Il passeggero del treno
di
Luisa Damore
genere
voyeur
l treno regionale scivolava lungo i binari con un ritmo lento e cadenzato, il paesaggio fuori dai finestrini sfocato dal velo sottile della pioggia autunnale. L’interno del vagone era tiepido, illuminato da una luce giallognola che si rifletteva sulle superfici lucide dei sedili in vinile rosso scuro, leggermente consumati dal tempo. L’odore di caffè stantio e di umidità si mescolava a quello più pungente del metallo surriscaldato, mentre il rumore delle ruote sulle rotaie creava una cadenza ipnotica, quasi un invito a rilassarsi, a lasciarsi trasportare.
Lui era seduto vicino al finestrino, le gambe leggermente divaricate, le dita che tamburellavano distrattamente sullo schermo del telefono. Indossava un maglione grigio scuro, leggermente sformato, che aderiva appena alle spalle larghe, e un paio di jeans neri che lasciavano intravedere il contorno delle cosce muscolose. Aveva i capelli castani, leggermente spettinati, e una barba corta che gli incorniciava la mascella squadrata. Non era particolarmente attraente, ma c’era qualcosa nel suo porto—nella maniera in cui occupava lo spazio, come se fosse abituato a essere osservato—che attirava gli sguardi fugaci delle altre passeggeri. Nonostante ciò, sembrava immerso nei suoi pensieri, lo sguardo perso oltre il vetro appannato, come se stesse aspettando qualcosa. O qualcuno.
La porta del vagone si aprì con un sibilo pneumatico, e una folata d’aria fresca portò con sé il profumo dolce e avvolgente di un profumo floreale, con una nota speziata che si insinuava nelle narici. Lei entrò con passo sicuro, i tacchi alti che battevano sul pavimento con un ritmo sensuale, quasi provocatorio. Indossava un trench beige, leggermente aperto sul davanti, che le scendeva fino a metà coscia, nascondendo e allo stesso tempo suggerendo le curve generose del suo corpo. I capelli, biondi e lunghi fino alle spalle, erano raccolti in un morbido chignon disordinato, da cui sfuggivano ciocche ribelli che le sfioravano il collo. Le labbra, carnose e dipinte di un rosso scuro, si incurvarono in un sorriso appena accennato quando i suoi occhi—verdi, intensi, quasi ipnotici—incrociarono quelli dell’uomo seduto vicino al finestrino.
Non esitò. Si diresse proprio verso di lui, i fianchi che oscillavano con una grazia naturale, come se ogni movimento fosse studiato per attirare l’attenzione. Quando gli fu davanti, si fermò per un istante, abbastanza a lungo perché lui alzasse lo sguardo dal telefono, e poi si sedette sul sedile accanto al suo, lasciando cadere la borsa di pelle nera sul pavimento con un tonfo sordo. Il trench si aprì appena, rivelando un abito attillato color Bordeaux che aderiva al suo corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto il seno pieno, la vita stretta e le gambe lunghe e snelle, incrociate con eleganza.
Lui deglutì, sentendo un calore improvviso diffondersi nello stomaco. Non era abituato a essere avvicinato in quel modo, soprattutto da una donna così sicura di sé. Le lanciò un’occhiata di sbieco, cercando di mantenere un’espressione neutra, ma i suoi occhi tradirono la curiosità, scivolando per un attimo sulle gambe di lei, sulle curve che l’abito faticava a contenere. Lei se ne accorse. Ovviamente. E un sorrisetto compiaciuto le incurvò le labbra mentre si sistemava sul sedile, allungando una gamba in modo che la stoffa dell’abito si tendesse ancora di più sul ginocchio, quasi a rischio di strapparsi.
Il treno sobbalzò leggermente, e lei approfittò del movimento per lasciare che il trench scivolasse giù dalle spalle, rivelando le spalle nude e la scollatura profonda dell’abito. Non disse una parola. Non ce n’era bisogno. Lo sguardo che gli lanciò era più che sufficientemente eloquente: un misto di sfida e invito, come se stesse aspettando che lui facesse la prima mossa. Ma lui rimase immobile, le dita ora ferme sul telefono, il respiro appena più affrettato.
