Elara - Capitolo 1 - La simbiosi
di
ErosScritto
genere
fantascienza
Il protocollo della missione era stato chiaro: nessuna interazione biologica senza barriere di livello quattro. Ma mentre l'aria densa e dolciastra della caverna le riempiva i polmoni, il tenente Elara sentì che la logica stava rapidamente cedendo il passo a un istinto molto più antico e primordiale.
Di fronte a lei, la creatura non sembrava minacciosa, bensì ipnotica. Pulsava di una bioluminescenza tenue, ritmica, che passava dal viola profondo all'azzurro elettrico, sincronizzandosi stranamente con il battito accelerato del cuore di lei. Elara avrebbe dovuto indietreggiare, avrebbe dovuto chiamare i rinforzi, ma le sue gambe sembravano piombo fuso.
Un singolo tentacolo, lucido e liscio come ossidiana liquida, si staccò dalla massa centrale. Non scattò come una frusta, ma scivolò nell'aria con una grazia lenta e deliberata, quasi liquida. Quando la punta umida e calda sfiorò la pelle scoperta della sua caviglia, Elara non provò disgusto, ma una scossa elettrica che le risalì dritta fino al ventre, facendole scappare un gemito che morì nella gola. Non era una preda; era un invito.
Il fucile le scivolò dalle dita intorpidite, colpendo il suolo roccioso con un clangore metallico che sembrò lontanissimo, ovattato dall'aria densa. Elara non abbassò lo sguardo verso l'arma. I suoi occhi erano incatenati alla danza sinuosa che stava avvenendo sul suo corpo.
Il tentacolo che l'aveva sfiorata non si ritrasse. Al contrario, iniziò a risalire con una lentezza esasperante, avvolgendole il polpaccio in una spirale ferma ma delicata. La pressione era perfetta: abbastanza forte da farle sentire la sua autorità, abbastanza dolce da non far scattare l'allarme del dolore. Attraverso il tessuto tecnico della tuta, sentiva le ventose minuscole contrarsi e rilassarsi ritmicamente, come se stessero assaggiando la sua struttura, mappando i suoi nervi.
«Cosa... cosa sei?» sussurrò, ma la voce le uscì roca, spezzata.
Come in risposta, la creatura emise un suono basso, una vibrazione che risuonò non nelle orecchie di Elara, ma direttamente nel suo sterno e tra le cosce. La bioluminescenza virò verso un ambra caldo, quasi dorato.
Altri due tentacoli emersero dalla massa centrale, scivolando fuori dall'ombra come fumo solido. Uno si diresse verso la sua schiena, sostenendola mentre le gambe le cedevano definitivamente; l'altro, più sottile e incredibilmente agile, si insinuò verso la cerniera ermetica della sua uniforme sul petto.
Elara trattenne il respiro. Avrebbe dovuto provare terrore all'idea di essere spogliata da una forma di vita sconosciuta in un mondo ostile. Invece, inarcò la schiena contro l'arto che la sosteneva, offrendosi al tocco. Quando la punta fredda e liscia del tentacolo fece scorrere la zip verso il basso, l'aria fresca della caverna colpì la sua pelle sudata, seguita immediatamente dal calore umido e pulsante dell'alieno che si premeva contro il suo sterno nudo. La sensazione della pelle liscia della creatura contro i suoi seni fu così intensa, così aliena eppure così giusta, che la vista le si annebbiò per un istante di puro piacere vertiginoso.
La tuta scivolò via dalle spalle, intrappolandole le braccia per un istante prima di essere strappata via con un colpo deciso di un altro arto sferzante. Ora Elara era completamente esposta all'aria satura della caverna, nuda e tremante, ma la sensazione di freddo durò meno di un secondo.
Fu come venire immersa in un bagno di seta viva. Non c'erano due mani a toccarla, ma una dozzina di punti di contatto simultanei che mandarono il suo sistema nervoso in tilt. Un tentacolo spesso e muscoloso le cinse la vita, sollevandola da terra quel tanto che bastava perché le punte dei piedi sfiorassero appena il suolo, lasciandola in balia della gravità e della creatura.
La vera esplorazione iniziò allora. Arti più sottili, ricoperti di un film traslucido e scivoloso che profumava di ozono e muschio, iniziarono a tracciare ogni curva del suo corpo. Uno si attorcigliò intorno alla sua coscia sinistra, stringendo con possessività, mentre le ventose minuscole — centinaia di piccole bocche avide — si attaccavano e staccavano dalla pelle sensibile dell'interno coscia con un suono umido e ritmico: plop, plop, plop.
