Dal Ginecologo 2

di
genere
etero

Era passato quasi un mese da quella prima visita, e il ricordo non mi lasciava mai del tutto. Di notte, quando ero sola nel letto, ripensavo alle mani del dottor Giovanni, al modo in cui avevano esplorato senza fretta, con quella calma che mi faceva sentire nuda due volte. Mi vergognavo di ammetterlo anche con me stessa, ma ogni volta che ci ripensavo sentivo un calore traditore tra le gambe, lo stesso che mi aveva bagnato le mutandine mentre uscivo dal suo studio. Avevo provato a ignorarlo, a convincermi che fosse solo lo shock della prima volta, ma quando arrivò la chiamata per il controllo di follow-up – “solo per verificare che il pavimento pelvico sia stabile e per un esame più approfondito”, disse la segretaria – non riuscii a dire di no. Anzi, presi l’appuntamento con le mani che tremavano sul telefono.
Il giorno dopo entrai nello studio con il cuore in gola. Indossavo una gonna larga e una maglietta semplice, come se vestirmi in modo comodo potesse rendermi meno esposta. La sala d’attesa era vuota, il silenzio rotto solo dal ticchettio dell’orologio. Quando la porta si aprì e lui mi chiamò “Silvia, prego”, la voce bassa e familiare mi fece sobbalzare. Era sempre lo stesso: capelli grigi radi, camice immacolato, espressione neutra da nonno che ha visto tutto. Eppure, stavolta, quando i nostri sguardi si incrociarono per un secondo, mi sembrò di cogliere qualcosa di diverso, un’ombra più intensa.
“Si accomodi sul lettino, sa già come fare.” Non mi chiese di spogliarmi dietro il paravento questa volta; forse perché ormai “conosceva” il mio corpo, forse perché non serviva più fingere formalità eccessiva. Mi tolsi le mutandine con gesti meccanici, le piegai con cura esagerata e le posai sulla sedia. Quando mi sdraiai e appoggiai i piedi sulle staffe, le ginocchia mi tremavano visibilmente. Lui si avvicinò, si infilò i guanti con la solita lentezza, poi si sedette sullo sgabello girevole proprio tra le mie gambe aperte.
“Rilassati, Silvia. Oggi dobbiamo controllare la tonicità e la capacità di dilatazione. È importante per escludere qualsiasi lassità post-attività.” Lo disse con tono professionale, ma la sua mano sinistra si posò subito sull’interno della mia coscia, premendo leggermente per allargarmi di più. Il contatto era caldo anche attraverso il lattice. Iniziò palpando l’esterno, sfiorando il monte di Venere coperto dai peli morbidi che non avevo più osato toccare dopo l’ultima volta, come se volesse conservare esattamente l’aspetto che aveva visto.
Poi, senza preavviso, infilò un dito dentro di me. Scivolò facilmente – troppo facilmente – e io chiusi gli occhi, mordendomi l’interno della guancia. “Brava, così… respira profondo.” La sua voce era calma, quasi ipnotica. Ritirò il dito e lo reintrodusse insieme a un secondo, ruotandoli piano, premendo contro le pareti per testare l’elasticità. Sentivo ogni movimento, ogni pressione, e il mio corpo rispondeva da solo: un calore umido che aumentava, tradendomi.
“Ora verifico una dilatazione più ampia,” mormorò. “Devo arrivare a tre dita per valutare bene il tono muscolare. Dimmi se senti fastidio.” Non aspettai nemmeno di rispondere: il terzo dito entrò piano, ma con decisione, allargandomi in modo lento e insistente. Era una sensazione piena, invadente, quasi al limite. Le sue dita si muovevano insieme, spingendo in profondità, poi curvandosi leggermente verso l’alto, come per cercare un punto preciso. Io trattenni il fiato, le mani aggrappate ai bordi del lettino. Un piccolo gemito mi sfuggì senza volerlo.
Lui non si fermò. Continuò a muovere le dita con ritmo costante, dentro e fuori, ruotandole appena, mentre con l’altra mano premeva sull’addome basso per sentire la cervice dall’esterno. “Molto buona elasticità… il canale è morbido, accoglie bene… ottimo tono nonostante la giovane età.” Parlava come se stesse dettando referti, ma la sua voce si era fatta un po’ più roca.
Fu allora che abbassai lo sguardo, per un attimo solo. Sotto il camice aperto, i pantaloni grigi del completo mostravano una protuberanza evidente, tesa contro il tessuto. Non era nascosta, non poteva esserlo. Il suo membro era duro, gonfio, e la stoffa sottile del pantalone lo delineava con chiarezza. Arrossii violentemente, distolsi gli occhi, ma era troppo tardi: lui se ne era accorto. Non disse nulla, ma le sue dita dentro di me rallentarono, diventando più profonde, più lente, come se volesse prolungare quel momento.
“Ti stai bagnando molto, Silvia,” osservò con tono neutro, quasi clinico. “È una reazione fisiologica normale… significa che i tessuti sono ben vascolarizzati.” Ritirò le dita con delicatezza, ma non subito: le lasciò scivolare fuori piano, sfiorando ogni centimetro delle pareti. Quando le tolse del tutto, sentii l’aria fresca sul mio sesso aperto e umido. Ero fradicia, lo sapevo, lo sentivo colare leggermente verso l’ano.
Prese un fazzoletto di carta, ma invece di darmelo, si chinò di nuovo. Con due dita allargò delicatamente le piccole labbra – le stesse che aveva descritto l’ultima volta come “leggermente più lunghe del normale” – ed iniziò a pulirmi. Il tessuto ruvido passò sul clitoride gonfio, poi scese lungo le pieghe interne, raccogliendo l’umidità con movimenti circolari lenti. Troppo lenti. Troppo insistenti. Ogni passaggio mi faceva contrarre i muscoli, e un altro piccolo ansito mi sfuggì.
“Quasi finito,” disse piano, ma non smise subito. Continuò per lunghi secondi, fino a quando non fui io a irrigidirmi tutta, mordendomi forte il labbro per non gemere apertamente.
Alla fine si alzò, si tolse i guanti e si sistemò il camice, cercando – senza riuscirci del tutto – di nascondere l’erezione ancora visibile. “Tutto regolare. Torna tra tre mesi per il prossimo controllo. E… se hai qualsiasi fastidio o curiosità, chiamami direttamente, va bene?”
Annuii, incapace di parlare. Mi rivestii con le gambe molli, le mutandine già bagnate prima ancora di infilarle. Mentre uscivo dallo studio, sentivo il suo sguardo sulla mia schiena, e tra le cosce un calore umido e pulsante che non accennava a spegnersi.
Camminando verso casa, con il vento che mi scompigliava i capelli, capii una cosa: sarei tornata. Non solo per il controllo. Ma perché una parte di me – quella che arrossiva e tremava – voleva rivivere esattamente quella sensazione di essere vista, toccata, dilatata, con quella calma indifferente che nascondeva qualcosa di molto più pericoloso. E la cosa peggiore era che non riuscivo più a fingere con me stessa che fosse solo imbarazzo. Era desiderio.


Ringrazio tutti i lettori che continuano a scriverci, facendoci complimenti e critiche costruttive sui nostri racconti.
Scusate se rispondo lentamente alle e-mail, ma solo oggi ne sono arrivate tantissime : tra saluti, racconti delle vostre esperienze e richieste di pubblicarle qui.
Vi ringrazio davvero tanto per chi voglia scrivermi: lascio qui la mia e-mail.
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2026-02-04
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