Sonia & Tommaso - Capitolo 37: L'appuntamento atteso
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Mi alzai con le membra ancora pesanti, trascinandomi fuori dal letto per lavarmi in fretta. Indossai abiti semplici, quelli da casa: dovevo essere la Sonia di ogni giorno, la figlia esemplare che scivolava tra le faccende domestiche con un sorriso diligente. Per tutta la mattina, fui un’impeccabile attrice. Aiutai mia madre a pulire casa, lasciando che le mie mani si muovessero meccaniche tra tazze e piatti, mentre la mia mente risiedeva altrove, persa nel ricordo di labbra che non erano quelle di Tommaso.
Proprio mentre stavo sistemando le ultime stoviglie, sentii la vibrazione familiare del telefono contro l’anca. Un brivido mi percorse prima ancora di leggere. Era lui.
Antonio: «Voglio vederti oggi, Sonia. Ore 15, al bar del centro. Non farti aspettare. 😉»
Sonia: «Arrivo. Non vedo l’ora di rinfrescarmi la memoria. 🤭»
L’entusiasmo mi accese il sangue. Mi rivolsi a mia madre con la voce più zuccherina che potei sfoderare, quella che riservavo alle menzogne più riuscite. «Mamma, oggi pomeriggio esco un po’, mi vedo con un’amica per un caffè.» Il suo sorriso fiducioso fu il sigillo sulla mia libertà rubata.
Alle tredici scattò l’inevitabile controllo di Tommaso. Con lui la maschera pesava di più, ma il sottile piacere dell’inganno rendeva tutto sopportabile. «Ciao, amore! Tutto bene, sono qui a casa con la mamma,» risposi alla sua chiamata, mantenendo un tono docile e rassicurante. Lui iniziò a interrogarmi sui miei programmi con quella premura piatta che ormai mi scivolava addosso come pioggia sul vetro. Fui evasiva, abilissima nel dipingere un pomeriggio innocente tra donne. «Ci vediamo stasera,» concluse lui, e io lo congedai con un «Certo, amore» che sapeva già di tradimento.
Appena chiuso il contatto, iniziai il mio rituale di preparazione. Sotto il getto della doccia, l’acqua calda accarezzava la mia pelle ambrata, ancora ardente del sole di Rimini. Davanti all’armadio, la scelta fu strategica. Scivolai in un completo di pizzo nero — perizoma e reggiseno abbinati — un tocco erotico, invisibile sotto il vestitino blu notte. Era corto il giusto per mostrare le gambe, con piccoli bottoni sul davanti che sembravano chiedere di essere aperti. Mi truccai esaltando l'oro della pelle con un velo di terra solare e un tocco di gloss rosso ciliegia, per rendere le labbra turgide e invitanti. Lasciai i capelli sciolti, una cascata castana a incorniciare il volto da angelo dietro cui si nascondeva un demone.
Ero in ritardo e camminavo veloce per le vie di Cremona, scannerizzando ogni angolo. Ogni incrocio nascondeva il volto di qualche conoscente che avrebbe potuto squarciare il velo della mia recita, e quel rischio era la mia droga. Arrivai al bar del centro e Antonio era lì, seduto a un tavolino all’aperto. Vedendomi, si alzò con una lentezza predatrice e, senza dire una parola, mi baciò sulla bocca davanti a tutti. Un bacio avido, profondo, che sapeva di tabacco e di sfida.
Mi staccai da lui col cuore in gola, toccandomi le labbra umide. «Sei impazzito?» sussurrai, mentre i miei occhi cercavano frenetici qualcuno che ci potesse aver visto. Ma il brivido di quel contatto pubblico già mi bagnava.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altra, ordinando uno spritz per me e un’altra birra per lui. Antonio mi fissava con i suoi occhi scuri, intensi, che sembravano spogliarmi del vestito senza bisogno di toccarmi.
«Allora,» esordì lui, accendendosi una sigaretta con movimenti lenti e sicuri, «vedo che ti piace farti desiderare.»
«I desideri più belli sono quelli che si fanno attendere, no?» risposi, sfidandolo con un mezzo sorriso mentre sorseggiavo lo spritz. «Ma non mi sembra che tu sia il tipo che si arrende per dieci minuti d’attesa.»
