Sulla pelle di Eva Capitolo XII

di
genere
confessioni

Michele, il fratello di mio marito, era nato il 14 febbraio, proprio il giorno di San Valentino. Vista la sua condizione particolare, non aveva mai avuto una fidanzata con cui festeggiare la doppia ricorrenza, così, in uno slancio di generosità, da quando era venuto a vivere con noi mi ero proposta di fingermi la sua ragazza per una sera, come in un gioco di ruolo.
Aldo, all’inizio, era sembrato un po’ preoccupato, sapeva quanto il fratello fosse incapace di tenere a bada i propri istinti e pulsioni sopratutto se si parlava di donne. Dopo averlo rassicurato ero riuscita a convincerlo che non c’era nulla di male. Così era iniziata una tradizione un po’ particolare, che in quello strano menage a tre era stata portata avanti per anni. Non era mai successo nulla di grave. Tutto si riduceva a un’uscita, solitamente cinema e pizzeria, allo scambio di piccoli regali e a un casto bacio per concludere la serata. Ma dopo quello che era successo poco prima di Natale, quell’anno mi sentivo molto a disagio all’idea di dover tener fede al mio impegno.
Michele si era comportato bene, anzi forse, per un senso di colpa, dopo essere tornato dalla sua vacanza con la comunità, si era tenuto a una certa distanza. L’imbarazzo di entrambi, quando eravamo insieme, era palpabile. Persino Aldo si era accorto che qualcosa tra noi non andava e, quando ci aveva interrogato, avevamo entrambi cercato di sviare il discorso. Poi, nella settimana di San Valentino, fu proprio lui, mio marito, mentre eravamo a tavola, a chiederci , vista la ricorrenza, quali progetti avessimo per la festa degli innamorati.
Divenni rossa in viso. Pur cercando di nascondere l’imbarazzo, gli confessai che non avevo pensato a nulla, e suo fratello aggiunse che nemmeno lui ci pensava più. Aldo, anziché desistere, mi biasimò. L’affetto che provava per suo fratello, meno fortunato, lo spingeva a non volerlo deludere e a pretendere che nemmeno io facessi nulla per far calare la sua fiducia in noi.
Così, ignaro di ciò che era avvenuto tra me e Michele, fu lui a organizzarci la serata. La sera dopo ci comunicò il suo itinerario. Aveva prenotato un ristorante di lusso, noleggiato un’auto con autista e, per far contento il fratello che amava lo spazio e i suoi misteri, aveva aggiunto una visita al planetario. Lì, un professore di astrofisica piuttosto famoso per le sue numerose apparizioni in TV, proprio in occasione della festa degli amanti, spiegava il legame tra stelle, astrofisica, storia ed eros.
Michele, a sentir nominare il suo mito, si eccitò subito. Dopo aver abbracciato il fratello e me, disse che non vedeva l’ora che arrivasse il giorno del suo compleanno.
Il 14 arrivò prima che me ne potessi accorgere. Aldo manifestò il suo disappunto quando vide che non mi ero preparata a dovere per la serata. Per evitare equivoci sulla mia possibile disponibilità nei confronti di mio cognato, avevo scelto jeans, sneakers e maglione.
Gli altri anni, essendo maggiormente a mio agio, avevo sempre indossato abiti molto audaci, sempre in tema San Valentino. Mi sentivo al sicuro. Michele, nonostante non avesse mai fatto mistero di avere un debole per me, come lo aveva per tutte le belle donne, ed eccetto il recente incidente, si era sempre comportato bene e con rispetto verso di me e verso suo fratello, di cui ero la moglie. Ma dopo il Natale appena trascorso ero piena di ansia, non tanto per lui, per il fatto che ero incerta su la mia capacità di resistere agli istinti e il rischio di cedere agli eventi.
Vista l’insistenza di Aldo mi dovetti rassegnare, con aria mesta andai in camera a prepararmi, ci rimasi per più di un ora.
