La Convalescenza - Capitolo 1 - La lezione di Anatomia

di
genere
dominazione

L'aria nella camera da letto padronale era ferma, satura dell'odore acre del disinfettante e di quello più sottile, legnoso, del Dior che Vittorio usava da sempre. Le persiane erano accostate, tagliando la luce del pomeriggio in strisce polverose che cadevano sul letto king-size dove l'uomo troneggiava, circondato da cuscini di seta.

Elena si aggiustò il camice per la terza volta. Era troppo corto, o forse era lo sguardo di Vittorio a farlo sembrare tale. «Non stare lì impalata sulla porta, Elena. Non mordo,» disse lui. La voce era roca, impastata dagli antidolorifici, ma gli occhi grigi erano lucidi, vigili. Predatori. «O almeno, non mordo se non me lo chiedi.»

Elena arrossì violentemente, una vampata che le salì dal collo fino alle radici dei capelli biondi. «Buonasera, Signor Vittorio. Mio padre mi ha detto che...» «Tuo padre,» la interruppe lui con una smorfia, cercando di spostare la gamba ingessata. Un gemito di dolore reale gli sfuggì dalle labbra, incrinando per un attimo la sua maschera di arroganza. «Tuo padre è un brav'uomo, ma non ha idea di cosa significhi pisciare in un pappagallo di plastica. Vieni qui. Ho bisogno di essere lavato. L'infermiera del mattino è un'incompetente.»

Elena si avvicinò al letto, portando con sé la bacinella d'acqua tiepida e la spugna naturale. Si sentiva addosso il peso della sua educazione, delle cene di Natale passate a tavola con quell'uomo che discuteva di politica con suo padre. Ora lo vedeva a torso nudo, i peli grigi sul petto ampio, la pelle ancora tonica nonostante l'età, segnata qua e là da lividi violacei, ricordo dell'incidente.

«Da dove vuole che inizi?» chiese lei, la voce che tremava appena. Vittorio la fissò. Un sorriso lento, pigro, gli stirò le labbra. «Dalle mani, Elena. E poi sali. Voglio sentire quanto sei brava.»

«Hai delle mani bellissime,» mormorò Vittorio quando lei gli passò la spugna sull'addome, sfiorando l'elastico dei boxer scuri. «Morbide. Non come quelle di mia moglie, pace all'anima sua. Lei aveva mani fredde.» Elena ritrasse la mano per sciacquare la spugna. «Grazie, Signor Vittorio.» «Chiamami Vittorio. Quando siamo qui dentro, da soli, non c'è nessun "Signore".» «Va bene... Vittorio.»

Pronunciare quel nome senza il titolo onorifico le sembrò la prima, piccola trasgressione. «Più giù,» ordinò lui. Non era una richiesta. Elena esitò. «Lì... lì dovrebbe riuscire a fare da solo, credo.» «Credi male,» scattò lui, con una punta di cattiveria. «Ho due costole incrinate e un bacino che sembra vetro in frantumi. Se mi piego, urlo. E non voglio urlare, Elena. Voglio che tu ti prenda cura di me. Non è quello che studi? L'anatomia non ti dovrebbe spaventare.»

Elena deglutì. Aveva ragione. Era un atto medico. Una necessità. «Va bene,» sussurrò. Abbassò leggermente l'elastico dei boxer. La vista la colpì con la forza di uno schiaffo. Nonostante l'età e i traumi, Vittorio era un uomo imponente, e la sua semi-nudità emanava un odore forte, maschio, quasi stordente in quella stanza chiusa. Mentre passava la spugna sull'interno coscia, stando attenta a non sfiorare il sesso, sentì il respiro di lui farsi pesante. «Più vicino,» sibilò lui. «Non aver paura di toccarlo. È solo carne, Elena. Carne vecchia e malconcia.»

