La Convalescenza - Capitolo finale - Il frutto del peccato

di
genere
dominazione

L'ultimo venerdì di luglio portò con sé un temporale estivo che oscurò il cielo già alle quattro del pomeriggio, tingendo la stanza di una luce livida, quasi teatrale. La pioggia batteva violenta contro i vetri della porta-finestra, isolando la villa dal resto del mondo, creando una barriera di rumore bianco che inghiottiva ogni suono proveniente dall'esterno.

Vittorio era steso sul letto, ma non nella posizione da invalido delle prime settimane. Aveva sistemato tre grossi cuscini contro la testiera e vi si era appoggiato con il busto eretto, le braccia incrociate sul petto ampio, fasciato in una vestaglia di seta nera che lasciava intravedere la pelle scura e i muscoli tesi. La gamba ingessata era ormai un dettaglio secondario, un fastidio che non limitava più la sua autorità. Sul comodino, un sigaro appena acceso bruciava lentamente nel posacenere di cristallo, riempiendo l'aria di un odore acre e costoso che si mescolava a quello della pioggia.

Quando la porta si aprì, Vittorio non si mosse. Si limitò a tirare una boccata dal sigaro, osservando attraverso il fumo azzurrognolo. Elena entrò. O meglio, la creatura che Elena era diventata entrò. Aveva seguito le istruzioni alla lettera. Sopra il corpo portava un lungo impermeabile beige, stretto in vita, bagnato dalla pioggia che aveva preso correndo dal retro della casa. I capelli biondi erano sciolti, selvaggi, umidi sulle punte. Il suo viso non aveva più nulla della studentessa modello: il trucco era pesante, gli occhi cerchiati di nero, le labbra dipinte di un rosso scarlatto che sembrava una ferita aperta.

«Chiudi a chiave,» ordinò Vittorio. La sua voce era profonda, vibrante come il tuono che brontolava in lontananza. «E getta la chiave lontano. Non ci servirà per le prossime tre ore.» Elena girò la serratura. Poi, con un gesto teatrale che aveva provato davanti allo specchio di casa sua per un'ora, lanciò la chiave sul tappeto, verso l'angolo opposto della stanza. Si voltò verso di lui. Il cuore le batteva contro le costole come un uccello in gabbia, ma non era paura. Era una fame vorace, alimentata dai soldi che aveva nascosto nel cassetto della biancheria e dallo sguardo di quell'uomo che la faceva sentire l'essere più prezioso e sporco della terra.

«Vieni qui, al centro,» disse lui. «Togli quell'impermeabile. Fammi vedere il mio investimento.» Elena sciolse la cintura con dita che non tremavano più. Allargò il tessuto impermeabile e lo lasciò scivolare giù dalle spalle. Il cappotto cadde a terra con un fruscio pesante, rivelando ciò che c'era sotto.

Vittorio smise di fumare. I suoi occhi percorsero avidamente il corpo della ragazza. Il completo che le aveva fatto trovare era osceno e magnifico. Un bustino di pizzo nero stringeva la sua vita sottile fino all'impossibile, spingendo il seno verso l'alto in un'offerta generosa, la pelle bianca che traboccava dal tessuto scuro. Le gambe lunghe e tornite erano avvolte in calze a rete a trama larga, che terminavano nelle scarpe col tacco a spillo, nere e lucide. Non indossava mutandine; il bustino terminava con quattro reggicalze tesi che tiravano sulle cosce.

«Girati,» comandò Vittorio, la voce roca. Elena ruotò sui tacchi alti, il clack-clack sul pavimento di legno che risuonò secco. Il bustino lasciava la schiena quasi completamente nuda, intrecciato solo da lacci di raso che affondavano nella carne morbida. Il sedere era incorniciato dalla rete e dal perizoma inesistente, esposto totalmente al suo sguardo.
«Sei un capolavoro di depravazione, Elena,» mormorò Vittorio. «Se tuo padre ti vedesse ora, morirebbe d'infarto. Ma tu non sei qui per lui, vero?» «No,» rispose lei, voltandosi di nuovo per affrontarlo. La sua voce era bassa, ferma. «Per chi sei qui?» «Per lei, Vittorio.» «Sbagliato,» ringhiò lui. «Vieni qui. Subito.»

