Lo scambio culturale - Capitolo 1: La Crepa nel Cemento
di
ErosScritto
genere
tradimenti
Marco aveva quarant’anni esatti e una vita che sembrava una colata di cemento armato: solida, indistruttibile, grigia.
Viveva in una villetta a schiera a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, dove le case si susseguivano identiche come codici a barre, separate da siepi di alloro potate con precisione militare. Il quartiere era un dormitorio silenzioso, un mix di operai in pensione e professionisti pendolari, con il ronzio costante della tangenziale a fare da colonna sonora alle loro esistenze.
Sua moglie Elena, trentotto anni, insegnante di lingue al liceo scientifico, era il pilastro di quella stabilità. Una donna pratica, con un caschetto castano sempre in ordine e occhi verdi intelligenti che, però, ultimamente sembravano appannati da una stanchezza cronica. Elena gestiva tutto: i conti, la casa, i figli. Luca, quindici anni, un’adolescente murato vivo nelle sue cuffie da gaming, e Sofia, tredici anni, un vortice di ormoni e video di TikTok.
Marco faceva l’ingegnere meccanico a Sesto San Giovanni. Guadagnava bene, quattromila euro al mese, guidava una Fiat Tipo aziendale e passava le giornate tra AutoCAD e riunioni in sale illuminate da neon che ronzavano come mosche morenti. La sera tornava a casa, mangiava la cena riscaldata, guardava serie TV su Netflix senza seguirle davvero e poi andava a letto. Il sesso con Elena era diventato un appuntamento burocratico segnato sul calendario mentale: due volte al mese, di sabato, rapido, efficiente, affettuoso ma privo di sangue.
Marco non tradiva. Non perché fosse un santo, ma perché non ne aveva l'energia. O almeno, così credeva.-----La crepa nel cemento si aprì una sera di settembre, davanti a un risotto allo zafferano.
«Ospiteremo una studentessa svedese per un mese,» annunciò Elena, entusiasta. «Scambio culturale. Si chiama Astrid, ha diciannove anni. Sarà un’esperienza meravigliosa per i ragazzi.»
Marco annuì, infilzando una salsiccia. «Se ti fa piacere, va bene.» Immaginava una ragazza timida, con gli occhiali spessi e maglioni di lana infeltrita, che avrebbe occupato la stanza degli ospiti silenziosamente.
Astrid arrivò in una mattina di ottobre in cui Milano sembrava un acquerello sciolto dalla pioggia. Marco era in cucina con la tazza del Milan in mano quando il taxi si fermò. Elena corse ad aprire.
Quando Astrid varcò la soglia, l'aria della cucina cambiò densità. Non era la ragazzina goffa che Marco aveva immaginato. Era una creatura aliena. Alta quasi un metro e ottanta, bionda di un biondo quasi bianco, con occhi azzurri che tagliavano la penombra come laser. Indossava un parka verde militare aperto su un maglione oversize che scivolava su una spalla, rivelando la pelle lattea, e leggings neri che fasciavano gambe interminabili.
«Hej! Ciao a tutti,» disse. La voce era melodiosa, sicura.
Marco le strinse la mano. Era calda, morbida, e il contatto gli inviò una scossa elettrica lungo il braccio che lo lasciò stordito. «Benvenuta,» gracchiò, sentendosi improvvisamente goffo, vecchio e fuori luogo nella sua stessa casa.-----Le due settimane successive furono un’agonia lenta e deliziosa. La presenza di Astrid alterò l'ecosistema domestico. Luca smise di giocare per fissarla a bocca aperta; Sofia cercava di imitare il suo trucco. Ma era Marco a subirne l'impatto maggiore.
La vedeva aggirarsi per casa con una naturalezza disarmante. La mattina, in cucina, con pantaloncini di seta che coprivano a malapena le natiche sode, mentre si allungava per prendere i cereali, la maglietta che si sollevava mostrando il ventre piatto e l'ombra dell'underboob. O la sera, sul divano, con le gambe accavallate, il profumo di vaniglia e frutti di bosco che saturava il soggiorno, coprendo l'odore di detersivo al limone di Elena.
Marco cercava di non guardare, ma i suoi occhi erano magneti. Notava come i suoi capezzoli puntassero contro il tessuto leggero delle magliette, notava il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando guardava il cellulare. Sentiva rinascere dentro di sé una fame atavica, un desiderio sporco che credeva morto e sepolto sotto anni di mutui e riunioni di condominio.-----La svolta accadde per caso, o forse per destino.