Quando tornai da mio marito, non fu del tutto lieto del mio cambiamento espresso attraverso i miei vestiti. Un po’ per senso di rivalsa verso l’uomo che mi costringeva a quell impegno, come se il mio abito fosse un affronto, forse per la mia natura esibizionista, non mi ero data limiti nello scegliere l’abito. Arrampicata sui tacchi vertiginosi delle mie Cuissardes nere scamosciate morbide, sopra il ginocchio, indossavo un abitino in tessuto stretch nero in pizzo semitrasparente, un tubino senza spalline che mi fasciava il corpo e lasciava poco all’immaginazione, se non fosse stato per i ricami strategicamente posizionati a coprire le aree più intime, mi avrebbe esposto del tutto, sotto, eccetto le calze autoreggenti, non indossavo altro che un microscopico perizoma nero.
Ci stavo un pò stretta dentro, era chiaramente una misura in meno di quella che sarebbe stata più adatta per calzare a pennello ,vorrei poter dire che si era trattato di un errore di taglia durante l’acquisto in una boutique del centro, ma la verità e che dopo le feste avevo messo su qualche chiletto cosi l’abbondanza delle mie forme, faticava a restare a suo posto sotto il tessuto.
Tenni duro mentre lui ,sosteneva che era eccessivo, non tanto per il fratello ma, perche qualcuno che conosceva poteva incontrarmi, Furiosa gli dissi che, se fossi tornata in camera a cambiarmi, non ne sarei più uscita e a cena fuori con il fratello ci sarebbe andato lui. Aldo mandò giù il boccone amaro e lasciò perdere, sapendo quanto fossi capace di seguire il mio intento.
Michele da canto suo non ebbe nulla da ridire ,si limitò a rimanere senza fiato nel vedermi.
L’autista dell auto noleggio fu puntuale, indossai il soprabito e senza nemmeno salutare mio marito, scesi le scale veloce seguita da mio cognato.
Michele non aveva detto una parola da quando eravamo saliti in auto, c’era un silenzio un po teso, come il silenzio prima che si sollevi il sipario al teatro. Lo sentivo rigido accanto a me, come se ogni muscolo del suo corpo fosse impegnato a non reagire a ciò che i suoi occhi vedevano. Non serviva guardarlo per capire cosa gli stesse succedendo dentro. Bastava ascoltare il suo respiro, quel ritmo che cambiava ogni volta che il mio soprabito si apriva anche solo di un soffio.
Era un respiro breve, trattenuto, quasi colpevole. Un tentativo maldestro di negare l’evidenza.
Io lo percepivo tutto. Non avevamo più veramente parlato, da quando era partito, ma quel silenzio diceva molte più cose di mille parole. Sentivo il suo desiderio crescere sotto la superficie, insieme al senso di colpa che cercava di soffocarlo. Era una tensione che gli attraversava lo sguardo, irrigidiva le spalle quando incontrava il mio e io cercavo di incatenarlo nei miei occhi, gli faceva stringere le mani sulle ginocchia come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa per non cedere, ma l’erezione dentro il velluto dei suoi pantaloni tradiva i suoi sentimenti.
Proprio quella lotta silenziosa, colpa e desiderio, mi eccitava più di ogni altra cosa.
Lasciai che il soprabito rimanesse aperto, come se fosse un gesto distratto. Mi mossi con lentezza, accavallando le gambe e poi sciogliendole, consapevole di quanto l’orlo dell’abito elasticizzato fosse già risalito oltre il limite della prudenza mostrando il mio intimo. Non avevo bisogno di guardarlo per sapere che aveva visto. Lo sentivo nel modo in cui il suo corpo reagiva, nel modo in cui cercava di voltarsi altrove senza riuscirci davvero per poi un attimo dopo tornare da me con lo sguardo.
Michele era intrappolato tra ciò che avrebbe dovuto provare e ciò che provava davvero. Ogni fibra del suo corpo gli chiedeva di guardarmi, mentre la sua coscienza, il suo senso di colpa, gli imponeva di resistere. Io lo osservavo di sfuggita, compiaciuta. Era evidente che stava perdendo terreno, che la sua volontà si incrinava ogni volta che mi muovevo, che respiravo lasciando che il mio petto appena nascosto sotto il pizzo del mio vestito si gonfiasse e dalle mie labbra uscisse appena percettibile un leggero sospiro più simile ad un fremito.
