Lo scambio culturale - Capitolo 2: La Doppia Esposizione
di
ErosScritto
genere
tradimenti
Il giorno seguente, Sesto San Giovanni sembrava ancora più grigia del solito, un monolite di cemento armato schiacciato sotto un cielo di piombo autunnale che minacciava pioggia senza mai lasciarla cadere. Ma per Marco, seduto alla sua scrivania nell’open space asettico dell'azienda, la realtà circostante aveva perso ogni consistenza. I colleghi che parlavano di calcio alla macchinetta del caffè, il ronzio delle stampanti, i calcoli strutturali sul doppio monitor: tutto gli arrivava ovattato, come se fosse immerso in un acquario. La sua mente era altrove, incatenata a un ricordo vivido e pulsante: l’odore di vaniglia, la luce anulare del ring light, la pelle bollente di Astrid.
Ogni volta che il telefono vibrava nella tasca interna della giacca, il cuore gli faceva un salto violento contro le costole. Non erano email di lavoro, né messaggi di Elena che annunciava il suo rientro. Era lei. O meglio, era l’algoritmo che li univa.
Verso le dieci, incapace di concentrarsi, si chiuse nel bagno dell’ufficio, l’unico luogo dove la privacy era garantita. Si sedette sulla tazza con i pantaloni ancora allacciati, le mani che tremavano leggermente come quelle di un drogato in cerca di vena, e aprì OnlyFans. Il video era online. Astrid lo aveva caricato durante la notte. Titolo: “DADDY ISSUES - My secret toy makes me scream while the house sleeps”. Sotto, la descrizione era una trappola perfetta per la fantasia maschile: “Shhh... non ditelo a nessuno. Lui è sposato, ma preferisce la mia figa stretta. Guardate come mi scopa bene.”
C’erano già centinaia di like e decine di commenti. Marco li lesse con un misto di nausea vertiginosa ed eccitazione febbrile. “Che cazzo enorme, beato lui,” scriveva User77. “Vorrei essere al suo posto, pagherei oro,” commentava un altro. “Si vede che aveva fame, guarda come la prende,” notava un terzo. Marco fissò lo schermo, ipnotizzato. Quel corpo senza volto, ridotto a uno strumento di piacere per una platea di sconosciuti voyeur, era il suo. Quei commenti parlavano di lui. Si sentì sporco, oggettificato, usato. Eppure, il suo pene reagì istantaneamente, indurendosi dolorosamente contro la stoffa ruvida dei pantaloni aziendali. Era una droga potente: la validazione anonima, il segreto inconfessabile, il pericolo che scorreva sotto la pelle. In quel cubicolo squallido, si rese conto che la sua integrità morale non si era semplicemente incrinata; si era polverizzata, lasciando spazio a una fame che non sapeva di avere.-----La sera segnò l'inizio della vera recita. Il ritorno di Elena riportò la routine familiare sui binari consueti, ma per Marco fu come recitare in una lingua che non conosceva più. «Roma è stata caotica, un traffico infernale, ma il convegno è andato benissimo!» raccontava lei a cena, servendo un polpettone con purè che profumava di noce moscata. I suoi occhi verdi brillavano di una stanchezza felice, ignara del terremoto che aveva devastato le fondamenta del suo matrimonio. «Ho portato dei souvenir per i ragazzi... e per Astrid, ovviamente. Spero vi siate trovati bene da soli.»
«Sì, tutto tranquillo,» mentì Marco. La sua voce suonò ferma, quasi troppo normale, un miracolo di autocontrollo. Tagliò la carne con precisione chirurgica, concentrandosi sul piatto per evitare di incrociare lo sguardo della ragazza.
Astrid era seduta di fronte a lui, dall'altra parte del tavolo rettangolare. Indossava una felpa rosa confetto di due taglie più grandi e aveva i capelli raccolti in una coda disordinata tenuta da un elastico di velluto. Sembrava l'immagine dell'innocenza, una diciannovenne qualunque stanca dopo una giornata di studio. Sorrideva a Elena, faceva domande educate sul Colosseo, rideva alle battute di Luca. Ma mentre Elena descriveva la bellezza dei Fori Imperiali al tramonto, Marco sentì un tocco leggero, quasi impercettibile, sulla caviglia destra. Un piede nudo.
