Reset a mezzanotte - Capitolo 3: La Regina di Ghiaccio (e il risveglio brusco)
di
ErosScritto
genere
fantascienza
Martedì 14 Ottobre. Loop numero... boh, trenta? Quaranta?
Veronica non era Sara. Sara era facile, un libro aperto. Veronica era una fortezza con mura di cemento armato e filo spinato elettrificato. Avevo sprecato almeno venti "martedì" solo per capire come non farmi licenziare nei primi cinque minuti.
Tentativo numero 12: Le avevo portato un caffè e le avevo confessato i miei sentimenti. Risultato: Mi ha riso in faccia e mi ha mandato a archiviare pratiche in cantina. Tentativo numero 18: Avevo provato a fare il brillante, risolvendo un problema contabile complesso. Risultato: «Era il tuo lavoro, Luca. Non aspettarti un premio.» Gelida. Tentativo numero 25: Avevo provato l'approccio fisico diretto, come con la bionda della metro. Risultato: Uno schiaffo che mi ha fatto fischiare l'orecchio fino a mezzanotte e una chiamata alla sicurezza.
Ero frustrato. Stavo per arrendermi e tornare a "farmare" sesso facile con Sara o con le turiste in centro. Poi, nel Loop 29, era successo per caso. Ero entrato nel suo ufficio per farmi firmare un permesso. Lei mi aveva urlato contro perché non avevo bussato. E io ero esploso. Non per calcolo, ma per rabbia vera. «Stai zitta!» le avevo urlato, sbattendo la mano sulla sua scrivania di cristallo. «Firma questo cazzo di foglio e non rompere i coglioni!» Mi aspettavo il licenziamento. Invece, avevo visto qualcosa. Per una frazione di secondo, i suoi occhi azzurri si erano spalancati. Non per rabbia. Per shock. E le sue pupille si erano dilatate. Aveva firmato. In silenzio. Con la mano che tremava leggermente. Lì avevo capito. La Regina di Ghiaccio non voleva un corteggiatore. Voleva qualcuno che avesse le palle di tenerle testa. Voleva smettere di comandare per una volta.
Martedì 14 Ottobre. Il Loop Decisivo.
Entrai nel suo ufficio alle 18:30. Tutti gli altri dipendenti erano usciti. L'open space era buio, illuminato solo dalle luci di emergenza. Veronica era alla sua scrivania, illuminata dalla luce blu del monitor, con la città scintillante alle spalle oltre la vetrata panoramica. Non bussai. Aprii la porta, entrai e girai la chiave nella serratura con un scatto rumoroso. Lei alzò la testa, togliendosi gli occhiali di design. «Luca? Che diavolo fai? L'ufficio è chiu...» «Siediti,» le ordinai, con voce calma, piatta. Lei aprì la bocca per ribattere, per incenerirmi con una delle sue frasi taglienti. Mi avvicinai al tavolo, la aggirai e feci girare la sua poltrona in pelle verso di me. Misi le mani sui braccioli, intrappolandola. «Ho detto siediti e taci.»
Il silenzio che calò nella stanza fu assordante. Sentivo il ronzio del condizionatore. Veronica mi guardò. Cercò la paura nei miei occhi, l'esitazione del dipendente sottomesso. Trovò solo la sicurezza arrogante di un uomo che sa che tra sei ore il mondo finirà. «Ti rendi conto che posso rovinarti la vita?» sussurrò. Ma non si alzò. E le sue gambe, accavallate sotto la gonna nera, si strinsero. «Oggi no,» risposi. «Oggi comando io.»
Allungai una mano e le afferrai i capelli, tirando la testa all'indietro. Esposi il suo collo lungo, bianco. Si lasciò fare. Emise un respiro spezzato quando mi chinai a morderle la pelle sensibile sotto l'orecchio. «Sei sempre così rigida, Veronica...» mormorai contro la sua pelle. «Devi essere stanca di portare il peso di tutto l'ufficio sulle spalle.» Sentii il suo corpo rilassarsi, arrendersi. Era come se avessi tolto un tappo a pressione. «Non sai quanto...» ammise, la voce che diventava piccola, femminile.