Ma non era vero, e lo sapevano entrambi. Mentre la mano di Elena, protetta solo dal panno umido e insaponato, sfiorava l'inguine, sentì la reazione immediata del corpo di lui. Si gonfiò sotto il tocco, indurendosi con una rapidità che la lasciò pietrificata. Ritrasse la mano di scatto, come se si fosse scottata. «Mi... mi scusi.» Vittorio rise. Una risata bassa, di gola. «Perché ti scusi? È un buon segno. Significa che non sono ancora morto.» Allungò una mano e le afferrò il polso. La sua presa era ferrea. La costrinse a guardarlo. «Non scappare, Elena. Non fare la bambina puritana. Lo sai che mi piaci. Lo vedo da come mi guardi quando tuo padre non c'è.» «Io non...» «Tu sì,» la interruppe, stringendo il polso. «Ora finisci il lavoro. Mi dà fastidio. È teso. Fa male. Se sei una brava infermiera, devi alleviare il dolore del paziente. In ogni modo necessario.»

I loro sguardi si incrociarono. In quel momento, Elena capì che poteva lasciare la spugna e uscire dalla stanza, indignata. Poteva dirlo a suo padre. Sarebbe finito tutto. Ma il calore della mano di lui sul polso era elettrico. La curiosità le pulsava nelle tempie. «Cosa... cosa devo fare?» chiese, in un soffio. Il sorriso di Vittorio divenne quello del lupo che ha appena visto l'agnello entrare nella tana di sua spontanea volontà. «Chiudi la porta a chiave, Elena. E poi torna qui.»

Il tragitto dal letto alla porta sembrò a Elena durare un'eternità. Sentiva lo sguardo di Vittorio incollato alla schiena, un peso fisico che le faceva formicolare la pelle sotto il cotone leggero del camice. Quando afferrò la chiave d'ottone nella toppa, la sua mano tremava così tanto che il metallo tintinnò contro la placca. Click. Due mandate. Il rumore secco della serratura che scattava risuonò nella stanza silenziosa come una sentenza inappellabile. In quel momento, Elena realizzò che non stava chiudendo fuori il mondo, ma si stava chiudendo dentro con il pericolo. Eppure, non girò la chiave al contrario per riaprire.

Si voltò lentamente. Vittorio era rimasto immobile, le braccia incrociate dietro la testa, i bicipiti ancora forti che si tendevano, mettendo in mostra l'ampiezza del torace. La gamba ingessata era un monumento inerte alla sua vulnerabilità, ma il resto del suo corpo irradiava un potere oscuro. «Brava bambina,» mormorò lui. Il tono era basso, paterno in modo disturbante. «Ora torna qui. E posa quella spugna. Non mi serve che tu mi lavi, ora. Mi serve che tu mi tocchi.»

Elena tornò vicino al letto, i passi incerti sul tappeto persiano. Il cuore le martellava nelle orecchie, coprendo quasi il ronzio del condizionatore. «Siediti,» ordinò Vittorio, indicando il bordo del materasso, pericolosamente vicino al suo fianco destro, quello sano. Lei obbedì, sedendosi di taglio. Le sue ginocchia sfiorarono la coscia nuda dell'uomo. Il calore che emanava il corpo di lui era impressionante. «Vittorio, io... non ho mai fatto una cosa del genere a un paziente,» provò a dire, aggrappandosi all'ultimo scampolo di professionalità. «Dimentica il paziente, Elena. Guardami.» Lei alzò gli occhi. «Guardalo,» corresse lui, spostando lo sguardo verso il basso.

Elena abbassò gli occhi. L'erezione di Vittorio tendeva il tessuto scuro dei boxer in modo inequivocabile. Non c'era nulla di "medico" in quello che stava accadendo, eppure la scusa del "sollievo dal dolore" aleggiava ancora nell'aria come un tacito accordo tra loro. Con un movimento lento, quasi doloroso per via delle costole, Vittorio agganciò i pollici all'elastico della biancheria e spinse tutto verso il basso, liberandosi completamente. Elena trattenne il respiro. Aveva studiato anatomia, aveva visto grafici e manichini, ma la realtà cruda, pulsante e aggressiva della virilità di quell'uomo maturo era un'altra cosa. Era grosso, venoso, e si ergeva con una prepotenza che la spaventava e la affascinava allo stesso tempo.

