Sonia & Tommaso - Capitolo 63: Il Sigillo e la Svolta
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Nonostante avessi dormito solo poche ore, il risveglio non fu amaro. Aprire gli occhi in quella stanza silenziosa, avvolta nel tepore delle lenzuola, portava con sé un sapore di vittoria. La settimana stava per finire e quel senso di libertà imminente bastava a sollevarmi, ma il vero stimolo, ciò che faceva scorrere il sangue più forte nelle vene, erano i fatti della sera prima.
La mia non era stata una semplice conquista, ma una vera apoteosi. Godevo ancora nel ricordo di Tommaso, sconfitto e svuotato, dopo averlo visto sborrare nei pantaloni eccitato dalle mie ammissioni. Si era stretto dolcemente tra le mie braccia come un cucciolo ferito, cercando protezione proprio nella fonte del suo tormento, e in quella resa totale aveva finalmente lasciato cadere ogni maschera.
Sentire il suo calore contro il petto, mentre l'odore della sua eiaculazione impregnava l'abitacolo dell'auto, era stata la conferma del mio nuovo potere. In quel parcheggio buio, aveva smesso di essere il custode della mia moralità per diventare il primo devoto spettatore della mia corruzione.
Lavando i denti, osservando la mia immagine riflessa nello specchio, il pensiero tornava ostinatamente alle sue parole.
«Tutto è iniziato al mare», aveva sussurrato nel buio dell'auto; dicendo che non riusciva a capacitarsene, ma vedermi abbracciata a Luca gli procurava un'erezione involontaria e prepotente, che lo spaventava e lo affascinava al tempo stesso.
Sorridendo dolcemente tra le mie braccia, aveva raccontato di averci spiati più volte. Cercava l'ombra, il riflesso di un vetro, lo spiraglio di una porta, animato dal desiderio morboso di sorprenderci e vedermi in intimità con lui. Udendo quelle parole finalmente così sincere, lo avevo baciato sul capo con una tenerezza che sapeva di perdono, chiedendomi in silenzio cosa potesse aver visto davvero e fin dove i suoi occhi si fossero spinti.
Era eccitante pensare che, mentre io godevo dell'attenzione di Luca, il mio fidanzato fosse lì a nutrirsi dei nostri avanzi, trasformando la sua gelosia in una fame insaziabile. Quella confessione non lo allontanava da me, ma lo incatenava ancora di più alla mia volontà: ora sapevo quale corda pizzicare per farlo vibrare a mio piacimento.
Sull’autobus, immersa in quella calca soffocante e umida, sentivo gli sguardi sfacciati di alcuni studenti scivolarmi addosso. Quelle occhiate lascive, cariche di una bramosia adolescente, mi ricordarono ciò che a Tommaso era costato più caro ammettere. «Arrivo a masturbarmi anche più volte al giorno», aveva confessato con il capo chino, come se stesse ammettendo un crimine infame invece di una semplice, disperata dipendenza.
L’entrata in scena di Sergio, con quei gesti rubati che Tommaso ci aveva visto scambiare, era stata la spinta decisiva per far saltare ogni residuo freno inibitorio. Il dubbio era diventato ossessione, una fame che solo il tocco delle sue stesse mani riusciva a placare momentaneamente. Dopo quell’assurda telefonata del giorno prima, con il respiro mio ancora spezzato dall'orgasmo che gli vibrava nelle orecchie, era tornato in azienda per chiudersi in bagno a farsi una sega furiosa.
Immaginarlo lì, solo, a consumarsi nel desiderio di sapermi posseduta da un altro, mi dava un brivido di potere assoluto. Mentre l'autobus sobbalzava nel traffico, io sorridevo tra me, godendo della consapevolezza di averlo ridotto a uno schiavo della sua stessa immaginazione. Era bastato un sospetto, il riflesso di una carezza non sua, per trasformare il mio fidanzato in un guardone affamato della propria umiliazione.
Come meritato premio alle sue verità, gli avevo confidato di aver ceduto alle lusinghe di Luca, ammettendo che passeggiando sulla riva ci eravamo baciati.
Udendo quelle parole si era sollevato a guardarmi incredulo, con un’espressione entusiasta dipinta sul volto, come se non riuscisse a credere a quel dono inaspettato.
