La Convalescenza - Capitolo 2 - Il prezzo del silenzio

di
genere
dominazione

Erano le tre del pomeriggio e la villa sembrava trattenere il respiro sotto la cappa di calore di luglio. Vittorio aveva dato il pomeriggio libero alla governante e al giardiniere. "Privacy per la riabilitazione", aveva detto a suo padre. Una bugia così sfacciata che Elena si era sentita complice solo ascoltandola.

Quando entrò nella camera da letto, l'atmosfera era diversa dal solito. Le tende non erano tirate; la luce solare inondava la stanza, impietosa, illuminando ogni dettaglio. Vittorio non era a letto. Era seduto sulla poltrona di velluto verde scuro vicino alla finestra, la gamba ingessata appoggiata su un pouf. Indossava solo una vestaglia di seta bordeaux, aperta sul petto villoso, e teneva in mano un bicchiere di whisky, il ghiaccio ormai quasi sciolto.

Elena si fermò sulla soglia, sentendosi improvvisamente esposta. Indossava la vecchia divisa che lui aveva preteso: un vestitino di cotone bianco che usava durante il tirocinio del primo anno. Le stava stretto sul seno, i bottoni tiravano pericolosamente, e l'orlo era decisamente più corto di quanto ricordasse, arrivando a malapena a metà coscia. Sotto, come ordinato in un sussurro il giorno prima, non portava nulla. La sensazione del tessuto ruvido direttamente sulla pelle nuda la faceva sentire costantemente toccata, anche a metri di distanza da lui.

«Sei in ritardo di tre minuti,» disse Vittorio, senza distogliere lo sguardo dal liquido ambrato nel bicchiere. «Mi scusi. Mio padre mi ha trattenuta al telefono,» rispose lei, la voce che cercava una fermezza che non possedeva. Vittorio alzò finalmente gli occhi. Il suo sguardo la percorse dalle scarpe da ginnastica bianche fino ai capelli, che oggi aveva lasciato sciolti sulle spalle, obbedendo all'ennesimo capriccio. «Chiudi la porta, Elena. E gira la chiave due volte. Non voglio che il mondo entri qui dentro.»

Lei eseguì il rituale. Click, click. Il rumore della serratura era diventato il segnale d'inizio, il suono che faceva scattare qualcosa nel suo basso ventre. «Vieni qui. Mettiti al centro della stanza. Dove c'è la luce.»
Elena camminò fino al centro del tappeto persiano. Si sentiva un animale da palcoscenico, o forse merce in esposizione. «Girati. Fammi vedere come ti sta quella divisa.» Lei fece una lenta piroetta. Sentì gli occhi di lui incollati addosso, pesanti come mani. «Ti sta piccola,» commentò lui, con una punta di soddisfazione. «Sei cresciuta, Elena. Sei diventata una donna formosa. È un peccato nascondere tutto quel ben di Dio sotto il cotone da quattro soldi.»

Vittorio posò il bicchiere sul tavolino. Si sporse leggermente in avanti. Il dolore alle costole sembrava sparito, o forse l'adrenalina lo stava mascherando. «Oggi cambiamo la terapia,» annunciò. La sua voce era calma, autorevole, quella del Commendatore abituato a dirigere consigli di amministrazione. «Fino ad oggi ti sei presa cura del mio corpo. Hai fatto un ottimo lavoro. La mia... circolazione è decisamente migliorata.» Un sorriso obliquo increspò le sue labbra. Elena arrossì, ricordando il sapore salato della sua pelle sulle proprie dita il giorno prima.

«Ma un bravo medico deve conoscere il corpo umano in ogni sua reazione,» continuò lui. «E io sono un uomo curioso, Elena. Voglio vedere se conosci il tuo corpo bene quanto conosci il mio.» Elena deglutì a vuoto. «Cosa... cosa intende?» Vittorio indicò un grande specchio a figura intera che solitamente stava nell'angolo, ma che ora era stato spostato e angolato in modo strategico di fronte alla poltrona. «Voglio che ti guardi, Elena. Mettiti davanti allo specchio. Voglio vedere il tuo viso mentre ti spogli per me.»

Il comando cadde nel silenzio. Spogliarsi. Non toccarlo, ma mostrarsi. Era un salto di qualità nella perversione. Togliersi la divisa significava togliersi l'ultimo strato di protezione professionale. «Vittorio, io non credo che...» «Non ti ho chiesto cosa credi,» la interruppe lui, la voce che divenne una frustata. «Ti ho chiesto di seguire la terapia. Hai accettato i miei regali, Elena? Hai accettato quel bracciale di Cartier che hai trovato nella borsa ieri? Sì. Lo hai accettato. E ora sei qui, senza mutandine sotto quel vestito, perché te l'ho detto io.»