La sollevai di peso dalla sedia e la spinsi sulla scrivania. I dossier scivolarono a terra. Il portapenne cadde con fracasso. Non importava. Domani sarebbe stato tutto in ordine. La stesi sul cristallo freddo. «Apri le gambe.» Obbedì all'istante, come se avesse aspettato quell'ordine per anni. Il tailleur costoso si aprì. Strappai i collant neri al centro, senza preoccuparmi di sfilarli. Il rumore del nylon che si lacerava fu il suono più erotico che avessi mai sentito. «Luca...» gemette lei, coprendosi gli occhi con un braccio per la vergogna, o per il piacere. «Se entra qualcuno...» «Ho chiuso a chiave. E comunque, voglio che urli.»
Mi sbottonai i pantaloni. Ero duro da quando ero entrato in quella stanza. L'idea di profanare il "sancta sanctorum" dell'azienda, di possedere la donna che tutti temevano, era una droga potente. Entrai in lei con una spinta unica, profonda, possessiva. Veronica inarcò la schiena così tanto che i talloni dei suoi tacchi a spillo batterono contro il cristallo del tavolo. Urlò. Un grido liberatorio, acuto, che riempì l'ufficio. «Sì!» le ringhiai contro. «Così!»
Fu un sesso rabbioso, catartico. Lei mi graffiava la schiena attraverso la camicia, implorandomi di andare più forte, più a fondo. Tutta la sua autorità, la sua freddezza, si erano sciolte in una pozza di desiderio sottomesso. La girai, mettendola a quattro zampe sulla scrivania, facendole guardare la città illuminata fuori dalla finestra mentre la prendevo da dietro. Mi sentivo il re del mondo. Avevo la città ai miei piedi e la mia capa che gemeva il mio nome, supplicando per averne ancora. «Di chi sei?» le chiesi, dandole una sculacciata sonora sul sedere vestito di nero. «Tua... sono tua, cazzo...» rispose lei, ansimando.
Venimmo insieme, in un'esplosione che mi lasciò senza fiato e con le gambe tremanti. Crollai sulla sedia del direttore, tirandola in braccio a me. Rimanemmo lì per un tempo infinito. Lei con la testa appoggiata sulla mia spalla, i vestiti strappati, il trucco leggermente sbavato, che mi accarezzava il petto. «Era... era incredibile,» sussurrò lei, con una dolcezza che non le riconoscevo. «Domani... come faremo domani in ufficio?» Sorrisi nel buio. Accarezzai i suoi capelli biondi. Povera Veronica. Non sapeva che non c'era nessun domani. «Non preoccuparti di domani,» le dissi, baciandole la fronte. «Goditi il momento.»
Guardai l'orologio digitale sulla parete. 23:55. Perfetto. Avevo vinto. Avevo completato il gioco. Avevo scopato la bionda della metro, sottomesso Sara, e domato la Regina di Ghiaccio. Ero sazio. «Devo andare,» dissi, spostandola delicatamente. «Resta ancora un po',» mi pregò lei, tenendomi la mano. «Almeno finché non riordino le idee.» «Va bene,» concessi. Tanto tra cinque minuti mi sarei svegliato nel mio letto, solo, con il ricordo di questa notte perfetta da usare per i prossimi anni.
Mi rilassai sulla poltrona di pelle, chiudendo gli occhi. Sentivo il respiro regolare di Veronica accanto a me. 23:58. Ancora due minuti al reset. Pensai a cosa avrei fatto nel prossimo loop. Forse mi sarei preso una giornata di ferie. O forse avrei provato qualcosa di illegale, tipo rubare una Ferrari. Sì, una Ferrari sembrava una buona idea.
23:59. «Buonanotte, Veronica,» sussurrai. «È stato un piacere.» Lei mi strinse la mano. «Buonanotte, Luca. A domani.» Sorrisi per l'ironia. Sì, certo. A ieri.
Guardai i secondi scorrere sul display rosso dell'orologio. 57... 58... 59... Aspettai il BIP-BIP della mia sveglia. Aspettai la sensazione di vertigine che accompagnava il riavvolgimento del nastro. Aspettai il buio.
00:00.
Il display scattò. Nessun bip. Nessuna vertigine. Nessun letto umido del mio bilocale. Ero ancora seduto sulla poltrona di pelle. L'odore di sesso era ancora nell'aria. Veronica era ancora calda e solida accanto a me. Guardai il display con orrore crescente.