Lei sospirò, come se fosse delusa dalla sua mancanza di iniziativa, e poi, con una lentezza calcolata, portò le mani al colletto dell’abito. Le dita, affusolate e con le unghie laccate di un rosso scuro che rispecchiava il colore delle labbra, iniziarono a slacciare i bottoni uno a uno. Il primo si aprì, rivelando un accenno di pelle chiara e setosa. Il secondo seguì, e poi il terzo, fino a quando l’abito non si divise in due, scoprendo un reggiseno di pizzo nero che a malapena conteneva i seni pieni, il cui peso li faceva oscillare leggermente ad ogni suo movimento.
Lui trattenne il fiato. Non poteva fare a meno di guardare. Il vagone era quasi vuoto—solo qualche passeggero distratto in fondo, troppo lontano per notare cosa stava accadendo—butta lì, in quel momento, sembrava che il mondo si fosse ristretto a loro due. Lei continuò a slacciare l’abito, fino a quando non fu completamente aperto, e poi lo lasciò scivolare giù dalle spalle, rivelando il corpo avvolto solo dal reggiseno e da un paio di mutandine dello stesso pizzo nero, così sottili da lasciar intravedere l’ombra scura del pube.
Non si fermò lì. Con un movimento fluido, si alzò in piedi, lasciando che l’abito cadesse ai suoi piedi in un ammasso di stoffa scura. Ora era in piedi davanti a lui, a meno di un metro di distanza, vestita solo di lingerie. Lui sentì il sangue pulsargli nelle tempie, lo sguardo incollato al suo corpo, alle curve sinuose, alla pelle liscia che sembrava invitare al tocco. Lei si voltò leggermente, come per dargli una vista migliore del suo profilo, e poi, con un gesto teatrale, sfilò le spalline del reggiseno, lasciando che i seni cadessero liberi, pesanti e rotondi, con i capezzoli già duri per l’eccitazione.
Un gemito sommesso sfuggì dalle labbra di lui, ma lei lo ignorò, troppo occupata a godersi la sua reazione. Si passò una mano sul ventre piatto, scendendo sempre più giù, fino a quando le dita non si insinuarono sotto l’elastico delle mutandine. Non si tolse nemmeno quelle. Si limitò a spostare il tessuto di lato, rivelando il sesso depilato e umido, le labbra già gonfie di desiderio.
Lui era paralizzato. Non osava muoversi, non osava nemmeno respirare troppo forte, come se qualsiasi movimento potesse rompere l’incantesimo. Lei, invece, sembrava completamente a suo agio, come se fosse la cosa più naturale del mondo masturbarsi davanti a uno sconosciuto su un treno in movimento. Le dita iniziarono a muoversi in cerchi lenti sul clitoride, mentre con l’altra mano si massaggiava un seno, pizzicando il capezzolo tra pollice e indice con una pressione che doveva essere quasi dolorosa, a giudicare dal modo in cui il suo respiro si faceva sempre più affannoso.
Un suono umido riempì l’aria—le sue dita che scivolavano tra le pieghe bagnate del suo sesso, il ritmo che aumentava man mano che il piacere cresceva. Lei chiuse gli occhi per un istante, la bocca semiaperta, le labbra lucide di saliva. Poi li riaprì, fissando lui con uno sguardo così intenso che sembrò trapassarlo. Non disse nulla, ma il messaggio era chiaro: Guarda. Goditi lo spettacolo.
E lui obbedì. Non poteva fare altro. I suoi occhi erano incollati alle dita di lei, che ora si muovevano più velocemente, affondando dentro di sé con colpi brevi e decisi, mentre il pollice continuava a stimolare il clitoride in cerchi sempre più stretti. Un rossore si diffuse sul suo petto, risalendo verso il collo, mentre il suo respiro diventava un ansito continuo. Le gambe le tremavano leggermente, i muscoli delle cosce che si contraevano ad ogni spinta delle dita dentro di sé.