Si bloccò con la forchetta a mezz'aria. Il piede risalì lentamente lungo il suo polpaccio, sotto il tavolo, nascosto dalla tovaglia lunga a scacchi. Le dita di lei erano calde, esperte. Marco si irrigidì, i muscoli della coscia contratti nello sforzo di non reagire visibilmente. Alzò gli occhi di scatto. Astrid stava ascoltando Elena con un’espressione di cortese interesse, annuendo al momento giusto, ma i suoi occhi azzurri erano fissi su Marco, gelidi, divertiti e crudeli.
«...e quindi ho pensato che potremmo organizzare una gita al lago domenica, magari a Bellagio,» stava dicendo Elena, servendo altra acqua a Sofia. Il piede di Astrid superò il ginocchio di Marco, scivolando nell'interno coscia con una pressione deliberata.
«Sarebbe bellissimo,» rispose Astrid, la voce dolce come miele avvelenato. «Adoro i laghi. E Marco lavora così tanto, ha proprio bisogno di... rilassarsi, vero Marco?» Premeva con l'alluce vicino al suo inguine, sfiorando pericolosamente il rigonfiamento che iniziava a formarsi nonostante il terrore. Marco dovette stringere i denti così forte da sentire dolore alla mascella. «Sì,» gracchiò, costringendosi a bere un sorso d'acqua per lubrificare la gola arida. «Ottima idea.»
Era un gioco di potere, sfacciato e terribile. Astrid gli stava dimostrando che le pareti di casa, la presenza della moglie, i figli a due metri di distanza, non erano protezioni. Erano solo ostacoli che rendevano il gioco più eccitante per lei. Lei poteva toccarlo quando voleva, violare il suo spazio, e lui non poteva fare nulla se non subire e, segretamente, godere di quel rischio mortale.-----Quella notte fu un'agonia di attesa. Marco si coricò accanto a Elena, sentendo il calore familiare del corpo di sua moglie come un'accusa silenziosa. Lei si addormentò quasi subito, esausta dal viaggio, il respiro che divenne presto un ritmo pesante e regolare. Marco attese. Guardò i numeri rossi della sveglia digitale cambiare: mezzanotte, mezzanotte e mezza, l'una. Ogni minuto era un secolo. Il ricordo del piede di Astrid tra le sue gambe lo tormentava.
Alla fine, si alzò con la scusa di bere un bicchiere d’acqua, muovendosi come un ladro nella sua stessa casa. Il corridoio era immerso nel buio, rotto solo dalla luce arancione dei lampioni che filtrava dalle tapparelle. La porta di Astrid aveva una sottile striscia di luce sotto la fessura. Marco non bussò. Aprì la porta con una cautela infinita, attento a non far scricchiolare i cardini.
Lei lo stava aspettando. Non era a letto. La stanza era trasformata in un set. Le tende erano tirate perfettamente, il letto rifatto con lenzuola di raso nero che non appartenevano al corredo di Elena. Astrid era seduta alla scrivania, illuminata dalla luce blu spettrale del laptop, le spalle nude. Indossava un completino intimo di lattice nero lucido, aggressivo, che sembrava verniciato sulla sua pelle pallida, stringendo la vita e alzando il seno in modo osceno. Stava editando un video, le cuffie alle orecchie. Si accorse della presenza di Marco e si sfilò una cuffia, ma non si girò subito.
«Sei in ritardo,» disse con tono piatto, come un capo che rimprovera un dipendente negligente.
«Elena ci ha messo un po' ad addormentarsi profondamente,» sussurrò Marco, chiudendosi la porta alle spalle e appoggiandosi al legno, il cuore che batteva all'impazzata. «Sei pazza? A cena... se lei avesse guardato sotto il tavolo... se Luca avesse fatto cadere il tovagliolo...»
Astrid fece ruotare la sedia girevole, accavallando le gambe fasciate da calze a rete. Il lattice scricchiolò nel silenzio della stanza. «Ma non l'hanno fatto. È questo il bello, Marco. La gente vede solo quello che vuole vedere. Tua moglie vede un marito stanco e una studentessa gentile. Non vede il pervertito e la puttana.»