Elena camminò verso il letto. I tacchi affondarono nel tappeto persiano. Quando fu a portata di mano, Vittorio le afferrò un polso e la tirò violentemente verso di sé. Lei perse l'equilibrio e cadde in ginocchio sul materasso, tra le gambe aperte di lui, le mani appoggiate sul suo petto villoso per sorreggersi. I loro visi erano a pochi centimetri di distanza. Vittorio odorava di tabacco, sudore e potere. «Non darmi del lei,» le sibilò contro le labbra. «Quando sei vestita così, quando sei nella mia stanza a gambe aperte, non esiste il lei. Esiste solo quello che voglio io. E oggi voglio tutto.»

Le mani di Vittorio scesero sul bustino, strizzando i fianchi, le dita che affondavano nella rete delle calze, graffiando leggermente la pelle. «Ti piace, vero?» la provocò. «Ti piace sentirti una puttana di lusso invece che la brava infermiera.» «Sì,» ammise Elena, chiudendo gli occhi mentre sentiva le mani di lui scendere verso il punto dove le calze si univano. «Guardami!» le ordinò lui, scuotendola. «Voglio vedere i tuoi occhi mentre ti prendo. Oggi non lavorerai con le mani, Elena. Oggi cavalcherai. Ho bisogno di sentire tutto il tuo peso su di me. Ho bisogno che ti muovi finché non dimentichi come ti chiami.»

Vittorio spostò la gamba sana, creando spazio. Con una forza sorprendente, la sollevò per i fianchi. «Sali,» le ordinò. «Accomodati sul trono che ti sei guadagnata.» Elena sollevò una gamba, scavalcando il corpo massiccio dell'uomo, stando attenta a non urtare il gesso, e si posizionò sopra di lui. Sentiva l'erezione di Vittorio premere contro il tessuto sottile del bustino, duro come il ferro, impaziente. Guardò in basso, verso quell'uomo che aveva il triplo dei suoi anni, che aveva visto nascere, e che ora la possedeva completamente. Non si era mai sentita così potente in vita sua.

L'ultimo venerdì di luglio portò con sé un temporale estivo che oscurò il cielo già alle quattro del pomeriggio, tingendo la stanza di una luce livida, quasi teatrale. La pioggia batteva violenta contro i vetri della porta-finestra, isolando la villa dal resto del mondo, creando una barriera di rumore bianco che inghiottiva ogni suono proveniente dall'esterno.

Vittorio era steso sul letto, ma non nella posizione da invalido delle prime settimane. Aveva sistemato tre grossi cuscini contro la testiera e vi si era appoggiato con il busto eretto, le braccia incrociate sul petto ampio, fasciato in una vestaglia di seta nera che lasciava intravedere la pelle scura e i muscoli tesi. La gamba ingessata era ormai un dettaglio secondario, un fastidio che non limitava più la sua autorità. Sul comodino, un sigaro appena acceso bruciava lentamente nel posacenere di cristallo, riempiendo l'aria di un odore acre e costoso che si mescolava a quello della pioggia.

Quando la porta si aprì, Vittorio non si mosse. Si limitò a tirare una boccata dal sigaro, osservando attraverso il fumo azzurrognolo. Elena entrò. O meglio, la creatura che Elena era diventata entrò. Aveva seguito le istruzioni alla lettera. Sopra il corpo portava un lungo impermeabile beige, stretto in vita, bagnato dalla pioggia che aveva preso correndo dal retro della casa. I capelli biondi erano sciolti, selvaggi, umidi sulle punte. Il suo viso non aveva più nulla della studentessa modello: il trucco era pesante, gli occhi cerchiati di nero, le labbra dipinte di un rosso scarlatto che sembrava una ferita aperta.

«Chiudi a chiave,» ordinò Vittorio. La sua voce era profonda, vibrante come il tuono che brontolava in lontananza. «E getta la chiave lontano. Non ci servirà per le prossime tre ore.» Elena girò la serratura. Poi, con un gesto teatrale che aveva provato davanti allo specchio di casa sua per un'ora, lanciò la chiave sul tappeto, verso l'angolo opposto della stanza. Si voltò verso di lui. Il cuore le batteva contro le costole come un uccello in gabbia, ma non era paura. Era una fame vorace, alimentata dai soldi che aveva nascosto nel cassetto della biancheria e dallo sguardo di quell'uomo che la faceva sentire l'essere più prezioso e sporco della terra.

