Sonia & Tommaso - Capitolo 39: Il Predatore in Salotto
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
La mente si svuotò all'istante, il respiro bloccato in gola. Il piano, perfetto nella sua subdola semplicità, era andato in fumo. Non era possibile che fosse lì. Un brivido freddo e tagliente mi percorse la schiena.
Sentivo le loro voci: mia madre, con il suo tono gentile, quasi estasiato, e lui, con quella parlantina sciolta e affascinante. Riusciva a incantare chiunque. Era un predatore e mia madre, ignara, stava cadendo nella sua trappola. «Che ragazzo simpatico, Sonia! È un tuo amico?» esclamò lei. Il sangue mi si gelò nelle vene.
Lasciai il rossetto sul marmo, rischiando di cadere per la fretta, e mi precipitai in ingresso. La scena mi lasciò senza parole: mio padre e mia mamma conversavano con Antonio; adagiato proprio su quel divano dove, la sera prima, sedeva Tommaso. Mi guardò con un sorriso sornione, e un’espressione di un'audacia incredibile.
«Sonia, sei pronta?» chiese, come se nulla fosse, come se non mi avesse appena gettata in una situazione insostenibile.
Balbettai qualcosa, incapace di formulare una frase di senso compiuto. Mia madre lo invitò a prendere un caffè e lui, con una cortesia che mi fece ribollire di rabbia e desiderio, accettò. Non potevo permettere che quel gioco pericoloso continuasse. Corsi in camera, feci scivolare il primo bikini trovato in borsa e cercai di riprendere il controllo. Finii di truccarmi in fretta, la mano ancora scossa da un leggero tremore, e tornai da loro. Erano lì, a conversare del tempo come vecchi amici. Mia madre era incantata e io, per un istante, provai una fitta di gelosia.
«Sono pronta!» dissi, con una voce stranamente ferma. «Gli amici ci aspettano, meglio andare».
Uscendo, Antonio mi diede una leggera pacca sulla spalla: gesto apparentemente innocuo, ma che per me rappresentava una vera sfida. Sulla porta di casa mia madre, con sguardo sorridente: «Mi raccomando, andate piano!».
Salii in macchina con il cuore a mille. Mi rendevo conto che Antonio non era un flirt passeggero: era un dominatore, un uomo che giocava a un livello superiore. E io ero la sua preda. Il mondo che avevo lasciato alle spalle era già un ricordo lontano. Lui non somigliava alla sfrontatezza rude di Mario né alla malizia sottile di Luca. Antonio era un bulldozer: travolgeva senza dare il tempo di respirare. E io, Sonia, ero una puttana che amava essere travolta.
«Sei pazzo?» La domanda mi uscì dalle labbra appena partiti.
Lui esplose in una risata profonda che mi fece vibrare. «Perché? Sono simpaticissimi i tuoi! E poi, così la tua menzogna acquista peso. La brava ragazza che esce con un amico di famiglia per una gita... non credi sia perfetto?»
Mi girai verso di lui; i suoi occhi brillavano di divertimento e malizia. Aveva ragione, e la cosa mi faceva inferocire ed eccitare allo stesso tempo. Senza smettere di guardare la strada, la sua mano si posò sulla mia coscia. Una carezza leggera, poi un'altra, più audace. La rabbia svanì all'istante, lasciando il posto a un calore crescente. Appoggiai la testa sulla sua spalla, come una gatta in calore. Le sue dita risalirono, insinuandosi sotto il vestito fino a trovare la mia fica.
Era già fradicia, le mutandine di pizzo ormai un peso inutile. «Toglile» ordinò, la voce bassa e roca.
Non esitai. Le sfilai, nascondendole nel vano della portiera. Mentre continuavamo a parlare, lui iniziò a masturbarmi. Le sue dita scivolavano su e giù con ritmo costante; godevo sentendo il mio clitoride gonfiarsi e pulsare contro il suo palmo.
Arrivammo al lago, una piccola spiaggia di sassi quasi deserta. Antonio parcheggiò e, prima di scendere, feci per rimettere le mutandine. Mi bloccò con un'occhiata severa, un «No» secco che non ammetteva repliche. Lo guardai, poi obbedii. Uscire dall'auto sentendo l'aria fresca sulla fica nuda mi eccitava come nient'altro al mondo.
