La schiava nella fabbrica abbandonata (parte 1)

di
genere
sadomaso

(Oggi)
L’aria fresca le fece venire un po’ di pelle d’oca, sensazione peraltro annullata dall’eccitazione che le circolava nel sangue, sempre più velocemente, spinta dall’adrenalina e da un cuore che stava battendo fortissimo, al punto che le sembrava volesse uscirle dal petto.
Si sentiva la figa bagnata, ma la sua concentrazione era tutta alla bocca dello stomaco, che le pareva chiuso e tenuto stretto da una mano che si chiudeva sempre più forte.
La frescura era stata un dono improvviso, in quella tarda primavera caratterizzata dalla siccità ma in una giornata in cui era scoppiato un forte temporale e, da qualche parte, aveva sentito esserci stata una forte grandinata. Le temperature non erano fredde ma, su un corpo nudo, si facevano sentire.
La frescura le accarezzava la pelle, passandoci sopra e rinfrescando ciò che l’eccitazione le procurava, scorrendo sopra l’epidermide e facendosi sentire, con quel leggero venticello che l’aria aperta ha, soprattutto nei posti isolati, lontano dall’abitato e dalla protezione che i palazzi posso dare interrompendo il vento che si scontra sugli edifici e si ferma.
Il piazzale era vuoto, privo delle auto che, una volta, quotidianamente ospitava e poste ordinatamente tra le linee bianche, oggi coperto invece di sterpaglie, con l’asfalto che cedeva sempre più il posto alla natura, riconsegnando alla terra ciò che alla terra era stato rubato.
Il temporale aveva pulito l’aria, lasciandola sgombra da quella cappa che si forma nei periodi in cui da tempo la pioggia non lava la terra, i palazzi, gli scarichi delle auto e quel calore che giorno dopo giorno sale dal cemento e pare che resti sospeso, come una patina che separa da quelle stelle che, quella sera, invece sembravano essersi moltiplicate.
Arianna vedeva le stelle o, meglio, aveva potuto apprezzarle appena scesa dall’auto.
In realtà non era scesa. Il termine corretto dovrebbe essere “tirata fuori” dall’auto, posto che il bagagliaio, tecnicamente, pur non essendo un abitacolo, è parte della vettura.
Aveva visto l’Orsa Maggiore, Orione, Venere. Le aveva viste senza vederle. Sapeva che c’erano in quella notte piena di stelle e di aria tersa, pulita, ricca di quel profumo che il suo cervello, per una frazione di secondo, aveva registrato e apprezzato ma, poi, accantonato, concentrato su ben altro.
Amava l’astronomia, era una passione sin da quando era piccola e sapeva che là in alto, da qualche parte, c’erano stelle e pianeti che avrebbe potuto osservare dal suo telescopio in camera, strumento al quale ricorreva quando voleva evadere dallo stress, scappando tra quei pianeti lontani, immaginando una vita sconosciuta, ogni volta diversa.
“Scendi, cagna”.
Fabrizio le aveva attaccato il guinzaglio al collare che, invece, le era stato messo prima di uscire da casa, dopo averla fatta inginocchiare sul freddo pavimento di marmo, chiudendole il collo in quello strumento deputato a ricordarle la sua posizione.
Con uno strattone le aveva ordinato di scendere.
L’uomo aveva dovuto aiutarla perché è praticamente impossibile uscire da un bagagliaio con i polsi legati dietro alla schiena.
Ce l’aveva fatta, ce l’avevano fatta.
Arturo l’aveva afferrata anche per i capelli, tirando col solo scopo di farle male in quanto, benché folti e lunghi, non consentivano una gran presa.
In piedi, accanto all’auto, sentì l’aria sulla pelle che, nel veicolo, era stata riscaldata appena dallo stesso suo calore del corpo nel piccolo spazio.
Aveva sentito l'auto rallentare nella strada dissestata per l’asfalto rotto dal tempo e dall’alternanza di gelo e disgelo nei lunghi anni in cui quella fabbrica era stata dismessa.
Lì fuori, in piedi, con i polsi ammanettati dietro alla schiena, sentiva anche gli arbusti sulle gambe protette dalla calze autoreggenti che, sapeva, non sarebbero arrivate integre alla fine della serata.
“Muoviti”.
Fabrizio le aveva dato uno strattone al guinzaglio per darle il segnale che avrebbe dovuto camminare verso quelle rovine abbandonate.
Arianna camminò con attenzione, incespicando nei rovi che iniziavano a graffiare la pelle.
Con il tacco alto faceva fatica a reggersi in equilibrio in quel terreno sconnesso.
Arturo la incentivava a procedere colpendola sulle natiche con il frustino che avevano commissionato al loro comune amico Giulio, dal quale avevano preso anche una frusta lunga e lo scudiscio. La frusta era avvolta e tenuta in mano da Fabrizio, unitamente allo scudiscio, mentre nell’altra mano teneva il guinzaglio che ogni tanto tirava quando Arianna rallentava per la difficoltà nel procedere.
La schiava avanzava con fatica, aveva paura di cadere. La luna illuminava quanto bastava per proseguire verso le rovine della fabbrica abbandonata.
La luce era sicuramente sufficiente per chi era dotato di scarpe normali e con le mani libere.
Per lei no, per lei era diverso. L’incedere era difficoltoso.
Il busto della schiava era nudo, senza nemmeno quel minimo di protezione che un reggiseno potrebbe dare, in contrasto con i pantaloni lunghi e la camicia dei due uomini.
La figa era coperta da un perizoma la cui unica funzione era quella di evidenziare la sua nudità.
Arianna perse l’equilibrio, in parte recuperato dal guinzaglio teso e dalla mano di Arturo che la prese per il braccio.
“Attenta, cagna”.
Il frustino, una volta recuperata la posizione eretta, l’aveva punita.
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2026-01-20
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