Un martedì mattina, Marco rientrò in casa dopo aver dimenticato il portafoglio. La casa era silenziosa: Elena a scuola, i ragazzi via. Entrò nella stanza degli ospiti per vedere se Astrid aveva bisogno di qualcosa, o forse solo per respirare il suo odore in sua assenza. La stanza era vuota, il letto rifatto male.
Sul comodino, il suo iPhone vibrava. Marco si avvicinò. Una notifica, poi un'altra. OnlyFans: Nuovo abbonato. OnlyFans: Mancia di $50 da User88.
Marco si gelò. Il cuore iniziò a martellare contro le costole. Con mano tremante, toccò lo schermo. Non c'era il codice di blocco. L'app si aprì sul profilo di lei: @SwedishSiren19. La bio recitava: "La tua studentessa preferita. Dolce fuori, perversa dentro."
Marco scorse le foto. Erano scattate lì. In quella stanza. Astrid in lingerie di pizzo rosso sul letto che lui aveva montato. Astrid nuda sotto la doccia del loro bagno. E video. Video espliciti.
Si sedette sul bordo del letto, con il respiro corto. Non era solo voyeurismo. Era la scoperta che sotto la superficie della brava ragazza viveva una realtà parallela fatta di lussuria e commercio.
Prese il suo telefono personale. Si creò un account anonimo, @AnonDad40, inserì i dati di una prepagata e si abbonò.
Il primo video che guardò lo distrusse. Astrid si masturbava con un dildo viola, guardando in camera con occhi liquidi, gemendo parole svedesi intervallate da "Yes, fuck me" in inglese. Marco si masturbò lì, nel bagno di servizio, con una ferocia e una disperazione che lo lasciarono svuotato e terrorizzato.-----Tre giorni dopo, l'occasione perfetta. Elena partì per un convegno a Roma. I ragazzi erano a scuola per i rientri pomeridiani. Marco uscì prima dall'ufficio, dicendo di avere mal di testa.
Entrò in casa in silenzio. Salì le scale. Dalla porta socchiusa di Astrid proveniva una luce soffusa, rosa, artificiale. E un suono ritmico, bagnato.
Marco spinse la porta. Astrid era sul letto, in ginocchio, di spalle alla porta. Indossava solo una maschera di pizzo nero sugli occhi e tacchi a spillo. Davanti a lei, un ring light illuminava il suo sedere perfetto mentre si inseriva lentamente un plug anale gioiello, parlando sussurrando a un telefono montato su un treppiede. «Mi piace quando mi guardate... mi sento così piena...»
Marco restò pietrificato. Il parquet scricchiolò sotto il suo peso.
Astrid si voltò di scatto, sussultando. Il plug scivolò fuori. Si coprì istintivamente il seno con le braccia, gli occhi spalancati dietro la maschera. Il terrore puro le attraversò il viso.
«Marco! Io... cazzo, bussa!» esclamò, cercando di spegnere la registrazione con mano tremante. «Posso spiegare, non è... non dirlo a Elena, ti prego. Mi caccerà via.»
Marco rimase sulla soglia. Avrebbe dovuto urlare. Avrebbe dovuto fare la paternale. Invece, chiuse la porta alle sue spalle e fece scattare la serratura. Il clic metallico risuonò nella stanza.
Astrid si fermò. Lo guardò. Vide che non era arrabbiato. Vide i suoi occhi scorrere sul suo corpo nudo, sul seno che si alzava e abbassava per il panico, sul lucido tra le sue gambe. Vide il rigonfiamento nei suoi pantaloni grigi da ufficio.
L’espressione di lei cambiò. La paura evaporò, sostituita da una consapevolezza astuta. Un sorriso lento, quasi impercettibile, le curvò le labbra.
«Hai visto, vero?» chiese, la voce più bassa, controllata.
«Ho visto il tuo profilo,» ammise Marco, la voce roca. «Sono @AnonDad40.»
Astrid inclinò la testa, studiandolo come un gatto studia un topo ferito. «Sei tu? Quello che ha pagato cinquanta euro per vedermi venire?»
Marco annuì, vergognandosi e eccitandosi allo stesso tempo.
Astrid si tolse le braccia dal seno, lasciandosi guardare completamente. Si passò la lingua sulle labbra.
«E adesso che vuoi fare, Marco? Vuoi dirlo a tua moglie? Vuoi rovinarmi?» Fece un passo verso di lui, i tacchi che affondavano nel tappeto. «O vuoi vedere dal vivo quello per cui hai pagato?»
Marco deglutì a vuoto. «Non dirò niente.»
«Bene,» sussurrò lei. Si avvicinò finché lui non sentì il calore del suo corpo. Allungò una mano e iniziò a slacciargli la cravatta.