Lei abbassò la testa. Era vero. Aveva accettato la corruzione silenziosamente, passo dopo passo. «Guardati allo specchio,» ordinò lui, più dolce ora. «E slaccia il primo bottone.»

Elena si avvicinò allo specchio. Vide il proprio riflesso: una ragazza giovane, bellissima, con le guance in fiamme e gli occhi lucidi di eccitazione proibita. Dietro di lei, nel riflesso, vide Vittorio. La osservava con la fame di un uomo che sta per consumare un pasto prelibato dopo un lungo digiuno. Le sue dita tremanti andarono al primo bottone, all'altezza della gola. «Lentamente,» la guidò la voce di lui, roca e vicina, anche se era rimasto seduto. «Voglio vedere la pelle comparire un centimetro alla volta.»

Il primo bottone si aprì. Poi il secondo. Il tessuto bianco si allargò, rivelando la curva pallida del seno. Elena vide nel riflesso Vittorio portarsi una mano al cavallo dei pantaloni, sopra la seta della vestaglia. «Continua,» sussurrò lui. «Fino in fondo. Voglio vederti nuda come il giorno in cui sei nata. Solo per me.»

Il terzo bottone cedette, poi il quarto. Il tessuto di cotone bianco si aprì come una ferita, lasciando scoperto lo sterno, la curva morbida del ventre, l'ombelico. Elena sentiva l'aria condizionata accarezzarle la pelle nuda, facendole inturgidire i capezzoli per il freddo e per la vergogna. O forse, non era più vergogna. Nel riflesso, vide gli occhi di Vittorio dilatarsi. La mano dell'uomo, nascosta sotto la seta bordeaux della vestaglia, si muoveva con un ritmo lento e pesante.

«Fermati,» ordinò lui, quando il vestito era ancora aggrappato ai suoi fianchi. «Metti le mani sui fianchi. Spingilo giù lentamente. Voglio vedere come si libera dalle tue curve.» Elena obbedì. Le sue mani sudavano. Spinse il tessuto oltre le ossa del bacino. Il vestito cadde a terra, accumulandosi intorno alle sue caviglie in una nuvola bianca. Rimase lì, completamente nuda, illuminata dalla luce impietosa del pomeriggio che entrava dalla finestra, con nient'altro addosso se non le scarpe da ginnastica. Un contrasto assurdo, volgare, che la faceva sentire ancora più esposta.

«Dio...» sibilò Vittorio. Il suono fu come uno strappo nel silenzio. «Girati. Fammi vedere il culo.» Elena si voltò lentamente verso lo specchio, dandogli le spalle, ma mantenendo il contatto visivo con lui attraverso il riflesso. Vittorio si sporse in avanti sulla poltrona, ignorando il dolore alla gamba. «Sei perfetta,» mormorò, con una voce che grondava possesso. «Guarda che curve. Guarda che pelle. Sei una giumenta di razza, Elena. E nessuno lo sa. Solo io. Solo io so cosa nascondi sotto quei vestiti castigati.»

Le parole di lui erano sporche, dirette, ma suonavano alle orecchie di Elena come lodi perverse. Sentì una vampata di calore salirle dalle cosce fino al viso. «Allarga le gambe,» comandò lui. «Poco. Quanto basta per far passare la luce.» Lei allargò i piedi. «Di più.» Eseguì. «Metti le mani sul sedere. Allarga le natiche. Voglio vedere tutto.»

Era una richiesta impossibile. Degradante. Eppure, Elena vide le sue mani muoversi nello specchio come se appartenessero a un'altra. Afferrarono la carne morbida e tirarono. Il rosa intimo delle sue mucose apparve nel riflesso, vulnerabile, offerto al suo sguardo e al proprio. «Ecco,» ansimò Vittorio. «Guarda come sei rossa. Come sei pronta. Ti stai bagnando solo perché ti sto guardando, vero?»

Elena non rispose, ma il suo respiro accelerato era una conferma sufficiente. «Vieni qui, Elena. Avvicinati alla poltrona. Ma non rivestirti. Lascia quel cencio per terra.» Lei scavalcò il vestito e camminò verso di lui. Ogni passo era una sfida alla sua vecchia morale, che moriva un po' di più ad ogni metro. Si fermò a mezzo metro dalle sue ginocchia. L'odore del whisky e del sesso era fortissimo ora.

Vittorio allungò la mano sana. Non la toccò subito. Lasciò che le dita aleggiassero a pochi millimetri dal suo pube, facendole sentire il calore del palmo. «Sei fradicia,» osservò con soddisfazione clinica, guardando le gocce trasparenti che imperlavano i riccioli biondi. «Dobbiamo fare qualcosa, infermiera. Non è igienico lasciare una signorina in questo stato.»

