Elara - Capitolo 2 - Il Cambiamento

di
genere
fantascienza

Il cammino verso il punto di estrazione fu un dolce tormento. Ogni passo riverberava attraverso il suo corpo, inviando scosse di piacere residuo su per la spina dorsale. La massa liquida che la riempiva aveva un suo peso specifico, un'inerzia che si muoveva in leggero ritardo rispetto ai suoi movimenti, creando un rollio interno, uno sciabordio denso e segreto che solo lei poteva sentire.

La tuta, tesa allo spasimo sul basso ventre, agiva come un corsetto improvvisato. La compressione era costante, quasi dolorosa, ma serviva a uno scopo: teneva tutto al suo posto, impedendo al prezioso carico di scivolare fuori, e allo stesso tempo le regalava una frizione continua contro le pareti interne, sensibilizzate e gonfie.

«Comando a Tenente Elara. Rapporto.»

La voce gracchiante nell'auricolare la fece quasi inciampare. Elara si appoggiò a una parete di roccia, portandosi una mano alla gola per calmare il battito cardiaco impazzito.

«Qui... qui Elara,» rispose, cercando di mascherare l'affanno nella voce. «Settore 4 sgombro. Nessuna attività ostile rilevata. Sto rientrando alla navetta.»

«Ricevuto. I sensori biologici hanno avuto un picco strano pochi minuti fa. Tutto bene?»

Elara abbassò lo sguardo sul suo addome. Sotto il tessuto sintetico scuro, il rigonfiamento era evidente se si sapeva dove guardare. Sentì un movimento distinto all'interno, come una bolla che risaliva o... qualcosa che si girava? Il seme non era inerte; stava già lavorando, mutando, adattandosi.

«Solo interferenze magnetiche,» mentì, la voce ora stranamente ferma. «Sto bene. Chiudo.»

Quando arrivò alla rampa della navetta, le luci al neon del compartimento stagno le ferirono gli occhi abituati alla penombra. Lì, in attesa vicino al portellone, c'era il caporale Vance. Giovane, attento, forse troppo.

Vance le lanciò un'occhiata perplessa mentre lei saliva la rampa con un'andatura leggermente più larga e cauta del solito.

«Tenente? Sembra... accaldata,» notò il caporale, lo sguardo che indugiava sulla pelle lucida di sudore del suo collo e sui capelli sciolti e arruffati.

Elara strinse la presa sul fucile, portandolo di traverso davanti al corpo, usandolo come uno scudo per coprire la rotondità innaturale del suo ventre.

«L'impianto di riciclo della tuta ha avuto un malfunzionamento,» disse brusca, assumendo il tono autoritario che usava per mettere a tacere le domande. «Ho bisogno di una doccia e di riposo. Non voglio essere disturbata per le prossime tre ore. Sono ordini.»

Vance esitò, lo sguardo che scivolava verso il basso, verso il bacino di lei. Per un istante terrificante, Elara temette che potesse sentire l'odore acre e muschiato dell'alieno che le impregnava la pelle, o peggio, che potesse vedere il modo in cui il tessuto della tuta tirava sulle cosce.

Ma il caporale annuì, intimidito. «Sissignora. Vuole che chiami l'infermeria per un check-up?»

«No!» La risposta uscì troppo veloce, troppo aggressiva. Elara si morse il labbro, addolcendo il tono. «No, caporale. È solo stanchezza. Ci vediamo in plancia tra tre ore.»

Senza attendere risposta, lo superò. Mentre camminava lungo il corridoio metallico verso i suoi alloggi, sentiva il liquido caldo premerle contro la vescica e l'intestino, reclamando spazio, costringendola a stringere i muscoli interni per non gemere ad alta voce. Era al sicuro, per ora. Ma mentre la porta della sua cabina si chiudeva sibilando alle sue spalle, e lei finalmente lasciava cadere l'arma per accarezzarsi il ventre gonfio con entrambe le mani, capì che il vero problema non era nascondere ciò che era successo.

Il problema era che la sua tuta stava diventando sempre più stretta. Minuto dopo minuto.