Un gemito basso e gutturale le sfuggì dalle labbra, e lei si morse il labbro inferiore, gli occhi che si socchiudevano per il piacere. Lui sentì il proprio membro indurirsi dolorosamente contro la cucitura dei jeans, il desiderio che gli bruciava nelle vene. Avrebbe voluto toccarla. Avrebbe voluto essere lui a farle quello che stava facendo a sé stessa. Ma rimase immobile, le mani strette a pugno sulle cosce, come se si stesse trattenendo dal fare qualcosa di irreparabile.
Lei emise un suono strozzato, il corpo che si irrigidiva mentre l’orgasmo la travolgeva. Le dita affondarono dentro di sé un’ultima volta, poi si fermarono, tremanti, mentre onde di piacere la percorrevano dalla testa ai piedi. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente, i seni che oscillavano ad ogni respiro affannoso. Quando finalmente riaprì gli occhi, lo sguardo che gli rivolse era appagato, trionfante, come se avesse appena vinto una sfida che lui nemmno sapeva di stare giocando.
Si sistemò le mutandine con un gesto lento, quasi pigro, poi si chinò a raccogliere l’abito da terra, muovendosi con una grazia felina che sembrava quasi una provocazione. Mentre si rivestiva, lui non distolse lo sguardo, seguendo ogni movimento, ogni curva che scompariva sotto la stoffa. Quando ebbe finito, si sedette di nuovo accanto a lui, come se nulla fosse successo. Il treno nel frattempo aveva rallentato, avvicinandosi a una stazione, e lei si voltò verso di lui, il sorriso tornato sulle labbra.
«Scendi qui?» chiese, la voce bassa e roca, ancora alterata dal piacere.
Lui scosse la testa, incapace di parlare.
Lei si alzò, aggiustandosi il trench sulle spalle con un gesto elegante. «Peccato», mormorò, prima di dirigersi verso l’uscita, i tacchi che risuonavano sul pavimento come un conteggio alla rovescia. Lui la guardò andare via, il corpo ancora teso, il desiderio insoddisfatto che gli bruciava dentro. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, si accasciò contro lo schienale del sedile, il fiato corto, le mani che tremavano.
Fu solo allora che si rese conto di non averle nemmeno chiesto il nome.
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Io sono Luisa Damore, 27 anni, e sono una scrittrice di erotismo.
Il mio libro è "Dentro di me Deluxe", e se ti piace come scrivo, è disponibile su Amazon
Lui era seduto vicino al finestrino, le gambe leggermente divaricate, le dita che tamburellavano distrattamente sullo schermo del telefono. Indossava un maglione grigio scuro, leggermente sformato, che aderiva appena alle spalle larghe, e un paio di jeans neri che lasciavano intravedere il contorno delle cosce muscolose. Aveva i capelli castani, leggermente spettinati, e una barba corta che gli incorniciava la mascella squadrata. Non era particolarmente attraente, ma c’era qualcosa nel suo porto—nella maniera in cui occupava lo spazio, come se fosse abituato a essere osservato—che attirava gli sguardi fugaci delle altre passeggeri. Nonostante ciò, sembrava immerso nei suoi pensieri, lo sguardo perso oltre il vetro appannato, come se stesse aspettando qualcosa. O qualcuno.
La porta del vagone si aprì con un sibilo pneumatico, e una folata d’aria fresca portò con sé il profumo dolce e avvolgente di un profumo floreale, con una nota speziata che si insinuava nelle narici. Lei entrò con passo sicuro, i tacchi alti che battevano sul pavimento con un ritmo sensuale, quasi provocatorio. Indossava un trench beige, leggermente aperto sul davanti, che le scendeva fino a metà coscia, nascondendo e allo stesso tempo suggerendo le curve generose del suo corpo. I capelli, biondi e lunghi fino alle spalle, erano raccolti in un morbido chignon disordinato, da cui sfuggivano ciocche ribelli che le sfioravano il collo. Le labbra, carnose e dipinte di un rosso scuro, si incurvarono in un sorriso appena accennato quando i suoi occhi—verdi, intensi, quasi ipnotici—incrociarono quelli dell’uomo seduto vicino al finestrino.