Elara gettò la testa all'indietro, i capelli che sfioravano la roccia umida. Un tentacolo sottile come un dito le accarezzò la gola, risalendo fino all'orecchio per stuzzicare il lobo con una vibrazione ronzante, quasi fosse una lingua esperta. Ma era sul suo petto che l'alieno concentrò la sua curiosità. Due appendici gemelle danzarono sui suoi seni, le punte che roteavano veloci e ruvide attorno ai capezzoli induriti, tirandoli e rilasciandoli in una parodia squisita di una suzione vorace.
«Ti prego...» ansimò lei, non sapendo nemmeno cosa stesse chiedendo.
La creatura rispose scivolando più in basso. Un tentacolo dalla punta piatta e larga, incredibilmente morbida, si insinuò tra le sue gambe aperte. Non entrò. Invece, iniziò a lambire la sua femminilità con movimenti ampi e piatti, imitando perfettamente la devozione di una lingua umana, ma con una persistenza e una consistenza che nessun umano avrebbe mai potuto eguagliare. Il calore dell'alieno si fuse con il suo, e ogni passata distribuiva quel lubrificante naturale che rendeva ogni tocco scivoloso, elettrico, insopportabilmente piacevole. Elara sentì le ginocchia cedere nel vuoto, sostenuta solo dalla presa ferrea che la teneva sospesa in quell'abisso di piacere.
Improvvisamente, la stimolazione frenetica cessò. Non fu un abbandono, ma una pausa carica di tensione elettrica. I tentacoli che la sostenevano la fecero ruotare leggermente, esponendola alla luce pulsante che ora emanava dal nucleo della creatura, un bagliore violaceo che trasformava il corpo di Elara in un paesaggio di luci e ombre.
In quel chiarore alieno, la sua fisicità da soldato risaltava con prepotenza erotica. Elara non era una damigella delicata; era una scultura di muscoli torniti da anni di addestramento a gravità zero. La pelle, normalmente di un’ambra pallida, era ora chiazzata da un rossore febbrile che partiva dal collo e scendeva fino all'addome piatto e scolpito. Una sottile cicatrice argentata — ricordo di una scaramuccia su una luna mineraria — correva obliqua sul suo fianco destro, ora lucida di sudore, un segno di imperfezione che la rendeva ancora più reale e desiderabile agli "occhi" della creatura.
I suoi seni, sodi e alti, si sollevavano e abbassavano ritmicamente per il respiro affannoso, i capezzoli scuri ormai induriti a tal punto da far male, implorando un contatto che era appena stato negato. Le sue cosce, potenti e toniche, capaci di stritolare un nemico in combattimento, ora tremavano incontrollabilmente, spalancate e indifese, offrendo la sua intimità gonfia e bagnata allo sguardo della creatura. I capelli corvini, solitamente legati in una treccia stretta e severa, si erano sciolti, incollandosi in ciocche disordinate sulle spalle sudate e incorniciando un viso dove la disciplina militare si era frantumata in un'espressione di pura lussuria.
La creatura parve apprezzare quella vista. I tentacoli sottili si ritrassero, lasciando il posto a qualcosa di diverso che emerse dal centro della massa pulsante.
Era un tentacolo più spesso, quasi quanto un avambraccio umano, ma la sua superficie non era liscia. Era percorsa da creste morbide e vene pulsanti che brillavano di luce interna. La punta era arrotondata, lucida di un segreto nettare viscoso che colava lentamente, filo dopo filo.
Elara sgranò gli occhi, un gemito basso che le vibrava nella gola. Il suo corpo, tradendo ogni logica, si spinse in avanti invece di ritrarsi.
Con una lentezza deliberata, quasi cerimoniale, l'arto principale si posizionò tra le sue gambe. La punta larga premette contro la sua entrata, scivolando sul bagnato che lei stessa aveva prodotto e su quello lasciato dalla creatura. Non spinse subito. Si limitò a roteare contro l'apertura sensibile, allargandola delicatamente, massaggiando l'anello di muscoli tesi che pulsava nell'attesa. Il calore che emanava da quella "pelle" aliena era soffocante, avvolgente.
«Fallo...» supplicò Elara, le mani che artigliavano il vuoto, cercando qualcosa a cui aggrapparsi. «Adesso.»
