Viaggio di lavoro

di
genere
etero

L’afa di agosto era una coperta umida che appiccicava la pelle. Lorenzo strinse il volante, i nodi alle nocche bianchi sotto la luce del tramonto. Trentanove anni, una carriera costruita su ritmi serrati e schermi luminosi, e ora si trovava a inseguire un guasto verso la campagna più brulla del Salento. Accanto a lui, Chiara cercava refrigerio nell’aria condizionata, ma l’impianto sembrava aver perso la battaglia contro il sole esterno.
Lorenzo le lanciò un’occhiata rapida. Ventiquattro anni, fresca di laurea, un’intelligenza acuta dietro quegli spessi occhiali da vista. Indossava una camicetta di lino leggera, aperta sul primo bottone per il caldo, e la gonna strettissima che si era arrotolata sulle cosce scoprendo la pelle abbronzata. Non era il suo tipo. Troppo giovane. Troppo complicata. E poi, c’era la regola d’oro: non si mischiava il business con il piacere. O almeno, così aveva sempre creduto.
Ma la strada verso Ostuni, un serpentone di ulivi e muretti a secco che sfidavano il vuoto, gli stava giocando un brutto scherzo. Ogni curva, ogni sussulto dell’auto faceva oscillare il corpo di Chiara, il profumo dolce della sua crema solare mescolato al sudore.
Arrivarono al tramonto alla "Masseria della Valle". Una struttura di pietra bianca che pareva scavata nella collina, una vecchia padrona che gesticolava solo in dialetto salentino stretto e li condusse, tra sorrisi e gesti teatrali, verso una stanza al primo piano. Quando la porta si aprì, il silenzio cadde come una mannaia. Un solo letto matrimoniale grande, coperto da lenzuola di lino ingiallite dal tempo.
Lorenzo si fermò sulla soglia. «C’è stato un errore di prenotazione,» disse, ma la voce gli uscì roca.
«Tu prendi il letto. Io dormo sulla poltrona.»
«Non ha senso,» rispose lei, poggiando la valigetta sul pavimento di cotto. «Facciamo a turno... o condividiamo. Siamo adulti, Lorenzo.»
Adulti. La parola rimase sospesa nell’aria calda della stanza. Lui guardò la mano di lei che si posava sul lenzuolo, le dita affusolate che accarezzavano la tessitura ruvida. Sapepeva, con quella certezza assoluta che a volte spaventava, che quella notte sarebbe stata un bivio.

«Vado a farmi una doccia,» disse lui, cercando di normalizzare il battito accelerato che gli premeva sulla gola. «Così ti lascio l’acqua già calda.»
Chiara annuì, sedendosi sul bordo del letto. Le gambe incrociate, la gonna che saliva di pochi centimetri, rivelando una sfumatura di pelle più chiara sulla parte interna della coscia. Quando Lorenzo entrò in bagno e chiuse la porta, sentì il clic del chiavistolo, ma non scattò del tutto. Un difetto meccanico, minuscolo, che lasciava una fessura larga un dito.
L'acqua iniziò a scorrere con un sordo ritmo contro le piastrelle. Chiara non aveva intenzione di guardare. Davvero. Si passò una mano tra i capelli, sfidando il calore che le saliva sul collo. Ma un rumore, un tonfo sordo la spinse a voltarsi. La fessura della porta era un quadro vivido, un dipinto in movimento di vapore e pelle.
Attraverso la nebbia del bagno, vide Lorenzo. La schiena larga, i muscoli del dorso che si contraevano mentre si insaponava i capelli grigi. L’acqua scivolava lungo la colonna vertebrale, tra le scapole, per poi perdersi nella curva dei reni. E poi, più in basso, qualcosa che la inchiodò al letto. Il membro di lui, era un’appendice imponente, scuro, che pendeva pesante tra le cosce muscolose. Non corrispondeva all'uomo compassato che saliva le scale in ufficio. Chiara trattenne il fiato, incapace di distogliere lo sguardo da quella verga che sembrava pulsare in sincronia con il suo cuore. Il suo corpo reagì prima della mente: un calore improvviso tra le cosce, un battito irregolare che le rombava nelle tempie. Si morse il labbro inferiore, sentendo il sangue affluirle alle guance.