Galvanizzata dalla sua eccitazione e pressata dalle sue domande, avevo anche ammesso che i baci si erano ripetuti in altre occasioni e che, una volta, Luca mi aveva tolto il costume in acqua. Udendo quelle parole, Tommaso era venuto nuovamente: un fiotto improvviso sulle mie dita, serrate a quell’innocuo pisello.
Compassionevole, lo avevo guardato godere della mia impudicizia, assaporando il trionfo di averlo nutrito con una mezza verità che prima lo avrebbe distrutto, ma che ora era il lubrificante della sua nuova natura: il sigillo di una notte che non avremmo dimenticato.
L’ufficio, su cui avevo perso ormai ogni ambizione, pareva una prigione: un luogo di noia e banalità soffocante che solo le trasgressioni con Sergio riuscivano a rendere tollerabile. Senza quelle pause pranzo fatte di sesso, dove la mente trovava la sua oasi di felicità, non avrei saputo come resistere.
Il povero Tommaso, quella notte, era scivolato definitivamente oltre il confine.
Lo rivedevo nel buio dell’auto, il volto illuminato a tratti dai fari che passavano, mentre la sua voce, rotta da un mix di desiderio perverso e residui d’imbarazzo, cercava le parole per suggerirmi di concedermi senza remore.
«Sonia, io... io non riesco a smettere di pensarci», aveva sussurrato, le dita tremanti contro le mie.
«Domani lo rifarete? Sì, intendo... con il tuo amichetto: andrete ancora ad appartarvi?».
Mordendomi il labbro inferiore: «Non lo so, amore...».
«Sì! Intendo... se lo vuoi. Se lo desideri, io non ho nulla in contrario, anzi... Se dici che sta vivendo un brutto momento... e che ha bisogno di sfogarsi... Beh, insomma, lo capisco. Cosa c’è di male dopotutto?».
Ero restata a fissarlo, affascinata: imbarazzato nell’ammettere la verità nuda e cruda, aveva finito per usare la mia stessa scusa. Baciandolo teneramente, mi ero limitata a un cenno affermativo, aggiungendo solo: «D’accordo, se capiterà...».
«Poi me lo dirai?», aveva chiesto impaziente.
«Sì, tesoro...».
E spinto dalla bramosia crescente: «Sì, intendo... può succedere che... sai, spinti dalla voglia... finiate per fare dell’altro. Ecco... se succedesse, vorrei che tu sappia che io... sì, insomma, io lo capirei, ecco!».
Senza voler infierire oltre, la mia risposta era stata un sorriso complice.
Così, quando all’uscita dal lavoro lo trovai come sempre ad aspettarmi, decisi di dargli un primo assaggio di ciò che lo avrebbe atteso per il futuro. Volevo che vedesse.
Proprio lì, sul cancello, mi strinsi in un abbraccio intimo con Sergio, offrendogli la bocca sotto i suoi occhi. Non fu un semplice contatto, ma un bacio profondo, spudorato, dove le nostre lingue danzarono intrecciandosi per alcuni secondi infiniti.
Sentivo il calore del mio collega e la sua sorpresa, ma il mio pensiero era rivolto altrove. Staccandomi con studiata lentezza, mi voltai verso il mio fidanzato, a non più di venti metri di distanza, e gli rivolsi un sorriso radioso, quasi angelico.
Salii in macchina baciandolo sulla bocca, portandomi dietro il sapore umido e maschio del mio amante per incollarlo alle sue labbra. Tommaso era in una condizione mai vista: non più il cucciolo ferito della notte prima, ma un lupo affamato, le pupille dilatate e il respiro corto per l’impazienza.
«Allora birichina, com’è andata? Raccontami tutto! Vedo che ormai non ti fai più problemi», esordì con voce roca, le mani che stringevano il volante fino a far sbiancare le nocche.
«Tu me lo hai chiesto, tesoro», risposi con un tono di un’innocenza quasi irritante.
«Va bene, va bene, non ti preoccupare... ma dimmi di oggi. Siete stati insieme? Dove vi siete imbucati?».