La creatura accolse l'invito. I tentacoli di supporto strinsero la presa sui suoi fianchi e sulle cosce, bloccandola in una morsa d'acciaio, mentre la punta turgida vinceva la resistenza iniziale e cominciava, millimetro dopo millimetro, a scivolare dentro di lei, riempiendola in un modo che nessun uomo avrebbe mai potuto fare.
Un gemito strozzato le morì in gola quando la creatura spinse a fondo, occupandola completamente. Non c'era spazio per il pensiero, solo per la sensazione travolgente di quella massa aliena che la invadeva. Le creste morbide lungo il tentacolo stimolavano le sue pareti interne con una frizione squisita ad ogni affondo, grattando via ogni residuo di controllo militare.
Il ritmo non era umano. Non c'era la stanchezza, non c'erano pause per riprendere fiato. La creatura si muoveva con una costanza idraulica, implacabile. I tentacoli esterni la tenevano sospesa come una bambola, aprendola ancora di più, mentre l'arto principale pompava dentro di lei con ferocia crescente, colpendo quel punto profondo nel suo ventre che le faceva inarcare la schiena fino al limite della rottura.
Poi, la bioluminescenza nella caverna esplose in un bianco accecante. La creatura si irrigidì, e Elara sentì la punta del tentacolo, incastrata in profondità contro il suo utero, dilatarsi improvvisamente, sigillandola dall'interno.
«Ah! Dio, è troppo...!» gridò, ma era troppo tardi.
Il rilascio iniziò. Non furono getti brevi come quelli di un uomo, ma un flusso continuo, potente e denso. Elara sentì un calore liquido e pesante inondarla, un torrente di vita aliena che veniva pompato direttamente dentro di lei. Era una sensazione di pienezza assoluta, vertiginosa. Sentiva fisicamente il suo ventre tendersi e gonfiarsi leggermente sotto la pressione di quella quantità oscena di seme, caldo come lava e denso come miele.
La creatura pulsava in sincronia con il versamento, spingendo quel nettare vitale sempre più a fondo, assicurandosi che non una singola goccia andasse persa. Elara era sopraffatta, gli occhi rovesciati all'indietro, mentre il suo corpo veniva scosso da orgasmi a catena, incapace di gestire l'intensità di essere riempita, posseduta e fecondata in modo così totale.
Quando finalmente il flusso rallentò, la creatura non si ritrasse. Rimase lì, pulsando debolmente, tappando l'apertura per assicurarsi che il suo dono restasse esattamente dove doveva essere: custodito nel profondo del corpo del soldato, ora divenuto nient'altro che un calice per la vita aliena.
Di fronte a lei, la creatura non sembrava minacciosa, bensì ipnotica. Pulsava di una bioluminescenza tenue, ritmica, che passava dal viola profondo all'azzurro elettrico, sincronizzandosi stranamente con il battito accelerato del cuore di lei. Elara avrebbe dovuto indietreggiare, avrebbe dovuto chiamare i rinforzi, ma le sue gambe sembravano piombo fuso.
Un singolo tentacolo, lucido e liscio come ossidiana liquida, si staccò dalla massa centrale. Non scattò come una frusta, ma scivolò nell'aria con una grazia lenta e deliberata, quasi liquida. Quando la punta umida e calda sfiorò la pelle scoperta della sua caviglia, Elara non provò disgusto, ma una scossa elettrica che le risalì dritta fino al ventre, facendole scappare un gemito che morì nella gola. Non era una preda; era un invito.
Il fucile le scivolò dalle dita intorpidite, colpendo il suolo roccioso con un clangore metallico che sembrò lontanissimo, ovattato dall'aria densa. Elara non abbassò lo sguardo verso l'arma. I suoi occhi erano incatenati alla danza sinuosa che stava avvenendo sul suo corpo.
Il tentacolo che l'aveva sfiorata non si ritrasse. Al contrario, iniziò a risalire con una lentezza esasperante, avvolgendole il polpaccio in una spirale ferma ma delicata. La pressione era perfetta: abbastanza forte da farle sentire la sua autorità, abbastanza dolce da non far scattare l'allarme del dolore. Attraverso il tessuto tecnico della tuta, sentiva le ventose minuscole contrarsi e rilassarsi ritmicamente, come se stessero assaggiando la sua struttura, mappando i suoi nervi.
«Cosa... cosa sei?» sussurrò, ma la voce le uscì roca, spezzata.
Come in risposta, la creatura emise un suono basso, una vibrazione che risuonò non nelle orecchie di Elara, ma direttamente nel suo sterno e tra le cosce. La bioluminescenza virò verso un ambra caldo, quasi dorato.