Si alzò e gli si avvicinò, i tacchi a spillo neri che affondavano nel tappeto, rendendola alta quasi quanto lui. Marco, sopraffatto dall'odore muschiato e dalla visione, allungò le mani per toccarle i fianchi, affamato di quel contatto che aveva bramato per ore. Ma lei lo fermò. Gli afferrò i polsi con una forza sorprendente, le unghie lunghe e curate che affondarono nella carne.
«No,» sibilò. I suoi occhi non promettevano piacere, ma obbedienza. «Stasera non tocchi. Stasera lavori.»
Marco aggrottò la fronte, confuso, il desiderio che si mescolava alla frustrazione. «Cosa?»
Astrid indicò il telefono montato sul treppiede e il ring light già acceso. «Ho letto i commenti. I miei abbonati hanno adorato il video di ieri, ma i veri soldi arrivano dalle richieste private. Un utente "Balena", uno che spende tanto, ha pagato per una Custom Request. Vuole vederti sottomesso.» Sorrise, ma non c'era calore, solo un calcolo freddo e imprenditoriale. «Vuole vederti servire la tua Dea mentre tua moglie dorme nella stanza accanto. Il rischio è parte del prezzo del biglietto. Vuole vedere quanto sei patetico per me.»
Gli indicò il pavimento, ai piedi del letto, dove aveva steso un asciugamano nero. «In ginocchio. Ora.»
Marco esitò. Una parte del suo cervello, quella razionale che aveva progettato ponti e calcolato coefficienti di sicurezza per vent'anni, urlava di scappare. Urlava che quella era follia, che stava mettendo la testa in una ghigliottina. Ma l'altra parte, quella oscura che si era risvegliata, vibrava di un'anticipazione servile. La vergogna era il carburante.
Si inginocchiò lentamente, sentendo le ginocchia scricchiolare. Astrid posizionò la telecamera verso il basso. «Maschera,» ordinò seccamente, passandogli l'oggetto di cuoio nero. Lui la indossò. Il mondo si restrinse ai due fori per gli occhi, il respiro che rimbombava amplificato nelle sue orecchie. Si sentiva annullato, e in quell'annullamento trovò una pace perversa.
«Non devi emettere un suono,» sussurrò lei, avvicinando il viso al suo orecchio, le labbra che sfioravano il lobo. «Se Elena si sveglia, siamo finiti. Quindi, qualsiasi cosa io ti faccia... silenzio assoluto. Intesi?»
Marco annuì, incapace di parlare.-----Astrid si sfilò le mutandine di lattice con gesti lenti, teatrali, rimanendo nuda dalla vita in giù. Si sedette sul bordo del letto, aprendo le gambe proprio davanti al viso mascherato di Marco. L'odore del suo sesso, intenso, femminile e provocatorio, lo investì come un'onda, facendogli girare la testa.
«Lecca,» ordinò. «Ma non come ieri. Non voglio che mi scopi con la bocca. Voglio che mi adori. Piano. E guardami negli occhi.»
Marco obbedì. La sua lingua incontrò la pelle morbida dell'interno coscia, poi risalì verso il calore umido. Astrid iniziò a filmare dall'alto, inquadrando la testa di lui che si muoveva devota tra le sue gambe, una mano tra i suoi capelli grigiastri per guidarlo. All'inizio fu lento, ritmico. Marco cercava di darle piacere, di ritrovare quella connessione fisica del giorno prima.
Ma Astrid non era lì per fare l'amore. Afferrò i capelli di Marco con violenza, tirando la testa indietro, costringendolo a staccarsi. Lui la guardò, ansimante, le labbra lucide. «Chi ti ha detto di fermarti?» sussurrò lei, severa.
Poi, prese un flacone di olio per massaggi dal comodino e ne versò una quantità generosa sul suo piede destro. Lo sollevò e lo premette contro la bocca di Marco. «Puliscilo. Ogni dito. L'utente vuole vederti umiliato. Vuole vedere il padre di famiglia italiano che lecca i piedi della studentessa.»