Non avevamo bisogno di parole. Bastava il modo in cui ogni volta lui tratteneva il fiato, il modo in cui il suo sguardo tornava sempre su di me, nonostante ogni tentativo di negarlo.
Sapere che c’era un estraneo a spiarci, l’autista, era ancora più eccitante, fino a farmi sentire padrona della situazione, padrona di lui, padrona di quel desiderio che cercava invano di nascondere.
Il mio corpo prese a scaldarsi, a mostrare i sintomi del mio stato, i capezzoli presero a mostrarsi con prepotenza irti sotto il tessuto che sembrava faticare nel compito di contenerli, potevo percepire il calore tra le mie cosce crescere, risalire dal ventre lungo il mio corpo, fino al volto, mentre la mia fantasia correva, pregustando quello che sarebbe potuto succedere quella sera, anche se mi ero riproposta di non cedere alla fame del demone che mi spingeva al desiderio.
Più rapidamente di quanto mi sarei attesa, già stavo abbandonando i miei buoni propositi.
A cena ,forse per il ristorante affollato, forse perché concentrati sul cibo squisito, la tensione tra di noi sembro calare.
Michele raccoglieva gli sguardi di invidia degli altri clienti per la giovane donna che lo accompagnava, su di me gli stessi sguardi erano di desiderio e lussuria e l’eccitazione in me che non mi aveva mai abbandonato continuò a crescere
Cominciai senza quasi accorgermene ,a giocare con lui come il gatto fa col topo , chiedendogli se gli piaceva quello che avevo indossato per lui, lo costrinsi a guardarmi.
Nei suoi occhi e nel nervosismo intriso nel sguardo lessi tutto il desiderio che Michele provava verso di me, verso ciò che rappresentavo qualcosa che voleva ardentemente e non poteva veramente avere.
Dopo la cena come previsto andammo al planetario, la presentazione fu un pò lunga ma devo ammettere interessante, Michele ne restò affascinato ,quasi si dimenticò di me, la cosa mi irritò un pochino.
Tornati a casa ,scoprii da un post-it lasciato sul frigo che Aldo aveva approfittato della serata libera, per svignarsela e raggiungere alcuni amici, per una partita a poker.
Trovai ironico che come finale del suo bigliettino, avesse scritto che ,in quel modo avevamo la casa tutta per noi per fare i piccioncini, visto che da li a poco le cose sarebbero andate proprio in quella direzione.
Michele mi aspettava in salotto, sul divano, sulle ginocchia teneva un pacchetto regalo, mi sentivo mortificata perchè io non gli avevo preso niente, di solito ero molto più premurosa e attenta, bastava fare un salto al GameStop e prendergli uno dei suoi videogiochi o un action figure, ma quella volta, forse sperando di evitare quella serata, me ne ero completamente dimenticata. Mi sedetti accanto a lui e abbracciandolo lo ringraziai.
Arrossii violentemente quando vidi il contenuto della scatola, era un completino intimo rosso come il fuoco, che non lasciava nulla in sospeso, mutandine, reggiseno e giarrettiera a cui andavano attaccate delle calze in tinta. Pochi centimetri di raso e pizzo ,fiocchi e lacci, qualcosa disegnato non per essere comodo ,ma per sedurre ed offrirsi in sacrificio. Lo guardai a lungo cercando le parole giuste, lo tenevo tra le dita come si tiene qualcosa che non si vuole davvero toccare. Il tessuto era morbido, quasi innocente eppure allo stesso tempo audace, sfrontato, persino volgare, e proprio per questo misto di emozioni che mi suscitava, mi metteva a disagio. Brillava appena per il raso che in parte lo componeva, sembrava fosse fatto non di tessuto ma, di aria e acqua, e mi sussurrava, come se avesse una sua volontà, invitandomi a lasciarmi andare, come se sapesse che una volta indossato avrebbe attirato sguardi che non ero pronta a sostenere, non ancora. Era un capo pensato per essere visto, non per essere portato con leggerezza. Un invito, una provocazione, una frase sibilata tra i denti, spinta fuori dall’aria calda soffiata non dai polmoni ma dallo stomaco, mentre il cuore pompa per l’eccitazione.
