Litania del Fiore Chiuso
di
ErosScritto
genere
poesie
Labbra senza bocca,
che parlano solo quando tremano.
Un piccolo vulcano spento
che custodisce brace sotto seta bagnata,
la piega che nasconde il proprio nome
e lo sussurra solo a chi sa ascoltare con la lingua.
Non è caverna, non è tempio,
è l’alfabeto carnoso di una lingua morta
che ogni volta resuscita
quando le viene letto ad alta voce
con pollice, indice e pazienza oscena.
Dentro, il colore cambia come il cielo di un temporale estivo:
rosa confetto → corallo acceso → vino versato nel buio →
nero profondo dove spariscono le dita
e ritornano più vecchie di quando sono entrate.
Ha il suo proprio odore di pane appena sfornato
e di mare che si ricorda di essere stato pesce.
Sa di ferro caldo, di moneta tenuta in bocca da bambino,
di erba schiacciata sotto corpi che non hanno più vergogna.
Quando si apre
non è una porta che cede,
è un’orologeria di carne che decide
se e quando e quanto
lasciar entrare il tempo.
E quando si contrae intorno a ciò che ama
(che sia lingua, che sia sesso, che sia nulla se non l’aria stessa)
è la cosa più vicina a un dio
che l’anatomia umana abbia mai osato fabbricare:
un piccolo collasso dell’universo
che dura tre secondi
e lascia tutti muti
con la bocca spalancata
come se avessimo dimenticato
come si respira fuori da lei.
Allora sì,
chiamiamola ancora con i nomi antichi e sporchi,
ma sottovoce,
perché anche i nomi più volgari
quando li diciamo a lei
diventano, per un attimo,
preghiera.
che parlano solo quando tremano.
Un piccolo vulcano spento
che custodisce brace sotto seta bagnata,
la piega che nasconde il proprio nome
e lo sussurra solo a chi sa ascoltare con la lingua.
Non è caverna, non è tempio,
è l’alfabeto carnoso di una lingua morta
che ogni volta resuscita
quando le viene letto ad alta voce
con pollice, indice e pazienza oscena.
Dentro, il colore cambia come il cielo di un temporale estivo:
rosa confetto → corallo acceso → vino versato nel buio →
nero profondo dove spariscono le dita
e ritornano più vecchie di quando sono entrate.
Ha il suo proprio odore di pane appena sfornato
e di mare che si ricorda di essere stato pesce.
Sa di ferro caldo, di moneta tenuta in bocca da bambino,
di erba schiacciata sotto corpi che non hanno più vergogna.
Quando si apre
non è una porta che cede,
è un’orologeria di carne che decide
se e quando e quanto
lasciar entrare il tempo.
E quando si contrae intorno a ciò che ama
(che sia lingua, che sia sesso, che sia nulla se non l’aria stessa)
è la cosa più vicina a un dio
che l’anatomia umana abbia mai osato fabbricare:
un piccolo collasso dell’universo
che dura tre secondi
e lascia tutti muti
con la bocca spalancata
come se avessimo dimenticato
come si respira fuori da lei.
Allora sì,
chiamiamola ancora con i nomi antichi e sporchi,
ma sottovoce,
perché anche i nomi più volgari
quando li diciamo a lei
diventano, per un attimo,
preghiera.
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