Quando toccò a lei, Lorenzo cercò rifugio nella falsa sicurezza della scrivania. Si sedette, accese la lampada da tavolo e aprì il portatile. Ma appena sentì l'acqua scorrere, i suoi occhi lo tradirono. La porta, di nuovo, non chiudeva bene.
Vide il profilo di Chiara attraverso lo specchio appannato. Si stava lavando con i movimenti lenti di chi ha tutto il tempo del mondo. I capelli scuri e bagnati che le incorniciavano il viso tondo. Vide la curva dolce del seno, ancora giovane e sodo, il modo in cui l'acqua e le gocce scivolavano lungo la schiena sottile, disegnando il solco della colonna vertebrale. E poi, per un attimo, mentre lei si piegava per raccogliere il sapone, vide il triangolo del pube, appena ombreggiato da una leggera peluria scura.
Il corpo di Lorenzo reagì con una violenza che lo spaventò. Un’erezione rapida, dolorosa, un rigonfiamento che premeva contro il tessuto rigido dei pantaloni. Si chinò in avanti sulla sedia, cercando di nascondersi, di proteggere la sua dignità di capo. Si sentì un ragazzino, non un uomo d'affari. La vergogna bruciava sul suo volto, mescolata a una fame vorace e primitiva che non aveva nome.

Riuscirono a evitarsi per un'ora, fingendo di lavorare o di leggere, finché il buio fuori dalla finestra non li costrinse a confrontarsi. Chiara era avvolta in un asciugamano di spugna, lui in un accappatoio bianco che gli arrivava a metà coscia.
«Hai un pigiama?» chiese Lorenzo, la voce che tentava di suonare neutrale, ma che vibrava leggermente.
«No… di solito dormo in intimo. Tu?»
Lorenzo esitò. Sentì l'asciugamano scivolare sulla sua pelle ruvida.
«Io… nudo.»
Si scambiarono un’occhiata. Non c’era modo di fingere.
Si infilarono sotto le lenzuola di lino ruvido, mantenendo una distanza di sicurezza, come se la semplicità di quel tessuto potesse fermare l'ondata di desiderio che li minacciava. Ma il buio della stanza, rotto solo da un filo di luna che filtrava tra le persiane socchiuse, rendeva ogni distanza futile.
«Domani dobbiamo sistemare quel bug entro le undici, altrimenti il proprietario ci serve in tavola come antipasto,» disse Lorenzo per rompere il ghiaccio, la voce bassa che echeggiava nella stanza.
«Figurati, con quelle galline rachitiche?» ribatte lei, e sentì il sorrisio nel buio. «Al massimo ci fa un brodo leggero.»
Lorenzo rise sommessamente, un suono rauco che risonò nel petto di lei. «Dipende da quanto siamo saporiti…»
Le parole di lui posero un fuoco tra le gambe di lei. Chiara si voltò sulla schiena, fissando il soffitto buio. Non era mai stata attratta dagli uomini più grandi. Troppo complicati. Lei viveva in un mondo di prestazioni veloci, di fidanzati affettuosi e notti clandestine. Ma il ricordo di quel membro enorme visto nella penombra del bagno le aveva lasciato una marca indelebile. Era come un oggetto del desiderio che la attraversa da parte a parte.
Il silenzio che seguì era carico di ogni cosa non detta tra l'ora di pranzo e quel momento. Chiara sentì il cuore martellare nelle orecchie. Non aveva mai osato spingersi così oltre. Era il capo. Ma in quel buio, le etichette dell'ufficio si stavano dissolvendo, lascando spazio solo a due corpi e al bisogno disperato di connettersi.