Sapevo che avrei dovuto metterlo. Non per compiacere qualcuno, non per vanità, ma per rimettere a posto un equilibrio che si era incrinato dopo gli eventi di Natale. Lui me l’aveva regalato con un sorriso che non riuscivo a decifrare, convinto che lo avrei accettato senza protestare. E io, che ho sempre avuto paura di perdere le persone, non potevo permettermi un altro silenzio sbagliato.
Sorrisi e lo ringraziai, passandogli una mano sul ginocchio che lui subito prese e baciò, poi fissando i suoi occhi nei miei mi chiesi se mi piaceva.
Per dargli prova del mio gradimento lo avvicinai al corpo, sopra al vestito ,senza ancora indossarlo, e sentii il calore salirmi alle guance. Non era solo imbarazzo. Era la consapevolezza di ciò che quel capo diceva di me, o meglio di ciò che temevo che gli altri potessero leggere. Una donna che si lascia guardare per non essere lasciata indietro. Una donna che accetta un dono consapevole di accettare un debito ad esso annesso.
Distolsi lo sguardo quando vidi in quello di mio cognato ciò che ancora non potevo accettare. Inspirai lentamente rassegnata, sapendo che qualcosa sarebbe stato preteso e concesso. Il tessuto mi scivolò tra le mani, come se pesasse un quintale. Avrei voluto lasciarlo cadere, dire che non mi serviva, che non avevo bisogno di dimostrare nulla. Ma la verità era più scomoda. Indossarlo significava riconoscere il torto, ma anche il desiderio di rimettere ordine, di riportare se possibile le cose tra noi a come erano prima di quel maledetto Natale.
Così, quando mi chiese di vedermelo addosso, da prima esitai, poi cedetti alla sua richiesta con un gesto che mi sembrò più intimo di quanto avrei voluto, iniziai a spogliarmi davanti a lui , li nel salotto di casa di mio marito e suo fratello.
Michele mi aveva gia visto altre volte nuda, la complicità che si era instaurata tra noi, il mio scarso senso del pudore, non permetteva alcuna privacy eppure in quel momento, una nuova ansia mi colse, come a trovarmi davanti non ci fosse più l’uomo che avevo imparato a conoscere ed a cui mi ero legata, qualcuno di cui potevo senza alcun dubbio dire che volevo bene, ma uno estraneo pieno di lussuria negli occhi a cui esaudire un desiderio.
Senza guardalo, nella penombra della stanza, con gesto lento e nervoso, mi tolsi gli stivali, a cui seguirono il vestito lasciandolo cadere sul pavimento sotto di me e dopo, dietro sua richiesta, essermi liberata anche delle calze e degli slip che avevo indossato quella sera per il nostro appuntamento a infilare il suo regalo, sperando che Michele non notasse il tremito delle mie dita.
Ma Michele sembrava troppo impegnato a cercare un indizio nel tassello umido del cavallo del mio perizoma che rigirava tra le dita, annusando l’aroma che emanava dal tessuto per accorgersi del mio disagio, quando fui pronta , schiarendomi la voce riaccesi la sua attenzione.
Mi guardò con un misto di meraviglia e devozione, come se si trovasse davanti ad un miracolo o ad un apparizione.
Quel suo sguardo mi turbava e lusingava allo stesso tempo, mi eccitava e mi faceva tremare di paura, perché gia sapevo quanto facile sarebbe stato arrendersi a lui.
Michele rimase a guardarmi a lungo in silenzio, mentre io restavo immobile, incapace di oppormi ai suoi sguardi lasciando che mi sfiorassero, mi penetrassero, scivolassero sul mio corpo indifeso.
