Lo spettatore (reboot)

scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 14 min

di
genere
Esibizionismo, Sentimentali, Tradimenti
cura
A

Ci sono racconti che trovano immediatamente la loro strada. E poi ci sono racconti che escono maluccio. Mancano di alchimia, di spessore, e la storia esce banale, asciutta, e dura il tempo di una masturbazione. Nella prima stesura di questo racconto… bah…
Allora ho deciso di riscriverlo. A modo veramente mio.

La telefonata arrivò alle undici e venti di un martedì di marzo, mentre Valeria era in riunione con l'impresa del ferro.
Riconobbe il numero del centro dal prefisso e dalle ultime tre cifre, che ormai conosceva meglio di quelle di sua madre. Disse «scusate un attimo», si alzò, attraversò lo studio con il telefono stretto in mano e si chiuse nel bagno in fondo al corridoio, quello piccolo, con la finestra sul cortile e il deodorante alla lavanda che le stagiste cambiavano ogni lunedì.
Si sedette sul coperchio del water. Rispose.
«Signora Ferri? Sono la dottoressa Gatti. Ho qui l'esito delle beta.»
Valeria capì dal qui. Quando le beta erano buone, le infermiere dicevano «abbiamo l'esito». Quando erano negative, la dottoressa Gatti diceva «ho qui l'esito», come se il foglio fosse un oggetto pesante che teneva in mano e di cui non sapeva dove liberarsi. Era la quarta volta. Valeria aveva imparato la grammatica.
«Mi dispiace molto.»
La dottoressa disse altre cose. Valeria non le ascoltò. Guardava le piastrelle bianche, contava le fughe, pensava che le fughe del bagno erano state rifatte male, che l'impresa aveva usato un grigio sbagliato, che avrebbe dovuto dirlo a Elena. Disse «sì», disse «certo», disse «grazie, dottoressa», e grazie di cosa non lo sapeva.
Poi rimase seduta lì, con il telefono in grembo.
Sentiva ancora i lividi sulla pancia, sotto la camicia. Quaranta giorni di punture, sempre alla stessa ora, sempre lei, perché Paolo non ci riusciva: la prima volta gli era tremata la mano e l'ago era entrato storto, e lei aveva urlato, e lui era uscito dal bagno pallido come un lenzuolo. Da allora se le faceva da sola, davanti allo specchio, pizzicandosi la pelle sotto l'ombelico. Il corpo gonfio, i seni doloranti, la testa piena di nebbia. Quattro volte. Sette anni.
Non pianse. Si lavò la faccia, si risistemò il trucco, tornò in riunione e discusse per altri quaranta minuti del prezzo del tondino.
Elena se ne accorse lo stesso. Elena Mancini si accorgeva di tutto. Aveva fondato lo studio quando Valeria era ancora all'università, portava i capelli grigio ferro tagliati corti come un uomo e aveva la fama di non aver mai chiesto un favore a nessuno, in nessun ufficio tecnico del Piemonte. Dei cicli non sapeva niente: Valeria non gliene aveva mai parlato. Eppure, quando la riunione finì, Elena entrò nella sua stanza con due caffè della macchinetta, ne posò uno sulla scrivania e rimase in piedi a guardarla.
Non guardava la sua faccia. Guardava le sue mani, che Valeria aveva appoggiato sulla pancia senza accorgersene.
«Vai a casa» disse Elena.
«Sto bene.»
Elena annuì, come chi conosce quella risposta perché l'ha data tante volte. Sulla porta si fermò, senza voltarsi.
«Non sono affari miei» disse. «Ma qualunque cosa sia, non lasciare che sia qualcun altro a decidere al posto tuo.»
Valeria rimase a fissare la porta chiusa, con il caffè che si raffreddava. Era una frase strana, da Elena. Elena non aveva figli, non aveva un marito e, per quanto ne sapesse Valeria, non aveva un uomo. In tutti quegli anni non l'aveva mai sentita pronunciare la parola figli. Nemmeno una volta. Come se fosse una parola che si era tolta di bocca da sola, molto tempo prima.
Paolo arrivò allo studio alle sei e mezza senza che lei lo chiamasse. Lo vide dalla finestra, fermo sul marciapiede di via della Rocca, con il cappotto aperto e le mani in tasca, a guardare in su. Glielo aveva scritto con un messaggio di una parola sola, alle undici e trentuno: Negativo. Lui aveva risposto: Arrivo. Poi più niente, per sette ore.
