Lo spettatore (3): Il corpo

scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 20 min

di
genere
Sentimentali, Tradimenti, Voyeur
cura
A

Torino, 2006
Elena ha trentaquattro anni e un tailleur nero comprato per il suo primo concorso vinto. Lo porta al club come un'armatura. È la terza volta che ci viene.
Lui è al bancone, all'angolo in fondo. Corrado. Quarantadue anni, i capelli ancora scuri, una fede al dito che non si toglie mai, nemmeno lì. Ordina sempre la stessa cosa: Lagavulin, sedici anni, senza ghiaccio, con un goccio d'acqua a parte. Lo versa nel whisky con un cucchiaino, goccia a goccia, come un chimico. Elena lo ha visto fare la stessa cosa al ristorante, il giorno in cui le ha affidato il suo primo incarico: una palazzina a Collegno. Lì non beveva. Qui sì.
Lei si siede accanto a lui. Lui non la guarda.
«Cosa prende?» chiede il barista.
Elena guarda il bicchiere di Corrado.
«Lo stesso.»
Corrado sorride al proprio whisky. Solo allora si volta. «Brava» dice. Come si dice a un cane.
Le piace. Odia che le piaccia, ma le piace.
Più tardi, nella stanza con lo specchio lungo, c'è un uomo che lei non ha scelto. L'ha scelto Corrado, con un cenno della testa, dal bancone. Un ragazzo biondo, gentile, che le chiede due volte se va bene. Corrado è seduto nella poltrona di velluto nell'angolo, con il bicchiere in mano. Non si toglie la giacca. Non si toglie niente. Guarda.
Elena lo guarda mentre il ragazzo entra dentro di lei. Cerca i suoi occhi per tutto il tempo. Corrado sostiene lo sguardo, beve un sorso, e una volta sola, verso la fine, annuisce.
È l'unica carezza che le farà quella notte. Le basta.
In macchina, sotto casa di lei, lui le sfiora il ginocchio.
«Mia moglie torna giovedì» dice. «Ci vediamo martedì prossimo.»
Non è una domanda. Elena dice di sì. Sale le scale con le scarpe in mano, entra in casa, si siede sul bordo della vasca da bagno e si guarda le mani, a lungo, come se fossero di qualcun altro.
Ha trentaquattro anni. Pensa che c'è ancora tempo per tutto.
Il ciclo le arrivò il sei dicembre, un sabato mattina, mentre si lavava i denti.
Valeria se ne accorse da una fitta familiare in fondo alla schiena, poi dal resto. Rimase un momento ferma davanti al lavandino, con lo spazzolino in bocca, a guardarsi nello specchio.
Per sette anni quel momento era stato un piccolo lutto. Ogni mese. Anche nei mesi in cui non c'era niente da sperare, perché tra un ciclo di fecondazione e l'altro i medici dicevano di aspettare, e lei aspettava, e sperava lo stesso, di nascosto da se stessa. Ogni mese il sangue arrivava e lei si chiudeva in bagno e contava fino a cento, e solo dopo apriva la porta.
Quella mattina non contò fino a cento.
Quella mattina, con lo spazzolino ancora in bocca, provò una cosa che le ci volle qualche secondo a riconoscere, e quando la riconobbe si spaventò: sollievo.
Non ci pensava più, al figlio. Non da Barcellona. Da quando aveva capito che il suo corpo poteva servire anche a qualcos'altro, oltre che a fallire, la possibilità di restare incinta era uscita dalla sua testa come una cosa che si dimentica in un cassetto. Tanto, aveva detto Paolo. E lei, a un certo punto, aveva smesso di sentirsi ferita da quella parola, e aveva cominciato a usarla come un lasciapassare. Tanto non succede niente. Tanto posso.
Sputò il dentifricio, si sciacquò la bocca, si guardò ancora un momento. Si vergognò un po' di quel sollievo. Non abbastanza.
A pranzo Paolo era strano. Più silenzioso del solito, e lui era un uomo silenzioso. Lei lo trovò in cucina che guardava fuori dalla finestra, con la tazza del caffè in mano, fredda.
«Stai bene?» le chiese, senza voltarsi.
«Benissimo. Perché?»
