Elara - Capitolo Finale - La Liturgia della Carne

di
genere
fantascienza

L'aria all'interno del settore Idroponico non era più semplice ossigeno riciclato. Era mutata in una sostanza tangibile, un etere pesante, dorato e viscoso che si incollava alla pelle e alle mucose come una seconda epidermide. Quello che un tempo era il polmone verde e sterile della nave, ordinato in file di colture idroponiche e luci a spettro solare, era ora un tempio pagano, una cattedrale di vetro e metallo riconquistata da una natura perversa e accelerata.

Elara sedeva al centro di questo ecosistema pulsante. Il suo trono non era stato costruito, ma cresciuto: un groviglio inestricabile di radici idroponiche divelte, tubi di irrigazione che gocciolavano nutrienti lattiginosi e un muschio alieno, nero e vellutato, che si era espanso con una velocità spaventosa nelle ultime ore. Le radici affondavano in un terriccio scuro e spugnoso, concimato dai resti ormai irriconoscibili del caporale Vance, le cui ossa biancheggiavano tra le fronde come macabri ornamenti di un reliquiario dimenticato.

La Matriarca non guardava il passato. I suoi occhi, ormai due pozzi di ossidiana liquida privi di sclera e iride, fissavano il vuoto con una consapevolezza che trascendeva l'umano. Sentiva la nave non come una struttura meccanica di paratie e circuiti, ma come un'estensione del suo stesso sistema nervoso periferico. Il ronzio profondo dei motori a fusione era il suo battito cardiaco basale; il flusso sibilante del sistema di aerazione era il suo respiro. E la voce che risuonava nella sua testa — quella presenza antica, maschile, imperiosa e infinitamente lussuriosa — non era più un'intrusione. Era diventata un coro, una polifonia di istinti che sovrastava ogni pensiero logico, ogni residuo di morale terrestre.

Attorno a lei, nell'ombra proiettata dalle felci giganti, le creature si muovevano. I suoi "figli". Non erano più i piccoli esseri informi e ciechi scivolati fuori dal suo grembo poche ore prima in un lago di fluidi. Il metabolismo della loro specie era implacabile, una fornace biologica che bruciava materia per creare perfezione. Ora erano bestie magnifiche, grandi quanto giaguari, ma fatte di muscoli flessibili che sfidavano le leggi dell'anatomia dei vertebrati. La loro pelle aveva la lucentezza del vinile nero, percorsa da una bioluminescenza violacea che pulsava ritmicamente, sincronizzata con il respiro di Elara. Non avevano occhi, ma complessi array di sensori termici e olfattivi che vibravano nell'aria, assaporando i feromoni che la madre stava pompando nel sistema di ventilazione.

Erano carichi. Elara poteva sentire la loro pressione biologica come se fosse la propria. I loro sacchi seminali erano pieni, tesi allo spasimo, gonfi di un materiale genetico che premeva per uscire. Fremevano di un'energia sessuale predatoria, strusciandosi l'uno contro l'altro, i tentacoli lubrificati che si intrecciavano in nodi scivolosi, in attesa. Avevano bisogno di contenitori. Avevano bisogno di calici sacri in cui versare quel torrente di vita.

Elara allungò una mano verso il pannello di controllo principale della serra, ora parzialmente inglobato dalla biomassa. Le sue dita, un tempo addestrate a smontare fucili al plasma in pochi secondi, ora si muovevano con una delicatezza sensuale, quasi erotica, sui tasti olografici.

«È tempo,» sussurrò, la voce roca, distorta dalla gola che stava cambiando conformazione interna per produrre suoni non umani.

Attivò il canale di comunicazione prioritaria. Isolò la frequenza. Niente ponti di comando, niente sale comuni maschili. Il segnale sarebbe arrivato solo agli alloggi femminili, alle stazioni mediche, ai laboratori.