«Vieni qui, al centro,» disse lui. «Togli quell'impermeabile. Fammi vedere il mio investimento.» Elena sciolse la cintura con dita che non tremavano più. Allargò il tessuto impermeabile e lo lasciò scivolare giù dalle spalle. Il cappotto cadde a terra con un fruscio pesante, rivelando ciò che c'era sotto.

Vittorio smise di fumare. I suoi occhi percorsero avidamente il corpo della ragazza. Il completo che le aveva fatto trovare era osceno e magnifico. Un bustino di pizzo nero stringeva la sua vita sottile fino all'impossibile, spingendo il seno verso l'alto in un'offerta generosa, la pelle bianca che traboccava dal tessuto scuro. Le gambe lunghe e tornite erano avvolte in calze a rete a trama larga, che terminavano nelle scarpe col tacco a spillo, nere e lucide. Non indossava mutandine; il bustino terminava con quattro reggicalze tesi che tiravano sulle cosce.

«Girati,» comandò Vittorio, la voce roca. Elena ruotò sui tacchi alti, il clack-clack sul pavimento di legno che risuonò secco. Il bustino lasciava la schiena quasi completamente nuda, intrecciato solo da lacci di raso che affondavano nella carne morbida. Il sedere era incorniciato dalla rete e dal perizoma inesistente, esposto totalmente al suo sguardo.
«Sei un capolavoro di depravazione, Elena,» mormorò Vittorio. «Se tuo padre ti vedesse ora, morirebbe d'infarto. Ma tu non sei qui per lui, vero?» «No,» rispose lei, voltandosi di nuovo per affrontarlo. La sua voce era bassa, ferma. «Per chi sei qui?» «Per lei, Vittorio.» «Sbagliato,» ringhiò lui. «Vieni qui. Subito.»

Elena camminò verso il letto. I tacchi affondarono nel tappeto persiano. Quando fu a portata di mano, Vittorio le afferrò un polso e la tirò violentemente verso di sé. Lei perse l'equilibrio e cadde in ginocchio sul materasso, tra le gambe aperte di lui, le mani appoggiate sul suo petto villoso per sorreggersi. I loro visi erano a pochi centimetri di distanza. Vittorio odorava di tabacco, sudore e potere. «Non darmi del lei,» le sibilò contro le labbra. «Quando sei vestita così, quando sei nella mia stanza a gambe aperte, non esiste il lei. Esiste solo quello che voglio io. E oggi voglio tutto.»

Le mani di Vittorio scesero sul bustino, strizzando i fianchi, le dita che affondavano nella rete delle calze, graffiando leggermente la pelle. «Ti piace, vero?» la provocò. «Ti piace sentirti una puttana di lusso invece che la brava infermiera.» «Sì,» ammise Elena, chiudendo gli occhi mentre sentiva le mani di lui scendere verso il punto dove le calze si univano. «Guardami!» le ordinò lui, scuotendola. «Voglio vedere i tuoi occhi mentre ti prendo. Oggi non lavorerai con le mani, Elena. Oggi cavalcherai. Ho bisogno di sentire tutto il tuo peso su di me. Ho bisogno che ti muovi finché non dimentichi come ti chiami.»

Vittorio spostò la gamba sana, creando spazio. Con una forza sorprendente, la sollevò per i fianchi. «Sali,» le ordinò. «Accomodati sul trono che ti sei guadagnata.» Elena sollevò una gamba, scavalcando il corpo massiccio dell'uomo, stando attenta a non urtare il gesso, e si posizionò sopra di lui. Sentiva l'erezione di Vittorio premere contro il tessuto sottile del bustino, duro come il ferro, impaziente. Guardò in basso, verso quell'uomo che aveva il triplo dei suoi anni, che aveva visto nascere, e che ora la possedeva completamente. Non si era mai sentita così potente in vita sua.

Settembre arrivò portando con sé un'aria frizzante e il profumo del mosto che saliva dalle cantine della valle. Le foglie del grande ippocastano che separava le due ville iniziavano a tingersi di ocra, e la luce del sole, meno violenta di quella di luglio, avvolgeva il giardino in un abbraccio dorato.

