Lo scambio culturale - Capitolo 3: L'Eredità Segreta

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tradimenti


Il rientro dallo shopping in Via Montenapoleone fu silenzioso, ma diverso dalle volte precedenti. Non c’era la tensione elettrica della sottomissione nell'aria, ma qualcosa di più denso, simile a un pensiero non ancora formulato. Marco guidava la Fiat Tipo con le mani che formicolavano, la coscienza che iniziava a presentargli il conto salatissimo di quei tremila euro spesi in poche ore.

Arrivati a casa, trovarono la villetta deserta. Elena aveva mandato un messaggio: si era fermata a cena dai suoi genitori con i ragazzi e sarebbe rientrata tardi. Avevano la casa tutta per loro per l'ultima notte prima della partenza di Astrid.

Marco portò le borse in camera di lei, sentendosi un condannato che trasporta la propria ghigliottina. Posò i sacchetti sul letto e rimase lì, con le braccia lungo i fianchi, aspettando l'ordine, aspettando l'umiliazione, aspettando di essere ridotto a oggetto per l'ultima volta.

Astrid chiuse la porta a chiave. Ma non accese il ring light. Non montò il treppiede. Non tirò fuori maschere né collari.

Si sedette sul bordo del letto, circondata dal lusso che lui le aveva comprato, e lo guardò. Per la prima volta da quando era arrivata, il suo sguardo non era né predatorio né recitato. Era limpido, quasi malinconico. Si tolse le scarpe con un gesto stanco, sfilandosi la corazza del personaggio che aveva interpretato.

«Siediti, Marco,» disse. La voce era tornata normale, priva di quella modulazione seducente da camgirl.

Marco obbedì, confuso. «Dobbiamo girare? La luce è spenta...»

Astrid scosse la testa, un sorriso amaro sulle labbra. Prese il suo iPad dal comodino e lo sbloccò. «Guarda qui.»

Girò lo schermo verso di lui. Era la dashboard dei guadagni di OnlyFans. Le cifre erano astronomiche. Una linea verde che saliva verticalmente verso l'alto in corrispondenza degli ultimi tre giorni.

«I video con te,» spiegò lei, indicando il grafico. «Hanno spaccato l'algoritmo. La categoria "Real Dad & Student" è satura di attori finti, palestrati, tatuati. Ma tu... tu eri vero, Marco. La tua disperazione era vera, la tua fame era vera. E la gente paga per la verità.»

Marco fissava i numeri. Erano più di quanto guadagnasse in sei mesi di ingegneria. «E quindi?»

Astrid posò l'iPad e lo guardò dritto negli occhi. «Quindi basta. Il gioco è finito.»

Si alzò, andò verso la borsa e tirò fuori una busta spessa. Poi prese il telefono e fece un’operazione bancaria rapida. Il cellulare di Marco vibrò nella tasca. Una notifica dalla banca.

«Ti ho appena fatto un bonifico istantaneo,» disse lei con semplicità. «Copre tutto quello che hai speso oggi, più i cinquanta euro iniziali, più la tua quota.»

«La mia... quota?» Marco balbettò, tirando fuori il telefono. La cifra accreditata era assurda. Quindici mila euro.

«Siamo soci, Marco. Al 50%. Non sono una ladra. E non sono un mostro,» disse lei, avvicinandosi. Gli prese le mani. Erano calde. «Ho visto come mi guardavi. Non era solo sesso, vero? Tu stavi morendo qui dentro. In questa casa grigia, con quella moglie che ti tratta come un mobile vecchio.»

Astrid gli accarezzò il viso, e quel tocco non aveva nulla di teatrale. Era dolce, umano. «Mi hai fatto pena all'inizio. Ma poi... poi ho visto come ti accendevi per me. Come eri disposto a distruggerti pur di sentire qualcosa. E mi è piaciuto. Non per i video. Mi è piaciuto essere desiderata così tanto.»

Marco sentì un nodo sciogliersi in gola, una diga che crollava. Non erano lacrime di vergogna, ma di sollievo puro.

«Niente telecamere stasera,» sussurrò Astrid, spingendolo delicatamente all'indietro sul letto, in mezzo ai sacchetti di Gucci. «Stasera è per te. Voglio che ti ricordi di me quando sarò partita. Voglio che ti ricordi di essere vivo.»

Quello che seguì non ebbe nulla a che fare con le performance dei giorni precedenti. Astrid non lo dominò, non lo umiliò. Lo spogliò con una lentezza esasperante, baciando ogni centimetro di pelle che scopriva, come se volesse adorare quel corpo di quarantenne stanco che sua moglie non guardava più da anni.

