Il patto
di
minkanku91
genere
gay
Il vapore saturava lo spogliatoio dopo il doppio di tennis. Ruggero era ancora sotto il getto, la voce che rimbombava contro le piastrelle mentre io e Francesco aspettavamo il nostro turno, nudi. Ruggero non la smetteva con le sue proposte indecenti: "Venite in doccia con me, vi faccio una cosa di cui mi ringrazierete". Lo abbiamo lasciato dire, scambiandoci un’occhiata rapida, quasi infastidita. Non ci interessava affatto. Ci siamo lavati via il sudore della partita in silenzio, ignorando i suoi inviti volgari, e poco dopo eravamo già fuori, nell'aria fresca della sera.
Francesco mi ha accompagnato con la sua macchina. Come facevamo spesso, ci siamo parcheggiati sul bordo strada: musica in sottofondo e discorsi sul più e del meno. Ma inevitabilmente il discorso è caduto su Ruggero.
"Mai e poi mai andrei con lui," ha detto Francesco con una smorfia. "È brutto... e poi l’hai visto come ce l’ha grosso? È esagerato".
In quella frase, Francesco si è tradito: l’aveva guardato bene. Ho colto la palla al balzo. "Allora il mio ti piace? Non è tanto grosso," ho buttato lì con un mezzo sorriso.
Lui è rimasto in silenzio, lo sguardo fisso sul parabrezza. Prima che potesse inventare una negazione, ho aggiunto piano: "A me il tuo piace".
La tensione nell'abitacolo è diventata fisica. Francesco si è voltato verso di me, il respiro più pesante. "Ma allora possiamo venirci incontro," ha detto finalmente, con una voce che non ammetteva repliche. "Io do a te, tu dai a me".
Gli ho risposto subito, senza esitare: "Dai, vieni nel sedile qua vicino".
Francesco ha spento la musica e ha scavalcato il cambio, infilandosi nello spazio stretto accanto a me. Ho allungato la mano nell'oscurità, cercando il profilo dei suoi pantaloni. Quando ho stretto il suo cazzo tra le dita, ho sentito un sussulto attraversarlo; lui ha fatto lo stesso con me. Ci siamo segati a vicenda per un po', poi, con movimenti frenetici, ci siamo spogliati completamente. La pelle nuda sul sedile era un brivido continuo.
Seguendo il patto, ho offerto il mio culo per primo. Mi sono girato sul sedile, puntando le ginocchia contro lo schienale. Francesco ha afferrato i miei fianchi e ha spinto con decisione, entrando dentro di me con una foga che ha fatto oscillare l'auto. Sentire il suo cazzo dentro di me è stato lo shock che aspettavo dalla doccia, il suo cazzo sembrava un pistone e il mio culo un cilindro, talmente andava forte, mi ha sborrato dentro lo sperma caldo e poi si è sfilato.
Il patto era chiaro: "Io do a te, tu dai a me". Quando lui ha finito, ci siamo scambiati di posto nello spazio angusto davanti al cruscotto. È stato il suo turno di offrirsi. Mi sono avventato su di lui, riempiendolo con la stessa fame, mentre le nostre mani cercavano appiglio ovunque tra volante e portiere. Il sedile scricchiolava sotto il ritmo dei nostri corpi, finché non siamo venuti entrambi, esausti e svuotati.
Siamo rimasti incastrati così per minuti, con i vetri dell'auto completamente appannati, isolati dal resto del mondo. Ci siamo rivestiti lentamente, in un silenzio che non era più imbarazzo, ma una nuova, profonda intesa.
Mentre Francesco riaccendeva il motore, mi ha guardato un’ultima volta con un sorriso d’intesa, uno di quelli che valgono più di mille parole. Non c’era bisogno di nominare altri o di fare promesse per il futuro. Sapevamo entrambi che da quel momento, dopo ogni partita di tennis, ci sarebbe stato un altro set da giocare, molto più privato, su quel bordo strada.
Francesco mi ha accompagnato con la sua macchina. Come facevamo spesso, ci siamo parcheggiati sul bordo strada: musica in sottofondo e discorsi sul più e del meno. Ma inevitabilmente il discorso è caduto su Ruggero.
"Mai e poi mai andrei con lui," ha detto Francesco con una smorfia. "È brutto... e poi l’hai visto come ce l’ha grosso? È esagerato".
In quella frase, Francesco si è tradito: l’aveva guardato bene. Ho colto la palla al balzo. "Allora il mio ti piace? Non è tanto grosso," ho buttato lì con un mezzo sorriso.
Lui è rimasto in silenzio, lo sguardo fisso sul parabrezza. Prima che potesse inventare una negazione, ho aggiunto piano: "A me il tuo piace".
La tensione nell'abitacolo è diventata fisica. Francesco si è voltato verso di me, il respiro più pesante. "Ma allora possiamo venirci incontro," ha detto finalmente, con una voce che non ammetteva repliche. "Io do a te, tu dai a me".
Gli ho risposto subito, senza esitare: "Dai, vieni nel sedile qua vicino".
Francesco ha spento la musica e ha scavalcato il cambio, infilandosi nello spazio stretto accanto a me. Ho allungato la mano nell'oscurità, cercando il profilo dei suoi pantaloni. Quando ho stretto il suo cazzo tra le dita, ho sentito un sussulto attraversarlo; lui ha fatto lo stesso con me. Ci siamo segati a vicenda per un po', poi, con movimenti frenetici, ci siamo spogliati completamente. La pelle nuda sul sedile era un brivido continuo.
Seguendo il patto, ho offerto il mio culo per primo. Mi sono girato sul sedile, puntando le ginocchia contro lo schienale. Francesco ha afferrato i miei fianchi e ha spinto con decisione, entrando dentro di me con una foga che ha fatto oscillare l'auto. Sentire il suo cazzo dentro di me è stato lo shock che aspettavo dalla doccia, il suo cazzo sembrava un pistone e il mio culo un cilindro, talmente andava forte, mi ha sborrato dentro lo sperma caldo e poi si è sfilato.
Il patto era chiaro: "Io do a te, tu dai a me". Quando lui ha finito, ci siamo scambiati di posto nello spazio angusto davanti al cruscotto. È stato il suo turno di offrirsi. Mi sono avventato su di lui, riempiendolo con la stessa fame, mentre le nostre mani cercavano appiglio ovunque tra volante e portiere. Il sedile scricchiolava sotto il ritmo dei nostri corpi, finché non siamo venuti entrambi, esausti e svuotati.
Siamo rimasti incastrati così per minuti, con i vetri dell'auto completamente appannati, isolati dal resto del mondo. Ci siamo rivestiti lentamente, in un silenzio che non era più imbarazzo, ma una nuova, profonda intesa.
Mentre Francesco riaccendeva il motore, mi ha guardato un’ultima volta con un sorriso d’intesa, uno di quelli che valgono più di mille parole. Non c’era bisogno di nominare altri o di fare promesse per il futuro. Sapevamo entrambi che da quel momento, dopo ogni partita di tennis, ci sarebbe stato un altro set da giocare, molto più privato, su quel bordo strada.
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