«Hai una faccia...» Si girò. La guardò, la guardò davvero, dalla testa ai piedi, come un medico. «Ti è venuto?»
Valeria si fermò con il piatto in mano. In sette anni Paolo non le aveva mai fatto quella domanda. Mai. Era una cosa sua, il ciclo, il calendario, le date: lui la lasciava fare, la consolava dopo, ma non chiedeva. Aveva sempre detto che non voleva trasformarla in un'incubatrice.
«Da quando ti interessa?» disse lei, ridendo.
Paolo la guardò ancora un istante. Poi sorrise anche lui, un sorriso lento, che arrivò in ritardo.
«Mi interessa tutto di te» disse. E tornò a guardare fuori dalla finestra.
Valeria pensò che fosse ancora sconvolto dalla sera nelle Langhe. Da lei che non l'aveva più guardato attraverso il vetro.
Paolo credeva che fosse stato un capriccio. Che lei, quella sera, si fosse semplicemente dimenticata di lui, presa dai due uomini e dal vino. Valeria lo lasciava credere. Ma non si era dimenticata di niente.
All'arrivo, mentre fingeva di giudicare la vetrata del soggiorno, aveva visto riflessa nel vetro la stretta di mano tra suo marito e la padrona di casa. Mezzo secondo di troppo. Aveva visto le dita di lui restare chiuse un istante dopo che quelle di lei si erano sciolte. Aveva sentito la parola avvocato, detta da una donna a cui nessuno l'aveva presentato. Non si era voltata. Aveva continuato a guardare la vetrata, e si era detta che non era niente, che i giuristi di Torino e di Alba si conoscono tutti, che Paolo aveva clienti dappertutto.
Poi, alle undici, gli aveva detto: stasera non entri.
E quando, dietro il vetro, aveva smesso di guardarlo, non era stato il piacere a farglielo dimenticare. Lo aveva deciso. Aveva chiuso gli occhi per un secondo, li aveva riaperti altrove e aveva lasciato suo marito al freddo, dove si mettono le cose che non si vogliono vedere. Era stata la prima volta. Le era piaciuto più di quanto le piacesse ammettere.
Adesso, in cucina, gli si avvicinò da dietro, lo abbracciò e appoggiò la guancia alla sua schiena. Sentì il suo cuore battere forte, troppo forte, per un uomo che guardava i tetti di una mattina di dicembre.
La targa d'ottone, in via della Rocca, l'aveva vista ogni mattina per otto anni. Dott. Giorgio Valsecchi, chirurgia plastica ed estetica. Tre portoni dopo quello dello studio. Valeria ci era passata davanti migliaia di volte con la cartella dei disegni sotto il braccio, senza mai leggerla davvero.
A gennaio cominciò a leggerla.
Cominciò dopo una sera al club, la prima dell'anno nuovo. Un uomo, mentre la spogliava, le aveva sfiorato il seno con una specie di delusione, una cosa da niente, un'esitazione di mezzo secondo. Gli ormoni se n'erano andati, e con loro il gonfiore: i seni erano tornati quelli di prima, piccoli, un po' svuotati da sette anni di cure, di cicli, di farmaci che li avevano riempiti e poi lasciati andare, come una marea. Nessuno se ne sarebbe accorto. Lei se ne accorse.
Non era solo quell’uomo. Era da settimane che qualcosa si era incrinato, e Valeria non aveva voluto guardarlo.
La leggerezza di Barcellona non c’era più. Al club, adesso, si sentiva come in una vetrina. Gli uomini cambiavano, le stanze erano sempre quelle, e lei aveva cominciato a recitare. Lo sapeva fare bene: il respiro che accelera, la schiena che si inarca, il grido al momento giusto. Lo aveva imparato in sette anni di ecografie, a fare la faccia che i medici si aspettavano. Certe sere, mentre uno sconosciuto si muoveva sopra di lei, si sorprendeva a contare le travi del soffitto, come contava le fughe delle piastrelle in bagno il giorno della telefonata della dottoressa Gatti.