Paolo era così. Avvocato civilista, studio in corso Vittorio, una clientela di costruttori e di banche che lo pagavano soprattutto per una qualità: non farsi leggere in faccia. Si erano conosciuti in tribunale, dieci anni prima, su due lati opposti di una causa per un condominio di Moncalieri. Lui aveva vinto, e la sera stessa l'aveva invitata a cena «per farsi perdonare». Era gentile, paziente, preciso. Non alzava mai la voce. In sette anni di tentativi non si era lamentato una sola volta, e Valeria lo amava anche per questo.
Gli esami, all'inizio, li avevano fatti tutti e due. Lei in un pomeriggio di prelievi, ecografie e domande imbarazzanti. Lui da solo, una mattina di febbraio, in un laboratorio di cui Valeria non ricordava nemmeno il nome. La sera era tornato a casa con una busta, l'aveva piegata in quattro e se l'era infilata nella tasca interna della giacca.
«Tutto a posto» aveva detto.
Lei non aveva chiesto di vederla. Non le era mai venuto in mente di chiederlo.
Scese. Lui la abbracciò sul marciapiede, forte, troppo forte, con il mento appoggiato sulla sua testa.
«Non è colpa tua» disse.
Lo disse subito. Prima che lei aprisse bocca, prima che lei piangesse, prima di qualunque altra cosa. Valeria ci avrebbe ripensato molto tempo dopo, a quanto in fretta l'aveva detto. Ma quella sera le sembrò soltanto la cosa più dolce che un uomo potesse dire a una donna sul marciapiede di via della Rocca, sotto la targa d'ottone di un chirurgo plastico, e si mise a piangere, finalmente, contro il suo cappotto.
«Andiamo via» disse Paolo. «Qualche giorno. Io e te. Da qualche parte dove nessuno ci conosce.»
Barcellona fu un'idea di Paolo, e anche l'albergo: un palazzo modernista nell'Eixample, con i balconi di ferro battuto e una camera all'ultimo piano che dava su una terrazza piena di gelsomini.
Valeria si spogliò per fare la doccia, la prima sera, e si guardò nello specchio a figura intera del bagno. Non si guardava davvero da mesi. Il corpo che vide non le sembrò suo: gonfio sui fianchi, con la pelle della pancia segnata da una costellazione di lividi giallastri e violacei, i seni pesanti e tesi come quelli di una donna incinta, beffa finale degli ormoni. Un corpo che aveva fatto tutto quello che gli avevano chiesto e non era servito a niente.
Pensò, con una lucidità che la spaventò: non lo toccherebbe nessuno, un corpo così.
Paolo la toccava. Ma da sette anni la toccava come si fa un lavoro. Il sesso era diventato un calendario appeso al frigorifero, con i giorni cerchiati in rosso; poi, dopo il primo ciclo di fecondazione, era diventato inutile, e allora era quasi sparito. Facevano l'amore di rado, con tenerezza e in fretta, come due persone che si consolano dopo un funerale.
La seconda sera andarono a cena al Born. Lei mise un vestito nero leggero, l'unico che le stesse ancora bene sui fianchi, e niente sotto il seno, perché nessun reggiseno le entrava più senza farle male. Dopo cena entrarono in un bar di vini in una strada stretta, con le pareti di pietra e le botti usate come tavolini, e si sedettero al bancone.
Fu lì che lo vide. O meglio: fu lì che si accorse di essere vista.
Un uomo seduto a due sgabelli di distanza, più giovane di lei, trentadue o trentatré anni, la barba corta, una camicia di lino arrotolata sugli avambracci abbronzati. La guardava. Non di sfuggita: la guardava, apertamente, con la calma di chi non ha fretta e non ha paura di essere scoperto. Guardava la sua bocca mentre beveva. Guardava il suo collo. Guardava il seno sotto il vestito nero, e poi tornava agli occhi, e non abbassava lo sguardo.
Valeria sentì il calore salirle dallo stomaco al viso. Non lo provava da anni. Si era dimenticata che il suo corpo potesse fare quell'effetto a qualcuno, e si era dimenticata che potesse farlo a lei.
Si voltò verso Paolo, imbarazzata, pronta a ridere, a dire andiamo.