Marco sentì un'ondata di umiliazione bruciargli lo stomaco, ma aprì la bocca. Leccò l'olio dalle dita dei piedi, succhiando come gli veniva ordinato, mentre lei riprendeva tutto, ridacchiando piano, commentando in inglese per il video: "Look at him, my obedient puppy. Does it taste good?"
Poi, il gioco cambiò ancora. Astrid prese il vibratore, lo accese alla massima potenza ronzante, e invece di usarlo su di sé, lo premette con forza contro le palle di Marco, attraverso il tessuto leggero del pigiama. La vibrazione fu una scossa elettrica, intensa, quasi dolorosa. Marco inarcò la schiena, aprendo la bocca per un urlo che non poteva uscire.
Astrid fu veloce: spinse il piede oliato dentro la sua bocca, soffocando il gemito in un gorgoglio strozzato. «Shhh...» sibilò, gli occhi che brillavano di un sadismo giocoso e terrificante. «Zitto, papino. Vuoi svegliare la maestrina di là? Vuoi che veda cosa stai facendo?»
Continuò a torturarlo così per minuti che sembrarono ore: alternando il piacere negato al tormento del vibratore, portandolo sull'orlo dell'orgasmo per poi fermarsi bruscamente, lasciandolo tremante e disperato. Controllava ogni suo respiro, ogni suo sussulto. Marco era in balia totale, ridotto a carne tremante. Lacrime di sforzo e frustrazione gli rigavano il viso sotto la maschera, mischiandosi al sudore. Era la cosa più degradante che avesse mai fatto. Ed era la cosa più eccitante della sua vita.-----Quando Astrid decise che il video era abbastanza lungo, spense il vibratore e allontanò il piede. Marco crollò in avanti, ansimando, le mani a terra per non cadere, il cazzo duro e dolorante che pulsava inutilmente.
«Niente orgasmo per te stasera,» decretò lei, spegnendo la telecamera con un clic definitivo. «L'attesa migliora le performance. E mi serve che tu sia... carico e frustrato.»
Si alzò e tornò alla scrivania, iniziando subito a scaricare il file, ignorando l'uomo ansimante sul suo tappeto. La transizione da dominatrice a content creator annoiata fu immediata e spiazzante. Marco si rialzò a fatica, le gambe molli come gelatina, la testa che girava. Si sfilò la maschera, sentendosi improvvisamente nudo e patetico.
«E... e adesso?» chiese, la voce rotta, roca.
Astrid non lo guardò nemmeno. Digitava veloce sulla tastiera. «Adesso vai a dormire. Domani è domenica. Mi hai promesso una gita, no?»
Si voltò finalmente, con quel sorriso da bambola assassina che ormai Marco conosceva bene. «E domani pomeriggio mi porti a fare shopping in centro a Milano. Via Montenapoleone. Mi servono nuovi outfit per i video, lingerie di lusso. E paghi tu.»
Marco sgranò gli occhi. «Via Montenapoleone? Astrid, sono negozi carissimi...»
Lei inclinò la testa, l'espressione che si indurì impercettibilmente. «Consideralo il tuo... investimento, Marco. O il canone di affitto per il mio silenzio. Hai visto quanto guadagno, ma tu... tu hai un debito diverso.» Si leccò le labbra. «Ah, e Marco? Cancella la cronologia del browser quando torni di là. E lavati i denti. Sai di olio e piedi.»
Tornando nel letto matrimoniale, il percorso sembrò durare chilometri. Marco si infilò sotto le coperte accanto a Elena. Lei si mosse nel sonno, mormorando qualcosa di incomprensibile, e cercò istintivamente il calore del marito, appoggiando una mano sul suo petto. Lui si ritrasse impercettibilmente, il cuore che batteva contro la mano di lei come un uccello in gabbia. Si sentiva bruciare la pelle dove Astrid lo aveva toccato. Fissò il soffitto buio della camera, ascoltando il respiro innocente della donna che aveva giurato di amare.