Perché ci tornava, allora? Se lo chiedeva in macchina, al ritorno, con la fronte contro il finestrino. E la risposta che trovava le faceva vergogna: perché era l’unico momento in cui Paolo la guardava davvero. Il resto della settimana lui le passava accanto in corridoio come si passa accanto a un mobile. Solo lì, sulla soglia di quelle stanze, i suoi occhi erano tutti per lei. Valeria aveva cominciato a salire quelle scale per un motivo che non aveva niente a che fare con il piacere: per essere vista da suo marito, anche se solo così.
Quella notte, a casa, Paolo andò in bagno subito, senza togliersi il cappotto. Valeria sentì l'acqua della doccia aprirsi. Poi, sotto il rumore dell'acqua, un altro rumore, basso, strozzato, che le ci volle un momento a riconoscere. Suo marito stava vomitando.
Si avvicinò alla porta. Alzò la mano per bussare e non bussò. Rimase lì, nel corridoio buio, ad ascoltare, finché il rumore non smise e restò solo l'acqua, a lungo, molto più a lungo di quanto servisse a lavarsi.
La mattina dopo Paolo era in cucina, sbarbato, la camicia stirata, il caffè pronto. «Dormito bene?» le chiese. Lei disse di sì. Non gli chiese niente. Ma da quella notte cominciò a fare caso a una cosa che prima non aveva voluto vedere: dopo ogni sera al club, suo marito non la toccava per giorni. Si lavava a lungo. Mangiava poco. Era gentile, distante, educato, come un uomo che torna da un funerale e non vuole parlarne.
Gli faceva male. Lo vedeva, adesso. Ogni volta, gli faceva male.
E allora perché insisteva? Perché era sempre lui a scegliere la data, a guidare fino al cancello, a dire sabato?
Valeria non trovò una risposta. Ne trovò solo una mezza, che le fece più male di tutto il resto: forse a lui faceva male saperla con gli altri, ma non abbastanza da volerla per sé.
Si accorse anche di un'altra cosa, guardandosi allo specchio quella notte: che per la prima volta in vita sua desiderava un corpo non per qualcuno, ma per sé. Un corpo che fosse una sua decisione. L'unica parte di sé su cui nessun medico, nessun calendario, nessun marito avesse mai avuto voce.
Prese appuntamento con una mail dal computer dello studio, firmandosi con il nome da nubile.
Giorgio Valsecchi aveva sessant'anni, le mani piccole e precise di un orologiaio e un modo di guardare i corpi che a Valeria ricordò il proprio quando guardava un edificio: non giudicava, misurava. La fece spogliare dietro un paravento, la fece sedere su uno sgabello girevole davanti a uno specchio, le prese le misure con un metro da sarta e un calibro, prendendo appunti con una matita.
Poi si sedette davanti a lei, si tolse gli occhiali e fece una domanda sola.
«Per chi lo fa?»
Valeria lo guardò senza capire.
«È la domanda che faccio a tutte» disse lui. «La prima, e l'unica che conta. Le donne che lo fanno per un uomo tornano da me dopo due anni a chiedermi di toglierle. Quelle che lo fanno per un'amica, per una rivista, per una vendetta, lo stesso. Allora: per chi lo fa?»
Valeria pensò a Paolo. Pensò all'uomo del club e al suo mezzo secondo di esitazione. Pensò alla dottoressa Gatti e al suo ho qui l'esito, a quaranta giorni di punture, alla pancia piena di lividi. A tutte le persone che negli ultimi sette anni avevano messo le mani su quel corpo, con l'aiuto di un ago, di una sonda o di uno speculum, per ottenere qualcosa.
«Per me» disse.
Lo disse piano. Poi, siccome le era piaciuto il suono, lo ripeté a voce più alta.
«Per me.»
Giorgio la guardò a lungo, come per controllare una misura. Poi si rimise gli occhiali e prese l'agenda.
«Allora va bene» disse. «Ha un buco di dieci giorni a febbraio?»
Fuori, in via della Rocca, il cielo era basso e bianco. Valeria si fermò sul marciapiede, con il cappotto chiuso fino al mento, e se lo ripeté: per me.
La seconda volta suonò un po' meno vera.