Paolo stava guardando l'uomo. E poi guardò lei. E nei suoi occhi c'era una cosa che Valeria non aveva mai visto, o che non vedeva da così tanto tempo da non riconoscerla: fame.
In camera, quella notte, lui la prese contro la porta, senza nemmeno accendere la luce, con una violenza che la lasciò senza fiato. Le alzò il vestito sui fianchi, la tenne per i polsi, entrò dentro di lei con un colpo solo e lei gridò, e non era dolore. Durò pochissimo. Lui venne con la faccia nascosta nel suo collo, tremando, e lei sentì che stava piangendo.
Dopo, nel letto, al buio, con la tenda che si muoveva per il vento della terrazza, Paolo parlò senza guardarla.
«Ti guardava.»
«Lo so.»
«Ti piaceva.»
Valeria non rispose subito. «Sì» disse poi. «Scusa.»
«Non scusarti.» Lui si girò su un fianco, verso di lei. Lei sentiva il suo respiro sulla spalla. «Valeria. Voglio vederti con lui.»
Rimase immobile. Pensò di aver capito male. Pensò che fosse uno di quei giochi che si dicono nel buio dopo aver fatto l'amore, parole che al mattino nessuno ripete.
«Non sto scherzando» disse Paolo. La sua voce era calma, quasi professionale, la voce con cui parlava ai clienti. «Non voglio fare niente. Voglio solo esserci. Guardare. Voglio vedere qualcuno che ti desidera così, e tu che lo lasci fare.»
«Perché?»
Lui ci mise molto a rispondere.
«Perché io non riesco più a darti niente» disse alla fine. «Neanche questo.»
Valeria pensò che si riferisse al letto. A quella stanchezza tra loro, ai giorni cerchiati in rosso. Gli prese la mano nel buio e gliela strinse, e sentì un'ondata di pietà così forte da somigliare all'amore. Era stato dietro di lei per quattro cicli, sette anni, centinaia di punture, senza mai lamentarsi. Era lui che aveva detto non è colpa tua. Se adesso le chiedeva questo, questa cosa assurda, umiliante e eccitante insieme, forse lei gliela doveva.
«Va bene» disse. «Domani.»
L'uomo con la camicia di lino era di nuovo al bancone, la sera dopo, come se fosse stato lì ad aspettarli. Forse era così. Si chiamava Àlex, faceva il fotografo, parlava un italiano strano, imparato a Bologna durante l'Erasmus, pieno di parole sbagliate e bellissime.
Fu Paolo a parlargli per primo. Valeria non seppe mai cosa si dissero, in quei cinque minuti all'estremità del bancone mentre lei fingeva di leggere la carta dei vini. Vide soltanto Àlex annuire, voltarsi verso di lei e sorriderle, e Paolo tornare al suo posto con la faccia di un uomo che ha appena firmato un contratto.
In albergo, Paolo si sedette sulla poltrona di velluto accanto alla porta-finestra, con la terrazza e i gelsomini alle spalle. Si sedette come ci si siede a teatro: composto, le mani sui braccioli. Valeria rimase in piedi in mezzo alla stanza, con il vestito nero e il cuore che le batteva nelle orecchie, e per un momento pensò di dire basta, scusate, è stato un errore.
Poi Àlex le toccò il viso.
Non la baciò subito. Le passò il pollice sul labbro inferiore, lentamente, come se stesse misurando la luce per una fotografia. Poi le scostò una spallina, e l'altra, e il vestito scivolò fino ai fianchi. Valeria chiuse gli occhi, aspettando di vergognarsi dei lividi, del gonfiore, dei seni troppo pesanti.
«Mírala» disse Àlex, piano, rivolto a Paolo. Poi, in italiano, a lei: «Sei bellissima così. Così vera.»
E si inginocchiò, e le baciò la pancia. Proprio lì, sui lividi, uno per uno, con la bocca aperta e calda, come se fossero una cosa preziosa invece che una sconfitta. Valeria sentì le gambe cederle. Si aggrappò ai suoi capelli. Lui le abbassò il vestito fino a terra, le tolse le mutandine con i denti, e la sua lingua salì lungo l'interno delle cosce fino a trovarla, e lei aprì la bocca senza riuscire a emettere un suono.
Aprì gli occhi e cercò Paolo.