«Attenzione a tutto il personale femminile,» disse. Non usò i codici militari standard. Parlò direttamente all'ipotalamo delle sue compagne, modulando la voce con frequenze subsoniche che l'alieno le suggeriva. «Protocollo Genesi attivo. Recatevi immediatamente al settore Idroponico. L'emergenza richiede la vostra biologia. Non portate armi. Non portate protezioni. Portate solo... la vostra fame.»

Chiuse il canale e si appoggiò allo schienale organico del suo trono, aprendo le gambe in un gesto di totale accoglienza. Una delle creature più grandi, il maschio alfa della cucciolata, strisciò verso di lei. Non la penetrò, non ancora. Si limitò a posare la testa liscia, calda e vibrante sul suo interno coscia, iniziando a leccare via i fluidi che lei continuava a produrre in una devozione silenziosa e umida. Elara gli accarezzò i tentacoli dorsali, sentendo le creste dure sotto i polpastrelli, e sorrise.

«Arrivano.»

Lungo i corridoi d'acciaio freddo della nave, il silenzio fu rotto dal passo ritmico di piedi nudi o calzati in fretta. Si muovevano come sonnambule, ma con una determinazione febbrile. Erano dodici. Ufficiali medici, ingegneri, guardie di sicurezza, analiste. Donne che fino a un'ora prima discutevano di rotte e manutenzione, ora convergevano verso il cuore pulsante della nave, richiamate da un imperativo biologico che aveva sovrascritto anni di addestramento, disciplina e inibizioni.

Quando la porta stagna dell'Idroponica si aprì con un sibilo idraulico, l'ondata di calore e umidità che le investì fu come uno schiaffo fisico, denso e opprimente. La nebbia di feromoni era così concentrata da offuscare la vista, tingendo tutto di un'ambra onirica e scintillante.

Elara le vide entrare. Vide la confusione iniziale sui loro volti — lo shock di vedere il luogotenente nuda su un trono di radici — trasformarsi istantaneamente in una sottomissione estatica appena i loro polmoni si riempirono dell'aria drogata del Nido. Le pupille si dilatarono fino a inghiottire le iridi; le bocche si schiusero, le mani iniziarono a vagare inconsciamente sui propri corpi.

«Benvenute, sorelle,» mormorò Elara, la voce amplificata dall'acustica della serra. «Guardatevi. Siete costrette in quei gusci sintetici. La stoffa vi separa da loro. La stoffa è una barriera. Noi non vogliamo barriere tra la pelle e la vita.»

Fu come un incantesimo che si spezzava violentemente. Con movimenti frenetici, quasi disperati, le dodici donne iniziarono a strapparsi di dosso le uniformi. Bottoni di plastica saltarono via tintinnando sul metallo, cerniere sibilarono aprendosi su petti ansanti, il tessuto tecnico venne calpestato nel fango senza riguardo. In pochi secondi, la serra fu popolata da corpi nudi, diversi per forma, colore ed età, ma uniti dallo stesso rossore febbrile che chiazzava la pelle del collo, dei seni e dell'interno coscia. Erano vulnerabili, esposte, e incredibilmente, dolorosamente eccitate.

Dalle ombre delle felci, il fruscio divenne un rombo basso, simile a un motore che sale di giri. Le creature emersero. Una marea nera, lucida e muscolare che avvolse la riva bianca dei corpi femminili.

Non ci fu assalto, solo un'urgenza condivisa e magnetica. La dottoressa Aris, una donna razionale e controllata, si ritrovò circondata da tre bestie. Non indietreggiò; al contrario, allargò le braccia, offrendo il petto e il ventre. Una delle creature si sollevò sulle zampe posteriori, torreggiando su di lei. I tentacoli anteriori, spessi come pitoni, le cinsero la vita e i fianchi, tirandola con forza brutale contro il corpo scivoloso e caldo dell'alieno. Il contatto pelle contro pelle aliena le strappò un gemito. La creatura non era fredda; bruciava di un calore febbrile, e la sua pelle secerneva un olio profumato che rendeva ogni frizione elettrica.