Si mosse senza preavviso. La sua mano scivolò oltre il confine invisibile del lenzuolo. Le dita affusolate sfiorarono l'addome piatto di Lorenzo, percorso da quella leggera peluria grigia, e poi scesero più in basso. Il contatto fu caldo, bruciante. Il suo membro era teso, duro, vibrante, un'asta di carne viva che reagì al suo tocco con un tremito involontario.
«Oddio! Scusa, scusa… non volevo…» balbettò Chiara, ritraendo la mano come se avesse toccato un braciere. Si portò le mani al viso, coprendosi, sentendo la pelle del viso in fiamme nonostante l'oscurità.
«Tranquilla… non fa niente,» rispose Lorenzo, la voce roca, cercando di controllare il respiro affannoso. Ma il suo corpo tradiva la sua mente. L'erezione era diventata dolorosa, una pulsazione che chiedeva soccorso.
Seguì un silenzio denso, rotto solo dal respiro affannoso di entrambi. Poi, la voce di lei, appena un sussurro: «Scusami ancora… È che… è talmente grande che era difficile non...»
Appena pronunciate le parole, Chiara desiderò inghiottirle. Si morse il labbro, gli occhi spalancati nel buio, certa di aver oltrepassato ogni limite della decenza.
Ma Lorenzo, invece di irrigidirsi o rimproverarla, lasciò sfuggire una risata sommessa, appena accennata. Era una risata liberatoria, la rinuncia al controllo. «Se continui a parlare così, Chiara… diventerà ancora più grande,» disse, e le parole erano cariche di un doppiosenso che fece brillare i suoi occhi nella penombra.
La frase agì come una scintilla. Chiara sentì un’ondata di calore salirle dal petto allo stomaco, un'anticipazione che le faceva formicolare la pelle. Si voltò verso di lui, il respiro accelerato che si mescolava al suo. «Quanto… quanto più grande può diventare?» chiese, la voce rotta, carica di una sfida timida, quasi infantile. «Di più di quello che ho… visto?»
Lorenzo non si mosse per un istante. La mano di lei era ancora vicina, sospesa nell'aria tra i loro corpi. Poi, fece l'unico movimento possibile. Allontanò il lenzuolo che li separava, rivelando la sua nudità alla luce lunare.
«Scoprilo» disse semplicemente.
E lì, alla luce tenue e argente della luna, Chiara lo vide. Non più velato dal vapore o dalla fessura di una porta. Reale. Esposto. Potente. La peluria grigia che scendeva verso l'ombra del pube, e quel membro che si ergeva maestoso, una colonna di marmo vivo che sfidava la gravità.
Il respiro di lei si fermò. Poi, con un movimento lento, quasi rituale, allungò una mano.
E questa volta, non si scusò.
Le dita di Chiara si chiuserono attorno all'asta calda. Era un contrasto sorprendente: la sua pelle morbida e fresca contro la durezza ardente di lui. Lorenzo emise un sussulto, un gemito trattenuto che fece vibrare il letto. «Non hai idea di cosa stai facendo, bambina» sussurrò lui, ma c'era poca rimostranza nella sua voce.
«Guidami» rispose lei, e l'ordine fu secco, tagliente.
Le sue mani, apparentemente così innocenti, iniziarono a muoversi con una sicurezza che non sapeva di possedere. Un su e giù lento, una pressione ritmica che fece inarcare la schiena di Lorenzo contro il letto. Poi, senza preavviso, la bocca di Chiara si abbassò.
La lingua calda e umida avvolse la cappella, un bacio bagnato che fece tremare le cosce di lui. Le labbra socchiuse accolsero la punta, poi scesero lungo l'asta, raccogliendo il sapore salato della pelle e la goccia che già perlava il glande. Lorenzo affondò le dita nei capelli di lei per guidarla, per incitare quella discesa verso il piacere.
Chiara lo prese in bocca, sentendo il membro riempirla, toccare la gola, sentiva che pulsava tra le sue labbra. Il ritmo si fece più intenso. I suoni del suo succhiare si mischiarono ai gemiti profondi di lui, un coro di eccitazione che riempì la stanza. Le mani gli stringevano i testicoli, massaggiandoli con una leggerezza che gli fece vedere stelle.
«Così…» ansimò lui, la voce spezzata. «Così…»