Appena il sigillo magnetico della porta scattò, isolandola dal resto dell'equipaggio, Elara si lasciò andare. Si strappò letteralmente la tuta di dosso, il tessuto che sibilava e opponeva resistenza contro la sua nuova forma, finché non rimase nuda davanti allo specchio freddo del bagno di servizio.

L'immagine riflessa le mozzò il fiato. Non erano passate nemmeno due ore, eppure il suo addome sporgeva ora con una rotondità arrogante e dura, la pelle tirata a lucido che brillava sotto la luce asettica. Ma non era solo il ventre a urlare la sua mutazione. I suoi seni erano diventati pesanti come pietre, gonfiati in modo grottesco, percorsi da una ragnatela di vene bluastre che pulsavano a ritmo con il carico nel suo utero.

Un'ondata di calore improvviso la colpì, una fitta che partiva dal petto e scendeva fino all'inguine. Non era dolore, era pressione. Una pressione idraulica, insopportabile, che chiedeva di essere liberata.

Elara gemette, le ginocchia che cedevano, e si accasciò sul bordo della stretta cuccetta. Le sue mani corsero istintivamente al petto. I capezzoli erano turgidi, scuri, e dolevano al minimo sfregamento.

Chiuse gli occhi e, nel buio della sua mente, non vide le sue mani umane. Vide Lui.

Come lo avrebbe fatto lui? pensò, la mente febbricitante. La creatura non era stata delicata. Non c’era stata esitazione nei suoi tocchi. Era stata una manipolazione esperta, possessiva. Lui non l'avrebbe accarezzata per amore; l'avrebbe munta per efficienza, per preparare il corpo che aveva scelto come nido.

Immaginò i tentacoli sottili e scivolosi avvolgerle i seni, stringendo la base con forza inumana per spingere i fluidi verso l'uscita. Con un ringhio basso, Elara imitò quella presa. Le sue dita affondarono nella carne morbida e dolente, stringendo forte, senza pietà.

«Ahhh!»

Al primo spremere deciso, dai capezzoli schizzò fuori non latte, ma un liquido denso, dolciastro e traslucido, con sfumature violacee. Il sollievo fu immediato, violento quanto la pressione. Elara inarcò la schiena, continuando a massaggiarsi con movimenti ritmici e pesanti, immaginando che fossero le ventose della creatura a tirare e succhiare, prosciugandola per nutrire ciò che cresceva dentro di lei.

Il liquido colava sulle sue dita, sul ventre gonfio, rendendo tutto scivoloso. Quell'odore... sapeva di ozono e di sesso, lo stesso odore della caverna.

Ma il petto era solo l'inizio. La pienezza nel basso ventre era una tortura diversa. Si sentiva stirata. Lì sotto, le sue labbra erano gonfie e umide, pulsanti. Non poteva penetrarsi; era già troppo piena. L'idea di inserire anche solo un dito sembrava impossibile, eppure il bisogno di contatto era disperato.

Lui mi avrebbe tenuta aperta, pensò, il respiro che si faceva singhiozzante. Mi avrebbe usata come un fodero, controllando se il tappo regge.

Fece scivolare la mano lubrificata dal fluido del seno tra le cosce. Invece di entrare, premette il palmo piatto contro la sua apertura, sentendo la durezza del "tappo" biologico che la creatura aveva lasciato. Era lì, appena dentro, una barriera gommosa che vibrava leggermente.

Elara iniziò a strofinarsi contro la propria mano con movimenti circolari e frenetici, ma nella sua testa non era la sua mano. Era la punta larga e piatta di quel tentacolo che tornava per assicurarsi che lei fosse ancora sua. Immaginò la creatura che la bloccava sul letto, i tentacoli che le allargavano le cosce per ammirare il modo in cui il suo corpo umano si deformava per accogliere la progenie aliena.

«Sono tua... sono solo un'incubatrice...» sussurrò nel silenzio della cabina, le parole che uscivano senza il suo consenso, dettate dagli ormoni alieni che le bruciavano il cervello.

La frizione sul clitoride ipersensibile, combinata con la pressione dolorosa ma squisita dell'utero dilatato, la portò al limite in pochi secondi. Quando l'orgasmo la colpì, non fu un'esplosione, ma un'implosione. I muscoli del suo ventre si contrassero ferocemente intorno al carico alieno, massaggiandolo, cullandolo. Elara gridò nel cuscino per soffocare il rumore, mentre il suo corpo si arrendeva definitivamente al suo nuovo scopo, scosso da spasmi che sembravano provenire non da lei, ma da ciò che viveva dentro di lei.