«Prendimi... ti prego, adesso...» supplicò la dottoressa, la testa rovesciata all'indietro, il collo offerto.

La creatura obbedì. Dalla guaina ventrale emerse l'arto riproduttivo principale: lungo, affusolato, di un colore viola scuro che virava al nero, costellato di creste morbide, anelli vibranti e noduli pulsanti progettati per stimolare, dilatare e sigillare. Non c'era nulla di umano in quella forma, ed era questo a renderla irresistibile.

La penetrazione fu un atto unico, fluido e devastante. L'alieno affondò in lei con una singola spinta potente, sollevandola da terra. Le gambe della dottoressa si avvolsero istintivamente attorno al dorso della bestia, i talloni che premevano nella carne gommosa, mentre veniva impalata, aperta e riempita oltre ogni limite anatomico che credeva possibile. Il suo grido echeggiò nella serra, non di dolore, ma di uno shock sensoriale assoluto: le creste del membro alieno massaggiavano le sue pareti interne con una precisione chirurgica, colpendo nervi profondi, risvegliando un piacere atavico.

Poco più in là, Sarah Kael, l'ingegnere capo, era in ginocchio nel muschio, ridotta a un animale in calore. Due creature più piccole la stavano lavorando con metodo. Una le massaggiava i seni pesanti e cadenti, le ventose che si attaccavano ai capezzoli tirandoli, torcendoli e succhiando via colostro fantasma indotto dalla tempesta ormonale, mentre l'altra si insinuava tra le sue natiche. Sarah ansimava, gli occhi rovesciati, la lingua fuori, completamente persa nel ritmo binario delle spinte che la scuotevano avanti e indietro. «Sì... sì... usatemi... rompetemi...» delirava, le mani che affondavano nel fango, cercando stabilità mentre veniva posseduta su due fronti.

La serra era diventata un vortice, un quadro vivente di carne e lussuria alla Hieronymus Bosch. Ovunque Elara guardasse, vedeva pelle umana schiacciata contro chitina nera; sentiva lo schiocco umido dei corpi che collidevano; respirava l'odore metallico del sesso e quello dolciastro del seme. Jyn, la giovane guardiamarina, era stesa supina su un tavolo da lavoro, le gambe spalancate verso il soffitto. La creatura sopra di lei era immensa, e la stava penetrando con una lentezza esasperante, godendosi ogni millimetro di dilatazione. Jyn piangeva e rideva insieme, le dita che graffiavano la schiena della bestia. «È troppo grande... è tutto dentro... Dio, lo sento nello stomaco!» urlava, ma spingeva il bacino incontro all'alieno, affamata di quella pienezza totale.

Elara, dal centro di quel pandemonio, dirigeva l'orchestra telepaticamente. Il suo stesso corpo vibrava in risonanza. Il maschio alfa tra le sue gambe si mosse, ed ella si lasciò penetrare di nuovo, unendo il suo piacere a quello delle sue sorelle. «Unitevi!» gridò mentalmente, proiettando il comando come un'onda d'urto psichica. «Sentite quello che sento io! Non siete più sole! Diventate il Nido!»

Sotto il comando, i confini dell'individualità crollarono definitivamente. Ogni donna sentiva non solo il proprio piacere, ma l'eco di quello delle altre in un feedback loop esponenziale che bruciava le sinapsi. Sarah sentì la penetrazione profonda di Aris; Aris sentì le ventose sui seni di Jyn. Era un'orgia mentale e fisica che le portò sull'orlo della follia.

E poi, arrivò il momento. Elara lo sentì accumularsi nell'aria come l'elettricità statica prima di un fulmine. La tensione nei muscoli delle creature divenne spasmodica. I ronzii bassi salirono di tono fino a diventare un fischio vibrante.