Non esitò. Si diresse proprio verso di lui, i fianchi che oscillavano con una grazia naturale, come se ogni movimento fosse studiato per attirare l’attenzione. Quando gli fu davanti, si fermò per un istante, abbastanza a lungo perché lui alzasse lo sguardo dal telefono, e poi si sedette sul sedile accanto al suo, lasciando cadere la borsa di pelle nera sul pavimento con un tonfo sordo. Il trench si aprì appena, rivelando un abito attillato color Bordeaux che aderiva al suo corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto il seno pieno, la vita stretta e le gambe lunghe e snelle, incrociate con eleganza.
Lui deglutì, sentendo un calore improvviso diffondersi nello stomaco. Non era abituato a essere avvicinato in quel modo, soprattutto da una donna così sicura di sé. Le lanciò un’occhiata di sbieco, cercando di mantenere un’espressione neutra, ma i suoi occhi tradirono la curiosità, scivolando per un attimo sulle gambe di lei, sulle curve che l’abito faticava a contenere. Lei se ne accorse. Ovviamente. E un sorrisetto compiaciuto le incurvò le labbra mentre si sistemava sul sedile, allungando una gamba in modo che la stoffa dell’abito si tendesse ancora di più sul ginocchio, quasi a rischio di strapparsi.
Il treno sobbalzò leggermente, e lei approfittò del movimento per lasciare che il trench scivolasse giù dalle spalle, rivelando le spalle nude e la scollatura profonda dell’abito. Non disse una parola. Non ce n’era bisogno. Lo sguardo che gli lanciò era più che sufficientemente eloquente: un misto di sfida e invito, come se stesse aspettando che lui facesse la prima mossa. Ma lui rimase immobile, le dita ora ferme sul telefono, il respiro appena più affrettato.
Lei sospirò, come se fosse delusa dalla sua mancanza di iniziativa, e poi, con una lentezza calcolata, portò le mani al colletto dell’abito. Le dita, affusolate e con le unghie laccate di un rosso scuro che rispecchiava il colore delle labbra, iniziarono a slacciare i bottoni uno a uno. Il primo si aprì, rivelando un accenno di pelle chiara e setosa. Il secondo seguì, e poi il terzo, fino a quando l’abito non si divise in due, scoprendo un reggiseno di pizzo nero che a malapena conteneva i seni pieni, il cui peso li faceva oscillare leggermente ad ogni suo movimento.
Lui trattenne il fiato. Non poteva fare a meno di guardare. Il vagone era quasi vuoto—solo qualche passeggero distratto in fondo, troppo lontano per notare cosa stava accadendo—butta lì, in quel momento, sembrava che il mondo si fosse ristretto a loro due. Lei continuò a slacciare l’abito, fino a quando non fu completamente aperto, e poi lo lasciò scivolare giù dalle spalle, rivelando il corpo avvolto solo dal reggiseno e da un paio di mutandine dello stesso pizzo nero, così sottili da lasciar intravedere l’ombra scura del pube.
Non si fermò lì. Con un movimento fluido, si alzò in piedi, lasciando che l’abito cadesse ai suoi piedi in un ammasso di stoffa scura. Ora era in piedi davanti a lui, a meno di un metro di distanza, vestita solo di lingerie. Lui sentì il sangue pulsargli nelle tempie, lo sguardo incollato al suo corpo, alle curve sinuose, alla pelle liscia che sembrava invitare al tocco. Lei si voltò leggermente, come per dargli una vista migliore del suo profilo, e poi, con un gesto teatrale, sfilò le spalline del reggiseno, lasciando che i seni cadessero liberi, pesanti e rotondi, con i capezzoli già duri per l’eccitazione.
Un gemito sommesso sfuggì dalle labbra di lui, ma lei lo ignorò, troppo occupata a godersi la sua reazione. Si passò una mano sul ventre piatto, scendendo sempre più giù, fino a quando le dita non si insinuarono sotto l’elastico delle mutandine. Non si tolse nemmeno quelle. Si limitò a spostare il tessuto di lato, rivelando il sesso depilato e umido, le labbra già gonfie di desiderio.