Il sonno non arrivò come un riposo, ma come una marea scura e viscosa che la inghiottì interamente. Elara non perse semplicemente conoscenza; sprofondò in una rete neurale che non le apparteneva.

Nel buio della sua mente, non era più nella cabina sterile della nave. Galleggiava in un abisso senza peso, sospesa in quel liquido tiepido e nutriente che ora sentiva anche dentro il suo stesso corpo. Non aveva forma, era pura sensazione. E non era sola.

Una presenza vasta, antica e incommensurabilmente soddisfatta la avvolse. Non c'erano parole umane, solo concetti pesanti e puri che le venivano impressi direttamente nella corteccia cerebrale come marchi a fuoco.

«Capiente...» sussurrò la voce nella sua testa. Non era un suono, ma una vibrazione viola che risuonava nelle sue ossa. «Forte. Un involucro perfetto.»

Elara sentì dei tentacoli fantasma accarezzarle la mente, calmando il panico residuo, sopprimendo la sua logica militare, riscrivendo le sue priorità. Si vide attraverso gli occhi di Lui: non un soldato fallito, ma una creatura magnifica, gonfia di vita, una sacra portatrice. Sentì l'orgoglio della creatura per come il suo corpo umano si stava deformando obbediente per accomodare la stirpe.

Poi, la visione cambiò. L'atmosfera divenne urgente. Sentì il freddo del metallo della nave, l'ostilità dell'ambiente asettico che la circondava nella realtà. La creatura le trasmise un senso di pericolo.

«Il metallo è freddo. Il metallo è morte,» intonò la voce, diventando imperiosa. «I piccoli hanno bisogno di calore. Hanno bisogno di umidità. Hanno bisogno del verde.»

Una mappa tridimensionale della nave apparve nella mente di Elara, non come schemi tecnici, ma come macchie di temperatura e vita. La zona degli alloggi era blu, fredda. Il ponte di comando era grigio, sterile. Ma giù, nei livelli inferiori, c'era una zona che pulsava di un rosso invitante, ricca di ossigeno e vapore.

«Il Giardino...» pensò Elara nel sogno, riconoscendo il settore idroponico.

«Il Nido,» corresse la creatura. «Portali lì. Ora. Il tempo della schiusa è vicino. Non farli aspettare, piccola madre. Apri la strada.»

L'ordine fu accompagnato da una scossa di piacere così intenso che Elara si svegliò di soprassalto, con un grido strozzato.

Si mise a sedere ansimando, il cuore che martellava contro le costole. La cabina era immersa nel silenzio, ma il suo corpo urlava. La pressione nel basso ventre era cambiata; non era più solo un peso passivo. C'erano contrazioni. Lente, profonde, inesorabili. Sentiva la massa interna spingere verso il basso, non per uscire subito, ma per posizionarsi.

Si guardò la pancia. Nel sonno, era cresciuta ancora. La pelle era così tesa da essere quasi trasparente; poteva vedere vagamente le forme scure che si muovevano sotto la superficie, impazienti.

Elara scivolò giù dalla cuccetta. Le gambe le tremavano, ma una forza nuova, ferina, la sosteneva. Non si rimise la tuta stretta; non l'avrebbe mai contenuta. Afferrò invece una larga tunica medica grigia dall'armadietto, infilandosela in fretta. Il tessuto ampio nascondeva le forme, ma non poteva nascondere il modo in cui camminava, con le gambe larghe e il passo pesante di chi porta un mondo intero dentro di sé.

Doveva andare all'Idroponica. Doveva preparare il nido. Nessuno doveva fermarla.

I portelloni del settore Idroponico erano sigillati. Elara allungò una mano tremante verso il pannello di controllo, ma prima che le sue dita potessero sfiorare il tastierino, una mano forte le afferrò il polso.

«Tenente! Adesso basta.»

Era Vance. Non se n'era andato. L'aveva seguita, mosso dal sospetto o forse da un istinto che nemmeno lui sapeva spiegare. Il caporale la fece voltare con uno strattone deciso, ma quando vide il suo viso, si bloccò.