«C'è un olio sul comodino,» disse lui, la voce ora ridotta a un rantolo controllato. «Olio di mandorle. Prendilo.» Elena allungò la mano tremante verso la boccetta ambrata. Svito il tappo. L'odore dolce e stucchevole delle mandorle riempì l'aria, mescolandosi all'odore muschiato di lui. «Versalo sulla mano. Non essere tirchia.» Il liquido freddo le colò sul palmo. «Ora scaldalo,» istruì Vittorio. «Sfrega le mani. Non voglio sentire freddo. Voglio sentire le tue mani calde, morbide. Le mani della piccola Elena che è diventata donna.»

Lei sfregò i palmi, creando un calore scivoloso. Si sentiva in trance. Ogni comando di lui bypassava la sua logica e arrivava direttamente ai suoi nervi. «Toccalo.»

Elena allungò la mano destra. Il primo contatto fu elettrico. La pelle di lui era caldissima, tesa come un tamburo. Quando le sue dita, unte d'olio, si chiusero attorno all'asta, Vittorio inarcò la schiena staccandosi dai cuscini, un sibilo d'aria che gli usciva dai denti stretti. «Dio...» imprecò. «Sì. Così. Stringi di più. Non si rompe, non è di cristallo.» Elena strinse appena la presa. La consistenza era dura, viva. Iniziò a muovere la mano, un movimento lento, incerto, su e giù. Vittorio la osservava. Non guardava il proprio piacere, guardava lei. Guardava il rossore che le infiammava le guance, le labbra dischiuse, gli occhi fissi su quel movimento osceno che la sua mano innocente stava compiendo.

«Ti piace guardare, vero?» la provocò lui, con voce roca. «Io... sto solo cercando di...» «Zitta. Non mentire. Ti piace vedere cosa puoi fare a un uomo vecchio come me. Ti fa sentire potente?» Elena non rispose, ma il ritmo della sua mano accelerò impercettibilmente. L'olio rendeva il suono umido, osceno, squish, squish, un rumore che sembrava rimbombare nella stanza silenziosa.

Vittorio allungò la mano e le afferrò il polso libero, tirandola leggermente verso di sé finché il viso di lei non fu a pochi centimetri dal suo petto villoso. «Guardami negli occhi mentre lo fai,» le ordinò. Elena alzò lo sguardo. Gli occhi di Vittorio erano due fessure scure, piene di una lussuria antica e consapevole. «Più veloce, Elena. Usa il pollice sulla testa. Lì... sì, proprio lì.» L'uomo gemette, un suono gutturale che sembrava provenire dal profondo del torace. La sua mano libera salì fino alla nuca di lei, affondando le dita nei capelli biondi raccolti nello chignon ordinato, tirando leggermente, costringendola a inclinare la testa. La crocchia si sciolse parzialmente, lasciando cadere alcune ciocche sul viso.

«Sei bellissima quando sei così concentrata,» ansimò Vittorio. «Se tuo padre ti vedesse ora... la sua principessa, con la mano unta sul cazzo del suo vicino di casa...» Quelle parole avrebbero dovuto farla fuggire. Invece, agirono come benzina. L'idea della proibizione, della segretezza, della vergogna, fece contrarre il basso ventre di Elena. Sentì l'umidità bagnarle le mutandine. Strinse la presa, muovendo la mano con più sicurezza, guidata dall'istinto e dai gemiti sempre più forti di lui.