Altri due tentacoli emersero dalla massa centrale, scivolando fuori dall'ombra come fumo solido. Uno si diresse verso la sua schiena, sostenendola mentre le gambe le cedevano definitivamente; l'altro, più sottile e incredibilmente agile, si insinuò verso la cerniera ermetica della sua uniforme sul petto.
Elara trattenne il respiro. Avrebbe dovuto provare terrore all'idea di essere spogliata da una forma di vita sconosciuta in un mondo ostile. Invece, inarcò la schiena contro l'arto che la sosteneva, offrendosi al tocco. Quando la punta fredda e liscia del tentacolo fece scorrere la zip verso il basso, l'aria fresca della caverna colpì la sua pelle sudata, seguita immediatamente dal calore umido e pulsante dell'alieno che si premeva contro il suo sterno nudo. La sensazione della pelle liscia della creatura contro i suoi seni fu così intensa, così aliena eppure così giusta, che la vista le si annebbiò per un istante di puro piacere vertiginoso.
La tuta scivolò via dalle spalle, intrappolandole le braccia per un istante prima di essere strappata via con un colpo deciso di un altro arto sferzante. Ora Elara era completamente esposta all'aria satura della caverna, nuda e tremante, ma la sensazione di freddo durò meno di un secondo.
Fu come venire immersa in un bagno di seta viva. Non c'erano due mani a toccarla, ma una dozzina di punti di contatto simultanei che mandarono il suo sistema nervoso in tilt. Un tentacolo spesso e muscoloso le cinse la vita, sollevandola da terra quel tanto che bastava perché le punte dei piedi sfiorassero appena il suolo, lasciandola in balia della gravità e della creatura.
La vera esplorazione iniziò allora. Arti più sottili, ricoperti di un film traslucido e scivoloso che profumava di ozono e muschio, iniziarono a tracciare ogni curva del suo corpo. Uno si attorcigliò intorno alla sua coscia sinistra, stringendo con possessività, mentre le ventose minuscole — centinaia di piccole bocche avide — si attaccavano e staccavano dalla pelle sensibile dell'interno coscia con un suono umido e ritmico: plop, plop, plop.
Elara gettò la testa all'indietro, i capelli che sfioravano la roccia umida. Un tentacolo sottile come un dito le accarezzò la gola, risalendo fino all'orecchio per stuzzicare il lobo con una vibrazione ronzante, quasi fosse una lingua esperta. Ma era sul suo petto che l'alieno concentrò la sua curiosità. Due appendici gemelle danzarono sui suoi seni, le punte che roteavano veloci e ruvide attorno ai capezzoli induriti, tirandoli e rilasciandoli in una parodia squisita di una suzione vorace.
«Ti prego...» ansimò lei, non sapendo nemmeno cosa stesse chiedendo.
La creatura rispose scivolando più in basso. Un tentacolo dalla punta piatta e larga, incredibilmente morbida, si insinuò tra le sue gambe aperte. Non entrò. Invece, iniziò a lambire la sua femminilità con movimenti ampi e piatti, imitando perfettamente la devozione di una lingua umana, ma con una persistenza e una consistenza che nessun umano avrebbe mai potuto eguagliare. Il calore dell'alieno si fuse con il suo, e ogni passata distribuiva quel lubrificante naturale che rendeva ogni tocco scivoloso, elettrico, insopportabilmente piacevole. Elara sentì le ginocchia cedere nel vuoto, sostenuta solo dalla presa ferrea che la teneva sospesa in quell'abisso di piacere.
Improvvisamente, la stimolazione frenetica cessò. Non fu un abbandono, ma una pausa carica di tensione elettrica. I tentacoli che la sostenevano la fecero ruotare leggermente, esponendola alla luce pulsante che ora emanava dal nucleo della creatura, un bagliore violaceo che trasformava il corpo di Elara in un paesaggio di luci e ombre.
In quel chiarore alieno, la sua fisicità da soldato risaltava con prepotenza erotica. Elara non era una damigella delicata; era una scultura di muscoli torniti da anni di addestramento a gravità zero. La pelle, normalmente di un’ambra pallida, era ora chiazzata da un rossore febbrile che partiva dal collo e scendeva fino all'addome piatto e scolpito. Una sottile cicatrice argentata — ricordo di una scaramuccia su una luna mineraria — correva obliqua sul suo fianco destro, ora lucida di sudore, un segno di imperfezione che la rendeva ancora più reale e desiderabile agli "occhi" della creatura.