«Ma amore... ti sembra il momento? Dai... c’è tempo. Prima ha telefonato mamma, ci aspetta per la pizza. L’ho sentita strana, credo ci sia qualcosa sotto».
Deluso, abbassò il capo, simile a un fanciullo a cui sia stato negato il giocattolo preferito. Gli spettinai i capelli con la mano, un gesto di giocosa confidenza che servì a risollevarlo; lui rise e avviò il motore.
Lungo il tragitto ripensai a Sergio, così perdutamente preso da me; interprete in una commedia che lo vedeva, suo malgrado, in un ruolo d’attore di secondo piano.
Come previsto, il pressante invito di mamma nascondeva un motivo ben più importante, una verità che premeva per uscire. La conferma la ebbi già varcando la soglia di casa: mi bastò osservare la sua agitazione, quel modo nervoso di sistemarsi il grembiule; lei, che i segreti non li aveva mai saputi custodire, emanava un’ansia quasi infantile.
Anche Tommaso fiutò che nell’aria aleggiava una strana elettricità, una tensione sospesa che rendeva la situazione quasi surreale, come se fossimo tutti in attesa di un colpo di scena già scritto. Fu alla fine della cena, con il profumo della pizza che ancora indugiava nella stanza e mamma che si accingeva a preparare il caffè, che mio padre, seduto accanto a me, mi prese la mano.
Il suo tocco era insolitamente solenne. «Sonia, piccola mia, devo dirti una cosa,» esordì, fissandomi con dolcezza. «Questa mattina ho ricevuto una visita inaspettata in ufficio. È venuto a trovarmi il Dott. Nicola de xxx.»
A quel nome, le gambe iniziarono a tremarmi sotto il tavolo. Sentii un brivido risalire lungo la schiena, un calore improvviso che mi mozzò il respiro. «Sai,» continuò lui con tono paterno, quasi a volermi chiedere scusa, «se ti fossi spiegata meglio l'altra sera, se avessi detto subito di che calibro fosse l'uomo di cui parlavi, non avrei mai negato il mio consenso. È stata solo un'incomprensione.»
Con un pizzico di ironia, pensai che in realtà quella sera, travolto dal suo pregiudizio borghese, non aveva nemmeno lasciato che finissi di parlare; ma poco importava ora, vista la notizia che stava per esplodere tra le pareti di quella cucina.
Un sorriso inarrestabile, radioso e colpevole, si aprì sul mio volto, illuminandomi da orecchio a orecchio.
Papà proseguì, visibilmente affascinato: «È un gran signore, Sonia, un uomo di un carisma d'altri tempi. Oltre a chiedermi formalmente di lasciarti lavorare nel suo staff personale, ha proposto alla banca un affare formidabile, un’operazione che non potevamo certo lasciarci sfuggire.»
In quel momento capii tutto: Nicola si era mosso come un sovrano, abbattendo le barriere della mia famiglia con la forza bruta del suo potere e dei suoi soldi. Non stava solo offrendo un lavoro; stava reclamando la sua proprietà, acquistando la benedizione di mio padre per rendermi, legalmente e socialmente, sua.
Abbracciai papà con vero affetto; lo ringraziai, sentendo il suo orgoglio avvolgermi come un mantello protettivo. Mamma si avvicinò subito, stringendomi in un abbraccio umido; aveva le lacrime agli occhi, commossa dalla mia felicità, ignara che quel pianto benedicesse in realtà l'inizio della mia perdizione.
Quando Tommaso fece per avvicinarsi, con le braccia tese per congratularsi e reclamare la sua quota di quella gioia, lo guardai di traverso. Prima che potesse toccarmi, gli pestai un piede con decisione; una mossa scherzosa che fece esplodere la risata di tutti, lui compreso, ma che per noi due era un segnale preciso: un monito a restare al suo posto di spettatore, un piccolo assaggio di dominio impartito sotto gli occhi dei miei.
Papà, entusiasta, volle festeggiare a tutti i costi. Aprì una bottiglia di spumante con un botto allegro e dal frigorifero, come per magia, comparvero delle pastine alla crema. Sorseggiando il vino, gli confessai che il mio unico cruccio, ora, era quello di dover affrontare il licenziamento dal mio attuale impiego. Temevo le formalità, le spiegazioni, il peso di quel distacco. Ma lui mi rassicurò subito, con la solida sicurezza del suo ruolo: avrebbe parlato personalmente con il direttore, sistemando ogni pendenza burocratica.