Aveva appena tradito sua moglie mentre lei dormiva a dieci metri di distanza, si era fatto umiliare, registrare mentre leccava i piedi di una ragazzina, e ora stava per diventare il suo finanziatore. Avrebbe dovuto sentirsi distrutto dal senso di colpa. Avrebbe dovuto piangere. Invece, mentre la sua erezione non accennava a diminuire pulsando dolorosamente, Marco realizzò con un orrore freddo che la sua mente non stava cercando una via d'uscita. Stava già calcolando come prelevare i contanti dal conto risparmio senza che Elena se ne accorgesse dall'estratto conto. La crepa nel cemento della sua vita era diventata una voragine nera, e lui aveva appena deciso di saltarci dentro a piedi pari.
Ogni volta che il telefono vibrava nella tasca interna della giacca, il cuore gli faceva un salto violento contro le costole. Non erano email di lavoro, né messaggi di Elena che annunciava il suo rientro. Era lei. O meglio, era l’algoritmo che li univa.
Verso le dieci, incapace di concentrarsi, si chiuse nel bagno dell’ufficio, l’unico luogo dove la privacy era garantita. Si sedette sulla tazza con i pantaloni ancora allacciati, le mani che tremavano leggermente come quelle di un drogato in cerca di vena, e aprì OnlyFans. Il video era online. Astrid lo aveva caricato durante la notte. Titolo: “DADDY ISSUES - My secret toy makes me scream while the house sleeps”. Sotto, la descrizione era una trappola perfetta per la fantasia maschile: “Shhh... non ditelo a nessuno. Lui è sposato, ma preferisce la mia figa stretta. Guardate come mi scopa bene.”
C’erano già centinaia di like e decine di commenti. Marco li lesse con un misto di nausea vertiginosa ed eccitazione febbrile. “Che cazzo enorme, beato lui,” scriveva User77. “Vorrei essere al suo posto, pagherei oro,” commentava un altro. “Si vede che aveva fame, guarda come la prende,” notava un terzo. Marco fissò lo schermo, ipnotizzato. Quel corpo senza volto, ridotto a uno strumento di piacere per una platea di sconosciuti voyeur, era il suo. Quei commenti parlavano di lui. Si sentì sporco, oggettificato, usato. Eppure, il suo pene reagì istantaneamente, indurendosi dolorosamente contro la stoffa ruvida dei pantaloni aziendali. Era una droga potente: la validazione anonima, il segreto inconfessabile, il pericolo che scorreva sotto la pelle. In quel cubicolo squallido, si rese conto che la sua integrità morale non si era semplicemente incrinata; si era polverizzata, lasciando spazio a una fame che non sapeva di avere.-----La sera segnò l'inizio della vera recita. Il ritorno di Elena riportò la routine familiare sui binari consueti, ma per Marco fu come recitare in una lingua che non conosceva più. «Roma è stata caotica, un traffico infernale, ma il convegno è andato benissimo!» raccontava lei a cena, servendo un polpettone con purè che profumava di noce moscata. I suoi occhi verdi brillavano di una stanchezza felice, ignara del terremoto che aveva devastato le fondamenta del suo matrimonio. «Ho portato dei souvenir per i ragazzi... e per Astrid, ovviamente. Spero vi siate trovati bene da soli.»
«Sì, tutto tranquillo,» mentì Marco. La sua voce suonò ferma, quasi troppo normale, un miracolo di autocontrollo. Tagliò la carne con precisione chirurgica, concentrandosi sul piatto per evitare di incrociare lo sguardo della ragazza.
Astrid era seduta di fronte a lui, dall'altra parte del tavolo rettangolare. Indossava una felpa rosa confetto di due taglie più grandi e aveva i capelli raccolti in una coda disordinata tenuta da un elastico di velluto. Sembrava l'immagine dell'innocenza, una diciannovenne qualunque stanca dopo una giornata di studio. Sorrideva a Elena, faceva domande educate sul Colosseo, rideva alle battute di Luca. Ma mentre Elena descriveva la bellezza dei Fori Imperiali al tramonto, Marco sentì un tocco leggero, quasi impercettibile, sulla caviglia destra. Un piede nudo.
Si bloccò con la forchetta a mezz'aria. Il piede risalì lentamente lungo il suo polpaccio, sotto il tavolo, nascosto dalla tovaglia lunga a scacchi. Le dita di lei erano calde, esperte. Marco si irrigidì, i muscoli della coscia contratti nello sforzo di non reagire visibilmente. Alzò gli occhi di scatto. Astrid stava ascoltando Elena con un’espressione di cortese interesse, annuendo al momento giusto, ma i suoi occhi azzurri erano fissi su Marco, gelidi, divertiti e crudeli.
