Lo spettatore (2): Le Langhe
scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 13 min
di
b_bull_and_master
genere
Sentimentali, Tradimenti, Voyeur
cura
A+
Le regole le scrisse Paolo, la sera in cui tornarono da Barcellona, su un foglio a quadretti strappato da un blocco dello studio. Le scrisse con la stessa calligrafia ordinata con cui redigeva i contratti, e Valeria rise, dicendo che sembravano le clausole di un preliminare di compravendita.
Niente baci sulla bocca. Niente numeri di telefono. Niente nomi veri. Niente preservativo. Decido io quando.
Lei si fermò sulla quarta riga. Lo guardò. Paolo sostenne lo sguardo con la faccia che usava in udienza, quella che non diceva niente.
«Tanto» disse soltanto, e alzò le spalle.
Valeria abbassò gli occhi e non chiese altro. Paolo lo sapeva, che non avrebbe chiesto: sapeva esattamente dove le faceva male quella parola, e l'aveva usata apposta. Se ne vergognò per tutta la sera. Ma non riscrisse il foglio.
A Valeria raccontò che il club glielo aveva indicato un cliente, senza saperlo: un costruttore di Chieri che, dopo il terzo bicchiere a una cena di lavoro, gli aveva parlato di una villa liberty sulla collina, dietro corso Moncalieri, dove «la gente perbene di Torino va a fare la gente per male». Glielo raccontò ridendo, come si racconta una barzelletta. Il sabato dopo ce la portò.
Era quasi vero. Il costruttore esisteva, e anche la cena. Solo che l'indirizzo, Paolo, lo conosceva già.
Ci era andato per la prima volta da solo, un giovedì di novembre, un anno e mezzo prima di Barcellona. La sera del terzo transfer negativo. Valeria dormiva, stordita dalle lacrime e da mezza pastiglia di Xanax, e lui era uscito senza sapere dove andare, aveva guidato per un'ora e si era ritrovato davanti a quel cancello per caso, o quasi. Era entrato. Si era seduto in un angolo con un bicchiere in mano e aveva guardato. Una coppia sul divano, poi un'altra. Corpi che si prendevano senza chiedersi niente, senza aspettare niente, senza nessun esito da ritirare il martedì in un laboratorio.
Per la prima volta da anni non gli aveva fatto male niente.
A metà serata qualcuno gli si era seduto accanto, sul divano, nella penombra. Una donna. Di lei, quella prima volta, ricordò soprattutto le mani, curate, ferme sul bicchiere, e un profumo che non sapeva nominare. Aveva guardato per un po' quello che guardava lui. Poi aveva detto, senza voltarsi: «Lei guarda come uno che ha perso qualcosa.»
Paolo non le aveva raccontato niente, né quella sera né dopo. Lei aveva capito lo stesso.
Fu lì, in quell'angolo, nei mesi successivi, che cominciò a pensare a una cosa che non avrebbe mai detto a nessuno. Non gli venne tutta in una volta: si formò piano, come si forma il ghiaccio su una pozzanghera, una notte dopo l'altra. Quando arrivarono a Barcellona era già lì, intera, sotto la superficie.
Si raccontava che lo faceva per lei. Certe notti ci credeva.
Da marzo a ottobre ci tornarono undici volte.
Le prime volte Paolo si sedeva sulla poltrona, come a Barcellona, a due metri dal letto. Vedeva tutto: le mani degli uomini sulla pelle di sua moglie, la bocca di lei che si apriva, le sue dita che si stringevano sulle lenzuola. Sentiva l'odore. Gli uomini, a volte, lo guardavano, per cercare un permesso o per vantarsi. Valeria no: Valeria guardava solo lui, ogni volta, fino alla fine.
A giugno la poltrona diventò una sedia vicino alla porta. Fu lei a chiederglielo, ridendo, in macchina: «Mi metti in imbarazzo, così vicino. Mi sembra di essere in tribunale.» A settembre la sedia sparì, e Paolo rimase in piedi sulla soglia, con la porta socchiusa, appoggiato allo stipite.