«Non fermarti,» le intimò lui, il respiro ormai corto. «Sto per venire. Non osare fermarti. Voglio che te lo prendi tutto sulle mani. È la tua medicina per me.» Il corpo di Vittorio si irrigidì completamente. Le gambe si tesero, persino quella ingessata tremò. Con un ultimo colpo di reni, si inarcò. Elena continuò a muovere la mano, ipnotizzata, mentre sentiva gli spasmi di lui sotto le dita. Il liquido caldo e denso le inondò il pugno, colando tra le dita, macchiando il lenzuolo di seta immacolato.
Vittorio ricadde sui cuscini, il respiro pesante che fischiava nei polmoni. Rimase a occhi chiusi per un lungo minuto, mentre Elena restava lì, immobile, con la mano ancora a mezz'aria, sporca della prova del loro peccato. Lentamente, l'uomo riaprì gli occhi. La lussuria era svanita, sostituita da quella fredda arroganza che lei conosceva bene. Ma c'era qualcos'altro ora. Una complicità. Un possesso.

«Prendi l'asciugamano,» disse lui, la voce tornata calma, anche se ancora un po' roca. «Pulisci tutto. Fai sparire ogni traccia.» Elena si alzò meccanicamente, le gambe molli come gelatina. Prese l'asciugamano di spugna bianca. Mentre gli puliva l'inguine e le cosce, con gesti che ora erano tornati stranamente clinici, Vittorio le accarezzò una guancia con il dorso della mano. «Hai una mano molto dolce, Elena. Credo che la mia guarigione sarà molto più piacevole del previsto.»

Lei finì di pulirlo, poi andò al lavandino del bagno padronale annesso alla stanza. Si lavò le mani con vigore, strofinando il sapone finché la pelle non divenne rossa, cercando di togliere l'odore di mandorle e di sperma. Ma sapeva che quell'odore le sarebbe rimasto addosso, nella mente. Quando tornò nella stanza, Vittorio si era ricoperto con il lenzuolo fino alla vita. «Domani,» disse lui, prendendo un libro dal comodino come se nulla fosse successo. «Domani voglio che indossi quella divisa che ti sta un po' più stretta. Quella che avevi l'estate scorsa in giardino. E non legarti i capelli. Mi piaci con i capelli sciolti.» «Buonanotte, Vittorio,» disse lei. La sua voce era diversa. Più bassa. Meno innocente. «Buonanotte, infermiera.»

Elena uscì, richiudendo la porta alle sue spalle. Si appoggiò al legno freddo del corridoio, il cuore che batteva all'impazzata. Si portò le mani al viso e inspirò a fondo. Puzzavano ancora di lui. Sorrise nel buio.

Erano passati sei giorni. Sei giorni in cui Elena aveva imparato che la definizione di "assistenza" era molto più elastica di quanto spiegassero i manuali universitari. Quel pomeriggio di fine giugno, l'aria era dolce. Vittorio aveva insistito per essere portato in veranda sulla sedia a rotelle. Indossava pantaloni di lino chiaro che nascondevano il gesso e una camicia di seta blu notte sbottonata quel tanto che bastava per suggerire informalità, ma non sciatteria.

Elena stava versando il tè freddo nel bicchiere di lui quando sentì il rumore della ghiaia nel vialetto. «È tuo padre,» disse Vittorio, senza guardare verso il cancello. Aveva l'udito di un animale in allerta. «Puntuale come sempre per la partita a scacchi del giovedì.»

Il cuore di Elena perse un colpo. Suo padre, Roberto, era un avvocato stimato, un uomo rigido nei principi ma morbido negli affetti, che adorava sua figlia sopra ogni cosa. Vederli insieme – il suo "padrone" segreto e il suo genitore ignaro – le provocava una vertigine di nausea e eccitazione.

«Roberto! Vieni, accomodati,» tuonò Vittorio, allargando le braccia con un sorriso caloroso. Roberto salì i gradini della veranda, posando la valigetta. Baciò Elena sulla fronte con affetto distratto. «Ciao tesoro. Come sta il nostro paziente? Ti sta facendo impazzire?» chiese il padre, sedendosi sulla poltrona di vimini di fronte a Vittorio.

