
In quel momento sono venuta anch’io. Un orgasmo profondo, silenzioso, che mi ha fatto tremare tutta, le gambe molli.
Siamo crollati sul letto, io con il suo sperma che colava lentamente fuori dal buchetto. Mi sono addormentata così, esausta, appagata, sporca.
Al mattino mi sono svegliata sola. Sentivo le voci dei bambini e l’odore di pancake. Mi sono alzata, ho tolto mutandine e pantaloni bagnati, mi sono pulita alla meglio con un fazzoletto, ho cambiato le lenzuola in fretta e sono corsa sotto la doccia.
Poi sono scesa a fare colazione con loro, come se niente fosse successo.
Ma dentro di me quella notte è rimasta impressa per sempre.
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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Instagram: sara_gubbioracconti
https://t.me/+Kq8SjuDj_UY2MWZk
per chi non mi conosce mi chiamo Sara, sono una mamma divorziata.
Volevo raccontarvi una cosa successa anni fa, quando stavo ancora con mio marito. All’epoca i miei gemelli – un maschio e una femmina – avevano 9 anni.
Tra lavoro, casa e bambini, io e lui non riuscivamo quasi mai a ritagliarci un momento solo nostro. Ogni volta che provavamo a stare insieme succedeva qualcosa: un pianto, un incubo, una richiesta improvvisa. Ricordo una volta in cui ci eravamo chiusi in bagno, io piegata sul lavandino, lui dietro di me che mi teneva ferma per il fianco con una mano e con l’altra mi tappava la bocca per non farmi gemere. Stava spingendo piano, cercando di non fare rumore, quando nostra figlia ha cominciato a bussare disperata: «Mammaaa, mi scappa la pipì!». Ci siamo fermati di colpo, ci siamo rivestiti in fretta e furia e abbiamo aperto come se niente fosse.
Era sempre così. I nonni stavano lontani, non potevamo lasciarglieli. Durante il giorno lavoravamo entrambi, quindi niente pause pomeridiane. I malumori crescevano, la frustrazione pure. Dovevamo trovare un modo, in qualsiasi modo.
Una sera, mentre i bambini pranzavano, mio marito mi ha preso per un braccio e mi ha trascinato in cucina.
«Che ne dici se domani sera, appena si addormentano, passiamo un po’ di tempo insieme?»
«Mi piace l’idea… però lo sai che nostro figlio si addormenta solo se sto con lui nel lettino.»
«Allora stai lì finché non si addormenta, poi vieni da me. Ti aspetto.»
«L’ultima volta ti ho trovato già addormentato…»
«No, stavolta no. Credimi, ho troppa voglia di te.»
Quelle parole mi hanno fatto stringere le cosce. Ho sentito un calore improvviso tra le gambe.
«Va bene» ho sussurrato, guardandolo dritto negli occhi. «Ma aspettami solo in mutande, eh?»
Ha sorriso, un sorriso cattivo e affamato.
«Promettimi che domani sera, qualsiasi cosa succeda, sarà la nostra serata.»
«Te lo prometto, amore.»
Da quel momento non ho pensato ad altro. Ero eccitata, allegra, in astinenza da troppo tempo. Anche lui: lo capivo dagli sguardi che mi lanciava mentre passavo per casa, dalle pacche decise sul culo che mi dava di nascosto, dal modo in cui mi sfiorava la schiena quando i bambini non guardavano.
Il giorno dopo, prima di preparare la cena, mi sono chiusa in bagno. Mi sono depilata completamente – inguine, labbra, tutto – e ho scelto un tanga rosso di pizzo, di quelli con il filo sottile che scompare tra i glutei. Ho infilato una canotta nera aderente, senza reggiseno. I capezzoli, già duri per l’eccitazione e per lo sfregamento sul tessuto morbido, si intravedevano chiaramente. I pantaloni della tuta bassi sui fianchi lasciavano intravedere la curva del sedere e il bordo del tanga.
Quando sono entrata in cucina con i piatti, mio marito non mi ha staccato gli occhi di dosso nemmeno per un secondo. Mi sono messa accanto a lui per servire i bambini. Mentre allungavo il piatto a uno dei due, ho spinto il seno contro il suo braccio. Lui ha approfittato subito: con una mano mi ha palpato il sedere, ha sentito il filo del tanga e mi ha lanciato un’occhiata che diceva tutto.
A tavola eravamo seduti uno di fronte all’altra, i gemelli ai capi opposti. Mentre mangiavamo, ho allungato piano la gamba sotto il tavolo. Con il piede gli ho sfiorato l’interno coscia, poi ho spinto più in su. Lui ha spalancato appena gli occhi, ma ha allargato le gambe senza dire una parola.
Appena ha aperto, ho appoggiato il piede sul suo pacco. Era durissimo, gonfio, libero sotto il pigiama leggero. Non portava mutande. Con le dita dei piedi l’ho accarezzato su e giù, l’ho spostato di lato, l’ho premuto contro la coscia. Lo sentivo pulsare, caldo, spesso. Lui stringeva la forchetta, tratteneva il respiro, mi guardava con gli occhi che imploravano pietà.
I bambini hanno finito di mangiare. Ho tolto il piede, mi sono alzata e ho cominciato a sparecchiare piegandomi in avanti, lasciando che la scollatura della canotta si aprisse e gli mostrassi i seni interi, i capezzoli turgidi.