Chiara si sollevò di colpo. I suoi occhi brillavano di una fame animalesca. Senza dire una parola, si posizionò a cavalcioni sul suo viso, le ginocchia ai lati delle spalle, le gambe oscenamente divaricate. La sua vulva, gonfia, lucente, palpitante, era a pochi centimetri dalla bocca di Lorenzo. L'odore dolce, indescrivibilmente umano, lo avvolse come una droga potente.
«Ti prego…» sospirò lei, il respiro spezzato, le mani che affondavano nel cuscino per sostenersi. «Leccamela. Non ce la faccio più.»
Lorenzo fissò quella carne proibita. La vide aprirsi come un fiore notturno, le piccole labbra che si gonfiavano, il clitoride che emergeva timidamente. Mille voci nella sua testa gli urlavano di fermarsi, di ricordarsi chi era, di quali sarebbero state le conseguenze.
Ma poi, la lingua scattò in avanti. Non era una scelta consapevole; fu un istinto. Leccò quel frutto proibito con una furia che non sapeva di avere. Partì dalle labbra, scivolò lungo la fessura, succhiò il clitoride con movimenti circolari rapidi.
Chiara emise un grido soffocato, un suono strano che si trasformò quasi subito in un lamento di puro abbandono. Le sue ginocchia cedettero, il peso del suo corpo affondò sul viso di lui, schiacciandolo contro il materasso. Lorenzo non si fermò. La sua bocca divenne un'arma, le sue dita affondarono nella carne bagnata, aprendola, esplorando ogni centimetro.
«Ah! Sì… lì… lì…» urlò lei, le mani che strappavano i capelli di lui, il bacino che dondolava in ritmi convulsi.
I sensi si confondevano: il sapore aspro e dolce dei suoi umori, la consistenza della sua eccitazione, il calore che bruciava la sua bocca. Chiara impazziva. I suoi movimenti divennero frenetici, sfregando la vulva contro la bocca di lui, inseguendo un piacere che si faceva sempre più vicino, un'onda che si alzava dal bacino e le prendeva la testa.
«Lorenzo! Sto… sto venendo!»
Le parole furono il detonatore. Lei inarcò la schiena, le cosce strinsero la testa di lui come in una morsa fatale. Un sussulto la scosse dall'alto in basso, un tremore violento. Lorenzo sentì la sua bocca inondarsi di un liquido caldo e denso, che colò a coprirgli il viso, il naso, il mento.
Chiara gridò, un suono liberatorio che si perse notte pugliese. Il suo corpo si sciolse in una serie di spasmi, poi crollò in avanti, affannato, tremante come una foglia.
Lorenzo la prese tra le braccia, sollevandola come se non pesasse nulla, e la adagiò accanto a sé. La stanza era ora immersa in un silenzio profondo, rotto solo dal loro respiro che cercava di tornare normale. Le lenzuola erano un groviglio disordinato, intrise di sudore e di sesso.
Chiara si voltò verso di lui. I suoi occhi erano vitrei, lucidi di un'emozione recente e potente.
«Non avrei mai pensato…» sussurrò, portando una mano al petto, sopra il cuore. «Che potesse essere così… che tu potessi essere… questo.»
Lorenzo le baciò la fronte, il sapore di lei ancora sulle labbra. «Nemmeno io» ammise. «E forse è per questo che è successo.»
Si sdraiarono all'indietro, l'uno contro l'altra, le gambe intrecciate, le mani che si cercavano nel buio. Non c'era più imbarazzo. C'era solo la consapevolezza che da domani mattina nulla sarebbe stato come prima.

Il sole entrò dalla finestra la mattina dopo, accecante e crudele, ma né Lorenzo né Chiara avevano paura di affrontarlo. C'era un bug da sistemare. E c'era una nuova dinamica da decifrare, un codice scritto nel buio della notte precedente. E mentre affrontavano la strada per il centro, i loro sguardi s'incontrarono, carichi di una complicità silenziosa che non richiedeva parole. Una promessa non detta, un accordo siglato con il corpo.
E mentre dal cliente Chiara digitava freneticamente sul suo portatile, Lorenzo la osservava, pensieri torbidi ma elettrizzanti che gli affollavano la mente. Sapeva che non sarebbe stata l'ultima volta. Quella notte era stata un seme, e ora guardando la curva del suo collo mentre lei si concentrava, sapeva che quel seme era già germogliato.

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scritto il
2026-02-05
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