«Ma il silenzio ha un prezzo. I miei fan si annoiano a vedermi sola. Vogliono vedere... un uomo vero.» Lo guardò negli occhi attraverso la maschera di pizzo. «Vuoi essere il mio segreto, Marco? Vuoi essere il mio giocattolo?»
Lui non rispose a parole. Le prese i fianchi con le mani tremanti, affondando le dita nella carne morbida.
Astrid sorrise, un sorriso da predatrice. Si voltò verso il treppiede e premette di nuovo REC.
«Mettiti questa,» disse, porgendogli una seconda maschera che teneva sul comodino. «Nessuno deve sapere chi sei. Sei solo un corpo. Sei solo un cazzo. Sei mio.»-----Marco indossò la maschera. In quel momento, l'ingegnere di quarant'anni, il marito fedele, il padre responsabile, cessò di esistere. Rimase solo l'istinto.
Astrid lo spinse sul letto. Non fu dolce. Non c'era romanticismo. C'era fame e c'era performance.
Lei lo spogliò con gesti pratici, quasi professionali, ma quando vide la sua erezione emise un suono di autentico apprezzamento che fece impazzire Marco. «Cazzo, sei duro,» mormorò lei, dimenticando per un attimo la telecamera.
Iniziò a succhiarlo, guardando l'obiettivo, ma Marco le afferrò la testa, imponendo il suo ritmo, spingendo dentro di lei tutta la frustrazione di dieci anni di vita in grigio. Quando infine la penetrò, lei ansimò – un suono vero, non recitato. Era stretta, bollente.
Fecero sesso con una violenza disperata, attenti agli angoli di ripresa ma persi nel piacere. Marco la scopò come se volesse cancellare la sua vita precedente, e Astrid lo cavalcò con l'arroganza della giovinezza, dominandolo anche mentre era sotto di lui.
Quando Marco venne, dentro di lei, sentì che qualcosa si era rotto per sempre. Non era solo un orgasmo. Era una firma su un contratto col diavolo.
Mentre riprendevano fiato, sudati e intrecciati sotto la luce artificiale del ring light, Astrid fermò la registrazione. Controllò il video sul telefono e sorrise soddisfatta.
«Perfetto,» disse, accarezzandogli la guancia con indifferenza affettuosa. «Ci vediamo stanotte, quando tutti dormono? Dobbiamo girare la parte due.»
Marco annuì, sapendo di essere fottuto. Totalmente, irrimediabilmente fottuto.
Viveva in una villetta a schiera a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, dove le case si susseguivano identiche come codici a barre, separate da siepi di alloro potate con precisione militare. Il quartiere era un dormitorio silenzioso, un mix di operai in pensione e professionisti pendolari, con il ronzio costante della tangenziale a fare da colonna sonora alle loro esistenze.
Sua moglie Elena, trentotto anni, insegnante di lingue al liceo scientifico, era il pilastro di quella stabilità. Una donna pratica, con un caschetto castano sempre in ordine e occhi verdi intelligenti che, però, ultimamente sembravano appannati da una stanchezza cronica. Elena gestiva tutto: i conti, la casa, i figli. Luca, quindici anni, un’adolescente murato vivo nelle sue cuffie da gaming, e Sofia, tredici anni, un vortice di ormoni e video di TikTok.
Marco faceva l’ingegnere meccanico a Sesto San Giovanni. Guadagnava bene, quattromila euro al mese, guidava una Fiat Tipo aziendale e passava le giornate tra AutoCAD e riunioni in sale illuminate da neon che ronzavano come mosche morenti. La sera tornava a casa, mangiava la cena riscaldata, guardava serie TV su Netflix senza seguirle davvero e poi andava a letto. Il sesso con Elena era diventato un appuntamento burocratico segnato sul calendario mentale: due volte al mese, di sabato, rapido, efficiente, affettuoso ma privo di sangue.
Marco non tradiva. Non perché fosse un santo, ma perché non ne aveva l'energia. O almeno, così credeva.-----La crepa nel cemento si aprì una sera di settembre, davanti a un risotto allo zafferano.
«Ospiteremo una studentessa svedese per un mese,» annunciò Elena, entusiasta. «Scambio culturale. Si chiama Astrid, ha diciannove anni. Sarà un’esperienza meravigliosa per i ragazzi.»
Marco annuì, infilzando una salsiccia. «Se ti fa piacere, va bene.» Immaginava una ragazza timida, con gli occhiali spessi e maglioni di lana infeltrita, che avrebbe occupato la stanza degli ospiti silenziosamente.