Era il pranzo della domenica. Il tavolo era apparecchiato sotto il portico della villa di Elena, con la tovaglia di lino bianca delle grandi occasioni. Vittorio era in piedi, appoggiato a un bastone da passeggio con il pomo d'argento che usava più per vezzo che per necessità. Il gesso era stato rimosso tre settimane prima. Camminava con una leggera zoppia, che gli conferiva un'aria ancora più distinta e vissuta, come quella di un vecchio leone che porta con orgoglio le cicatrici della battaglia.

«Un brindisi!» esclamò Roberto, il padre di Elena, alzando il calice di Barolo. «Al ritorno del nostro caro Vittorio. Dobbiamo ammettere che ci hai fatto spaventare, amico mio, ma sei una roccia. Niente ti può abbattere.» Vittorio sorrise, inclinando leggermente il capo. Indossava un completo di lino blu scuro, impeccabile. «Devo ringraziare la mia costituzione,» rispose lui, con la voce profonda che fece vibrare i bicchieri sul tavolo. «E, naturalmente, le cure eccezionali che ho ricevuto. Senza la dedizione di tua figlia, Roberto, temo che sarei ancora inchiodato a quel letto.»

Gli occhi grigi di Vittorio si spostarono su Elena. Lei era seduta di fronte a lui. Indossava un abito floreale accollato, da brava ragazza, e teneva le mani giunte in grembo. Nessuno, guardandola, avrebbe potuto immaginare che quelle stesse mani, solo due notti prima, avevano graffiato la schiena di Vittorio mentre lui la prendeva contro la scrivania del suo studio. Nessuno sapeva che il "cancello sul retro" non era mai stato chiuso. Elena era tornata. Non una, non due volte. Era tornata ogni volta che la fame si faceva insopportabile, imparando che la lussuria era una droga che non lasciava scampo. Le lezioni erano continuate, sempre più oscure, sempre più esigenti.

«Elena è un gioiello,» continuò il padre, ignaro, posando una mano affettuosa sulla spalla della figlia. «Siamo così fieri di lei. Si sta dedicando allo studio con un'intensità che non le avevamo mai visto. A volte è così stanca che ha la nausea al mattino, povera cara.»

A quelle parole, il sorriso di Vittorio si bloccò per una frazione di secondo, impercettibile a chiunque tranne che a lei. Elena sentì il sangue gelarsi nelle vene, e poi ribollire improvvisamente. Roberto riempì i bicchieri di tutti con il vino rosso rubino. «Alla salute!»

Vittorio bevve. La madre di Elena bevve. Roberto bevve. Elena sollevò il calice. Il profumo del vino le arrivò alle narici, intenso, alcolico. Il suo stomaco si contrasse violentemente. Un rifiuto fisico, istintivo, assoluto. Abbassò il bicchiere senza averne bevuto nemmeno una goccia.

Vittorio la stava guardando. Non la guardava come l'amico di famiglia, e nemmeno come il padrone che osserva la sua schiava. La guardava con un'intensità nuova, analitica, calcolatrice. I suoi occhi caddero sulla mano di lei, che istintivamente era scivolata sotto il tavolo, andandosi a posare piatta sul basso ventre, proteggendo il segreto che pulsava lì dentro da sei settimane.

Un silenzio pesante scese tra loro due, coperto solo dal chiacchiericcio allegro dei genitori. Elena sostenne lo sguardo di lui. Non c'era paura nei suoi occhi. C'era una sfida muta. E una promessa. Aveva accettato i suoi soldi. Aveva accettato la sua perversione. Ora, lui avrebbe dovuto accettare la conseguenza ultima del loro gioco.

Sarà maschio, pensò Elena, accarezzando la stoffa del vestito sopra la pancia appena tesa. Avrà i tuoi occhi grigi e la tua arroganza. E mio padre sarà così felice di diventare nonno, senza mai sospettare che il nipote che cullerà è in realtà il figlio del suo migliore amico.

Vittorio capì. Vide il gesto. Vide il rifiuto del vino. Vide la luce trionfante negli occhi della ragazza che credeva di aver sottomesso, e che ora lo teneva in pugno in un modo che non aveva previsto. Il Commendatore impallidì leggermente, stringendo il pomo del suo bastone fino a farsi sbiancare le nocche. Elena sorrise, un sorriso dolce, angelico e terribile. «Ben tornato, Vittorio,» disse, alzando il bicchiere pieno in un brindisi finto. «Alla famiglia.»
scritto il
2026-01-04
9 3 6
visite
6
voti
valutazione
7.3
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.