Quando Marco cercò di prendere l'iniziativa, lei lo lasciò fare. Lo accolse tra le sue braccia e le sue gambe con una passione che lo lasciò senza fiato. Non c'erano copioni, non c'erano angolazioni giuste da mantenere. C'era solo il calore, l'odore di vaniglia, la pelle sudata che scivolava contro la pelle.

Astrid si dedicò a lui con una generosità totale. Usò la sua esperienza non per controllarlo, ma per fargli provare piaceri che Marco non aveva nemmeno mai immaginato esistessero. Lo toccò, lo baciò, lo cavalcò guardandolo negli occhi, sussurrandogli quanto fosse bello vederlo godere, quanto le piacesse sentirlo pulsare dentro di lei.

Per la prima volta in decenni, Marco non si sentì un bancomat, né un autista, né un dipendente. Si sentì un uomo. Un maschio desiderato, potente, al centro dell'universo di una donna bellissima. Fece l'amore con una foga liberatoria, sfogando anni di frustrazione, di silenzi, di cene riscaldate e sguardi assenti. E lei era lì, presente, che rispondeva a ogni colpo, che graffiava la sua schiena non per scena, ma per piacere.

Quando finirono, ore dopo, rimasero abbracciati nel buio, il respiro che tornava lentamente regolare. Marco teneva il viso affondato nei capelli biondi di lei, inalando quel profumo per imprimerlo nella memoria olfattiva per sempre.

«Grazie,» sussurrò lui. Una parola semplice, ma carica di un significato immenso.

Astrid gli baciò la fronte. «Grazie a te, Marco. Mi hai ricordato che dietro i "clienti" ci sono persone.» Si staccò lentamente, guardando l'orologio. «Elena tornerà tra poco. Devi andare nella tua stanza.»

Marco si rivestì, sentendosi stordito ma stranamente forte. Il suo corpo vibrava ancora di piacere residuo. Prima di uscire, Astrid gli mise in mano una chiavetta USB piccola, nera.

«Tutti i nostri video,» disse strizzando l'occhio. «Non sono online. Li ho tolti dal profilo dopo aver scaricato i guadagni. Sono solo tuoi, adesso. Un ricordo privato. Nessuno saprà mai niente.»

Marco strinse la chiavetta nel pugno. «Sei incredibile.»

«Lo so,» rise lei. «Ora vai. E Marco? Comprati quella moto che guardavi sempre sul computer quando pensavi che nessuno ti vedesse. Te la sei guadagnata.»-----Il giorno dopo

L'aeroporto di Malpensa era un formicaio di gente. Il momento dei saluti fu breve, formale. Elena abbracciò Astrid con calore materno. «Ci mancherai, cara. Spero ti sia trovata bene.»

«È stato indimenticabile,» rispose Astrid, sorridendo. Poi si voltò verso Marco. Gli tese la mano. Una stretta ufficiale, casta.

Ma mentre gli stringeva la mano, Marco sentì la pressione delle sue dita, un ultimo segnale in codice. I loro sguardi si incrociarono per un secondo: il blu elettrico e il marrone stanco. In quel secondo passarono tutte le immagini della notte appena trascorsa, il segreto condiviso, il patto di sangue e piacere.

«Arrivederci, Marco. Stammi bene.»

«Buon viaggio, Astrid.»

Quando il taxi partì, Elena sospirò, salendo in macchina. «Che ragazza gentile. Un po' riservata, forse. Comunque, meno male che è finita, è stato faticoso avere un ospite. Torniamo alla normalità.»

Marco si mise al volante della Fiat Tipo. Guardò sua moglie, che stava già controllando il registro elettronico sul tablet. Guardò la strada grigia davanti a sé, la stessa tangenziale, lo stesso traffico.

Ma qualcosa era cambiato.

Sotto il sedile, nella tasca interna della giacca, sentiva il peso della chiavetta USB e sapeva del saldo sul suo conto segreto. Una riserva di ossigeno. Una via di fuga.

Mise in moto. Mentre guidava verso casa, verso le rate del mutuo e le cene silenziose, Marco sorrise. Un sorriso sottile, quasi impercettibile, ma autentico. La colata di cemento era ancora lì, grigia e imponente, ma lui non era più murato vivo al suo interno.

Aveva scavato un tunnel segreto. E ogni tanto, quando il grigio sarebbe diventato insopportabile, sapeva di poter chiudere gli occhi, inserire quella chiavetta nella mente, e tornare a respirare colore puro.

«Sì,» rispose a Elena, accendendo la radio. «Torniamo alla normalità.»

Ma mentre accelerava, la sua mano accarezzò il volante immaginando che fosse il manubrio di una Ducati. La normalità era solo una maschera. E lui aveva appena imparato che le maschere, se usate bene, possono renderti libero.
scritto il
2026-01-13
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