Astrid arrivò in una mattina di ottobre in cui Milano sembrava un acquerello sciolto dalla pioggia. Marco era in cucina con la tazza del Milan in mano quando il taxi si fermò. Elena corse ad aprire.
Quando Astrid varcò la soglia, l'aria della cucina cambiò densità. Non era la ragazzina goffa che Marco aveva immaginato. Era una creatura aliena. Alta quasi un metro e ottanta, bionda di un biondo quasi bianco, con occhi azzurri che tagliavano la penombra come laser. Indossava un parka verde militare aperto su un maglione oversize che scivolava su una spalla, rivelando la pelle lattea, e leggings neri che fasciavano gambe interminabili.
«Hej! Ciao a tutti,» disse. La voce era melodiosa, sicura.
Marco le strinse la mano. Era calda, morbida, e il contatto gli inviò una scossa elettrica lungo il braccio che lo lasciò stordito. «Benvenuta,» gracchiò, sentendosi improvvisamente goffo, vecchio e fuori luogo nella sua stessa casa.-----Le due settimane successive furono un’agonia lenta e deliziosa. La presenza di Astrid alterò l'ecosistema domestico. Luca smise di giocare per fissarla a bocca aperta; Sofia cercava di imitare il suo trucco. Ma era Marco a subirne l'impatto maggiore.
La vedeva aggirarsi per casa con una naturalezza disarmante. La mattina, in cucina, con pantaloncini di seta che coprivano a malapena le natiche sode, mentre si allungava per prendere i cereali, la maglietta che si sollevava mostrando il ventre piatto e l'ombra dell'underboob. O la sera, sul divano, con le gambe accavallate, il profumo di vaniglia e frutti di bosco che saturava il soggiorno, coprendo l'odore di detersivo al limone di Elena.
Marco cercava di non guardare, ma i suoi occhi erano magneti. Notava come i suoi capezzoli puntassero contro il tessuto leggero delle magliette, notava il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando guardava il cellulare. Sentiva rinascere dentro di sé una fame atavica, un desiderio sporco che credeva morto e sepolto sotto anni di mutui e riunioni di condominio.-----La svolta accadde per caso, o forse per destino.
Un martedì mattina, Marco rientrò in casa dopo aver dimenticato il portafoglio. La casa era silenziosa: Elena a scuola, i ragazzi via. Entrò nella stanza degli ospiti per vedere se Astrid aveva bisogno di qualcosa, o forse solo per respirare il suo odore in sua assenza. La stanza era vuota, il letto rifatto male.
Sul comodino, il suo iPhone vibrava. Marco si avvicinò. Una notifica, poi un'altra. OnlyFans: Nuovo abbonato. OnlyFans: Mancia di $50 da User88.
Marco si gelò. Il cuore iniziò a martellare contro le costole. Con mano tremante, toccò lo schermo. Non c'era il codice di blocco. L'app si aprì sul profilo di lei: @SwedishSiren19. La bio recitava: "La tua studentessa preferita. Dolce fuori, perversa dentro."
Marco scorse le foto. Erano scattate lì. In quella stanza. Astrid in lingerie di pizzo rosso sul letto che lui aveva montato. Astrid nuda sotto la doccia del loro bagno. E video. Video espliciti.
Si sedette sul bordo del letto, con il respiro corto. Non era solo voyeurismo. Era la scoperta che sotto la superficie della brava ragazza viveva una realtà parallela fatta di lussuria e commercio.
Prese il suo telefono personale. Si creò un account anonimo, @AnonDad40, inserì i dati di una prepagata e si abbonò.
Il primo video che guardò lo distrusse. Astrid si masturbava con un dildo viola, guardando in camera con occhi liquidi, gemendo parole svedesi intervallate da "Yes, fuck me" in inglese. Marco si masturbò lì, nel bagno di servizio, con una ferocia e una disperazione che lo lasciarono svuotato e terrorizzato.-----Tre giorni dopo, l'occasione perfetta. Elena partì per un convegno a Roma. I ragazzi erano a scuola per i rientri pomeridiani. Marco uscì prima dall'ufficio, dicendo di avere mal di testa.
Entrò in casa in silenzio. Salì le scale. Dalla porta socchiusa di Astrid proveniva una luce soffusa, rosa, artificiale. E un suono ritmico, bagnato.
Marco spinse la porta. Astrid era sul letto, in ginocchio, di spalle alla porta. Indossava solo una maschera di pizzo nero sugli occhi e tacchi a spillo. Davanti a lei, un ring light illuminava il suo sedere perfetto mentre si inseriva lentamente un plug anale gioiello, parlando sussurrando a un telefono montato su un treppiede. «Mi piace quando mi guardate... mi sento così piena...»