Mercoledì 15 Ottobre. Ore 00:01.
Il cuore mi si fermò nel petto. Mi alzai di scatto, quasi facendo cadere Veronica. «Luca? Che c'è?» chiese lei, spaventata dalla mia reazione improvvisa. Corsi alla finestra. Guardai giù. Il traffico scorreva. La luna era leggermente più alta. Tirai fuori il telefono dalla tasca. Mercoledì 15 Ottobre.
Il sangue mi si gelò nelle vene. Il loop. Si era rotto. Non si era resettato. Tutto quello che avevo fatto... tutto quello che avevo detto... La bionda in metro. Le oscenità urlate. L'eiaculazione nei pantaloni. Sara. Quello che avevamo fatto sotto la scrivania. Il modo in cui l'avevo trattata. E Veronica. La porta chiusa a chiave. I vestiti strappati. Il "siediti e taci".
Mi voltai lentamente verso Veronica. Lei mi stava guardando. Non era un sogno. Non sarebbe sparito. Si stava riabbottonando la camicetta, ma il collant era distrutto. Mi guardò, e nei suoi occhi vidi tornare, lentamente, la lucidità della "Capa". E insieme alla lucidità, la realizzazione di quello che avevamo appena fatto. E di come domani avremmo dovuto affrontarci alla luce del sole. E Sara. Oh Dio, Sara. Sarebbe arrivata in ufficio tra otto ore ricordando ogni singolo secondo sotto quella scrivania. E la polizia? La bionda della metro aveva sporto denuncia?
«Luca,» disse Veronica, la voce che tornava ad essere quella ferma e professionale, anche se venata di imbarazzo. «Dobbiamo... dobbiamo parlare di quello che è appena successo. E delle regole aziendali.»
Mi lasciai cadere sulla poltrona, portandomi le mani nei capelli. Ero il re del mondo fino a un minuto fa. Ora ero solo un impiegato che aveva molestato mezza città, scopato due colleghe in un giorno, e che domani avrebbe dovuto pagare il conto più salato della storia.
«Cazzo,» sussurrai nel silenzio dell'ufficio.
Benvenuto a mercoledì.
Veronica non era Sara. Sara era facile, un libro aperto. Veronica era una fortezza con mura di cemento armato e filo spinato elettrificato. Avevo sprecato almeno venti "martedì" solo per capire come non farmi licenziare nei primi cinque minuti.
Tentativo numero 12: Le avevo portato un caffè e le avevo confessato i miei sentimenti. Risultato: Mi ha riso in faccia e mi ha mandato a archiviare pratiche in cantina. Tentativo numero 18: Avevo provato a fare il brillante, risolvendo un problema contabile complesso. Risultato: «Era il tuo lavoro, Luca. Non aspettarti un premio.» Gelida. Tentativo numero 25: Avevo provato l'approccio fisico diretto, come con la bionda della metro. Risultato: Uno schiaffo che mi ha fatto fischiare l'orecchio fino a mezzanotte e una chiamata alla sicurezza.
Ero frustrato. Stavo per arrendermi e tornare a "farmare" sesso facile con Sara o con le turiste in centro. Poi, nel Loop 29, era successo per caso. Ero entrato nel suo ufficio per farmi firmare un permesso. Lei mi aveva urlato contro perché non avevo bussato. E io ero esploso. Non per calcolo, ma per rabbia vera. «Stai zitta!» le avevo urlato, sbattendo la mano sulla sua scrivania di cristallo. «Firma questo cazzo di foglio e non rompere i coglioni!» Mi aspettavo il licenziamento. Invece, avevo visto qualcosa. Per una frazione di secondo, i suoi occhi azzurri si erano spalancati. Non per rabbia. Per shock. E le sue pupille si erano dilatate. Aveva firmato. In silenzio. Con la mano che tremava leggermente. Lì avevo capito. La Regina di Ghiaccio non voleva un corteggiatore. Voleva qualcuno che avesse le palle di tenerle testa. Voleva smettere di comandare per una volta.
Martedì 14 Ottobre. Il Loop Decisivo.