«...e quindi ho pensato che potremmo organizzare una gita al lago domenica, magari a Bellagio,» stava dicendo Elena, servendo altra acqua a Sofia. Il piede di Astrid superò il ginocchio di Marco, scivolando nell'interno coscia con una pressione deliberata.
«Sarebbe bellissimo,» rispose Astrid, la voce dolce come miele avvelenato. «Adoro i laghi. E Marco lavora così tanto, ha proprio bisogno di... rilassarsi, vero Marco?» Premeva con l'alluce vicino al suo inguine, sfiorando pericolosamente il rigonfiamento che iniziava a formarsi nonostante il terrore. Marco dovette stringere i denti così forte da sentire dolore alla mascella. «Sì,» gracchiò, costringendosi a bere un sorso d'acqua per lubrificare la gola arida. «Ottima idea.»
Era un gioco di potere, sfacciato e terribile. Astrid gli stava dimostrando che le pareti di casa, la presenza della moglie, i figli a due metri di distanza, non erano protezioni. Erano solo ostacoli che rendevano il gioco più eccitante per lei. Lei poteva toccarlo quando voleva, violare il suo spazio, e lui non poteva fare nulla se non subire e, segretamente, godere di quel rischio mortale.-----Quella notte fu un'agonia di attesa. Marco si coricò accanto a Elena, sentendo il calore familiare del corpo di sua moglie come un'accusa silenziosa. Lei si addormentò quasi subito, esausta dal viaggio, il respiro che divenne presto un ritmo pesante e regolare. Marco attese. Guardò i numeri rossi della sveglia digitale cambiare: mezzanotte, mezzanotte e mezza, l'una. Ogni minuto era un secolo. Il ricordo del piede di Astrid tra le sue gambe lo tormentava.
Alla fine, si alzò con la scusa di bere un bicchiere d’acqua, muovendosi come un ladro nella sua stessa casa. Il corridoio era immerso nel buio, rotto solo dalla luce arancione dei lampioni che filtrava dalle tapparelle. La porta di Astrid aveva una sottile striscia di luce sotto la fessura. Marco non bussò. Aprì la porta con una cautela infinita, attento a non far scricchiolare i cardini.
Lei lo stava aspettando. Non era a letto. La stanza era trasformata in un set. Le tende erano tirate perfettamente, il letto rifatto con lenzuola di raso nero che non appartenevano al corredo di Elena. Astrid era seduta alla scrivania, illuminata dalla luce blu spettrale del laptop, le spalle nude. Indossava un completino intimo di lattice nero lucido, aggressivo, che sembrava verniciato sulla sua pelle pallida, stringendo la vita e alzando il seno in modo osceno. Stava editando un video, le cuffie alle orecchie. Si accorse della presenza di Marco e si sfilò una cuffia, ma non si girò subito.
«Sei in ritardo,» disse con tono piatto, come un capo che rimprovera un dipendente negligente.
«Elena ci ha messo un po' ad addormentarsi profondamente,» sussurrò Marco, chiudendosi la porta alle spalle e appoggiandosi al legno, il cuore che batteva all'impazzata. «Sei pazza? A cena... se lei avesse guardato sotto il tavolo... se Luca avesse fatto cadere il tovagliolo...»
Astrid fece ruotare la sedia girevole, accavallando le gambe fasciate da calze a rete. Il lattice scricchiolò nel silenzio della stanza. «Ma non l'hanno fatto. È questo il bello, Marco. La gente vede solo quello che vuole vedere. Tua moglie vede un marito stanco e una studentessa gentile. Non vede il pervertito e la puttana.»
Si alzò e gli si avvicinò, i tacchi a spillo neri che affondavano nel tappeto, rendendola alta quasi quanto lui. Marco, sopraffatto dall'odore muschiato e dalla visione, allungò le mani per toccarle i fianchi, affamato di quel contatto che aveva bramato per ore. Ma lei lo fermò. Gli afferrò i polsi con una forza sorprendente, le unghie lunghe e curate che affondarono nella carne.