Erano giorni che non mi prendevo cura della rasatura del mio pube e in parte i peli superavano i bordi delle mie mutandine, ma a lui sembrò piacere quella mia scarsa attenzione.
Prigioniera dei suoi comandi, docile e devota, non mi opposi quando mi chiese di voltarmi e piegarmi in avanti, afferrarmi le natiche e allargarle, cosi che potesse valutare dove la ricrescita era arrivata, in quella posizione umiliante, rossa in viso, con il fiato corto, provai a resistere mentre lui mi divorava con gli occhi sapendo, che la sottile striscia di tessuto che correva tra i miei glutei offriva poco riparo alle zone più intime del mio corpo. Rimasi immobile ,in attesa di qualcosa che mi sembrava inevitabile, ma poi quasi come a destarsi da un sogno si ricordò di qualcosa corse in camera sua lasciandomi confusa.
Rimasta sola, ripresi fiato andai a sedermi, le ginocchia non mi reggevano più e aspettai.
Quando Michele tornò, aveva negli occhi un’eccitazione quasi infantile e tra le mani un altro regalo. Questa volta il pacchetto era piccolo, rettangolare, avvolto in una carta nera lucida con un nastro dorato. Bastò guardarlo per capire che si trattava di un gioiello. E infatti, quando aprii l’astuccio, mi ritrovai tra le dita un braccialetto in oro bianco, con una pietra azzurra incastonata in un pendente. Azzurra come i miei occhi, disse lui sorridendo.
Quel regalo era così diverso da tutto ciò che avevo provato fino a pochi minuti prima. Così candido, così innocente, che mi colpì in un punto che non sapevo più difendere. La tensione si sciolse di colpo e lo abbracciai forte, quasi senza rendermene conto.
Mentre mi aiutava a chiuderlo al polso destro, mi confessò che aveva messo da parte i soldi per un anno intero. Che avrebbe voluto darmelo a Natale, ma poi c’era stato il nostro incidente, il suo viaggio con la comunità, quella sua timidezza ostinata che gli aveva sempre impedito di farsi avanti sapendo di avermi fatto un torto. Non importava. Importava che quel gesto, in quel momento, sembrava un modo per rimettere a posto qualcosa che si era incrinato tra noi. Un pegno di riparazione, quasi. Attraverso quel braccialetto io perdonavo lui, e lui perdonava me per non essere stata più forte di lui quando sarebbe servito.
Ero commossa, quasi alle lacrime. Ma quando gli confessai che non avevo preso nulla per lui, sentii il mondo scivolarmi sotto i piedi. Mi vergognai come una bambina colta in fallo.
Lui sorrise, come se non avesse importanza. Disse che il regalo più bello era stata la serata insieme. Poi aggiunse, con una calma che mi mise ancora più in difficoltà, che per onorare la festività e il giorno del suo compleanno avremmo dovuto concluderla come tradizione vuole tra innamorati. Con un gesto che suggellasse la nostra vicinanza, la nostra intimità, la nostra storia.
Non disse altro. Non serviva. Il peso di quelle parole mi rimase addosso, caldo e inevitabile.
Abbassai lo sguardo ,delusa, chinando la testa di lato fissando il vuoto davanti a me, gli chiesi cosa avesse in mente e per tutta risposta, Michele si mise in piedi, si disfò dei pantaloni e mostrandomi libera e vigorosa la sua erezione, mi rispose che lasciava a me la scelta.
Amareggiata gli dissi che lo avrei accontentato, lo feci sedere sulla poltrona di mio marito, in fondo era colpa di Aldo se ci ritrovavamo ancora e ancora in quella situazione mi inginocchiai tra le sue gambe. Mentre gattonavo verso di lui ,mi resi conto che quella era la prima volta che vedevo con chiarezza il sesso di mio cognato.
Era molto simile a quello del fratello, forse, facendo un paragone solo un pò più largo e con la punta meno esposta , forse per la minore pratica, di Aldo mentre i suoi testicoli, quelli no erano diversi, più pesanti pieni, segno che Michele aveva in se parecchio ardore da far venire fuori.