«Amore, accompagna i bambini a lavarsi i denti» ho detto ridendo, sapendo benissimo che non poteva alzarsi in quelle condizioni.
«No… finisco di mangiare» ha borbottato, rosso in faccia, fulminandomi con lo sguardo.
Ho mandato i gemelli in bagno e lui ha sistemato la tavola. Mentre passavo accanto a lui per rifare i letti, mi ha dato una pacca fortissima sul sedere. Ha fatto male, ma mi ha fatto bagnare all’istante.
Mia figlia si è addormentata subito. Mio figlio invece aveva bisogno di me accanto. Mi sono sdraiata vicino a lui, accarezzandogli i capelli, mentre nella testa immaginavo già mio marito nudo, duro, che mi aspettava. Ero fradicia, sentivo il tanga appiccicato alle labbra.
Per fortuna si è addormentato abbastanza presto. Ho controllato che respirasse piano, ho chiuso la porta della sua camera senza far rumore e sono entrata in camera nostra, il cuore che batteva fortissimo.
Lui era lì, completamente nudo, seduto contro la testiera, il sesso in mano, gonfio e rosso.
Appena mi ha vista ha spalancato gli occhi, si è alzato e mi ha preso per il collo tirandomi a sé. Il bacio è stato feroce: lingua dentro, saliva che si mescolava, respiri affannati. Mentre mi divorava la bocca, la sua mano è scivolata sotto la canotta e ha afferrato un seno, stringendolo con forza, pizzicando il capezzolo fino a farmi gemere piano nella sua bocca.
Ci siamo spostati sul letto. Lui si è appoggiato alla spalliera, mi ha preso per i capelli e mi ha fatto abbassare.
Era grosso, la cappella lucida e rosea. Ho dovuto aprire bene la bocca per prenderlo. Succhiavo piano la punta, facevo girare la lingua intorno al bordo, lasciavo colare saliva abbondante. Lui mi teneva ferma per i capelli, dettava il ritmo, ansimava forte ma piano, come non lo sentivo da mesi.
La porta era socchiusa, un filo di luce dal corridoio entrava nella stanza, ma stavolta non c’era nessun rischio di interruzioni. Eravamo soli, finalmente.
Mi ha tirato su piano, mi ha fatto girare e mi ha abbassato i pantaloni della tuta insieme al tanga, lasciandoli calati alle caviglie. Mi ha messo a quattro zampe sul letto, il sedere in alto verso di lui. Ha sfiorato le natiche con le mani fredde, ha spostato il filo del tanga di lato anche se ormai era inutile. Ho sentito il rumore umido mentre si bagnava le dita in bocca. Poi due, tre, quattro dita sono entrate nella mia vagina, tutte insieme. Ero strettissima, ho trattenuto un gemito mordendomi il labbro.
Le muoveva avanti e indietro, lente ma profonde. Ero un lago, i succhi colavano sulle cosce.
Poi ha aggiunto il pollice sul buchetto posteriore, ha premuto piano ed è entrato. Ho trattenuto un urlo soffocato, la sensazione di pienezza mi ha fatto tremare. Le dita davanti, il pollice dietro. Ero dilatata, eccitata da morire. Ansimavo piano, spingendo il bacino verso di lui per averne di più.
A un certo punto ha tolto tutto. Ho sentito il rumore della saliva sulla mano, poi sul suo sesso.
Ha appoggiato la cappella contro il buchetto posteriore.
«No, amore… non lì» ho sussurrato, anche se il corpo diceva il contrario.
«Questa è la nostra serata. L’hai promesso.»
La sua voce era dura, decisa.
Mi ha messo una mano sulla bocca per soffocare ogni rumore. Con l’altra ha guidato il membro e ha spinto.
Lentamente, centimetro dopo centimetro. Faceva male, bruciava. La cappella era enorme, le lacrime mi scorrevano sugli occhi e bagnavano la sua mano.
Quando è entrato tutto ho sentito una pressione assurda, profonda. Si muoveva piano, il fiato caldo sul collo, l’altra mano sul mio seno che stringeva forte.
La mia vagina pulsava, bagnata, vuota, ma eccitata da morire. Gocce calde colavano lungo le cosce.
Ha accelerato appena, sempre in silenzio, solo respiri affannati e il rumore umido dei nostri corpi. Io gemevo contro la sua mano, lacrime che non smettevano.
Poi si è fermato, è affondato fino in fondo e ha iniziato a venire. Schizzi forti, caldi, tantissimi. Li sentivo dentro di me, riempirmi.
È rimasto fermo qualche secondo, poi è uscito piano, facendomi sentire ogni millimetro delle pareti che si richiudevano.
In quel momento sono venuta anch’io. Un orgasmo profondo, silenzioso, che mi ha fatto tremare tutta, le gambe molli.
Siamo crollati sul letto, io con il suo sperma che colava lentamente fuori dal buchetto. Mi sono addormentata così, esausta, appagata, sporca.
Al mattino mi sono svegliata sola. Sentivo le voci dei bambini e l’odore di pancake. Mi sono alzata, ho tolto mutandine e pantaloni bagnati, mi sono pulita alla meglio con un fazzoletto, ho cambiato le lenzuola in fretta e sono corsa sotto la doccia.
Poi sono scesa a fare colazione con loro, come se niente fosse successo.
Ma dentro di me quella notte è rimasta impressa per sempre.
Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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