Ritrasse la mano e indicò il bracciolo della poltrona. «Metti una gamba qui sopra. A cavalcioni del bracciolo. Apriti per me.» Elena sollevò la gamba sinistra, posando il piede sulla seduta della poltrona, accanto alla coscia di lui. La posizione la spalancava completamente alla sua vista. Vittorio era così vicino che il suo respiro caldo le colpiva l'interno coscia.

«Toccati,» ordinò. «Voglio vedere le tue dita sparire dentro di te. E voglio che mi guardi mentre lo fai.» Elena portò la mano destra tra le gambe. Quando si sfiorò, un gemito le scappò dalle labbra. Era sensibile, troppo sensibile. La frustrazione dei giorni passati, gli sguardi rubati, le mani di lui addosso... tutto convergeva in quel punto. Iniziò a massaggiarsi il clitoride con movimenti circolari, prima lenti, poi sempre più frenetici.

Vittorio non la toccava. Si limitava a guardare, a pochi centimetri da lei, mentre la sua mano sotto la vestaglia lavorava furiosamente. «Sì...» la incitava. «Fatti godere. Sii la mia puttana per oggi. Dimentica l'università, dimentica tuo padre. Sei solo un pezzo di carne che gode. Dillo. Dì: "Sono la tua puttana, Vittorio".» Elena scosse la testa, gli occhi rovesciati all'indietro, persa nel piacere. «Dillo!» ringhiò lui, afferrandole il polso libero e stringendolo forte. «Sono... sono la tua puttana,» singhiozzò lei, e quella frase fu la chiave che fece saltare la serratura finale.

Il piacere la investì come un'onda anomala. Le gambe le tremarono così forte che rischiò di cadere. Si aggrappò alla spalla di Vittorio, conficcando le unghie nella seta della vestaglia, mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi violenti, inarrestabili. Urlò il suo nome, un grido strozzato che lui coprì parzialmente con la mano sulla sua bocca, assaporando i suoi gemiti sul palmo.

Quando gli spasmi cessarono, Elena crollò in ginocchio sul tappeto, ansimante, la testa appoggiata alla coscia sana di Vittorio. Si sentiva svuotata, stordita. Lui le accarezzò i capelli con una tenerezza inquietante. «Brava,» sussurrò. «Molto brava.»

Vittorio spostò la mano dai capelli al mento di lei, sollevandole il viso. Lei aveva gli occhi lucidi, il trucco leggermente sbavato. Lui aprì la vestaglia completamente. Il suo sesso era ancora eretto, lucido, pulsante di un bisogno non ancora soddisfatto. «Hai pensato a te stessa, Elena,» disse lui, con voce suadente ma ferma. «Ora... è il momento di prendersi cura del paziente. Non credi?»

Prese la mano di lei, ancora bagnata dei suoi stessi umori, e la posò sulla propria erezione. «Assaggiami,» ordinò. «Voglio sentire il tuo sapore mischiato al mio.»

L'esitazione durò meno di un battito di ciglia. Elena, ancora stordita dall'orgasmo che le aveva scosso il corpo pochi istanti prima, sentiva che la sua volontà si era liquefatta, lasciando spazio solo a un bisogno primordiale di compiacere colui che le aveva procurato quel piacere. Si sporse in avanti. L'odore muschiato di lui le riempì le narici, coprendo quello del whisky.

«Apri la bocca,» le sussurrò Vittorio, intrecciando le dita tra i suoi capelli sciolti. «E guardami. Non chiudere gli occhi nemmeno per un secondo.» Quando le sue labbra avvolsero la carne tesa dell'uomo, Vittorio emise un sospiro profondo, rovesciando la testa contro lo schienale della poltrona. La sua mano sulla nuca di Elena divenne una guida ferrea, impostando il ritmo. Non era un atto d'amore. Era una lezione tecnica. «Troppo veloce,» la corresse lui, tirandole leggermente i capelli per frenarla. «Usa la lingua sulla parte inferiore. Lì... esatto. Senti come pulsa? È tutto per te.»

Elena obbedì, cancellando ogni pensiero razionale. La sua bocca, abituata a sorridere educatamente alle cene di beneficenza, ora lavorava con una dedizione oscena per soddisfare il vicino di casa. Sentiva il sapore salato di se stessa mescolato a quello di lui, un mix inebriante che le faceva girare la testa. «Vai a fondo,» ordinò lui, la voce ormai rotta dall'imminenza del piacere. «Fammelo sentire in gola. Accoglilo tutto.»