«Ora! Fecondate!»

All'unisono, le creature rilasciarono il loro carico. Non fu un orgasmo umano, breve e localizzato. Fu un'inondazione, un trasferimento di massa. Litri di materiale genetico alieno, caldo come lava e denso come miele, vennero pompati dentro le donne con getti potenti e ritmici. Jyn spalancò la bocca in un urlo silenzioso mentre sentiva il liquido caldo inondarla, dilatando il suo utero istantaneamente. Il suo basso ventre iniziò a gonfiarsi visibilmente sotto gli occhi delle compagne, la pelle che si tendeva lucida e tesa mentre la biomassa aliena occupava lo spazio. Aris, sospesa a mezz'aria, sentì il seme riempirla fino a farle male, una sensazione di pesantezza squisita. Le sue pareti interne pulsavano intorno al membro dell'alieno, mungendo ogni singola goccia, schiave dell'imperativo biologico di non sprecare nulla.

Per minuti interminabili, l'unico suono fu il respiro rantolante delle donne e il gorgoglio liquido del riempimento. Quando finalmente le creature si ritrassero, con un suono umido di suzione, lasciarono le donne a terra, dilatate, spalancate, coperte di fluidi argentei e sudore. Ma la trasformazione era avvenuta. I loro ventri, prima piatti o morbidi, erano ora prominenti, duri come pietre, rotondità di quattro o cinque mesi di gravidanza apparse in pochi minuti. Vene bluastre pulsavano sotto la pelle diafana. Erano piene. Erano Madri.

Elara si alzò. Il fluido le colava lungo le gambe, mescolandosi al sangue, ma la sua espressione era imperiosa. Sentiva la fame dei nascituri vibrare nell'aria, un vuoto che chiedeva di essere colmato.

«Mancano le risorse,» disse, la voce fredda che echeggiava nella mente di tutte le presenti. «Avete fatto la vostra parte. Ora i piccoli riposano, ma si sveglieranno affamati. Hanno bisogno di proteine complesse per lo sviluppo finale. Hanno bisogno di carne calda.»
Sarah Kael, ancora stesa nel fango, si passò una lingua sulle labbra secche. Si accarezzò la pancia dura con entrambe le mani, sentendo i movimenti frenetici all'interno. I suoi occhi brillarono di una fame che non era alimentare, ma predatoria. «Gli uomini...» sussurrò Sarah, con un sorriso crudele.

«Esatto,» confermò Elara. «I fuchi.»

Elara tornò al pannello comunicazioni. Questa volta, la sua voce cambiò registro. Divenne miele avvelenato, una melodia di pura seduzione trasmessa attraverso i circuiti della nave a tutto il personale maschile rimasto. «A tutto il personale maschile,» sussurrò nel microfono, lasciando che il suo respiro pesante e post-orgasmico saturasse la trasmissione. «L'emergenza è rientrata. Ma... abbiamo bisogno di voi. Le donne dell'equipaggio vi aspettano nell'Idroponica. C'è stata... una celebrazione. Venite a festeggiare la nuova vita. Siamo sole, siamo calde... venite a prendervi cura di noi.»

La trappola era perfetta. I feromoni avevano già abbassato le difese cognitive degli uomini, rendendoli suggestionabili, aggressivi e lussuriosi. La promessa di un piacere facile, unita all'immagine mentale delle loro colleghe che li invitavano, fece crollare le ultime barriere razionali.

I portelloni si aprirono dieci minuti dopo. Erano una ventina. Tecnici sporchi di grasso, guardie di sicurezza, il Primo Ufficiale e lo stesso Capitano. Entrarono cauti, con le armi abbassate, ma la vista che li accolse li pietrificò sul posto.

