Sonia & Tommaso - Capitolo 36: Il Peso della Recita

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tradimenti

Mi svegliai poco dopo le nove, pigra, rigirandomi tra le lenzuola. La luce filtrava dalle tende, accarezzandomi la pelle che conservava ancora il tepore della notte. Mi ero masturbata fino ad addormentarmi, abbandonandomi a esplorazioni che solo la solitudine della mia stanza mi permetteva di approfondire. Finalmente avevo dormito bene; Rimini, con il suo carico di trasgressioni, mi aveva lasciata più esausta che riposata.
Alle undici c'era la messa: un appuntamento sacro per i miei, la prima fila occupata dalle due figlie esemplari. L'idea mi fece sbuffare. Con un sospiro mi alzai a prepararmi, indossando un abito semplice ma elegante dai colori neutri, capace di nascondere la perversione che covavo dentro. Mi guardai allo specchio: capelli raccolti, occhi verdi a celare un fuoco inestinguibile e un sorriso angelico. Sotto il tessuto leggero del reggiseno, i miei capezzoli si indurivano al minimo pensiero perverso. Ero la perfetta immagine della figlia che ogni genitore avrebbe voluto esibire.
In chiesa, l'aria stantia e l'odore d'incenso mi avvolsero come un sudario. Sedevo impeccabile tra Chiara, così bella e "normale", e Tommaso, il fidanzato ingenuo e totalmente ignaro. Il brusio della funzione mi scivolava addosso; la mente non era sui canti o sulle preghiere, ma correva ad Antonio. Rivedevo la sua pelle abbronzata, le spalle tatuate, e sentivo ancora quel bacio che mi aveva fatta bagnare all'istante. Pensavo a come scivolare via dalle grinfie di quella domenica borghese per correre da lui, ma la soluzione non arrivava, stendendo un velo di frustrazione sui miei pensieri.
Dopo la funzione, iniziai la solita processione verso casa per il pranzo domenicale. L'odore dell'arrosto di mamma mi accolse sulla porta: un profumo di stabilità, di quella normalità che mi stava così stretta. Mi sedetti accanto a Tommaso, stringendomi a lui con la dolcezza affettuosa della fidanzata ideale. Annuii ai suoi racconti sulla vacanza, ascoltando le sue ingenue descrizioni di giorni che per me erano stati un abisso di lussuria. Non un cenno, ovviamente, alle notti in cui ero stata scopata e inculata selvaggiamente mentre lui dormiva come un sasso.
Chiara, di fronte a me, appariva diversa: più fredda, distaccata con Francesco. Si frequentavano da meno tempo, certo, ma era il suo modo di fare. Lei era di gusti difficili e, nonostante avesse avuto altri ragazzi prima di lui, dubitavo che qualcuno l'avesse mai spinta verso il mio tipo di liberazione. Mi chiesi se sotto quella compostezza bruciasse un fuoco, anche se sapevo che non sarebbe mai stato devastante come il mio.
Si mangiava, si beveva. L'arrosto con le patate era ottimo, ma il sapore di quella finta normalità mi restava amaro in bocca. Le risate e le chiacchiere riempivano la stanza come una melodia ipocrita, un paravento perfetto per i miei segreti.
Dopo pranzo ci ritrovammo tutti in salotto per la Formula 1. O meglio, la seguivano i maschi. Io e Chiara, come sempre, lì ad aspettare che finisse, mentre mamma riordinava in cucina. I motori rombavano, i commentatori urlavano e io mi perdevo nei miei sogni proibiti, sperando che il pomeriggio passasse in fretta.
Finalmente, verso le quattro, i miei uscirono per le loro commissioni, lasciandoci campo libero, e io e Chiara ci ritirammo nelle nostre camere con i rispettivi fidanzati. Entrai nella mia stanza e Tommaso mi seguì, sedendosi sul letto. Iniziò a parlare distrattamente, la sua voce ridotta a un sottofondo ovattato, finché i miei occhi non si fissarono su un particolare che mi fece gelare il sangue.