Ci sedemmo sulla ghiaia. «Allora, non togli il vestito?» chiese con un sorriso malizioso. Lo guardai incredula, convinta che scherzasse. Non poteva chiedermi una cosa simile in un luogo pubblico. «Ma Antonio... sono nuda sotto. Non ho un posto per cambiarmi». «Non mi sembra un problema. Mettiti il costume qui. Goditi il sole».
Sapevo di non avere scelta. Sotto il suo sguardo mi sentivo vulnerabile, pronta a obbedire a ogni ordine. Feci scivolare lo slip del bikini sotto l'abito e, con un gesto deciso, sfilai il vestito restando a seno nudo. Mi preparai a coprirmi con la parte sopra, ma lui mi fermò di nuovo. «No» disse, scuotendo la testa.
Rimasi lì in topless, i capezzoli tesi e duri esposti alla luce del mattino. Non ero più Sonia, la brava ragazza di Cremona; ero un suo giocattolo, un corpo da esporre e usare. La mattinata scivolò via leggera. Nonostante la nudità, non provavo disagio, anzi: mi piaceva. Antonio sapeva come provocarmi; con lui ero in un pericolo costante, una tensione che mi mandava in estasi.
All'ora di pranzo raggiungemmo una piccola trattoria. Nonostante la gente ai tavoli vicini, continuò a flirtare, a cercarmi con le dita sotto il tavolo. Mi spinse a bere del vino e anche lui non si risparmiò. L'alcol sciolse ogni residuo di inibizione; la mia mente era già proiettata al pomeriggio.
Dopo pranzo ci recammo in un paesino di campagna, lontano da tutto. Parcheggiò davanti a una casa dall'aria abbandonata. Mi prese per mano, conducendomi su per una scala fino a un piccolo appartamento. Non era il suo; l'odore di chiuso e polvere si mescolava a un'aura di erotismo clandestino. «È di un mio amico» sussurrò.
Entrammo e lui chiuse la porta a chiave. L'ambiente era spoglio, con un solo materasso a terra e una sedia. Era il luogo perfetto per il nostro peccato. Subito mi spinse contro il muro baciandomi con foga, spogliandomi con impazienza. Rimasi nuda in un istante. Si inginocchiò di fronte a me: la sua lingua si avventurò fin dentro la mia figa, mescolando i miei umori alla sua saliva, facendomi impazzire.
Ci buttammo sul materasso, le bocche unite in un bacio senza fine. Lo spogliai con la sua stessa urgenza, desiderosa del suo cazzo. Gli feci un pompino, cercando di fare del mio meglio per mandarlo in estasi. Lo sentivo gemere, supplicare di non fermarmi, fino a che sentii il suo seme riempirmi la bocca. Lunghi getti caldi di puro piacere, che ingoiai fino all’ultima goccia, assaporando fino in fondo quel gesto di sottomissione.
Fu un pomeriggio di sesso selvaggio, un'orgia privata in cui non ci risparmiammo nulla. Mi scopò a lungo, prima sul materasso, poi sulla sedia e infine di nuovo contro il muro. Il suo cazzo riempiva ogni spazio, spingendomi verso orgasmi multipli che mi facevano urlare. Spasmi continui che scuotevano il mio corpo.
Anche il mio culetto ricevette la sua dose di piacere. Antonio mi inculò a lungo. Il suo cazzo mi dilatava, martellando senza pietà, mentre lo sperma si riversava dentro con una pressione quasi insopportabile. Il dolore iniziale si era subito mescolato a un piacere acuto: una sensazione di possesso totale.
Alla fine, esausta, mi addormentai tra le sue braccia. Avevo il suo odore addosso, il suo sapore in bocca e la sborra che mi colava lenta tra le gambe. Sapevo, in cuor mio, che Antonio era diventato il mio nuovo padrone.
Tornai alla realtà di soprassalto. Un lampo di luce negli occhi e mi guardai intorno: il piccolo appartamento polveroso, il materasso sporco e Antonio nudo accanto a me. Un'occhiata all'orologio sul comodino mi gelò il sangue: le otto meno un quarto. Tommaso sarebbe arrivato a casa tra poco, come sempre. Il panico mi colse, una sensazione che non provavo da tempo.