Lui accennò un sorriso sornione, di quelli che ti fanno sentire mancare il respiro. «Venti,» precisò. Poi aggiunse: «Dipende da chi si desidera, Sonia. Per te... potrei avere molta pazienza. Anche se quel bacio di poco fa mi dice che non è esattamente la pazienza quella che cerchiamo oggi.»
Sentii le guance avvampare sotto l'abbronzatura. «Sei sfacciato, Antonio. Avrebbe potuto vederci chiunque. È questo il tuo modo di corteggiare una ragazza?»
«Volevo ricordarti il mio sapore,» ribatté lui, abbassando la voce e sporgendosi verso di me. «E dal modo in cui hai risposto, direi che la tua memoria è tornata subito lucidissima. O sbaglio?»
«Non sbagli,» sussurrai, leccandomi le labbra sporche di zucchero e arancia. «Ma non credere che qui per me sia facile come sembra.»
«Le cose facili non mi sono mai piaciute,» mi rispose alzandosi.
Pagò il conto e, senza chiedere permesso, mi prese per mano intrecciando le dita alle mie con un possesso assoluto. «Antonio, no... potrebbero vederci,» sussurrai, ma lui mi rispose con un occhiolino sfrontato che mi zittì.
Raggiungemmo la sua auto, una Golf nera che brillava sotto il sole come una promessa di peccato. Salii, godendomi il profumo di pelle e tabacco che saturava l'abitacolo, mentre il "clic" della portiera che si chiudeva metteva fine a ogni residuo di prudenza. Appena partimmo, Antonio si rilassò sul sedile, guidando con una mano sola, con quella disinvoltura di chi sa esattamente dove sta andando.
«Allora, Sonia,» esordì, lanciandomi un'occhiata veloce che mi fece sentire il calore fin dietro la nuca. «Sei più tranquilla ora? Ti sei ripresa dal bacio o hai ancora il cuore che corre?»
«Diciamo che hai un modo tutto tuo di salutare le persone,» risposi, sciogliendomi finalmente in un sorriso complice e sistemandomi meglio sul sedile. «Mi hai quasi fatta cadere tra le tue braccia.»
Lui rise, un suono caldo e rotondo che mi vibrò nello stomaco. «Ti sarebbe dispiaciuto?»
La sua mano destra abbandonò il cambio e, con una naturalezza disarmante, andò a posarsi sul mio ginocchio. Sentii il peso e il calore delle sue dita, una pressione ferma che mi fece rabbrividire. «Non mi hai risposto.»
«No,» ammisi, lasciando che la testa affondasse nel poggiatesta mentre lo osservavo di profilo. Il suo profilo era netto, maschile, bellissimo... nella luce del pomeriggio. «Ma Cremona è troppo piccola per certi saluti,» aggiunsi.
«Le donne belle meritano un brivido,» sussurrò lui. La sua mano iniziò a risalire lungo la coscia con una lentezza studiata che mi fece trattenere il respiro. Le sue dita sfiorarono la viscosa leggera del vestito, sollevandolo quanto bastava per sentire il contatto diretto con la mia pelle calda. Non c’era aggressività, solo una pretesa dolcissima di conoscermi.
«Scommetto che il tuo ragazzo non ti porta mai a fare giri senza meta,» continuò, la voce che si faceva più bassa, più intima. «È un tipo da programmi precisi, vero? Cena, cinema e bacio della buonanotte?»
«Tommaso è... rassicurante,» mormorai, sentendo la fica inumidirsi mentre le dita di Antonio cercavano il confine del mio pizzo segreto. «Ma a volte la sicurezza stanca,» ammisi con un po’ di desolazione.
«Tu non hai bisogno di rassicurazioni, Sonia,» disse lui, e questa volta la sua mano strinse con più decisione la carne tenera dell’interno coscia, facendomi sussultare sul sedile. «Tu hai bisogno di qualcuno che ti faccia sentire viva, che ti faccia bruciare il sangue nelle vene. Non è così?»