E intanto Valeria cambiava. Paolo la guardava cambiare come si guarda un'alba: non si vede il momento in cui succede, ma a un certo punto è giorno. Aveva smesso di chiedergli il permesso con gli occhi prima di salire le scale. Sceglieva lei gli uomini, e non erano mai quelli che avrebbe scelto lui. Dormiva meglio. Rideva di più. A cena, il martedì, gli raccontava del cantiere di Chivasso con una voce che lui non le sentiva da anni.
Era quello che voleva. Era esattamente quello che voleva.
Ogni volta che ci pensava, si sentiva morire.
L'invito per le Langhe arrivò a fine ottobre, su un cartoncino color crema senza intestazione, infilato sotto il tergicristallo della macchina di Valeria fuori dal club. Una villa tra i vigneti sopra Barolo, una festa privata, venti invitati. Due date possibili: il sabato quindici o il sabato ventidue di novembre.
Valeria glielo mostrò a colazione, con gli occhi accesi.
«Il quindici» disse. «Il ventidue ho il sopralluogo a Chivasso, il lunedì dopo, e voglio arrivarci riposata.»
Paolo prese il cartoncino. Finse di leggerlo. Poi prese il telefono dalla tasca della vestaglia, aprì un'applicazione che teneva nell'ultima schermata, in una cartella che si chiamava Lavoro, e guardò una colonna di piccoli numeri colorati. Lo fece in fretta, con il pollice, come si controlla il meteo.
«Il ventidue» disse.
«Ti ho appena detto che il ventidue...»
«Il quindici ho la conciliazione con la Fondiaria. Non posso spostarla.»
Non era vero. La conciliazione era il diciotto. Ma Valeria non controllava mai la sua agenda, e lui lo sapeva, come sapeva molte altre cose di lei che lei ignorava di sapere su se stessa. Lei sbuffò, poi sorrise, poi gli diede un bacio sulla tempia.
«Va bene. Il ventidue. Ma decido io tutto il resto.»
Era la prima volta che lo diceva ad alta voce.
La sera del ventidue la nebbia saliva dai fondovalle come latte versato. Paolo guidò per un'ora e mezza con i fendinebbia accesi, e Valeria, accanto a lui, si truccò allo specchietto, cantando a bassa voce una canzone alla radio che lui non conosceva. Portava un vestito di lana grigia, aderente, e un cappotto lungo. Sotto, glielo aveva fatto vedere in camera prima di uscire, niente.
La villa era una cascina restaurata da un architetto milanese che Valeria disprezzò in silenzio fin dal cancello: troppo vetro, troppo acciaio, troppo design per una casa tra le vigne. Il soggiorno era un'unica stanza enorme, con una vetrata alta sei metri che dava su un terrazzo di pietra, e oltre il terrazzo il buio e la nebbia, e da qualche parte, sotto, le colline.
I padroni di casa erano una coppia di Alba sulla cinquantina: lui notaio, lei, Ludovica, con la voce roca e un anello con uno smeraldo grande come un'unghia. Accolsero Valeria con due baci. A Paolo, Ludovica tese la mano.
«Avvocato» disse.
La stretta durò mezzo secondo più del necessario, e gli lasciò sulle dita un profumo che non avrebbe saputo nominare, ma che avrebbe riconosciuto al buio. Nessuno, quella sera, le aveva detto che lui facesse l'avvocato. Ma Valeria era già nel soggiorno, con il cappotto sul braccio, a giudicare la vetrata, e non se ne accorse. Paolo era abituato a essere accolto così, con una mano invece che con due baci: nei posti come quello, i mariti come lui erano un accessorio.
Valeria si muoveva in quella stanza come se fosse sua. Parlava con tutti. Rideva con la testa all'indietro. Paolo la osservava da un angolo vicino al camino, con un bicchiere di Barolo in mano, e vedeva gli uomini guardarla: due in particolare, un ragazzo alto con i capelli rasati, che non poteva avere più di trent'anni, e un uomo sui cinquanta con le spalle larghe e le mani grandi. Valeria li guardava a turno, e Paolo capì prima di lei che aveva già scelto. Tutti e due.