Antonio, invece, rideva. Il suono della sua risata mi fece sentire disperata, in preda al caos. «Antonio, ti prego! Dobbiamo andare. Tommaso sta per arrivare», dissi vestendomi di corsa. Lui restava lì, steso nudo, con quel suo sorriso malizioso stampato in faccia. «Non ancora», rispose con la sua voce ferma. «Voglio un altro pompino. E voglio che tu lo faccia come si deve».
Non potevo credere alle mie orecchie. Lo supplicai, spiegai il pericolo, ma non volle ascoltarmi. L'unica soluzione fu un'idea folle, un patto con il diavolo: «Te lo faccio in macchina. Mentre guidi».
Lui rifletté per un istante, poi accettò. Mi vestii in fretta, gettai il bikini nella borsa e scendemmo. L'ansia divorava ogni pensiero, ma il corpo rispondeva, eccitato all'idea di quel gioco perverso. In macchina mi accucciai e iniziai il pompino. La sua cappella dura e tesa era un'immagine indelebile nella mia testa.
Arrivammo in città e un semaforo ci fermò. I pedoni passavano accanto a noi, a un metro di distanza. Cercai di rialzarmi, di ricompormi, ma trattenendomi il capo con forza, lui m’impose di continuare. Vinta dall'imbarazzo proseguii, obbediente.
Giunti a destinazione, non ci fu verso di farlo fermare un po’ prima. Arrestò l’auto proprio davanti al portone, accanto a quella di Tommaso. Non avendo ancora raggiunto l’orgasmo, pretese che continuassi. Senza darmi il tempo di obiettare, mi spinse giù la testa. Costretta, feci del mio meglio per farlo venire rapidamente, mentre quel bastardo sembrava divertirsi a tirarla per le lunghe. Lì, davanti a casa dei miei, quando finalmente sborrò, ingoiai tutto fino all’ultima goccia. Non contento, mi trattenne finché non gli ripulii il cazzo con la lingua.
Scesi di corsa, con il cuore che batteva all'impazzata. Udii la sua risata, poi l'auto allontanarsi. Ero incredula, agitata, sporca del suo seme e più eccitata che mai.
Sentivo le loro voci: mia madre, con il suo tono gentile, quasi estasiato, e lui, con quella parlantina sciolta e affascinante. Riusciva a incantare chiunque. Era un predatore e mia madre, ignara, stava cadendo nella sua trappola. «Che ragazzo simpatico, Sonia! È un tuo amico?» esclamò lei. Il sangue mi si gelò nelle vene.
Lasciai il rossetto sul marmo, rischiando di cadere per la fretta, e mi precipitai in ingresso. La scena mi lasciò senza parole: mio padre e mia mamma conversavano con Antonio; adagiato proprio su quel divano dove, la sera prima, sedeva Tommaso. Mi guardò con un sorriso sornione, e un’espressione di un'audacia incredibile.
«Sonia, sei pronta?» chiese, come se nulla fosse, come se non mi avesse appena gettata in una situazione insostenibile.
Balbettai qualcosa, incapace di formulare una frase di senso compiuto. Mia madre lo invitò a prendere un caffè e lui, con una cortesia che mi fece ribollire di rabbia e desiderio, accettò. Non potevo permettere che quel gioco pericoloso continuasse. Corsi in camera, feci scivolare il primo bikini trovato in borsa e cercai di riprendere il controllo. Finii di truccarmi in fretta, la mano ancora scossa da un leggero tremore, e tornai da loro. Erano lì, a conversare del tempo come vecchi amici. Mia madre era incantata e io, per un istante, provai una fitta di gelosia.
«Sono pronta!» dissi, con una voce stranamente ferma. «Gli amici ci aspettano, meglio andare».
Uscendo, Antonio mi diede una leggera pacca sulla spalla: gesto apparentemente innocuo, ma che per me rappresentava una vera sfida. Sulla porta di casa mia madre, con sguardo sorridente: «Mi raccomando, andate piano!».