Lui era immobile sulla poltrona, il volto in ombra, le nocche bianche sui braccioli. La guardava con un'intensità che Valeria non avrebbe saputo descrivere: dolore, desiderio, qualcosa di simile alla preghiera. E fu quello sguardo, più della lingua di Àlex, a farla venire la prima volta, in piedi, con una mano tra i capelli dello sconosciuto e gli occhi in quelli di suo marito.
Àlex la portò sul letto. Si spogliò in fretta: era magro, bruno, con un tatuaggio di una rondine sul fianco. Valeria allungò il braccio verso la borsetta sul comodino, dove aveva messo i preservativi comprati quel pomeriggio in una farmacia della Rambla, ridendo di se stessa come un'adolescente.
«Non serve» disse Paolo dalla poltrona.
Lo disse piano, senza muoversi. Valeria si fermò con la mano a mezz'aria. Si voltò a guardarlo, e lui sostenne il suo sguardo.
Tanto, pensò lei. Tanto non succede niente. Tanto il mio corpo non sa farlo. E la crudeltà di quel pensiero, che credette fosse anche il suo, la ferì così a fondo che per un istante le mancò il fiato. Poi, invece di piangere, provò rabbia. Una rabbia calda, liberatoria. Lasciò cadere la mano. Tirò Àlex sopra di sé.
Fecero l'amore a lungo. Àlex era lento, attento, curioso del suo corpo come se fosse un paesaggio. La girò, la prese da dietro, le baciò la schiena, le sussurrò cose in catalano che lei non capiva. Lei si sentì desiderata in ogni centimetro: non come un utero, non come un problema da risolvere, non come una paziente. Come una donna. Venne ancora, e poi ancora, gridando contro il cuscino senza preoccuparsi di chi potesse sentirla.
Quando lui venne dentro di lei, con un gemito lungo, Valeria era girata verso la poltrona.
Paolo aveva chiuso gli occhi.
Non si era toccato, non si era mosso. Teneva gli occhi chiusi e le labbra strette, come un uomo che aspetta un verdetto.
Àlex se ne andò poco dopo l'una. Baciò Valeria sulla fronte, strinse la mano a Paolo, che si era finalmente alzato dalla poltrona, e chiuse la porta piano, come si esce dalla stanza di un malato.
Paolo si fece una doccia lunghissima. Poi si infilò nel letto, le baciò la spalla senza dire niente e si girò dall'altra parte.
Valeria non riusciva a dormire. Si alzò, si avvolse nel lenzuolo e uscì sulla terrazza. Barcellona era una distesa di luci arancioni fino al mare, e i gelsomini mandavano un profumo così forte da sembrare finto. Si appoggiò alla ringhiera di ferro.
Si sentiva le gambe molli, il sesso indolenzito, la pelle che bruciava nei punti dove l'aveva toccata la barba di Àlex. E sotto tutto questo, una cosa nuova, che le ci volle un po' per riconoscere, perché non la sentiva da sette anni.
Leggerezza.
Per la prima volta in sette anni il suo corpo non aveva dovuto produrre niente. Non c'erano stati giorni da cerchiare, termometri, stick da guardare in controluce, provette, beta, ecografie, attese. Il suo corpo aveva soltanto goduto, e quel godimento non serviva a niente e a nessuno. Era suo. Solo suo.
Pensò che avrebbe dovuto sentirsi in colpa. Pensò a sua madre, a Elena, ai colleghi dello studio, a cosa avrebbero detto. Non provò niente. Provò soltanto, chiaro e affilato, il desiderio di rifarlo.
E si vergognò, sì, ma per un'altra ragione: perché aveva accettato per pietà verso Paolo, e adesso scopriva che la pietà non c'entrava più niente.
Rientrò in camera piano, per non svegliarlo. Il vetro della porta-finestra, con la luce della città alle spalle, faceva da specchio. Valeria ci vide riflesso il letto, il lenzuolo sfatto, e suo marito.
Paolo non dormiva.
Era disteso sulla schiena, con gli occhi aperti, a fissare il soffitto. Muoveva appena le labbra, senza voce, come qualcuno che conta. Valeria rimase immobile sulla soglia, il lenzuolo stretto al petto. Pensò che pregasse. Paolo non pregava da quando era bambino.
Poi lui la sentì, chiuse gli occhi, e il suo respiro diventò quello di un uomo addormentato.
Valeria si infilò nel letto accanto a lui, e per tutta la notte, fino a quando il cielo sopra la terrazza diventò grigio, si chiese cosa stesse contando.
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