Quella notizia fu per me un sollievo, eppure, tra un sorso di spumante e un sorriso, avvertii una fitta inaspettata. Nonostante trovassi quel lavoro mortalmente noioso e fossi disposta a qualunque cosa pur di unirmi a Nicola, ero sinceramente dispiaciuta di lasciarli. In quell'ufficio polveroso erano stati tutti molto gentili e cordiali con me; voltare loro le spalle così bruscamente, attratta dal richiamo del lusso e del peccato, trasmetteva quasi una sensazione di tradimento.
Era il distacco dall'innocenza: stavo lasciando la riva sicura della cordialità mediocre per immergermi in un oceano dove la gentilezza era solo un accessorio del potere.
I festeggiamenti prolungarono la serata ben oltre il previsto, alimentando la frustrazione di Tommaso. Lo vedevo fremere, i suoi occhi cercavano continuamente i miei implorando quel resoconto sulla pausa pranzo che gli avevo promesso, ma io ne gioivo sadicamente. Dopo il suo meschino voltafaccia riguardo al mio nuovo impiego, trovavo che lasciarlo macerare nell’ansia fosse una punizione più che meritata.
Dunque, verso le dieci, lo liquidai senza troppi complimenti, sostenendo di essere esausta e che lo spumante mi avesse messo addosso una sonnolenza improvvisa. In realtà, ogni fibra del mio corpo era elettrizzata: non vedevo l’ora di chiudermi la porta alle spalle per scrivere a Nicola.
Difatti, non appena se ne andò mugugnando il suo malcontento, corsi in camera, mi gettai sul letto con il respiro corto e impugnai il telefono. Il cuore batteva fin dentro la gola mentre aprivo la nostra chat. Volevo essere diretta, senza filtri, per fargli capire che il suo "investimento" sulla mia famiglia aveva dato i frutti sperati.
Sonia: «Grazie Nicola, mio padre è entusiasta e io di più. Mi ha appena dato il suo consenso... dice che sei un "gran signore" 😇. Se solo sapesse cosa abbiamo fatto l'altro giorno sulla scrivania... o cosa vorrei che mi facessi ora che sono nuda nel mio letto 😈🔥»
Nicola: «Non dubitare mai di me, tesoro. Quando decido di volere qualcosa, trovo sempre il modo per ottenerlo. Tuo padre è un uomo d'affari assennato, Sonia. Sa riconoscere un’opportunità quando la vede. Ma la vera opportunità per me resta quella di averti qui, nel mio staff... So riconoscere i cavalli vincenti e so che non mi deluderai. Spero che tu sia pronta a lavorare sodo 🥃»
Sonia: «Farò tutto ciò che vuoi, Nicola. Non vedo l'ora di ricambiare il favore che hai fatto a papà... magari iniziando proprio da dove ci siamo interrotti. 🍆 🍑 🤤 Mi manchi... 💦👅»
Nicola: «Ti voglio nel mio ufficio al più presto, non farmi aspettare. Ho già in mente il primo compito da assegnarti... e non riguarderà le scartoffie 😈👠»
Leggere quelle parole scatenò in me un brivido profondo, diverso da qualunque sensazione provata prima. Era il lasciapassare per una nuova vita che attendeva di essere abbracciata. Non ero più la segretaria di una piccola ditta di provincia, ero la donna che un uomo come Nicola aveva scelto di avere al proprio fianco; la preda eletta che lui intendeva plasmare.
Anche senza conoscere i dettagli del mio futuro impiego, sentivo che nulla sarebbe stato più come prima. Ogni ponte con il passato era bruciato. Sdraiata sul letto, stringevo il telefono al petto come un talismano prezioso; lasciai che l’immaginazione corresse libera verso quel lusso e quella potenza che avevo solo intravisto tra i marmi del suo ufficio.
Ero pronta a tutto, divorata dal desiderio di scoprire fin dove Nicola avrebbe voluto spingermi e cosa avrebbe preteso dalla mia devozione. Sapevo che non si sarebbe accontentato della superficie; avrebbe preteso l'anima, il corpo e ogni mio segreto più torbido.