Perché sotto, dove non voleva guardare, c'erano altre cose. Il profumo dolce rimasto sulla mano di Paolo, nelle Langhe. La sua mano che non la cercava più, se non per portarla al club. Il rumore dell'acqua, a lungo, dietro la porta del bagno. Un uomo sconosciuto che esitava mezzo secondo davanti al suo seno, e un marito che non esitava più davanti a niente, perché semplicemente non la guardava più.
Non era vero che non lo faceva per nessuno. Lo faceva anche per essere guardata ancora. Da lui. Da chiunque. Da qualcuno che la volesse, e non solo che la sopportasse con educazione.
Giorgio aveva detto che le donne che lo fanno per un uomo tornano da lui dopo due anni.
Valeria si strinse nel cappotto e si incamminò verso lo studio, tre portoni più in là, decisa a non pensarci più. Era brava, ormai, a non pensare alle cose.
A Paolo disse che andava a Milano per tre giorni, a un convegno sul restauro del moderno al Politecnico. Il convegno esisteva davvero: lo aveva trovato su internet, ne aveva stampato il programma e l'aveva lasciato sul tavolo della cucina, con il suo nome scritto a penna in cima, accanto alla sessione del venerdì. Ci mise una cura che la sorprese. Non sapeva di essere capace di mentire così bene.
A Elena disse la verità, o quasi: un piccolo intervento, niente di grave, dieci giorni di ferie. Elena le firmò il permesso senza fare domande. La guardò soltanto, da sopra gli occhiali, a lungo.
«Ti farà male?» chiese.
«Un po'. Niente di grave.»
Elena annuì e le restituì il foglio. Valeria pensò che parlasse dell'intervento. Solo molto tempo dopo le sarebbe venuto in mente che Elena non le aveva mai chiesto di che intervento si trattasse.
La clinica era sulla collina, sopra la Gran Madre, in una villa ottocentesca con il parco e le infermiere in zoccoli bianchi. Valeria si svegliò dall'anestesia con il petto stretto in una fascia elastica, la bocca secca e un dolore sordo, profondo, che le sembrò la cosa più onesta che avesse provato da anni. Era un dolore che aveva scelto. Non c'era nessun esito da aspettare.
Tornò a casa la domenica sera con un reggiseno contenitivo sotto un maglione largo e la valigia del convegno, che non aveva mai aperto.
Paolo non c'era. Arrivò un'ora dopo, con la borsa dello studio e la barba di due giorni: aveva passato il fine settimana in ufficio, disse, sulle carte della Fondiaria, come ormai faceva anche il martedì sera. Le diede un bacio sulla fronte senza abbracciarla, e lei gliene fu grata, per via della fascia sotto il maglione. Più tardi, mentre si addormentava, le tornò in mente il suo cappotto appeso all'ingresso. Sapeva di freddo e di qualcos'altro, qualcosa di dolce. Lo riconobbe subito: lo stesso profumo che a novembre, nelle Langhe, era rimasto sulla mano di suo marito dopo quella stretta di mezzo secondo di troppo. Decise di non riconoscerlo. Ci pensò per un minuto, con gli occhi aperti nel buio. Poi l'anestesia, ancora nel sangue, la trascinò giù nel sonno.
Le sei settimane successive furono le più strane del loro matrimonio.
Giorgio era stato chiaro: niente sforzi, niente pressioni, niente mani sul seno. Valeria si spogliava in bagno a porta chiusa, dormiva con una maglietta di cotone e si girava dall'altra parte quando Paolo la cercava. Inventò un'infiammazione, poi la stanchezza, poi il cantiere di Chivasso che le stava mangiando la vita. Non era abituata a dire di no a suo marito. Scoprì che le veniva facile. Più che facile: dolce. Ogni no era una piccola risposta a un profumo su una mano, nelle Langhe, a cui lei aveva deciso di non pensare.
Al club non volle tornare.
Paolo glielo chiese la prima settimana, con leggerezza. La seconda, con insistenza. La terza, una sera di febbraio, mentre lei sparecchiava, glielo chiese con una voce che lei non gli aveva mai sentito: stretta, quasi supplichevole.
«Sabato. Solo sabato. Ti prego.»
«Non mi va, Paolo.»
«Da quando non ti va?»
«Da adesso.»