Salii in macchina con il cuore a mille. Mi rendevo conto che Antonio non era un flirt passeggero: era un dominatore, un uomo che giocava a un livello superiore. E io ero la sua preda. Il mondo che avevo lasciato alle spalle era già un ricordo lontano. Lui non somigliava alla sfrontatezza rude di Mario né alla malizia sottile di Luca. Antonio era un bulldozer: travolgeva senza dare il tempo di respirare. E io, Sonia, ero una puttana che amava essere travolta.
«Sei pazzo?» La domanda mi uscì dalle labbra appena partiti.
Lui esplose in una risata profonda che mi fece vibrare. «Perché? Sono simpaticissimi i tuoi! E poi, così la tua menzogna acquista peso. La brava ragazza che esce con un amico di famiglia per una gita... non credi sia perfetto?»
Mi girai verso di lui; i suoi occhi brillavano di divertimento e malizia. Aveva ragione, e la cosa mi faceva inferocire ed eccitare allo stesso tempo. Senza smettere di guardare la strada, la sua mano si posò sulla mia coscia. Una carezza leggera, poi un'altra, più audace. La rabbia svanì all'istante, lasciando il posto a un calore crescente. Appoggiai la testa sulla sua spalla, come una gatta in calore. Le sue dita risalirono, insinuandosi sotto il vestito fino a trovare la mia fica.
Era già fradicia, le mutandine di pizzo ormai un peso inutile. «Toglile» ordinò, la voce bassa e roca.
Non esitai. Le sfilai, nascondendole nel vano della portiera. Mentre continuavamo a parlare, lui iniziò a masturbarmi. Le sue dita scivolavano su e giù con ritmo costante; godevo sentendo il mio clitoride gonfiarsi e pulsare contro il suo palmo.
Arrivammo al lago, una piccola spiaggia di sassi quasi deserta. Antonio parcheggiò e, prima di scendere, feci per rimettere le mutandine. Mi bloccò con un'occhiata severa, un «No» secco che non ammetteva repliche. Lo guardai, poi obbedii. Uscire dall'auto sentendo l'aria fresca sulla fica nuda mi eccitava come nient'altro al mondo.
Ci sedemmo sulla ghiaia. «Allora, non togli il vestito?» chiese con un sorriso malizioso. Lo guardai incredula, convinta che scherzasse. Non poteva chiedermi una cosa simile in un luogo pubblico. «Ma Antonio... sono nuda sotto. Non ho un posto per cambiarmi». «Non mi sembra un problema. Mettiti il costume qui. Goditi il sole».
Sapevo di non avere scelta. Sotto il suo sguardo mi sentivo vulnerabile, pronta a obbedire a ogni ordine. Feci scivolare lo slip del bikini sotto l'abito e, con un gesto deciso, sfilai il vestito restando a seno nudo. Mi preparai a coprirmi con la parte sopra, ma lui mi fermò di nuovo. «No» disse, scuotendo la testa.
Rimasi lì in topless, i capezzoli tesi e duri esposti alla luce del mattino. Non ero più Sonia, la brava ragazza di Cremona; ero un suo giocattolo, un corpo da esporre e usare. La mattinata scivolò via leggera. Nonostante la nudità, non provavo disagio, anzi: mi piaceva. Antonio sapeva come provocarmi; con lui ero in un pericolo costante, una tensione che mi mandava in estasi.
All'ora di pranzo raggiungemmo una piccola trattoria. Nonostante la gente ai tavoli vicini, continuò a flirtare, a cercarmi con le dita sotto il tavolo. Mi spinse a bere del vino e anche lui non si risparmiò. L'alcol sciolse ogni residuo di inibizione; la mia mente era già proiettata al pomeriggio.
Dopo pranzo ci recammo in un paesino di campagna, lontano da tutto. Parcheggiò davanti a una casa dall'aria abbandonata. Mi prese per mano, conducendomi su per una scala fino a un piccolo appartamento. Non era il suo; l'odore di chiuso e polvere si mescolava a un'aura di erotismo clandestino. «È di un mio amico» sussurrò.
Entrammo e lui chiuse la porta a chiave. L'ambiente era spoglio, con un solo materasso a terra e una sedia. Era il luogo perfetto per il nostro peccato. Subito mi spinse contro il muro baciandomi con foga, spogliandomi con impazienza. Rimasi nuda in un istante. Si inginocchiò di fronte a me: la sua lingua si avventurò fin dentro la mia figa, mescolando i miei umori alla sua saliva, facendomi impazzire.