Lui era paralizzato. Non osava muoversi, non osava nemmeno respirare troppo forte, come se qualsiasi movimento potesse rompere l’incantesimo. Lei, invece, sembrava completamente a suo agio, come se fosse la cosa più naturale del mondo masturbarsi davanti a uno sconosciuto su un treno in movimento. Le dita iniziarono a muoversi in cerchi lenti sul clitoride, mentre con l’altra mano si massaggiava un seno, pizzicando il capezzolo tra pollice e indice con una pressione che doveva essere quasi dolorosa, a giudicare dal modo in cui il suo respiro si faceva sempre più affannoso.
Un suono umido riempì l’aria—le sue dita che scivolavano tra le pieghe bagnate del suo sesso, il ritmo che aumentava man mano che il piacere cresceva. Lei chiuse gli occhi per un istante, la bocca semiaperta, le labbra lucide di saliva. Poi li riaprì, fissando lui con uno sguardo così intenso che sembrò trapassarlo. Non disse nulla, ma il messaggio era chiaro: Guarda. Goditi lo spettacolo.
E lui obbedì. Non poteva fare altro. I suoi occhi erano incollati alle dita di lei, che ora si muovevano più velocemente, affondando dentro di sé con colpi brevi e decisi, mentre il pollice continuava a stimolare il clitoride in cerchi sempre più stretti. Un rossore si diffuse sul suo petto, risalendo verso il collo, mentre il suo respiro diventava un ansito continuo. Le gambe le tremavano leggermente, i muscoli delle cosce che si contraevano ad ogni spinta delle dita dentro di sé.
Un gemito basso e gutturale le sfuggì dalle labbra, e lei si morse il labbro inferiore, gli occhi che si socchiudevano per il piacere. Lui sentì il proprio membro indurirsi dolorosamente contro la cucitura dei jeans, il desiderio che gli bruciava nelle vene. Avrebbe voluto toccarla. Avrebbe voluto essere lui a farle quello che stava facendo a sé stessa. Ma rimase immobile, le mani strette a pugno sulle cosce, come se si stesse trattenendo dal fare qualcosa di irreparabile.
Lei emise un suono strozzato, il corpo che si irrigidiva mentre l’orgasmo la travolgeva. Le dita affondarono dentro di sé un’ultima volta, poi si fermarono, tremanti, mentre onde di piacere la percorrevano dalla testa ai piedi. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente, i seni che oscillavano ad ogni respiro affannoso. Quando finalmente riaprì gli occhi, lo sguardo che gli rivolse era appagato, trionfante, come se avesse appena vinto una sfida che lui nemmno sapeva di stare giocando.
Si sistemò le mutandine con un gesto lento, quasi pigro, poi si chinò a raccogliere l’abito da terra, muovendosi con una grazia felina che sembrava quasi una provocazione. Mentre si rivestiva, lui non distolse lo sguardo, seguendo ogni movimento, ogni curva che scompariva sotto la stoffa. Quando ebbe finito, si sedette di nuovo accanto a lui, come se nulla fosse successo. Il treno nel frattempo aveva rallentato, avvicinandosi a una stazione, e lei si voltò verso di lui, il sorriso tornato sulle labbra.
«Scendi qui?» chiese, la voce bassa e roca, ancora alterata dal piacere.
Lui scosse la testa, incapace di parlare.
Lei si alzò, aggiustandosi il trench sulle spalle con un gesto elegante. «Peccato», mormorò, prima di dirigersi verso l’uscita, i tacchi che risuonavano sul pavimento come un conteggio alla rovescia. Lui la guardò andare via, il corpo ancora teso, il desiderio insoddisfatto che gli bruciava dentro. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, si accasciò contro lo schienale del sedile, il fiato corto, le mani che tremavano.
Fu solo allora che si rese conto di non averle nemmeno chiesto il nome.
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Io sono Luisa Damore, 27 anni, e sono una scrittrice di erotismo.
Il mio libro è "Dentro di me Deluxe", e se ti piace come scrivo, è disponibile su Amazon
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