La prima volta
di
Lucaz 88
genere
gay
Aveva quarant’anni e una vita piena di oggetti al loro posto.
Una casa con le luci che si accendevano sempre alla stessa ora, una donna che conosceva il ritmo del suo respiro nel sonno, figli che lo chiamavano papà con una naturalezza che a volte gli faceva paura.
Era una vita vera. Eppure, da qualche tempo, non era tutta.
La sera, quando il silenzio si faceva più denso, prendeva il telefono come si prende un bicchiere d’acqua di notte: senza pensarci troppo, quasi per istinto. Non cercava corpi. Cercava uno spazio in cui non dover spiegare niente.
Il primo messaggio era stato breve. Educato. Tremante.
L’altro uomo aveva risposto con calma. Nessuna fretta. Nessuna promessa. Solo presenza.
Si erano dati appuntamento in un parcheggio ai margini della città, un non-luogo fatto apposta per non lasciare tracce. Luci al neon, asfalto umido, motori che si spegnevano uno dopo l’altro.
Quando lo vide scendere dall’auto, sentì il cuore stringersi in un modo nuovo: non era paura, non era eccitazione. Era riconoscimento.
Non parlarono subito. Si studiarono.
Due uomini adulti, carichi di storie non dette, che si osservavano come si osserva uno specchio che potrebbe cambiare tutto.
Il primo contatto fu minimo: una distanza accorciata, un respiro che si sovrapponeva all’altro. Bastò quello.
In quel silenzio, lui capì che non stava tradendo qualcuno: stava incontrando una parte di sé rimasta a lungo senza voce.
Decisero di salire in auto.
Non fu un’esplosione. Fu una resa lenta.
Parole sussurrate, mani che chiedevano il permesso prima ancora di sfiorare, una tensione che non aveva bisogno di correre. Il desiderio non stava nel gesto, ma nell’esserci. Nel non fingere.
Poi inizió la resa, lingue che iniziarono a incontrarsi, sospiri forti, la voglia dell’uno di domare l’altro, la voglia dell’altro di creare piacere. Ad un tratto il ragazzo della chat poggió le labbra sul cazzo durissimo e lo infiló totalmente in bocca facendo ansimare di goduria l’uomo sposato. Bastó poco qualche minuto ed avenne l’esplosione, il ragazzo decise di ingoiare tutto senza lasciar alcuna traccia. L’uomo invece decise di metter la mano negli slip del ragazzo e farlo esplodere di gioia.
Poi, come era giusto che fosse, si separarono.
Un saluto breve. Nessuna promessa. Nessun futuro scritto.
Eppure, nei giorni successivi, la settimana sembrava pesare meno.
Ogni tanto si scrivevano. A volte si rivedevano, sempre in luoghi anonimi, sempre per poco. Non per fuggire dalla vita, ma per sciogliere i nodi che la vita stringeva.
Non erano amanti nel senso classico.
Erano due uomini che si concedevano uno spazio di verità, una pausa dal ruolo, una stanza invisibile dove poter essere interi, anche solo per un momento.
E quando tornava a casa, lui era lo stesso di prima.
Ma con una differenza sottile: respirava più a fondo.
Come chi ha smesso di mentire almeno a sé stesso.
Una casa con le luci che si accendevano sempre alla stessa ora, una donna che conosceva il ritmo del suo respiro nel sonno, figli che lo chiamavano papà con una naturalezza che a volte gli faceva paura.
Era una vita vera. Eppure, da qualche tempo, non era tutta.
La sera, quando il silenzio si faceva più denso, prendeva il telefono come si prende un bicchiere d’acqua di notte: senza pensarci troppo, quasi per istinto. Non cercava corpi. Cercava uno spazio in cui non dover spiegare niente.
Il primo messaggio era stato breve. Educato. Tremante.
L’altro uomo aveva risposto con calma. Nessuna fretta. Nessuna promessa. Solo presenza.
Si erano dati appuntamento in un parcheggio ai margini della città, un non-luogo fatto apposta per non lasciare tracce. Luci al neon, asfalto umido, motori che si spegnevano uno dopo l’altro.
Quando lo vide scendere dall’auto, sentì il cuore stringersi in un modo nuovo: non era paura, non era eccitazione. Era riconoscimento.
Non parlarono subito. Si studiarono.
Due uomini adulti, carichi di storie non dette, che si osservavano come si osserva uno specchio che potrebbe cambiare tutto.
Il primo contatto fu minimo: una distanza accorciata, un respiro che si sovrapponeva all’altro. Bastò quello.
In quel silenzio, lui capì che non stava tradendo qualcuno: stava incontrando una parte di sé rimasta a lungo senza voce.
Decisero di salire in auto.
Non fu un’esplosione. Fu una resa lenta.
Parole sussurrate, mani che chiedevano il permesso prima ancora di sfiorare, una tensione che non aveva bisogno di correre. Il desiderio non stava nel gesto, ma nell’esserci. Nel non fingere.
Poi inizió la resa, lingue che iniziarono a incontrarsi, sospiri forti, la voglia dell’uno di domare l’altro, la voglia dell’altro di creare piacere. Ad un tratto il ragazzo della chat poggió le labbra sul cazzo durissimo e lo infiló totalmente in bocca facendo ansimare di goduria l’uomo sposato. Bastó poco qualche minuto ed avenne l’esplosione, il ragazzo decise di ingoiare tutto senza lasciar alcuna traccia. L’uomo invece decise di metter la mano negli slip del ragazzo e farlo esplodere di gioia.
Poi, come era giusto che fosse, si separarono.
Un saluto breve. Nessuna promessa. Nessun futuro scritto.
Eppure, nei giorni successivi, la settimana sembrava pesare meno.
Ogni tanto si scrivevano. A volte si rivedevano, sempre in luoghi anonimi, sempre per poco. Non per fuggire dalla vita, ma per sciogliere i nodi che la vita stringeva.
Non erano amanti nel senso classico.
Erano due uomini che si concedevano uno spazio di verità, una pausa dal ruolo, una stanza invisibile dove poter essere interi, anche solo per un momento.
E quando tornava a casa, lui era lo stesso di prima.
Ma con una differenza sottile: respirava più a fondo.
Come chi ha smesso di mentire almeno a sé stesso.
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