Chiusi gli occhi, immaginando già il calore delle sue mani e il peso della sua autorità, pronta a diventarne lo strumento e l'architetto del mio destino.
La mia non era stata una semplice conquista, ma una vera apoteosi. Godevo ancora nel ricordo di Tommaso, sconfitto e svuotato, dopo averlo visto sborrare nei pantaloni eccitato dalle mie ammissioni. Si era stretto dolcemente tra le mie braccia come un cucciolo ferito, cercando protezione proprio nella fonte del suo tormento, e in quella resa totale aveva finalmente lasciato cadere ogni maschera.
Sentire il suo calore contro il petto, mentre l'odore della sua eiaculazione impregnava l'abitacolo dell'auto, era stata la conferma del mio nuovo potere. In quel parcheggio buio, aveva smesso di essere il custode della mia moralità per diventare il primo devoto spettatore della mia corruzione.
Lavando i denti, osservando la mia immagine riflessa nello specchio, il pensiero tornava ostinatamente alle sue parole.
«Tutto è iniziato al mare», aveva sussurrato nel buio dell'auto; dicendo che non riusciva a capacitarsene, ma vedermi abbracciata a Luca gli procurava un'erezione involontaria e prepotente, che lo spaventava e lo affascinava al tempo stesso.
Sorridendo dolcemente tra le mie braccia, aveva raccontato di averci spiati più volte. Cercava l'ombra, il riflesso di un vetro, lo spiraglio di una porta, animato dal desiderio morboso di sorprenderci e vedermi in intimità con lui. Udendo quelle parole finalmente così sincere, lo avevo baciato sul capo con una tenerezza che sapeva di perdono, chiedendomi in silenzio cosa potesse aver visto davvero e fin dove i suoi occhi si fossero spinti.
Era eccitante pensare che, mentre io godevo dell'attenzione di Luca, il mio fidanzato fosse lì a nutrirsi dei nostri avanzi, trasformando la sua gelosia in una fame insaziabile. Quella confessione non lo allontanava da me, ma lo incatenava ancora di più alla mia volontà: ora sapevo quale corda pizzicare per farlo vibrare a mio piacimento.
Sull’autobus, immersa in quella calca soffocante e umida, sentivo gli sguardi sfacciati di alcuni studenti scivolarmi addosso. Quelle occhiate lascive, cariche di una bramosia adolescente, mi ricordarono ciò che a Tommaso era costato più caro ammettere. «Arrivo a masturbarmi anche più volte al giorno», aveva confessato con il capo chino, come se stesse ammettendo un crimine infame invece di una semplice, disperata dipendenza.
L’entrata in scena di Sergio, con quei gesti rubati che Tommaso ci aveva visto scambiare, era stata la spinta decisiva per far saltare ogni residuo freno inibitorio. Il dubbio era diventato ossessione, una fame che solo il tocco delle sue stesse mani riusciva a placare momentaneamente. Dopo quell’assurda telefonata del giorno prima, con il respiro mio ancora spezzato dall'orgasmo che gli vibrava nelle orecchie, era tornato in azienda per chiudersi in bagno a farsi una sega furiosa.
Immaginarlo lì, solo, a consumarsi nel desiderio di sapermi posseduta da un altro, mi dava un brivido di potere assoluto. Mentre l'autobus sobbalzava nel traffico, io sorridevo tra me, godendo della consapevolezza di averlo ridotto a uno schiavo della sua stessa immaginazione. Era bastato un sospetto, il riflesso di una carezza non sua, per trasformare il mio fidanzato in un guardone affamato della propria umiliazione.
Come meritato premio alle sue verità, gli avevo confidato di aver ceduto alle lusinghe di Luca, ammettendo che passeggiando sulla riva ci eravamo baciati.
Udendo quelle parole si era sollevato a guardarmi incredulo, con un’espressione entusiasta dipinta sul volto, come se non riuscisse a credere a quel dono inaspettato.
Galvanizzata dalla sua eccitazione e pressata dalle sue domande, avevo anche ammesso che i baci si erano ripetuti in altre occasioni e che, una volta, Luca mi aveva tolto il costume in acqua. Udendo quelle parole, Tommaso era venuto nuovamente: un fiotto improvviso sulle mie dita, serrate a quell’innocuo pisello.