Spinse i fianchi in avanti, sollevandosi leggermente dalla sedia. Elena ebbe un conato, gli occhi le si riempirono di lacrime, ma non si ritrasse. La mano di Vittorio la teneva lì, inchiodata al suo dovere. «Così... Dio, così...» Il corpo dell'uomo si irrigidì. Con un ringhio basso, Vittorio venne, spingendo profondamente nella sua bocca, costringendola a gestire ogni spasmo, ogni fiotto, senza permetterle di staccarsi finché non fu completamente svuotato. «Ingoia,» le sibilò. «Non sprecare niente. È la tua ricompensa.»

Quando finalmente la lasciò andare, Elena ricadde sui talloni, tossendo leggermente, portandosi una mano alla bocca. Si sentiva sporca, usata, e incredibilmente leggera. Vittorio si ricompose con una calma glaciale. Chiuse la vestaglia di seta, coprendo la sua nudità come se nulla fosse accaduto, e riprese il bicchiere di whisky dal tavolino. «Eccellente,» disse, sorseggiando il liquido ambrato. «Hai imparato in fretta. Tuo marito sarà un uomo fortunato, un giorno. O forse no, forse si spaventerà di quanto sei brava.»

Elena si alzò, le gambe tremanti. «Posso... posso andare in bagno?» «Certo. Datti una sistemata. Sembri una che ha appena fatto una maratona.» Lei corse nel bagno padronale. Si chiuse dentro e si guardò allo specchio. Aveva le labbra gonfie e arrossate, il mascara colato sotto l'occhio sinistro, i capelli arruffati. Si sciacquò il viso con acqua gelida, cercando di raffreddare la pelle che bruciava. Si guardò negli occhi. Non c'era orrore nel suo sguardo. C'era una luce nuova, cupa e brillante. La ragazza nello specchio non era più la figlia dell'avvocato. Era qualcos'altro. Qualcosa che apparteneva a quella stanza.

Si rivestì velocemente. Il vestitino bianco era stropicciato, ma riuscì a renderlo presentabile. Quando tornò in camera, la luce del pomeriggio si era fatta più dolce, dorata. Vittorio aveva preso una busta bianca dal cassetto del comodino. La teneva in mano, facendola picchiettare ritmicamente sul bracciolo della poltrona.

«Vieni qui, Elena.» Lei si avvicinò, tenendo la testa bassa, in un gesto di sottomissione che le venne naturale. Vittorio le porse la busta. Era spessa. «Cos'è?» chiese lei. «Un piccolo bonus,» rispose lui con nonchalance. «So che i libri di medicina costano molto. E so che vuoi fare quel master a Milano l'anno prossimo. Tuo padre non deve preoccuparsi di queste spese extra. Consideralo... un investimento sul tuo futuro.»

Elena guardò la busta. Sapeva cosa c'era dentro. Denaro. Tanto denaro. Prenderlo significava cancellare l'ultima menzogna: non lo faceva per amicizia, non lo faceva per dovere medico. Lo faceva perché era diventata la sua puttana. Vittorio vide l'esitazione e sorrise. «Prendili, sciocca. Te li sei guadagnati. Hai lavorato sodo oggi. E mi aspetto che lavorerai ancora più sodo domani.»

La mano di Elena si allungò. Le sue dita sfiorarono quelle di lui mentre afferrava la busta. Sentì la carta pesante sotto i polpastrelli. «Grazie... Vittorio.» Lui le prese il mento, costringendola a guardarlo un'ultima volta. «Domani è venerdì. Il giardiniere non c'è. Entra dal retro. E Elena?» «Sì?» «Non mettere quel vestito bianco domani. Ho un completo nero nell'armadio, nella sacca in fondo a sinistra. Calze a rete, tacchi, bustino. È di una mia... vecchia amica. Ti starà perfetto.»

Elena deglutì, stringendo la busta contro il fianco. Il cuore le batteva all'impazzata, non per la paura, ma per l'anticipazione. «Va bene,» sussurrò. «Brava. Ora vai. Tuo padre ti aspetta per cena.»

Elena uscì dalla stanza, percorse il corridoio e scese le scale. Uscì nella luce abbacinante del giardino, l'aria calda che la colpì come un muro. Camminò verso il cancello che separava le due ville. A metà strada, si fermò. Aprì la busta. Dentro c'erano dieci banconote da cinquecento euro. Cinque volte quello che avrebbe guadagnato in un mese di tirocini onesti. Chiuse la busta e se la infilò nella tasca della borsa, sentendone il peso contro il fianco. Un peso rassicurante. Un segreto che bruciava, ma che la faceva sentire potente. Mentre apriva la porta di casa sua, sentendo la voce di sua madre che chiamava dalla cucina, Elena sorrise. Non vedeva l'ora di indossare quel completo nero.
scritto il
2026-01-04
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