«No,» sibilò. I suoi occhi non promettevano piacere, ma obbedienza. «Stasera non tocchi. Stasera lavori.»
Marco aggrottò la fronte, confuso, il desiderio che si mescolava alla frustrazione. «Cosa?»
Astrid indicò il telefono montato sul treppiede e il ring light già acceso. «Ho letto i commenti. I miei abbonati hanno adorato il video di ieri, ma i veri soldi arrivano dalle richieste private. Un utente "Balena", uno che spende tanto, ha pagato per una Custom Request. Vuole vederti sottomesso.» Sorrise, ma non c'era calore, solo un calcolo freddo e imprenditoriale. «Vuole vederti servire la tua Dea mentre tua moglie dorme nella stanza accanto. Il rischio è parte del prezzo del biglietto. Vuole vedere quanto sei patetico per me.»
Gli indicò il pavimento, ai piedi del letto, dove aveva steso un asciugamano nero. «In ginocchio. Ora.»
Marco esitò. Una parte del suo cervello, quella razionale che aveva progettato ponti e calcolato coefficienti di sicurezza per vent'anni, urlava di scappare. Urlava che quella era follia, che stava mettendo la testa in una ghigliottina. Ma l'altra parte, quella oscura che si era risvegliata, vibrava di un'anticipazione servile. La vergogna era il carburante.
Si inginocchiò lentamente, sentendo le ginocchia scricchiolare. Astrid posizionò la telecamera verso il basso. «Maschera,» ordinò seccamente, passandogli l'oggetto di cuoio nero. Lui la indossò. Il mondo si restrinse ai due fori per gli occhi, il respiro che rimbombava amplificato nelle sue orecchie. Si sentiva annullato, e in quell'annullamento trovò una pace perversa.
«Non devi emettere un suono,» sussurrò lei, avvicinando il viso al suo orecchio, le labbra che sfioravano il lobo. «Se Elena si sveglia, siamo finiti. Quindi, qualsiasi cosa io ti faccia... silenzio assoluto. Intesi?»
Marco annuì, incapace di parlare.-----Astrid si sfilò le mutandine di lattice con gesti lenti, teatrali, rimanendo nuda dalla vita in giù. Si sedette sul bordo del letto, aprendo le gambe proprio davanti al viso mascherato di Marco. L'odore del suo sesso, intenso, femminile e provocatorio, lo investì come un'onda, facendogli girare la testa.
«Lecca,» ordinò. «Ma non come ieri. Non voglio che mi scopi con la bocca. Voglio che mi adori. Piano. E guardami negli occhi.»
Marco obbedì. La sua lingua incontrò la pelle morbida dell'interno coscia, poi risalì verso il calore umido. Astrid iniziò a filmare dall'alto, inquadrando la testa di lui che si muoveva devota tra le sue gambe, una mano tra i suoi capelli grigiastri per guidarlo. All'inizio fu lento, ritmico. Marco cercava di darle piacere, di ritrovare quella connessione fisica del giorno prima.
Ma Astrid non era lì per fare l'amore. Afferrò i capelli di Marco con violenza, tirando la testa indietro, costringendolo a staccarsi. Lui la guardò, ansimante, le labbra lucide. «Chi ti ha detto di fermarti?» sussurrò lei, severa.
Poi, prese un flacone di olio per massaggi dal comodino e ne versò una quantità generosa sul suo piede destro. Lo sollevò e lo premette contro la bocca di Marco. «Puliscilo. Ogni dito. L'utente vuole vederti umiliato. Vuole vedere il padre di famiglia italiano che lecca i piedi della studentessa.»
Marco sentì un'ondata di umiliazione bruciargli lo stomaco, ma aprì la bocca. Leccò l'olio dalle dita dei piedi, succhiando come gli veniva ordinato, mentre lei riprendeva tutto, ridacchiando piano, commentando in inglese per il video: "Look at him, my obedient puppy. Does it taste good?"