Elara non aveva l'aspetto di un ufficiale malato. I suoi occhi erano dilatati, due pozzi neri che divoravano la luce, e la sua pelle emanava un calore febbrile che Vance poteva sentire anche a mezzo metro di distanza. Ma era l'odore a colpirlo di più: un profumo denso, dolciastro, di fiori marci e sesso puro, che sembrava annullare l'aria sterile del corridoio.

«Devi andare in infermeria, Elara,» disse Vance, ma la sua voce vacillò. Il suo sguardo scese inevitabilmente sulla tunica medica che, tesa dal ventre enorme, si era aperta leggermente sul davanti.

La creatura nella testa di Elara ringhiò un avvertimento. «Minaccia. Neutralizzare. Non usare la forza... usa la carne.»

Elara sorrise. Non era il sorriso del tenente; era un invito lascivo, primordiale. Invece di ritrarsi, fece un passo avanti, invadendo lo spazio personale del caporale, premendo il rigonfiamento duro e caldo del suo ventre contro l'inguine di lui.

«Non ho bisogno di un medico, Vance,» sussurrò, la voce roca e vibrante. «Ho bisogno di calore. Ho bisogno... di te.»

Vance boccheggiò, le mani che, invece di respingerla, si posarono incerte sui suoi fianchi allargati. «Ma tu... sei... cosa ti è successo?»

«Un dono,» rispose lei, lasciando cadere la tunica dalle spalle.

Il caporale rimase pietrificato. La vista del suo corpo nudo era scioccante ed eroticamente devastante. Il ventre sferico, lucido e percorso da vene pulsanti, era l'epitome della fertilità aliena, ma i suoi seni enormi, che gocciolavano quel nettare traslucido, e le cosce aperte e umide, scatenarono in lui una reazione istintiva che scavalcò ogni addestramento.

Elara vide la dilatazione nei suoi occhi, sentì l'indurimento immediato sotto la divisa di lui.

«Ti piace, vero?» mormorò, spingendolo indietro fino a farlo urtare contro il pannello di controllo. Con una mano veloce, digitò il codice di apertura alle spalle di lui. Il portellone sibilò, aprendosi su un'ondata di aria calda, umida e ricca di ossigeno. «Entra con me. Prenditi cura di me.»

Lo trascinò dentro l'Idroponica, tra le felci giganti e le luci a spettro solare. Appena il portellone si richiuse, sigillandoli nel Nido, Elara si mise in ginocchio davanti a lui.

Non gli diede il tempo di pensare, di razionalizzare l'orrore o la meraviglia. Le sue mani esperte andarono alla cintura di lui, liberandolo con frenesia. Quando lo prese in bocca, lo fece con una voracità che non aveva nulla di umano. Usò la lingua, la gola, succhiando con la stessa intensità con cui la creatura aveva succhiato lei, emettendo gemiti osceni che vibravano contro la sua pelle.

Vance gettò la testa all'indietro, le mani che affondavano nei capelli di lei, perso.

Ma non bastava. Elara sapeva che doveva legarlo a sé completamente, renderlo complice. Si staccò, lasciandolo ansimante e lucido di saliva, e si stese sulla terra umida e scura ai piedi delle piante, aprendo le gambe in una "V" oscena.

«Fallo,» ordinò, e la sua voce era un comando imperiale. Si massaggiò i seni gocciolanti, offrendo la vista della sua vulva dilatata e gonfia, che pulsava in attesa dell'evento imminente. «Non farmi aspettare. Riempimi ancora... o prendi quello che vuoi. Sono tutta tua. Usami finché non escono.»

Vance, ormai ridotto a un animale guidato solo dal testosterone e dai feromoni alieni, si gettò su di lei. Non si curò della pancia enorme che si frapponeva tra loro; la aggirò, sollevandole le gambe sulle proprie spalle, e affondò dentro di lei.

Elara gridò, un suono misto di trionfo e dolore. La penetrazione umana era nulla in confronto a quella dell'alieno, ma serviva allo scopo. Il ritmo frenetico di Vance mascherava le contrazioni che ormai arrivavano una dopo l'altra.