Sul comodino c'era il tubetto della crema per le mani. Lo stesso che, nella notte, aveva sollazzato il mio culetto. Tommaso, con un gesto innocente, lo prese e iniziò a giocherellare, rigirandolo tra le dita mentre continuava a parlare. Sentii una fitta di terrore puro, un brivido freddo lungo la schiena. Lo osservai, tesa a ogni suo movimento, temendo che sentisse l'odore: quel lieve, impercettibile sentore che avrebbe potuto tradire la mia notte di lussuria. La mia attenzione era tutta lì, concentrata su quell’oggetto che sfiorava il suo naso, spiando ogni sua reazione, mentre il cuore batteva un po' più forte. Tommaso continuava a parlare, ignaro, poi... «Amore,» esordì, facendo ruotare il tubetto tra le dita con una lentezza studiata, «con Nicola, come vi siete messi d'accordo? Parlo della sua offerta per quel posto di lavoro.»
Un sorriso furbetto mi salì alle labbra, anche se cercai di controllarlo. Lui non poteva certo sapere che "lavorare" per Nicola significasse ben altro. «No, tesoro,» risposi con tono dolce, «ma prima di licenziarmi voglio parlare con lui e capire bene di cosa si tratti.» Vidi il suo sguardo rassicurato. Per lui era solo carriera; non immaginava i brividi che l'idea di sottomettermi a Nicola mi provocava. «Ai miei non ho ancora detto nulla,» aggiunsi, a sigillare quella complicità.
Lui però non mollò la presa da quel piccolo cilindro di plastica. «Sai...» aggiunse, scoccandomi un'occhiata ambigua, «Nicola è proprio un bell'uomo, non trovi? Ha quel modo di fare così deciso... mi chiedo se a una ragazza come te non faccia un certo effetto averlo intorno tutto il giorno.»
Mi irrigidii, colpita da quel tono insolito. «Ma cosa dici, Tommaso? Mi sembra che da due giorni tu non faccia altro che insinuare cose assurde. Si può sapere cosa ti prende?»
Lui sollevò le mani, mettendosi subito sulle difensive con un sorriso quasi candido. «Ehi, calma amore! Non c'è nulla di male, erano solo semplici considerazioni. Tutto qui.» Finsi di credergli, ma dentro di me i dubbi aumentavano come marea. A cosa si riferiva? Aveva visto qualcosa a Rimini? O era solo la sua insicurezza che cominciava a farsi sentire?
Proprio quando la tensione sembrava placarsi, lui accostò il tubetto al viso e, con una naturalezza che mi fece mancare il respiro, aggiunse: «A proposito... quel topless in spiaggia, l'altro giorno... l'hai fatto per Nicola, vero? Perché te lo ha detto lui.»
Andai su tutte le furie, o almeno finsi di esserlo per coprire il panico. «Ma ti rendi conto di cosa dici? Ti ricordo che sei stato proprio tu, Tommaso, ad accondiscendere quando lui lo ha proposto! Mi hai spinta tu a farlo, e ora mi chiedi se l'ho fatto per lui?»
Vidi il colpo andare a segno. Lui abbassò lo sguardo, confuso dalla mia reazione rabbiosa. Per distoglierlo da quei pensieri pericolosi, decisi di usare l'unica arma che non ammetteva repliche. Con un movimento fluido gli salii in braccio, stringendo le gambe attorno ai suoi fianchi. Le mie dita sfilarono il tubetto dalle sue mani e lo posarono sul comodino, lontano dal suo naso. Mi strinsi a lui, premendo il seno sodo contro il suo petto. Approfittando del silenzio della casa, gli mormorai all'orecchio con voce di seta: «Tommaso... non vedevo l'ora di essere tua qui, sul mio letto.»
Lo svestii con una fretta che lui confuse con l'urgenza del desiderio, ma che per me era solo la necessità di arrivare presto alla fine. Quando i suoi pantaloni e le sue mutande caddero, il mio sguardo scivolò sul suo cazzo, e non potei fare a meno di paragonarlo alle verghe che mi avevano devastata a Rimini. Pensai al cazzo stupendo di Nicola: imponente nella sua lunghezza e grandezza. A quello di Mario: grosso, largo e scuro. Ma pure a Luca, che con il suo mi aveva fatta godere per interi pomeriggi. Rispetto a loro, Tommaso era un bambino che giocava con un giocattolo troppo piccolo e insignificante.