Lo guardai, incapace di mentire. I suoi occhi scuri brillarono di una luce complice. Non volevo che si fermasse. Volevo che quella mano andasse oltre, che mi prendesse, che mi dimostrasse quanto quel suo "essere sfrontato" potesse farmi perdere il senso della realtà. Ero totalmente in balia del suo fascino, impaziente di scoprire dove quel pomeriggio ci avrebbe portati.
Proprio mentre stavo sistemando le ultime stoviglie, sentii la vibrazione familiare del telefono contro l’anca. Un brivido mi percorse prima ancora di leggere. Era lui.
Antonio: «Voglio vederti oggi, Sonia. Ore 15, al bar del centro. Non farti aspettare. 😉»
Sonia: «Arrivo. Non vedo l’ora di rinfrescarmi la memoria. 🤭»
L’entusiasmo mi accese il sangue. Mi rivolsi a mia madre con la voce più zuccherina che potei sfoderare, quella che riservavo alle menzogne più riuscite. «Mamma, oggi pomeriggio esco un po’, mi vedo con un’amica per un caffè.» Il suo sorriso fiducioso fu il sigillo sulla mia libertà rubata.
Alle tredici scattò l’inevitabile controllo di Tommaso. Con lui la maschera pesava di più, ma il sottile piacere dell’inganno rendeva tutto sopportabile. «Ciao, amore! Tutto bene, sono qui a casa con la mamma,» risposi alla sua chiamata, mantenendo un tono docile e rassicurante. Lui iniziò a interrogarmi sui miei programmi con quella premura piatta che ormai mi scivolava addosso come pioggia sul vetro. Fui evasiva, abilissima nel dipingere un pomeriggio innocente tra donne. «Ci vediamo stasera,» concluse lui, e io lo congedai con un «Certo, amore» che sapeva già di tradimento.
Appena chiuso il contatto, iniziai il mio rituale di preparazione. Sotto il getto della doccia, l’acqua calda accarezzava la mia pelle ambrata, ancora ardente del sole di Rimini. Davanti all’armadio, la scelta fu strategica. Scivolai in un completo di pizzo nero — perizoma e reggiseno abbinati — un tocco erotico, invisibile sotto il vestitino blu notte. Era corto il giusto per mostrare le gambe, con piccoli bottoni sul davanti che sembravano chiedere di essere aperti. Mi truccai esaltando l'oro della pelle con un velo di terra solare e un tocco di gloss rosso ciliegia, per rendere le labbra turgide e invitanti. Lasciai i capelli sciolti, una cascata castana a incorniciare il volto da angelo dietro cui si nascondeva un demone.
Ero in ritardo e camminavo veloce per le vie di Cremona, scannerizzando ogni angolo. Ogni incrocio nascondeva il volto di qualche conoscente che avrebbe potuto squarciare il velo della mia recita, e quel rischio era la mia droga. Arrivai al bar del centro e Antonio era lì, seduto a un tavolino all’aperto. Vedendomi, si alzò con una lentezza predatrice e, senza dire una parola, mi baciò sulla bocca davanti a tutti. Un bacio avido, profondo, che sapeva di tabacco e di sfida.
Mi staccai da lui col cuore in gola, toccandomi le labbra umide. «Sei impazzito?» sussurrai, mentre i miei occhi cercavano frenetici qualcuno che ci potesse aver visto. Ma il brivido di quel contatto pubblico già mi bagnava.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altra, ordinando uno spritz per me e un’altra birra per lui. Antonio mi fissava con i suoi occhi scuri, intensi, che sembravano spogliarmi del vestito senza bisogno di toccarmi.
«Allora,» esordì lui, accendendosi una sigaretta con movimenti lenti e sicuri, «vedo che ti piace farti desiderare.»
«I desideri più belli sono quelli che si fanno attendere, no?» risposi, sfidandolo con un mezzo sorriso mentre sorseggiavo lo spritz. «Ma non mi sembra che tu sia il tipo che si arrende per dieci minuti d’attesa.»
Lui accennò un sorriso sornione, di quelli che ti fanno sentire mancare il respiro. «Venti,» precisò. Poi aggiunse: «Dipende da chi si desidera, Sonia. Per te... potrei avere molta pazienza. Anche se quel bacio di poco fa mi dice che non è esattamente la pazienza quella che cerchiamo oggi.»