Entrai nel suo ufficio alle 18:30. Tutti gli altri dipendenti erano usciti. L'open space era buio, illuminato solo dalle luci di emergenza. Veronica era alla sua scrivania, illuminata dalla luce blu del monitor, con la città scintillante alle spalle oltre la vetrata panoramica. Non bussai. Aprii la porta, entrai e girai la chiave nella serratura con un scatto rumoroso. Lei alzò la testa, togliendosi gli occhiali di design. «Luca? Che diavolo fai? L'ufficio è chiu...» «Siediti,» le ordinai, con voce calma, piatta. Lei aprì la bocca per ribattere, per incenerirmi con una delle sue frasi taglienti. Mi avvicinai al tavolo, la aggirai e feci girare la sua poltrona in pelle verso di me. Misi le mani sui braccioli, intrappolandola. «Ho detto siediti e taci.»
Il silenzio che calò nella stanza fu assordante. Sentivo il ronzio del condizionatore. Veronica mi guardò. Cercò la paura nei miei occhi, l'esitazione del dipendente sottomesso. Trovò solo la sicurezza arrogante di un uomo che sa che tra sei ore il mondo finirà. «Ti rendi conto che posso rovinarti la vita?» sussurrò. Ma non si alzò. E le sue gambe, accavallate sotto la gonna nera, si strinsero. «Oggi no,» risposi. «Oggi comando io.»
Allungai una mano e le afferrai i capelli, tirando la testa all'indietro. Esposi il suo collo lungo, bianco. Si lasciò fare. Emise un respiro spezzato quando mi chinai a morderle la pelle sensibile sotto l'orecchio. «Sei sempre così rigida, Veronica...» mormorai contro la sua pelle. «Devi essere stanca di portare il peso di tutto l'ufficio sulle spalle.» Sentii il suo corpo rilassarsi, arrendersi. Era come se avessi tolto un tappo a pressione. «Non sai quanto...» ammise, la voce che diventava piccola, femminile.
La sollevai di peso dalla sedia e la spinsi sulla scrivania. I dossier scivolarono a terra. Il portapenne cadde con fracasso. Non importava. Domani sarebbe stato tutto in ordine. La stesi sul cristallo freddo. «Apri le gambe.» Obbedì all'istante, come se avesse aspettato quell'ordine per anni. Il tailleur costoso si aprì. Strappai i collant neri al centro, senza preoccuparmi di sfilarli. Il rumore del nylon che si lacerava fu il suono più erotico che avessi mai sentito. «Luca...» gemette lei, coprendosi gli occhi con un braccio per la vergogna, o per il piacere. «Se entra qualcuno...» «Ho chiuso a chiave. E comunque, voglio che urli.»
Mi sbottonai i pantaloni. Ero duro da quando ero entrato in quella stanza. L'idea di profanare il "sancta sanctorum" dell'azienda, di possedere la donna che tutti temevano, era una droga potente. Entrai in lei con una spinta unica, profonda, possessiva. Veronica inarcò la schiena così tanto che i talloni dei suoi tacchi a spillo batterono contro il cristallo del tavolo. Urlò. Un grido liberatorio, acuto, che riempì l'ufficio. «Sì!» le ringhiai contro. «Così!»
Fu un sesso rabbioso, catartico. Lei mi graffiava la schiena attraverso la camicia, implorandomi di andare più forte, più a fondo. Tutta la sua autorità, la sua freddezza, si erano sciolte in una pozza di desiderio sottomesso. La girai, mettendola a quattro zampe sulla scrivania, facendole guardare la città illuminata fuori dalla finestra mentre la prendevo da dietro. Mi sentivo il re del mondo. Avevo la città ai miei piedi e la mia capa che gemeva il mio nome, supplicando per averne ancora. «Di chi sei?» le chiesi, dandole una sculacciata sonora sul sedere vestito di nero. «Tua... sono tua, cazzo...» rispose lei, ansimando.
Venimmo insieme, in un'esplosione che mi lasciò senza fiato e con le gambe tremanti. Crollai sulla sedia del direttore, tirandola in braccio a me. Rimanemmo lì per un tempo infinito. Lei con la testa appoggiata sulla mia spalla, i vestiti strappati, il trucco leggermente sbavato, che mi accarezzava il petto. «Era... era incredibile,» sussurrò lei, con una dolcezza che non le riconoscevo. «Domani... come faremo domani in ufficio?» Sorrisi nel buio. Accarezzai i suoi capelli biondi. Povera Veronica. Non sapeva che non c'era nessun domani. «Non preoccuparti di domani,» le dissi, baciandole la fronte. «Goditi il momento.»