I suoi seni, sodi e alti, si sollevavano e abbassavano ritmicamente per il respiro affannoso, i capezzoli scuri ormai induriti a tal punto da far male, implorando un contatto che era appena stato negato. Le sue cosce, potenti e toniche, capaci di stritolare un nemico in combattimento, ora tremavano incontrollabilmente, spalancate e indifese, offrendo la sua intimità gonfia e bagnata allo sguardo della creatura. I capelli corvini, solitamente legati in una treccia stretta e severa, si erano sciolti, incollandosi in ciocche disordinate sulle spalle sudate e incorniciando un viso dove la disciplina militare si era frantumata in un'espressione di pura lussuria.
La creatura parve apprezzare quella vista. I tentacoli sottili si ritrassero, lasciando il posto a qualcosa di diverso che emerse dal centro della massa pulsante.
Era un tentacolo più spesso, quasi quanto un avambraccio umano, ma la sua superficie non era liscia. Era percorsa da creste morbide e vene pulsanti che brillavano di luce interna. La punta era arrotondata, lucida di un segreto nettare viscoso che colava lentamente, filo dopo filo.
Elara sgranò gli occhi, un gemito basso che le vibrava nella gola. Il suo corpo, tradendo ogni logica, si spinse in avanti invece di ritrarsi.
Con una lentezza deliberata, quasi cerimoniale, l'arto principale si posizionò tra le sue gambe. La punta larga premette contro la sua entrata, scivolando sul bagnato che lei stessa aveva prodotto e su quello lasciato dalla creatura. Non spinse subito. Si limitò a roteare contro l'apertura sensibile, allargandola delicatamente, massaggiando l'anello di muscoli tesi che pulsava nell'attesa. Il calore che emanava da quella "pelle" aliena era soffocante, avvolgente.
«Fallo...» supplicò Elara, le mani che artigliavano il vuoto, cercando qualcosa a cui aggrapparsi. «Adesso.»
La creatura accolse l'invito. I tentacoli di supporto strinsero la presa sui suoi fianchi e sulle cosce, bloccandola in una morsa d'acciaio, mentre la punta turgida vinceva la resistenza iniziale e cominciava, millimetro dopo millimetro, a scivolare dentro di lei, riempiendola in un modo che nessun uomo avrebbe mai potuto fare.
Un gemito strozzato le morì in gola quando la creatura spinse a fondo, occupandola completamente. Non c'era spazio per il pensiero, solo per la sensazione travolgente di quella massa aliena che la invadeva. Le creste morbide lungo il tentacolo stimolavano le sue pareti interne con una frizione squisita ad ogni affondo, grattando via ogni residuo di controllo militare.
Il ritmo non era umano. Non c'era la stanchezza, non c'erano pause per riprendere fiato. La creatura si muoveva con una costanza idraulica, implacabile. I tentacoli esterni la tenevano sospesa come una bambola, aprendola ancora di più, mentre l'arto principale pompava dentro di lei con ferocia crescente, colpendo quel punto profondo nel suo ventre che le faceva inarcare la schiena fino al limite della rottura.
Poi, la bioluminescenza nella caverna esplose in un bianco accecante. La creatura si irrigidì, e Elara sentì la punta del tentacolo, incastrata in profondità contro il suo utero, dilatarsi improvvisamente, sigillandola dall'interno.
«Ah! Dio, è troppo...!» gridò, ma era troppo tardi.
Il rilascio iniziò. Non furono getti brevi come quelli di un uomo, ma un flusso continuo, potente e denso. Elara sentì un calore liquido e pesante inondarla, un torrente di vita aliena che veniva pompato direttamente dentro di lei. Era una sensazione di pienezza assoluta, vertiginosa. Sentiva fisicamente il suo ventre tendersi e gonfiarsi leggermente sotto la pressione di quella quantità oscena di seme, caldo come lava e denso come miele.
La creatura pulsava in sincronia con il versamento, spingendo quel nettare vitale sempre più a fondo, assicurandosi che non una singola goccia andasse persa. Elara era sopraffatta, gli occhi rovesciati all'indietro, mentre il suo corpo veniva scosso da orgasmi a catena, incapace di gestire l'intensità di essere riempita, posseduta e fecondata in modo così totale.
Quando finalmente il flusso rallentò, la creatura non si ritrasse. Rimase lì, pulsando debolmente, tappando l'apertura per assicurarsi che il suo dono restasse esattamente dove doveva essere: custodito nel profondo del corpo del soldato, ora divenuto nient'altro che un calice per la vita aliena.
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