Paolo la guardò a lungo. Poi sorrise, piano, con la pazienza con cui sorrideva ai testimoni che stavano per contraddirsi.
«Strano» disse. «A Barcellona ti andava. Sei stata tu a dire di sì, quella notte. Io ti ho solo chiesto. Ricordi?»
«Me l’hai chiesto tu, Paolo.»
«E tu hai detto di sì. E poi sei tornata. Undici volte. Sei tu che ne avevi bisogno, Valeria. Ti ho vista rinascere, lì dentro. Dopo sette anni in cui eri un fantasma.» Fece un passo verso di lei. La voce gli si addolcì. «Io l’ho fatto per te. Solo per te. Non farmi passare per quello che ti ha costretta. Non sarebbe giusto. Dopo tutto quello che abbiamo passato.»
Valeria sentì le parole arrivarle addosso una dopo l’altra, ordinate, precise, come i punti di un’arringa. E sentì qualcosa, dentro di lei, cominciare a piegarsi. Era vero, no? Aveva detto di sì. Era tornata. Aveva goduto. Forse era lei che ne aveva bisogno. Forse lui stava solo cercando di aiutarla, e lei era un’ingrata.
Poi le venne in mente il rumore dell’acqua, dietro la porta del bagno. E il modo in cui lui, ogni volta, sceglieva la data. Non disse niente.
Lui si alzò da tavola, prese il telefono e uscì sul balcone, in maniche di camicia, al freddo. Valeria lo osservò attraverso il vetro. Lo vide guardare lo schermo, scorrere qualcosa con il pollice, poi abbassare la mano lungo il fianco e restare lì, immobile, con la testa china, come uno che ha appena perso un treno.
Tornò dentro venti minuti dopo, con le labbra viola.
«C'è un altro?» le chiese.
Valeria per poco non scoppiò a ridere. Le sembrò una battuta, da parte di un uomo che l'aveva guardata con undici sconosciuti. Poi vide la sua faccia, e smise di sorridere.
«Paolo, ma cosa dici?»
«Qualcuno che non mi hai detto. Qualcuno che vedi da sola.» Si passò una mano sul viso. «Me lo puoi dire. Davvero. Puoi fare quello che vuoi, con chi vuoi. Ma non di nascosto. Non senza di me.»
Era geloso. Lui, proprio lui. Valeria lo guardò e pensò a quanto fosse assurdo, quell'uomo: capace di tollerare otto, dieci, venti estranei nel letto di sua moglie, ma non un segreto. Capace di guardarla godere con chiunque, ma non di accettare che ci fosse una parte di lei che non riusciva a vedere.
E provò per lui una tenerezza infinita, e, sotto, una piccola punta di trionfo. Si accorse di godersi la sua paura. Di volerla far durare ancora un po'. Era una cosa brutta, e lo sapeva, e non riuscì a smettere. Perché per la prima volta in dieci anni era lei a sapere qualcosa che lui non sapeva.
«Non c'è nessun altro» disse. «Fidati. Ancora tre settimane.»
«Tre settimane per cosa?»
Ma lei era già uscita dalla cucina.
Giorgio le diede il via libera un martedì di fine marzo, quasi un anno esatto dopo la telefonata della dottoressa Gatti. Le tolse l'ultimo cerotto, la fece girare davanti allo specchio, controllò le cicatrici, sottili come un capello, nascoste nella piega sotto il seno.
«Ora sono suoi» disse. «Ne faccia quello che vuole.»
Quella sera Valeria tornò a casa prima di Paolo. Spense tutte le luci. Accese le candele che tenevano nel cassetto per i blackout, una decina, e le dispose sul comò, sul davanzale, sul pavimento ai piedi del letto, come avrebbe disposto le luci di un plastico per una presentazione. Fece una doccia lunga. Si mise la vestaglia di seta nera che lui le aveva regalato per il decimo anniversario e che non aveva mai indossato.
Paolo entrò in camera alle otto e un quarto, ancora con la borsa dello studio in mano, e si fermò sulla soglia.
«Cos'è successo?»
«Siediti.»
Lui posò la borsa. Si sedette sul bordo del letto, lentamente, come un uomo che aspetta una diagnosi. Valeria rimase in piedi davanti a lui, nella luce tremolante. Slacciò la cintura della vestaglia e lasciò che la seta le scivolasse dalle spalle fino a terra.