Marco restò pietrificato. Il parquet scricchiolò sotto il suo peso.
Astrid si voltò di scatto, sussultando. Il plug scivolò fuori. Si coprì istintivamente il seno con le braccia, gli occhi spalancati dietro la maschera. Il terrore puro le attraversò il viso.
«Marco! Io... cazzo, bussa!» esclamò, cercando di spegnere la registrazione con mano tremante. «Posso spiegare, non è... non dirlo a Elena, ti prego. Mi caccerà via.»
Marco rimase sulla soglia. Avrebbe dovuto urlare. Avrebbe dovuto fare la paternale. Invece, chiuse la porta alle sue spalle e fece scattare la serratura. Il clic metallico risuonò nella stanza.
Astrid si fermò. Lo guardò. Vide che non era arrabbiato. Vide i suoi occhi scorrere sul suo corpo nudo, sul seno che si alzava e abbassava per il panico, sul lucido tra le sue gambe. Vide il rigonfiamento nei suoi pantaloni grigi da ufficio.
L’espressione di lei cambiò. La paura evaporò, sostituita da una consapevolezza astuta. Un sorriso lento, quasi impercettibile, le curvò le labbra.
«Hai visto, vero?» chiese, la voce più bassa, controllata.
«Ho visto il tuo profilo,» ammise Marco, la voce roca. «Sono @AnonDad40.»
Astrid inclinò la testa, studiandolo come un gatto studia un topo ferito. «Sei tu? Quello che ha pagato cinquanta euro per vedermi venire?»
Marco annuì, vergognandosi e eccitandosi allo stesso tempo.
Astrid si tolse le braccia dal seno, lasciandosi guardare completamente. Si passò la lingua sulle labbra.
«E adesso che vuoi fare, Marco? Vuoi dirlo a tua moglie? Vuoi rovinarmi?» Fece un passo verso di lui, i tacchi che affondavano nel tappeto. «O vuoi vedere dal vivo quello per cui hai pagato?»
Marco deglutì a vuoto. «Non dirò niente.»
«Bene,» sussurrò lei. Si avvicinò finché lui non sentì il calore del suo corpo. Allungò una mano e iniziò a slacciargli la cravatta.
«Ma il silenzio ha un prezzo. I miei fan si annoiano a vedermi sola. Vogliono vedere... un uomo vero.» Lo guardò negli occhi attraverso la maschera di pizzo. «Vuoi essere il mio segreto, Marco? Vuoi essere il mio giocattolo?»
Lui non rispose a parole. Le prese i fianchi con le mani tremanti, affondando le dita nella carne morbida.
Astrid sorrise, un sorriso da predatrice. Si voltò verso il treppiede e premette di nuovo REC.
«Mettiti questa,» disse, porgendogli una seconda maschera che teneva sul comodino. «Nessuno deve sapere chi sei. Sei solo un corpo. Sei solo un cazzo. Sei mio.»-----Marco indossò la maschera. In quel momento, l'ingegnere di quarant'anni, il marito fedele, il padre responsabile, cessò di esistere. Rimase solo l'istinto.
Astrid lo spinse sul letto. Non fu dolce. Non c'era romanticismo. C'era fame e c'era performance.
Lei lo spogliò con gesti pratici, quasi professionali, ma quando vide la sua erezione emise un suono di autentico apprezzamento che fece impazzire Marco. «Cazzo, sei duro,» mormorò lei, dimenticando per un attimo la telecamera.
Iniziò a succhiarlo, guardando l'obiettivo, ma Marco le afferrò la testa, imponendo il suo ritmo, spingendo dentro di lei tutta la frustrazione di dieci anni di vita in grigio. Quando infine la penetrò, lei ansimò – un suono vero, non recitato. Era stretta, bollente.
Fecero sesso con una violenza disperata, attenti agli angoli di ripresa ma persi nel piacere. Marco la scopò come se volesse cancellare la sua vita precedente, e Astrid lo cavalcò con l'arroganza della giovinezza, dominandolo anche mentre era sotto di lui.
Quando Marco venne, dentro di lei, sentì che qualcosa si era rotto per sempre. Non era solo un orgasmo. Era una firma su un contratto col diavolo.
Mentre riprendevano fiato, sudati e intrecciati sotto la luce artificiale del ring light, Astrid fermò la registrazione. Controllò il video sul telefono e sorrise soddisfatta.
«Perfetto,» disse, accarezzandogli la guancia con indifferenza affettuosa. «Ci vediamo stanotte, quando tutti dormono? Dobbiamo girare la parte due.»
Marco annuì, sapendo di essere fottuto. Totalmente, irrimediabilmente fottuto.
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