Il rito
di
minkanku91
genere
gay
La camera di Vincenzo era diventata la nostra zona, un luogo dove il mondo esterno spariva. Il rito era sempre lo stesso, deciso sin dalla prima volta. Io restavo lì vicino, a pochi passi dal letto, con i muscoli tesi e il respiro corto, a guardare Paolo che scopava Vincenzo. Era una visione brutale: Paolo spingeva senza pietà, e io godevo nel vedere Vincenzo incassare quei colpi.
Vedevo la pelle di Vincenzo arrossarsi sotto le spinte, le sue gambe spalancate che tremavano a ogni urto secco del bacino di Paolo. Il rumore della carne che batteva contro la carne riempiva la stanza, interrotto solo dai gemiti strozzati di Vincenzo che affondava la faccia nel cuscino per non urlare troppo forte.
Molto prima che Paolo venisse, tiravo fuori il cazzo, già pulsante e gonfio, e lo sbattevo sulla faccia di Vincenzo. Lui non aspettava un comando: apriva la bocca e usava la lingua, la gola, la saliva calda per accogliermi. Quel calore umido era fondamentale: mi serviva per lubrificare bene il cazzo, così da scivolare dentro di lui senza attriti inutili quando sarebbe scattato il mio turno.
Appena Paolo finiva, con un ultimo sussulto, si scostava ansimando. Era quello il segnale. Senza lasciare a Vincenzo il tempo di riprendersi, entravo in scena. Se Paolo era venuto dentro, Vincenzo doveva pulirsi velocemente; altrimenti, se Paolo veniva fuori, io lo prendevo subito per i fianchi e affondavo dentro di lui con una spinta secca, approfittando della sua apertura ancora pulsante. A volte Paolo non se ne andava subito. Restava lì, appoggiato al muro o ai piedi del letto, a osservare il mio culo che si muoveva frenetico, scandendo il ritmo della scopata.
Con un tono di voce che era a metà tra una minaccia e un desiderio sporco, Paolo mi diceva: "Prima o poi mi faccio pure il tuo di culetto... lo sai che lo voglio tanto". Io non smettevo di pompare Vincenzo, anzi, usavo quella provocazione per spingere ancora più a fondo. Lo guardavo fisso e gli rispondevo solo: "Fidati". Una parola secca, che lo lasciava nel dubbio se fosse una promessa o una sfida, mentre continuavo a possedere Vincenzo davanti ai suoi occhi.
La vera magia, però, accadeva quando Paolo finalmente usciva dalla stanza. Aspettavo di sentire il rumore della porta di casa che si chiudeva o i suoi passi spegnersi nel corridoio. Solo allora il gioco cambiava faccia. Senza dire una parola, mi giravo e mi mettevo in posizione, offrendogli il mio culo ancora caldo.
Vincenzo, che aveva appena preso due cazzi e aveva il sangue che gli bolliva nelle vene, non aspettava altro. Si avventava su di me con una voglia animalesca, trasformandosi da vittima a padrone. Sentire il suo cazzo entrare dentro di me, dopo che era stato "preparato" da tutta quella tensione, era un’esplosione. Mentre mi spingeva dentro con una foga cieca, cercava di provocarmi di nuovo, sussurrandomi all’orecchio con un respiro pesante: "Ma perché non lo dai anche a Paolo? Ti ha visto come ti muovi... lo vuole da morire...".
Sotto sotto, sentire quelle parole mentre Vincenzo mi trapassava mi faceva impazzire. L’idea di Paolo che mi possedeva, di quel desiderio proibito che aleggiava tra noi, mi eccitava più di quanto volessi ammettere. Ma in quel momento, con il corpo di Vincenzo che batteva contro il mio, la mia risposta era il sigillo del nostro patto: "Mi basta solo prendere il tuo di cazzo".
Lo dicevo per rassicurarlo, per fargli capire che quel momento era solo nostro. Eppure, mentre lui veniva dentro di me con un sussulto finale, quel pensiero restava lì, sospeso nell’aria pesante della stanza. Sapevo che Paolo avrebbe continuato a guardarmi con quella fame, e sapevo che Vincenzo avrebbe continuato a stuzzicarmi. Forse non glielo darò mai, a Paolo... forse. Ma è proprio quel dubbio che rende ogni pomeriggio in quella stanza un’esperienza da togliere il fiato.