Paolo non disse niente per molto tempo.
La guardava. Il seno nuovo era pieno, alto, con una forma che lei aveva scelto centimetro per centimetro, su un disegno, con il calibro di Giorgio, come una facciata. Non era grande in modo volgare. Era giusto. Era quello che il suo corpo avrebbe dovuto essere se nessuno ci avesse mai messo le mani per ottenere qualcosa.
«Il convegno a Milano» disse lui alla fine.
«Non c'era nessun convegno.»
«E le sei settimane...»
«Non potevo farmi toccare.»
Paolo alzò una mano, come per sfiorarla, e si fermò a qualche centimetro dalla pelle. Lei vide la mano tremare.
«Perché non me l'hai detto?»
«Perché non era per te.» Gli prese la mano e se la posò sul seno sinistro, sul cuore. «Ma il primo sei tu. Questo sì, è per te. Nessuno l'ha ancora toccato. Il primo sei tu.»
Paolo si piegò in avanti e appoggiò la fronte contro il suo ventre, e lei sentì che piangeva. Gli accarezzò la testa. Poi lui le baciò la pancia, piano, dove un anno prima c'erano stati i lividi, e salì, e le prese il seno nelle mani con una delicatezza che lei non gli conosceva, come se tenesse qualcosa di prestato. Le baciò le cicatrici. Le prese in bocca un capezzolo e lei sentì una scossa diversa, più acuta, che le scese fino in fondo alla pancia.
Fu lei a spingerlo indietro sul letto. Gli slacciò la cintura, gli abbassò i pantaloni e lo prese in mano: era già duro, caldo, e le pulsava contro il palmo. Lo guardò negli occhi con un sorriso che lui non le conosceva, il sorriso di una ragazza che ha un segreto e ha deciso di dirlo. Si inginocchiò sul tappeto, tra le sue gambe, nella luce delle candele, e se lo mise tra i seni nuovi, stringendoli con le mani intorno a lui.
Paolo trattenne il fiato.
Valeria cominciò a muoversi piano, su e giù, senza smettere di guardarlo. Con il seno di prima non avrebbe mai potuto farlo, e non ci avrebbe nemmeno pensato: le sarebbe sembrata una cosa ridicola, da film. Adesso era un gioco, e il gioco era suo. Era lei a decidere il ritmo, quando rallentare, quando fermarsi a sfiorargli la punta con le labbra e poi ricominciare. Paolo gemeva con la testa all'indietro, poi tornava a guardarla, come se non riuscisse a credere che fosse lei, sua moglie, quella donna inginocchiata che rideva piano nella penombra.
Lei lo fece durare finché lui non le prese il viso tra le mani e la tirò su, con la voce rotta.
«Vieni qui» disse. «Ti prego. Vieni qui.»
Fecero l'amore lentamente, alla luce delle candele, lui sopra di lei, guardandosi negli occhi. Non succedeva da anni. Lui era tenero, quasi timido, come la prima volta, più di dieci anni prima, nel monolocale di Valeria in via Nizza. Le teneva il viso tra le mani. Lei venne aggrappata alla sua schiena, piangendo un po' anche lei, senza sapere bene perché. Lui venne poco dopo, con un sospiro lunghissimo, e rimase dentro di lei a lungo, senza muoversi, con il viso nascosto nel suo collo.
Valeria pensò che fosse la cosa più vicina all'amore che avessero fatto da sette anni.
Poi Paolo si sollevò su un gomito. Le candele si stavano consumando, e nella luce più bassa la sua faccia era tutta ombre.
«Quando torniamo al club?» chiese.
Lo chiese subito. Troppo in fretta. Con la stessa voce del non è colpa tua, sul marciapiede di via della Rocca, un anno prima.
Valeria lo guardò. Qualcosa, in fondo allo stomaco, si mosse, come un animale che si sveglia.
«Sabato» disse. Secca.
Lui annuì. Le baciò la fronte. Poi si alzò, nudo, e andò in bagno, e lei sentì, attraverso la porta socchiusa, il tocco leggero delle sue dita sullo schermo del telefono.
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