«Brava,» sussurrò la voce nella sua testa mentre lei avvolgeva le gambe attorno alla schiena del caporale, intrappolandolo. «Il guardiano è sedato. Ora... spingi.»

Vance spinse un'ultima volta, un gemito rauco che gli straziò la gola mentre si svuotava dentro di lei, il suo corpo scosso dagli spasmi del piacere. Crollò in avanti, madido di sudore, il viso affondato nell'incavo del collo di Elara, il respiro pesante e irregolare di chi ha appena corso una maratona.

«Dio... Elara...» sussurrò contro la sua pelle umida, le braccia che le circondavano ancora la testa, cercando un contatto umano, una rassicurazione.

Ma Elara non lo abbracciò. Le sue mani erano posate sul proprio ventre, che ora si contorceva violentemente sotto di loro.

«Grazie, Vance,» disse lei, la voce priva di qualsiasi emozione se non una fredda, clinica soddisfazione. «Hai aperto la via.»

Prima che il caporale potesse elaborare quelle parole, sentì qualcosa cambiare. L'umidità tra le loro gambe aumentò drasticamente, diventando un torrente caldo e viscoso. Non era il residuo del loro atto. Era una rottura arginale.

Vance cercò di sollevarsi sui gomiti, confuso. «Cosa... stai sanguinando?»

Non era sangue. Era un liquido amniotico denso, color dell'ambra scura, che inondò il terreno dell'idroponica. E con esso, il tappo biologico scivolò via con un suono umido e schioccante.

Elara inarcò la schiena, non per il dolore, ma per facilitare l'uscita. «Guardali,» sussurrò, con gli occhi che brillavano di fanatismo materno. «Hanno fame.»

Vance abbassò lo sguardo e urlò.

Non c'era un bambino. Dalla dilatazione impossibile di Elara emerse una massa brulicante di piccoli tentacoli neri e lucidi, ciechi e frenetici. La prima creatura, grande quanto un gatto ma informe come un polpo, scivolò fuori nel fango creato dai fluidi. Non toccò terra. I suoi sensori percepirono immediatamente il calore più vicino: la carne nuda, sudata e inerme del caporale che era ancora inginocchiato tra le gambe della madre.

«No! No, cazzo, via!» Vance cercò di scattare all'indietro, ma era debole, svuotato dall'orgasmo, e le sue gambe scivolarono nel limo scivoloso.
La creatura si lanciò. Con una velocità fulminea, si attaccò alla coscia di Vance. Le minuscole ventose non si limitarono ad aderire; una bocca a becco circolare si aprì al centro della massa e affondò nella carne morbida, strappando e succhiando con voracità istantanea.

Vance cadde all'indietro, gridando in agonia, ma il suo urlo fu il segnale per gli altri. Una seconda, poi una terza creatura scivolarono fuori dall'utero di Elara, cavalcando l'onda di fluidi. Erano affamate, nate con l'istinto predatorio del padre e la fame insaziabile trasmessa dalla madre.

Si riversarono sull'uomo a terra come uno sciame di piranha di terra.

Elara si sollevò sui gomiti, ignorando il bruciore residuo tra le gambe. Si pulì distrattamente un filo di bava dal mento, osservando la scena con un sorriso sereno, quasi dolce. Le urla di Vance si trasformarono presto in gorgoglii soffocati mentre i piccoli tentacoli gli riempivano la bocca e la gola, zittendolo per sempre.

«Mangiate, piccoli miei,» mormorò Elara, allungando una mano per accarezzare la testa lucida di uno dei neonati che stava banchettando sul ventre aperto del caporale. La creatura fremette sotto il tocco della madre, riconoscendola, prima di tornare a strappare un brandello di carne rossa e fumante.

Il Giardino era silenzioso ora, a parte i suoni umidi del pasto e il ronzio costante delle lampade di crescita. Elara si stese di nuovo sulla terra, circondata dalla sua progenie e dai resti smembrati di ciò che una volta era un suo compagno. Chiuse gli occhi, inspirando l'odore del sangue e della vita nuova. La missione era compiuta. La colonizzazione era iniziata.
scritto il
2026-01-02
8 7
visite
1
voti
valutazione
9
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Elara - Capitolo 1 - La simbiosi

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.