Compassionevole, lo avevo guardato godere della mia impudicizia, assaporando il trionfo di averlo nutrito con una mezza verità che prima lo avrebbe distrutto, ma che ora era il lubrificante della sua nuova natura: il sigillo di una notte che non avremmo dimenticato.
L’ufficio, su cui avevo perso ormai ogni ambizione, pareva una prigione: un luogo di noia e banalità soffocante che solo le trasgressioni con Sergio riuscivano a rendere tollerabile. Senza quelle pause pranzo fatte di sesso, dove la mente trovava la sua oasi di felicità, non avrei saputo come resistere.
Il povero Tommaso, quella notte, era scivolato definitivamente oltre il confine.
Lo rivedevo nel buio dell’auto, il volto illuminato a tratti dai fari che passavano, mentre la sua voce, rotta da un mix di desiderio perverso e residui d’imbarazzo, cercava le parole per suggerirmi di concedermi senza remore.
«Sonia, io... io non riesco a smettere di pensarci», aveva sussurrato, le dita tremanti contro le mie.
«Domani lo rifarete? Sì, intendo... con il tuo amichetto: andrete ancora ad appartarvi?».
Mordendomi il labbro inferiore: «Non lo so, amore...».
«Sì! Intendo... se lo vuoi. Se lo desideri, io non ho nulla in contrario, anzi... Se dici che sta vivendo un brutto momento... e che ha bisogno di sfogarsi... Beh, insomma, lo capisco. Cosa c’è di male dopotutto?».
Ero restata a fissarlo, affascinata: imbarazzato nell’ammettere la verità nuda e cruda, aveva finito per usare la mia stessa scusa. Baciandolo teneramente, mi ero limitata a un cenno affermativo, aggiungendo solo: «D’accordo, se capiterà...».
«Poi me lo dirai?», aveva chiesto impaziente.
«Sì, tesoro...».
E spinto dalla bramosia crescente: «Sì, intendo... può succedere che... sai, spinti dalla voglia... finiate per fare dell’altro. Ecco... se succedesse, vorrei che tu sappia che io... sì, insomma, io lo capirei, ecco!».
Senza voler infierire oltre, la mia risposta era stata un sorriso complice.
Così, quando all’uscita dal lavoro lo trovai come sempre ad aspettarmi, decisi di dargli un primo assaggio di ciò che lo avrebbe atteso per il futuro. Volevo che vedesse.
Proprio lì, sul cancello, mi strinsi in un abbraccio intimo con Sergio, offrendogli la bocca sotto i suoi occhi. Non fu un semplice contatto, ma un bacio profondo, spudorato, dove le nostre lingue danzarono intrecciandosi per alcuni secondi infiniti.
Sentivo il calore del mio collega e la sua sorpresa, ma il mio pensiero era rivolto altrove. Staccandomi con studiata lentezza, mi voltai verso il mio fidanzato, a non più di venti metri di distanza, e gli rivolsi un sorriso radioso, quasi angelico.
Salii in macchina baciandolo sulla bocca, portandomi dietro il sapore umido e maschio del mio amante per incollarlo alle sue labbra. Tommaso era in una condizione mai vista: non più il cucciolo ferito della notte prima, ma un lupo affamato, le pupille dilatate e il respiro corto per l’impazienza.
«Allora birichina, com’è andata? Raccontami tutto! Vedo che ormai non ti fai più problemi», esordì con voce roca, le mani che stringevano il volante fino a far sbiancare le nocche.
«Tu me lo hai chiesto, tesoro», risposi con un tono di un’innocenza quasi irritante.
«Va bene, va bene, non ti preoccupare... ma dimmi di oggi. Siete stati insieme? Dove vi siete imbucati?».
«Ma amore... ti sembra il momento? Dai... c’è tempo. Prima ha telefonato mamma, ci aspetta per la pizza. L’ho sentita strana, credo ci sia qualcosa sotto».
Deluso, abbassò il capo, simile a un fanciullo a cui sia stato negato il giocattolo preferito. Gli spettinai i capelli con la mano, un gesto di giocosa confidenza che servì a risollevarlo; lui rise e avviò il motore.