L'Idroponica era un harem primordiale. Le donne erano ovunque — stese sulle panche, appoggiate agli alberi, immerse nelle vasche nutritive — completamente nude, i corpi lucidi di olio, seme e sudore. Le loro gambe erano aperte in inviti inequivocabili. Ma ciò che ipnotizzò gli uomini, colpendo la parte più rettiliana del loro cervello, furono i loro ventri. Quelle curve piene, gravide, sode, emanavano un richiamo alla fertilità così potente da essere quasi doloroso.

«Venite,» chiamò Sarah, accarezzandosi i fianchi allargati e sollevando i seni turgidi con le mani. «Siamo così piene... ma abbiamo bisogno di voi per completare l'opera. Abbiamo bisogno di sentire un uomo dentro di noi.»

Un tecnico fece cadere la cassetta degli attrezzi. Il suono metallico fu il segnale. Gli uomini si lanciarono avanti, dimenticando gradi, protocolli e decenza. Ridotti a bestie in calore, non si chiedevano come fosse possibile quella gravidanza di massa; vedevano solo femmine disponibili, bellissime nella loro lascivia, che imploravano di essere possedute.

Il Capitano, un uomo solitamente rigido e formale, raggiunse Elara. I suoi occhi erano vitrei, la mascella allentata, le mani che tremavano mentre cercava di slacciarsi la cintura. «Elara... sei... sei magnifica,» balbettò, fissando il ventre di lei e la fessura bagnata che prometteva paradiso.

«Shhh,» lo zittì lei, afferrandolo per la camicia e strappando i bottoni. Lo spinse a terra, ai piedi del suo trono, in mezzo al fango e alle radici, e lo montò.

Quando Elara lo accolse dentro di sé, il Capitano gemette di pura estasi. Per lui, quella vagina calda, scivolosa e incredibilmente stretta nonostante il parto recente, era l'apice della sua esistenza. Non sapeva di star penetrando un corpo che era già occupato. Non sapeva che, a pochi centimetri dal suo membro, separata solo da una sottile parete di carne, la nidiata aliena riposava nell'utero di lei, sentendo le sue spinte come un massaggio piacevole.

In tutta la serra, l'atto si consumava con una ferocia disperata. Le donne, guidate dalla mente alveare, erano instancabili. Usavano i loro corpi mutati per intrappolare gli uomini. Sarah Kael aveva intrappolato due tecnici: mentre uno la penetrava da dietro, spingendo contro il peso del bambino alieno nel suo ventre, lei succhiava avidamente il membro dell'altro, le mani che impastavano le loro teste, forzandoli a un ritmo insostenibile. «Sì! Datemi tutto!» gridava la dottoressa Aris, mentre un ufficiale di sicurezza la possedeva contro il vetro della vasca, i colpi che facevano tremare l'acqua. «Nutriteci! Nutrite loro!»

Gli uomini, accecati dalla lussuria, interpretavano quelle parole come metafore erotiche. Spingevano più forte, disperati di raggiungere l'orgasmo, di svuotarsi in quelle dee della fertilità. Volevano marchiarle, volevano possederle, ignari di essere solo strumenti.

Elara sentì il Capitano sotto di sé arrivare al limite. I muscoli di lui si contrassero, il respiro divenne un rantolo. «Vieni per me,» gli sussurrò all'orecchio, mordendogli il lobo fino a far uscire sangue caldo. «Dammelo tutto. Sarà l'ultima cosa che farai. Lascia la tua vita dentro di me.»

Con un grido strozzato, il Capitano inarcò la schiena e si riversò in lei. Elara sentì il getto caldo del seme umano colpire la barriera del sacco amniotico alieno. Era inutile ai fini riproduttivi, ma era un eccellente lubrificante... e un ottimo antipasto energetico. Uno dopo l'altro, in una catena di orgasmi maschili che echeggiarono come colpi di fucile nella serra, gli uomini raggiunsero l'apice. Crollarono sui corpi delle donne, esausti, svuotati di ogni energia, con i cuori che battevano all'impazzata e i cervelli inondati di endorfine che li lasciavano in uno stato di torpore paralizzante.