Avvicinai il mio viso al glande, senza osare toccarlo con le mani, lasciandomi guidare dal solo istinto, le narici si riempirono dell’odore di un uomo con una igiene incerta e trascurata eppure, quell’aroma era pieno ,invitante, afrodisiaco e fu facile accoglierlo tra le mie labbra, lasciarlo scivolare sulla mia lingua fino a riempire con il suo volume il vuoto del mio palato.
Stavo facendo scorrere la mia bocca lungo la sua asta da pochi minuti quando mio cognato, forse per l’emozione ,forse per l’inesperienza, venne riempiendomi la gola con il caldo frutto dei suoi lombi.
Rimasi paziente fino all’ultimo ,poi lentamente mi ritrassi, cercando in giro qualcosa in cui svuotare il contenuto della mia bocca ma, Michele tenendomi per le mani, mi supplicò di non farlo ,di dargli una prova d’amore e ingoiare il suo sperma.
Cosi feci e dopo aver deglutito anche l’ultima goccia spalancai la bocca per mostrargli quanto ero stata spudorata e ubbidiente.
Eccitato dalla mia disponibiltà mio cognato si lasciò completamente andare, con decisione mi spinse sul divano , dopo avermi spalancato le cosce, si accucciò tra di esse e ,con l’intento di restituirmi il favore, prese ,senza saper bene cosa fare ,a divorarmi il sesso.
Mi fu impossibile resistergli e dopo le prime proteste lo lasciai fare, per quanto fosse grezzo, rude, impreciso, inesperto riuscì ad accendermi a prepararmi e quando mi presentò il suo cazzo all’ingresso della mia fica, gonfia ,dilatata e fradicia ,non ebbi il coraggio ,la voglia di respingerlo , e in una resa incondizionata lo accolsi dentro di me.
Sotto il peso del suo corpo e la forza della sua passione, schiacciata tra il mio e il suo desiderio di carne e sangue, tra vergogna, impotenza, e divorata dalla libido, mi lasciai scopare.
Sentivo il suo sesso fondersi con il mio, invaderlo, riempirlo, dominandolo, gestendone le contrazioni e le reazioni.
Michele era rude, sgraziato, scoordinato, il dolore si alternava al piacere ogni volta che il suo cazzo affondava dentro di me ,amplificandone gli effetti.
Michele facendomi sua ,aveva messo da parte ogni riguardo, mi riempiva di insulti, chiamandomi Troia, vomitandomi addosso il suo giudizio per la mia condotta nei confronti suoi e di suo fratello mio marito. Avvinta, anche quello contribuiva al mio piacere, vittima e carnefice al contempo, per quanto potevo, seguivo il suo ritmo e gli davo indicazioni su come continuare.
Lui, forse per compiacermi o forse per vedere fino a che punto la mia natura potesse rivelarsi, fece a modo suo ciò che gli chiedevo. Tra un sospiro e un gemito ci perdemmo per più di un’ora, e sentii il mio ventre stringersi a ondate mentre l’orgasmo mi attraversava, violento e caldo, come non mi accadeva da tempo. Per tre volte lo sentii abbandonarsi dentro di me, riempirmi fino a farmi sentire colma, quasi traboccante, come se il mio corpo fosse un recipiente fatto apposta per accoglierlo. Poi, una quarta e ultima volta, fu il mio viso a ricevere il suo slancio finale, una sorta di sigillo, la firma segreta che chiuse quella notte di San Valentino e tutto ciò che avevamo tacitamente deciso di condividere.
Quando Aldo tornò dalla sua partita di poker, io e Michele eravamo nei nostri rispettivi letti, non si accorse di nulla, ne si lamentò quando dopo essersi infilato sotto le lenzuola cercò un contatto intimo che gli negai, anzi fu comprensivo, infondo, a suo dire mi aveva lasciata da sola la sera di San Valentino.
scritto il
2026-02-06
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