Ci buttammo sul materasso, le bocche unite in un bacio senza fine. Lo spogliai con la sua stessa urgenza, desiderosa del suo cazzo. Gli feci un pompino, cercando di fare del mio meglio per mandarlo in estasi. Lo sentivo gemere, supplicare di non fermarmi, fino a che sentii il suo seme riempirmi la bocca. Lunghi getti caldi di puro piacere, che ingoiai fino all’ultima goccia, assaporando fino in fondo quel gesto di sottomissione.
Fu un pomeriggio di sesso selvaggio, un'orgia privata in cui non ci risparmiammo nulla. Mi scopò a lungo, prima sul materasso, poi sulla sedia e infine di nuovo contro il muro. Il suo cazzo riempiva ogni spazio, spingendomi verso orgasmi multipli che mi facevano urlare. Spasmi continui che scuotevano il mio corpo.
Anche il mio culetto ricevette la sua dose di piacere. Antonio mi inculò a lungo. Il suo cazzo mi dilatava, martellando senza pietà, mentre lo sperma si riversava dentro con una pressione quasi insopportabile. Il dolore iniziale si era subito mescolato a un piacere acuto: una sensazione di possesso totale.
Alla fine, esausta, mi addormentai tra le sue braccia. Avevo il suo odore addosso, il suo sapore in bocca e la sborra che mi colava lenta tra le gambe. Sapevo, in cuor mio, che Antonio era diventato il mio nuovo padrone.
Tornai alla realtà di soprassalto. Un lampo di luce negli occhi e mi guardai intorno: il piccolo appartamento polveroso, il materasso sporco e Antonio nudo accanto a me. Un'occhiata all'orologio sul comodino mi gelò il sangue: le otto meno un quarto. Tommaso sarebbe arrivato a casa tra poco, come sempre. Il panico mi colse, una sensazione che non provavo da tempo.
Antonio, invece, rideva. Il suono della sua risata mi fece sentire disperata, in preda al caos. «Antonio, ti prego! Dobbiamo andare. Tommaso sta per arrivare», dissi vestendomi di corsa. Lui restava lì, steso nudo, con quel suo sorriso malizioso stampato in faccia. «Non ancora», rispose con la sua voce ferma. «Voglio un altro pompino. E voglio che tu lo faccia come si deve».
Non potevo credere alle mie orecchie. Lo supplicai, spiegai il pericolo, ma non volle ascoltarmi. L'unica soluzione fu un'idea folle, un patto con il diavolo: «Te lo faccio in macchina. Mentre guidi».
Lui rifletté per un istante, poi accettò. Mi vestii in fretta, gettai il bikini nella borsa e scendemmo. L'ansia divorava ogni pensiero, ma il corpo rispondeva, eccitato all'idea di quel gioco perverso. In macchina mi accucciai e iniziai il pompino. La sua cappella dura e tesa era un'immagine indelebile nella mia testa.
Arrivammo in città e un semaforo ci fermò. I pedoni passavano accanto a noi, a un metro di distanza. Cercai di rialzarmi, di ricompormi, ma trattenendomi il capo con forza, lui m’impose di continuare. Vinta dall'imbarazzo proseguii, obbediente.
Giunti a destinazione, non ci fu verso di farlo fermare un po’ prima. Arrestò l’auto proprio davanti al portone, accanto a quella di Tommaso. Non avendo ancora raggiunto l’orgasmo, pretese che continuassi. Senza darmi il tempo di obiettare, mi spinse giù la testa. Costretta, feci del mio meglio per farlo venire rapidamente, mentre quel bastardo sembrava divertirsi a tirarla per le lunghe. Lì, davanti a casa dei miei, quando finalmente sborrò, ingoiai tutto fino all’ultima goccia. Non contento, mi trattenne finché non gli ripulii il cazzo con la lingua.
Scesi di corsa, con il cuore che batteva all'impazzata. Udii la sua risata, poi l'auto allontanarsi. Ero incredula, agitata, sporca del suo seme e più eccitata che mai.
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