Sentii le guance avvampare sotto l'abbronzatura. «Sei sfacciato, Antonio. Avrebbe potuto vederci chiunque. È questo il tuo modo di corteggiare una ragazza?»
«Volevo ricordarti il mio sapore,» ribatté lui, abbassando la voce e sporgendosi verso di me. «E dal modo in cui hai risposto, direi che la tua memoria è tornata subito lucidissima. O sbaglio?»
«Non sbagli,» sussurrai, leccandomi le labbra sporche di zucchero e arancia. «Ma non credere che qui per me sia facile come sembra.»
«Le cose facili non mi sono mai piaciute,» mi rispose alzandosi.
Pagò il conto e, senza chiedere permesso, mi prese per mano intrecciando le dita alle mie con un possesso assoluto. «Antonio, no... potrebbero vederci,» sussurrai, ma lui mi rispose con un occhiolino sfrontato che mi zittì.
Raggiungemmo la sua auto, una Golf nera che brillava sotto il sole come una promessa di peccato. Salii, godendomi il profumo di pelle e tabacco che saturava l'abitacolo, mentre il "clic" della portiera che si chiudeva metteva fine a ogni residuo di prudenza. Appena partimmo, Antonio si rilassò sul sedile, guidando con una mano sola, con quella disinvoltura di chi sa esattamente dove sta andando.
«Allora, Sonia,» esordì, lanciandomi un'occhiata veloce che mi fece sentire il calore fin dietro la nuca. «Sei più tranquilla ora? Ti sei ripresa dal bacio o hai ancora il cuore che corre?»
«Diciamo che hai un modo tutto tuo di salutare le persone,» risposi, sciogliendomi finalmente in un sorriso complice e sistemandomi meglio sul sedile. «Mi hai quasi fatta cadere tra le tue braccia.»
Lui rise, un suono caldo e rotondo che mi vibrò nello stomaco. «Ti sarebbe dispiaciuto?»
La sua mano destra abbandonò il cambio e, con una naturalezza disarmante, andò a posarsi sul mio ginocchio. Sentii il peso e il calore delle sue dita, una pressione ferma che mi fece rabbrividire. «Non mi hai risposto.»
«No,» ammisi, lasciando che la testa affondasse nel poggiatesta mentre lo osservavo di profilo. Il suo profilo era netto, maschile, bellissimo... nella luce del pomeriggio. «Ma Cremona è troppo piccola per certi saluti,» aggiunsi.
«Le donne belle meritano un brivido,» sussurrò lui. La sua mano iniziò a risalire lungo la coscia con una lentezza studiata che mi fece trattenere il respiro. Le sue dita sfiorarono la viscosa leggera del vestito, sollevandolo quanto bastava per sentire il contatto diretto con la mia pelle calda. Non c’era aggressività, solo una pretesa dolcissima di conoscermi.
«Scommetto che il tuo ragazzo non ti porta mai a fare giri senza meta,» continuò, la voce che si faceva più bassa, più intima. «È un tipo da programmi precisi, vero? Cena, cinema e bacio della buonanotte?»
«Tommaso è... rassicurante,» mormorai, sentendo la fica inumidirsi mentre le dita di Antonio cercavano il confine del mio pizzo segreto. «Ma a volte la sicurezza stanca,» ammisi con un po’ di desolazione.
«Tu non hai bisogno di rassicurazioni, Sonia,» disse lui, e questa volta la sua mano strinse con più decisione la carne tenera dell’interno coscia, facendomi sussultare sul sedile. «Tu hai bisogno di qualcuno che ti faccia sentire viva, che ti faccia bruciare il sangue nelle vene. Non è così?»
Lo guardai, incapace di mentire. I suoi occhi scuri brillarono di una luce complice. Non volevo che si fermasse. Volevo che quella mano andasse oltre, che mi prendesse, che mi dimostrasse quanto quel suo "essere sfrontato" potesse farmi perdere il senso della realtà. Ero totalmente in balia del suo fascino, impaziente di scoprire dove quel pomeriggio ci avrebbe portati.
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