Lungo il tragitto ripensai a Sergio, così perdutamente preso da me; interprete in una commedia che lo vedeva, suo malgrado, in un ruolo d’attore di secondo piano.
Come previsto, il pressante invito di mamma nascondeva un motivo ben più importante, una verità che premeva per uscire. La conferma la ebbi già varcando la soglia di casa: mi bastò osservare la sua agitazione, quel modo nervoso di sistemarsi il grembiule; lei, che i segreti non li aveva mai saputi custodire, emanava un’ansia quasi infantile.
Anche Tommaso fiutò che nell’aria aleggiava una strana elettricità, una tensione sospesa che rendeva la situazione quasi surreale, come se fossimo tutti in attesa di un colpo di scena già scritto. Fu alla fine della cena, con il profumo della pizza che ancora indugiava nella stanza e mamma che si accingeva a preparare il caffè, che mio padre, seduto accanto a me, mi prese la mano.
Il suo tocco era insolitamente solenne. «Sonia, piccola mia, devo dirti una cosa,» esordì, fissandomi con dolcezza. «Questa mattina ho ricevuto una visita inaspettata in ufficio. È venuto a trovarmi il Dott. Nicola de xxx.»
A quel nome, le gambe iniziarono a tremarmi sotto il tavolo. Sentii un brivido risalire lungo la schiena, un calore improvviso che mi mozzò il respiro. «Sai,» continuò lui con tono paterno, quasi a volermi chiedere scusa, «se ti fossi spiegata meglio l'altra sera, se avessi detto subito di che calibro fosse l'uomo di cui parlavi, non avrei mai negato il mio consenso. È stata solo un'incomprensione.»
Con un pizzico di ironia, pensai che in realtà quella sera, travolto dal suo pregiudizio borghese, non aveva nemmeno lasciato che finissi di parlare; ma poco importava ora, vista la notizia che stava per esplodere tra le pareti di quella cucina.
Un sorriso inarrestabile, radioso e colpevole, si aprì sul mio volto, illuminandomi da orecchio a orecchio.
Papà proseguì, visibilmente affascinato: «È un gran signore, Sonia, un uomo di un carisma d'altri tempi. Oltre a chiedermi formalmente di lasciarti lavorare nel suo staff personale, ha proposto alla banca un affare formidabile, un’operazione che non potevamo certo lasciarci sfuggire.»
In quel momento capii tutto: Nicola si era mosso come un sovrano, abbattendo le barriere della mia famiglia con la forza bruta del suo potere e dei suoi soldi. Non stava solo offrendo un lavoro; stava reclamando la sua proprietà, acquistando la benedizione di mio padre per rendermi, legalmente e socialmente, sua.
Abbracciai papà con vero affetto; lo ringraziai, sentendo il suo orgoglio avvolgermi come un mantello protettivo. Mamma si avvicinò subito, stringendomi in un abbraccio umido; aveva le lacrime agli occhi, commossa dalla mia felicità, ignara che quel pianto benedicesse in realtà l'inizio della mia perdizione.
Quando Tommaso fece per avvicinarsi, con le braccia tese per congratularsi e reclamare la sua quota di quella gioia, lo guardai di traverso. Prima che potesse toccarmi, gli pestai un piede con decisione; una mossa scherzosa che fece esplodere la risata di tutti, lui compreso, ma che per noi due era un segnale preciso: un monito a restare al suo posto di spettatore, un piccolo assaggio di dominio impartito sotto gli occhi dei miei.
Papà, entusiasta, volle festeggiare a tutti i costi. Aprì una bottiglia di spumante con un botto allegro e dal frigorifero, come per magia, comparvero delle pastine alla crema. Sorseggiando il vino, gli confessai che il mio unico cruccio, ora, era quello di dover affrontare il licenziamento dal mio attuale impiego. Temevo le formalità, le spiegazioni, il peso di quel distacco. Ma lui mi rassicurò subito, con la solida sicurezza del suo ruolo: avrebbe parlato personalmente con il direttore, sistemando ogni pendenza burocratica.