Fu in quel momento di totale vulnerabilità, nel silenzio pesante del dopo-sesso, che la trappola scattò definitivamente.

«Ora,» comandò Elara.

Le braccia delle donne, che fino a un attimo prima accarezzavano le schiene degli amanti, si strinsero come morse d'acciaio attorno ai loro colli e ai loro torsi. Dalle ombre delle felci, le creature emersero di nuovo. Silenziose. Letali.

Il Capitano, ancora mezzo addormentato sul petto sudato di Elara, aprì gli occhi pigramente quando sentì qualcosa di umido e freddo toccargli la gamba nuda. Guardò in basso e vide un tentacolo nero, lucido e spinoso, avvolgergli la caviglia. «Elara... cos'è...» provò a dire, la voce impastata.

«Il futuro, Capitano,» rispose lei con un sorriso gelido e materno.

Prima che potesse urlare, le creature agirono. Spine paralizzanti scattarono dai tentacoli, colpendo con precisione chirurgica la base del collo degli uomini. I corpi maschili si afflosciarono istantaneamente. Erano coscienti, potevano vedere, sentire e provare dolore, ma non potevano muovere un solo muscolo. I loro occhi si spalancarono in un terrore muto e assoluto.

Sarah Kael si alzò dal tecnico che giaceva paralizzato ai suoi piedi, il membro di lui ancora umido che si ritraeva. Si accarezzò il ventre gonfio, sentendo i movimenti frenetici e violenti all'interno. La pelle del suo addome si increspò come se qualcosa stesse cercando di uscire, o di mangiare. «Hanno fame, madre,» disse Sarah, guardando Elara con occhi adoranti. «Si agitano.»

«Allora servite la cena,» decretò Elara.

Le donne si scostarono. Le creature aliene scivolarono sopra i corpi degli uomini inermi. Questa volta non c'era erotismo, solo macelleria efficiente. Beccucci ossei e apparati digerenti esterni si estesero dalle masse nere. Iniziarono dalle parti morbide, dall'addome, aprendo gli uomini vivi strato dopo strato. Il Capitano fissò Elara mentre una delle bestie iniziava a consumare le sue gambe. Voleva urlare, voleva implorare, ma dalla sua gola uscì solo un gorgoglio di sangue. L'ultima cosa che vide fu Elara che si alzava, nuda e splendida nel suo orrore, mentre prendeva un pezzo di carne ancora pulsante che una delle creature le porgeva rispettosamente.

La Matriarca portò il boccone alla bocca, masticando lentamente, il sangue che le macchiava le labbra e il mento, ridandole le forze spese nell'accoppiamento.

Soddisfatta, Elara scavalcò i resti del banchetto — un tappeto di ossa, sangue e seme — e si diresse verso la grande vetrata panoramica della serra che dava sullo spazio profondo. La nave vibrava sotto i suoi piedi nudi. Non era più un vascello della Federazione. Era un organismo vivente, un vettore, una capsula di spore lanciata attraverso le stelle.

Si avvicinò alla console di navigazione ausiliaria, ormai parzialmente fusa con la biomassa pulsante della serra. Le sue dita insanguinate tracciarono le nuove coordinate sul vetro olografico. Davanti a lei, sullo schermo principale, brillava un punto azzurro, lontano ma raggiungibile. Un pianeta ricco d'acqua, di ossigeno e di vita.

Elara posò la mano sul vetro freddo, lasciando un'impronta unta e rossa. Chiuse gli occhi e sentì la vibrazione di migliaia di nuove vite che si agitavano all'unisono dentro di lei e dentro le sue sorelle, pronte a nascere, pronte a conquistare.

«Terra,» sussurrò al vuoto stellato, con la voce di una dea affamata. «Miliardi di corpi. Miliardi di nidi. Stiamo arrivando a casa.»
scritto il
2026-01-02
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