Elena strinse il vassoio d'argento contro il petto, come uno scudo. «No, papà. Il Signor Vittorio è... un paziente modello.» Vittorio emise una risatina bassa, portandosi il bicchiere alle labbra. I suoi occhi incrociarono quelli di Elena sopra il bordo di cristallo. Uno sguardo che lei ormai riconosceva: possesso. «Tua figlia è un angelo, Roberto. Ha una dedizione rara. E delle mani...» Vittorio fece una pausa teatrale, lasciando che il silenzio si allungasse di un secondo di troppo. «...delle mani d'oro. Riesce a trovare esattamente dove fa male e a far sparire il dolore.»

Roberto sorrise, gonfio di orgoglio paterno, non cogliendo assolutamente il doppio senso osceno. «Te l'avevo detto. È la migliore del suo corso. Sono felice che ti sia d'aiuto.» «Oh, più di quanto immagini,» continuò Vittorio. Posò il bicchiere e fece un gesto imperioso verso Elena. «Cara, mi si è spostato il cuscino dietro la schiena. Mi aiuteresti?»

Era una trappola. Elena lo sapeva. Ma con suo padre a due metri di distanza, non poteva esitare. «Certo.» Si avvicinò alla sedia a rotelle. Si chinò su di lui per sistemare il cuscino lombare. Il profumo di Vittorio le riempì le narici. Mentre lei armeggiava dietro la sua schiena, nascosta dal corpo massiccio dell'uomo alla vista del padre, sentì la mano di Vittorio scivolare sotto il suo grembiule da infermiera. Non fu un tocco accidentale. La sua mano grande e calda le afferrò la natica, stringendo la carne morbida con forza, possedendola, mentre continuava a guardare l'amico negli occhi.

«Allora, Roberto, che mi dici di quella causa contro il Comune?» chiese Vittorio, conversando amabilmente, mentre le sue dita affondavano nella carne di Elena, facendole quasi male. Elena dovette mordersi l'interno della guancia per non sussultare. Era paralizzata. Suo padre era lì, a portata di voce, che parlava di permessi edilizi, mentre l'uomo che lei doveva curare la stava palpando come una prostituta. La mano di Vittorio scese, sfiorando l'attaccatura della coscia, pericolosamente vicino all'orlo della gonna, per poi risalire e dare una sculacciata secca, sorda, coperta dalla sua stessa voce che rideva a una battuta dell'amico.

«Ecco fatto,» sussurrò Elena, raddrizzandosi di scatto, il viso in fiamme. «Grazie, tesoro,» disse Vittorio, ritraendo la mano e posandola innocentemente sul bracciolo. «Sei tutta rossa. Fa caldo oggi, vero Roberto?» «Sì, terribile,» concordò il padre, ignaro. «Forse dovresti andare a rinfrescarti un po', Elena. Hai lavorato abbastanza per oggi.»

«Sì,» balbettò lei. «Vado... vado a preparare i farmaci per la sera.» Mentre si allontanava verso la porta-finestra, sentiva lo sguardo di Vittorio incollato al suo sedere. «Ah, Elena,» la chiamò lui prima che entrasse in casa. Lei si voltò. «Domani pomeriggio non prendere impegni. Dobbiamo fare quella... terapia riabilitativa estesa. Ci vorrà più tempo del solito.» Il padre annuì approvando. «Fai tutto quello che dice Vittorio, mi raccomando.» «Sì, papà,» rispose Elena.

Entrò in casa e corse al bagno di servizio al piano terra. Si chiuse dentro, appoggiandosi al lavandino, respirando affannosamente. Si guardò allo specchio. I suoi occhi brillavano di una luce febbrile. Si sentiva sporca, usata, e terribilmente, innegabilmente viva. Si alzò la gonna. Sulla pelle bianca della natica, le dita di Vittorio avevano lasciato un segno rosso, che presto sarebbe diventato un livido. Elena passò le dita sul segno. Non vedeva l'ora che arrivasse domani.
scritto il
2026-01-04
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