Vedevo la pelle di Vincenzo arrossarsi sotto le spinte, le sue gambe spalancate che tremavano a ogni urto secco del bacino di Paolo. Il rumore della carne che batteva contro la carne riempiva la stanza, interrotto solo dai gemiti strozzati di Vincenzo che affondava la faccia nel cuscino per non urlare troppo forte.
Molto prima che Paolo venisse, tiravo fuori il cazzo, già pulsante e gonfio, e lo sbattevo sulla faccia di Vincenzo. Lui non aspettava un comando: apriva la bocca e usava la lingua, la gola, la saliva calda per accogliermi. Quel calore umido era fondamentale: mi serviva per lubrificare bene il cazzo, così da scivolare dentro di lui senza attriti inutili quando sarebbe scattato il mio turno.
Appena Paolo finiva, con un ultimo sussulto, si scostava ansimando. Era quello il segnale. Senza lasciare a Vincenzo il tempo di riprendersi, entravo in scena. Se Paolo era venuto dentro, Vincenzo doveva pulirsi velocemente; altrimenti, se Paolo veniva fuori, io lo prendevo subito per i fianchi e affondavo dentro di lui con una spinta secca, approfittando della sua apertura ancora pulsante. A volte Paolo non se ne andava subito. Restava lì, appoggiato al muro o ai piedi del letto, a osservare il mio culo che si muoveva frenetico, scandendo il ritmo della scopata.
Con un tono di voce che era a metà tra una minaccia e un desiderio sporco, Paolo mi diceva: "Prima o poi mi faccio pure il tuo di culetto... lo sai che lo voglio tanto". Io non smettevo di pompare Vincenzo, anzi, usavo quella provocazione per spingere ancora più a fondo. Lo guardavo fisso e gli rispondevo solo: "Fidati". Una parola secca, che lo lasciava nel dubbio se fosse una promessa o una sfida, mentre continuavo a possedere Vincenzo davanti ai suoi occhi.
La vera magia, però, accadeva quando Paolo finalmente usciva dalla stanza. Aspettavo di sentire il rumore della porta di casa che si chiudeva o i suoi passi spegnersi nel corridoio. Solo allora il gioco cambiava faccia. Senza dire una parola, mi giravo e mi mettevo in posizione, offrendogli il mio culo ancora caldo.
Vincenzo, che aveva appena preso due cazzi e aveva il sangue che gli bolliva nelle vene, non aspettava altro. Si avventava su di me con una voglia animalesca, trasformandosi da vittima a padrone. Sentire il suo cazzo entrare dentro di me, dopo che era stato "preparato" da tutta quella tensione, era un’esplosione. Mentre mi spingeva dentro con una foga cieca, cercava di provocarmi di nuovo, sussurrandomi all’orecchio con un respiro pesante: "Ma perché non lo dai anche a Paolo? Ti ha visto come ti muovi... lo vuole da morire...".
Sotto sotto, sentire quelle parole mentre Vincenzo mi trapassava mi faceva impazzire. L’idea di Paolo che mi possedeva, di quel desiderio proibito che aleggiava tra noi, mi eccitava più di quanto volessi ammettere. Ma in quel momento, con il corpo di Vincenzo che batteva contro il mio, la mia risposta era il sigillo del nostro patto: "Mi basta solo prendere il tuo di cazzo".
Lo dicevo per rassicurarlo, per fargli capire che quel momento era solo nostro. Eppure, mentre lui veniva dentro di me con un sussulto finale, quel pensiero restava lì, sospeso nell’aria pesante della stanza. Sapevo che Paolo avrebbe continuato a guardarmi con quella fame, e sapevo che Vincenzo avrebbe continuato a stuzzicarmi. Forse non glielo darò mai, a Paolo... forse. Ma è proprio quel dubbio che rende ogni pomeriggio in quella stanza un’esperienza da togliere il fiato.
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