Poi, il gioco cambiò ancora. Astrid prese il vibratore, lo accese alla massima potenza ronzante, e invece di usarlo su di sé, lo premette con forza contro le palle di Marco, attraverso il tessuto leggero del pigiama. La vibrazione fu una scossa elettrica, intensa, quasi dolorosa. Marco inarcò la schiena, aprendo la bocca per un urlo che non poteva uscire.
Astrid fu veloce: spinse il piede oliato dentro la sua bocca, soffocando il gemito in un gorgoglio strozzato. «Shhh...» sibilò, gli occhi che brillavano di un sadismo giocoso e terrificante. «Zitto, papino. Vuoi svegliare la maestrina di là? Vuoi che veda cosa stai facendo?»
Continuò a torturarlo così per minuti che sembrarono ore: alternando il piacere negato al tormento del vibratore, portandolo sull'orlo dell'orgasmo per poi fermarsi bruscamente, lasciandolo tremante e disperato. Controllava ogni suo respiro, ogni suo sussulto. Marco era in balia totale, ridotto a carne tremante. Lacrime di sforzo e frustrazione gli rigavano il viso sotto la maschera, mischiandosi al sudore. Era la cosa più degradante che avesse mai fatto. Ed era la cosa più eccitante della sua vita.-----Quando Astrid decise che il video era abbastanza lungo, spense il vibratore e allontanò il piede. Marco crollò in avanti, ansimando, le mani a terra per non cadere, il cazzo duro e dolorante che pulsava inutilmente.
«Niente orgasmo per te stasera,» decretò lei, spegnendo la telecamera con un clic definitivo. «L'attesa migliora le performance. E mi serve che tu sia... carico e frustrato.»
Si alzò e tornò alla scrivania, iniziando subito a scaricare il file, ignorando l'uomo ansimante sul suo tappeto. La transizione da dominatrice a content creator annoiata fu immediata e spiazzante. Marco si rialzò a fatica, le gambe molli come gelatina, la testa che girava. Si sfilò la maschera, sentendosi improvvisamente nudo e patetico.
«E... e adesso?» chiese, la voce rotta, roca.
Astrid non lo guardò nemmeno. Digitava veloce sulla tastiera. «Adesso vai a dormire. Domani è domenica. Mi hai promesso una gita, no?»
Si voltò finalmente, con quel sorriso da bambola assassina che ormai Marco conosceva bene. «E domani pomeriggio mi porti a fare shopping in centro a Milano. Via Montenapoleone. Mi servono nuovi outfit per i video, lingerie di lusso. E paghi tu.»
Marco sgranò gli occhi. «Via Montenapoleone? Astrid, sono negozi carissimi...»
Lei inclinò la testa, l'espressione che si indurì impercettibilmente. «Consideralo il tuo... investimento, Marco. O il canone di affitto per il mio silenzio. Hai visto quanto guadagno, ma tu... tu hai un debito diverso.» Si leccò le labbra. «Ah, e Marco? Cancella la cronologia del browser quando torni di là. E lavati i denti. Sai di olio e piedi.»
Tornando nel letto matrimoniale, il percorso sembrò durare chilometri. Marco si infilò sotto le coperte accanto a Elena. Lei si mosse nel sonno, mormorando qualcosa di incomprensibile, e cercò istintivamente il calore del marito, appoggiando una mano sul suo petto. Lui si ritrasse impercettibilmente, il cuore che batteva contro la mano di lei come un uccello in gabbia. Si sentiva bruciare la pelle dove Astrid lo aveva toccato. Fissò il soffitto buio della camera, ascoltando il respiro innocente della donna che aveva giurato di amare.
Aveva appena tradito sua moglie mentre lei dormiva a dieci metri di distanza, si era fatto umiliare, registrare mentre leccava i piedi di una ragazzina, e ora stava per diventare il suo finanziatore. Avrebbe dovuto sentirsi distrutto dal senso di colpa. Avrebbe dovuto piangere. Invece, mentre la sua erezione non accennava a diminuire pulsando dolorosamente, Marco realizzò con un orrore freddo che la sua mente non stava cercando una via d'uscita. Stava già calcolando come prelevare i contanti dal conto risparmio senza che Elena se ne accorgesse dall'estratto conto. La crepa nel cemento della sua vita era diventata una voragine nera, e lui aveva appena deciso di saltarci dentro a piedi pari.
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