Guardai l'orologio digitale sulla parete. 23:55. Perfetto. Avevo vinto. Avevo completato il gioco. Avevo scopato la bionda della metro, sottomesso Sara, e domato la Regina di Ghiaccio. Ero sazio. «Devo andare,» dissi, spostandola delicatamente. «Resta ancora un po',» mi pregò lei, tenendomi la mano. «Almeno finché non riordino le idee.» «Va bene,» concessi. Tanto tra cinque minuti mi sarei svegliato nel mio letto, solo, con il ricordo di questa notte perfetta da usare per i prossimi anni.
Mi rilassai sulla poltrona di pelle, chiudendo gli occhi. Sentivo il respiro regolare di Veronica accanto a me. 23:58. Ancora due minuti al reset. Pensai a cosa avrei fatto nel prossimo loop. Forse mi sarei preso una giornata di ferie. O forse avrei provato qualcosa di illegale, tipo rubare una Ferrari. Sì, una Ferrari sembrava una buona idea.
23:59. «Buonanotte, Veronica,» sussurrai. «È stato un piacere.» Lei mi strinse la mano. «Buonanotte, Luca. A domani.» Sorrisi per l'ironia. Sì, certo. A ieri.
Guardai i secondi scorrere sul display rosso dell'orologio. 57... 58... 59... Aspettai il BIP-BIP della mia sveglia. Aspettai la sensazione di vertigine che accompagnava il riavvolgimento del nastro. Aspettai il buio.
00:00.
Il display scattò. Nessun bip. Nessuna vertigine. Nessun letto umido del mio bilocale. Ero ancora seduto sulla poltrona di pelle. L'odore di sesso era ancora nell'aria. Veronica era ancora calda e solida accanto a me. Guardai il display con orrore crescente.
Mercoledì 15 Ottobre. Ore 00:01.
Il cuore mi si fermò nel petto. Mi alzai di scatto, quasi facendo cadere Veronica. «Luca? Che c'è?» chiese lei, spaventata dalla mia reazione improvvisa. Corsi alla finestra. Guardai giù. Il traffico scorreva. La luna era leggermente più alta. Tirai fuori il telefono dalla tasca. Mercoledì 15 Ottobre.
Il sangue mi si gelò nelle vene. Il loop. Si era rotto. Non si era resettato. Tutto quello che avevo fatto... tutto quello che avevo detto... La bionda in metro. Le oscenità urlate. L'eiaculazione nei pantaloni. Sara. Quello che avevamo fatto sotto la scrivania. Il modo in cui l'avevo trattata. E Veronica. La porta chiusa a chiave. I vestiti strappati. Il "siediti e taci".
Mi voltai lentamente verso Veronica. Lei mi stava guardando. Non era un sogno. Non sarebbe sparito. Si stava riabbottonando la camicetta, ma il collant era distrutto. Mi guardò, e nei suoi occhi vidi tornare, lentamente, la lucidità della "Capa". E insieme alla lucidità, la realizzazione di quello che avevamo appena fatto. E di come domani avremmo dovuto affrontarci alla luce del sole. E Sara. Oh Dio, Sara. Sarebbe arrivata in ufficio tra otto ore ricordando ogni singolo secondo sotto quella scrivania. E la polizia? La bionda della metro aveva sporto denuncia?
«Luca,» disse Veronica, la voce che tornava ad essere quella ferma e professionale, anche se venata di imbarazzo. «Dobbiamo... dobbiamo parlare di quello che è appena successo. E delle regole aziendali.»
Mi lasciai cadere sulla poltrona, portandomi le mani nei capelli. Ero il re del mondo fino a un minuto fa. Ora ero solo un impiegato che aveva molestato mezza città, scopato due colleghe in un giorno, e che domani avrebbe dovuto pagare il conto più salato della storia.
«Cazzo,» sussurrai nel silenzio dell'ufficio.
Benvenuto a mercoledì.
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