Quella notizia fu per me un sollievo, eppure, tra un sorso di spumante e un sorriso, avvertii una fitta inaspettata. Nonostante trovassi quel lavoro mortalmente noioso e fossi disposta a qualunque cosa pur di unirmi a Nicola, ero sinceramente dispiaciuta di lasciarli. In quell'ufficio polveroso erano stati tutti molto gentili e cordiali con me; voltare loro le spalle così bruscamente, attratta dal richiamo del lusso e del peccato, trasmetteva quasi una sensazione di tradimento.
Era il distacco dall'innocenza: stavo lasciando la riva sicura della cordialità mediocre per immergermi in un oceano dove la gentilezza era solo un accessorio del potere.
I festeggiamenti prolungarono la serata ben oltre il previsto, alimentando la frustrazione di Tommaso. Lo vedevo fremere, i suoi occhi cercavano continuamente i miei implorando quel resoconto sulla pausa pranzo che gli avevo promesso, ma io ne gioivo sadicamente. Dopo il suo meschino voltafaccia riguardo al mio nuovo impiego, trovavo che lasciarlo macerare nell’ansia fosse una punizione più che meritata.
Dunque, verso le dieci, lo liquidai senza troppi complimenti, sostenendo di essere esausta e che lo spumante mi avesse messo addosso una sonnolenza improvvisa. In realtà, ogni fibra del mio corpo era elettrizzata: non vedevo l’ora di chiudermi la porta alle spalle per scrivere a Nicola.
Difatti, non appena se ne andò mugugnando il suo malcontento, corsi in camera, mi gettai sul letto con il respiro corto e impugnai il telefono. Il cuore batteva fin dentro la gola mentre aprivo la nostra chat. Volevo essere diretta, senza filtri, per fargli capire che il suo "investimento" sulla mia famiglia aveva dato i frutti sperati.
Sonia: «Grazie Nicola, mio padre è entusiasta e io di più. Mi ha appena dato il suo consenso... dice che sei un "gran signore" 😇. Se solo sapesse cosa abbiamo fatto l'altro giorno sulla scrivania... o cosa vorrei che mi facessi ora che sono nuda nel mio letto 😈🔥»
Nicola: «Non dubitare mai di me, tesoro. Quando decido di volere qualcosa, trovo sempre il modo per ottenerlo. Tuo padre è un uomo d'affari assennato, Sonia. Sa riconoscere un’opportunità quando la vede. Ma la vera opportunità per me resta quella di averti qui, nel mio staff... So riconoscere i cavalli vincenti e so che non mi deluderai. Spero che tu sia pronta a lavorare sodo 🥃»
Sonia: «Farò tutto ciò che vuoi, Nicola. Non vedo l'ora di ricambiare il favore che hai fatto a papà... magari iniziando proprio da dove ci siamo interrotti. 🍆 🍑 🤤 Mi manchi... 💦👅»
Nicola: «Ti voglio nel mio ufficio al più presto, non farmi aspettare. Ho già in mente il primo compito da assegnarti... e non riguarderà le scartoffie 😈👠»
Leggere quelle parole scatenò in me un brivido profondo, diverso da qualunque sensazione provata prima. Era il lasciapassare per una nuova vita che attendeva di essere abbracciata. Non ero più la segretaria di una piccola ditta di provincia, ero la donna che un uomo come Nicola aveva scelto di avere al proprio fianco; la preda eletta che lui intendeva plasmare.
Anche senza conoscere i dettagli del mio futuro impiego, sentivo che nulla sarebbe stato più come prima. Ogni ponte con il passato era bruciato. Sdraiata sul letto, stringevo il telefono al petto come un talismano prezioso; lasciai che l’immaginazione corresse libera verso quel lusso e quella potenza che avevo solo intravisto tra i marmi del suo ufficio.
Ero pronta a tutto, divorata dal desiderio di scoprire fin dove Nicola avrebbe voluto spingermi e cosa avrebbe preteso dalla mia devozione. Sapevo che non si sarebbe accontentato della superficie; avrebbe preteso l'anima, il corpo e ogni mio segreto più torbido.
Chiusi gli occhi, immaginando già il calore delle sue mani e il peso della sua autorità, pronta a diventarne lo strumento e l'architetto del mio destino.
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