Lo guidai a penetrarmi con una solerzia meccanica, accogliendo quel battito timido dentro la mia fica che ancora conservava il ricordo di ben altre invasioni. Mentre lui si muoveva sopra di me, ebbro di quella concessione pomeridiana, io mantenevo lo sguardo fisso al soffitto, a contare le ombre mentre simulavo gemiti che erano solo gusci vuoti. Sentivo la sua fatica, il suo respiro affannato, e sapevo che sarebbe finito troppo presto, come sempre. La sua eiaculazione fu un evento breve, una piccola scossa che non mi sfiorò nemmeno l'anima. Lo lasciai sfogare sul mio pancino, come sempre, incassando il suo piacere prevedibile finché, svuotato e appagato, non si accasciò contro di me, pesante come il rimpianto.
Era una trasgressione rubata mentre i miei erano fuori. Immaginai Chiara nella stanza accanto, intenta a fare lo stesso con Francesco, magari anche lei persa in fantasie su cazzi più grossi e mani più feroci, e l'idea di quella vicinanza carnale mi eccitò ancora di più. La recita funzionò: Tommaso si lasciò andare nel torpore post-coitale, e poco dopo il suo respiro si fece regolare e pesante nel sonno.
La luce arancione del tramonto tingeva la stanza di una malinconia che pesava come la mia solitudine. Mi liberai con cautela dalla sua stretta, vestendomi in silenzio. Ogni passo era una menzogna. Lo scossi piano: «Amore, svegliati.» Il mio tocco era dolce, ma le mie intenzioni spietate; dovevo sbarazzarmi di lui e inventarmi una scusa per poter andare all'appuntamento con Antonio.
Lui però mugolò, trascinandomi di nuovo giù con sé. «Solo cinque minuti, amore...» sussurrò, affondando il viso tra il mio seno e il collo. La mia rabbia crebbe; il tempo stringeva. Proprio in quel momento, sentii la porta aprirsi: «Sonia, Chiara, siete a casa?» urlò mia madre.
Maledizione.
Tommaso si alzò di soprassalto, risistemandosi i vestiti con un sorriso da bambino colto sul fatto. «Sì, mamma, siamo qui!» risposi. I miei, vedendolo, non persero l'occasione: «Tommaso, sei ancora qui? Allora ti fermi a cena!» esclamò mio padre. E lui, ingenuo, accettò entusiasta.
La frustrazione esplose dentro di me. Un'altra serata di sorrisi falsi e parole vuote, mentre il mio corpo fremeva per Antonio.
La serata in famiglia fu un esercizio di pazienza estenuante. Tommaso se ne andò poco dopo le dieci; mi diede un bacio casto sulla fronte, un contatto che sapeva di bugia e di finzione. «A domani, amore,» mi sussurrò, e io gli risposi con un sorriso forzato, contando i secondi che ci separavano dalla porta chiusa.
Finalmente sola nella mia camera, presi il cellulare, e con un brivido d'eccitazione, vidi che c’era un messaggio di Antonio.
Antonio: La giornata è finita. Deciso cosa fare stasera? Sonia: Ciao. Purtroppo no. Non posso liberarmi. Sono a casa, coi miei. 😔 Antonio: Ah, capisco. Allora la tua vita di giorno è una cosa, e quella di notte un'altra. Ho capito bene? 😉 Sonia: Non so di cosa parli... 😇 Ma tu cosa fai? Antonio: Ti pensavo. E pensavo al nostro bacio. Lo ricordi? Sonia: Ho ancora il sapore sulla bocca, ma non ricordo bene. 🤭 Antonio: Mmh, hai bisogno di rinfrescarti la memoria, allora. Ti va bene domani pomeriggio? Sonia: Sì, mi va benissimo. Dove ci vediamo? 🤫 Antonio: Ti mando un messaggio domani mattina. Ho un'idea. Non riesco a non pensarti. Hai un modo di farmi impazzire... Sonia: Non riesco a toglierti dalla testa... voglio solo le tue mani su di me. Antonio: Ho un modo per fartele sentire. Non ti deluderò. Sonia: Non vedo l'ora. 😈
Spensi lo schermo. Le sue parole e quel suo modo di scrivermi mi facevano impazzire. Non era volgare, ma risultava ancora più eccitante proprio per quello che lasciava intendere. L’attesa era la mia droga e lui lo sapeva bene; l’indomani avrei avuto la mia dose.
scritto il
2026-01-03
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