Non era nelle regole. Non era mai successo.
Alle undici, lei attraversò la stanza, gli prese il bicchiere dalle mani e ne bevve un sorso.
«Stasera non entri» disse.
«Puoi guardare» aggiunse Valeria, e gli restituì il bicchiere. «Ma da fuori.»
La camera era in fondo al corridoio di vetro, l'ultima della cascina, e dava sul terrazzo con una parete trasparente dal pavimento al soffitto. Il letto, basso e bianco, stava proprio davanti al vetro, come in una vetrina. Il notaio di Alba gliela indicò con un sorriso complice. «La chiamiamo l'acquario» disse.
Paolo uscì sul terrazzo da una porta laterale. Aveva lasciato il cappotto all'ingresso e non tornò a prenderlo. Fuori c'erano forse due gradi. La nebbia era così fitta che le luci della villa diventavano aloni gialli e il buio oltre la balaustra sembrava solido. Si mise in un angolo, a tre metri dalla vetrata, nel punto in cui la luce della camera non arrivava. Da lì lui vedeva tutto, e lei, se avesse voluto, poteva vedere lui.
Lei entrò per prima. Poi il ragazzo con i capelli rasati, poi l'uomo dalle mani grandi, che chiuse la porta.
Paolo non sentiva niente. Era questo che non aveva previsto. Il vetro era spesso, doppio, e la nebbia mangiava ogni rumore: la scena si svolgeva in un silenzio perfetto, come un film muto, come un acquario davvero.
Vide il ragazzo slacciarle il vestito sulla schiena. Vide la lana grigia scivolare a terra e il corpo di Valeria, nudo, nella luce calda della lampada: i fianchi tornati sottili, la pancia piatta e liscia, senza più un livido. Vide l'uomo più anziano inginocchiarsi davanti a lei e affondarle la faccia tra le gambe, e il ragazzo, dietro, prenderle i seni nelle mani e baciarle il collo. Vide la bocca di Valeria aprirsi in un grido che non arrivò.
E lei lo cercò. Girò la testa verso il vetro, verso l'angolo buio dove lui stava, e lo trovò. Lo guardò dritto negli occhi, come a Barcellona, come le prime volte al club. Paolo sentì il cuore salirgli in gola. Si avvicinò di un passo.
Poi lei chiuse gli occhi. E quando li riaprì, non lo guardò più.
La portarono sul letto. Paolo vide tutto, ogni cosa, nel silenzio e nel freddo. La vide salire a cavalcioni sul ragazzo e muoversi su di lui lentamente, con le mani appoggiate al suo petto, mentre l'altro uomo le stava in piedi accanto e lei lo prendeva in bocca. La vide cambiare posizione, ridere, dire qualcosa che li fece ridere entrambi. Vide l'uomo più anziano prenderla da dietro, tenendola per i fianchi, e lei inarcarsi e piantare le unghie nel lenzuolo. Vide il suo orgasmo dal modo in cui le si irrigidivano i piedi. Ne vide un altro. Poi un altro ancora.
Non si voltò verso il vetro una sola volta.
Paolo cominciò a tremare. Si disse che era il freddo, e in parte era vero: aveva le mani viola e non sentiva più le orecchie. Ma non riusciva ad andarsene. Non riusciva nemmeno ad avvicinarsi. Era eccitato in un modo che gli faceva male, e quell'eccitazione era inseparabile da una disperazione che non aveva mai provato, nemmeno davanti alla prima beta negativa, nemmeno davanti alla quarta. Sua moglie stava godendo più di quanto avesse mai goduto con lui, a tre metri da lui, e lui non esisteva.
Guardò l'orologio. Era quasi mezzanotte. Pensò, senza volerlo, che era la sera giusta.
Poi scacciò il pensiero, come si scaccia una mosca, e tornò a guardare.
Quando i due uomini vennero, uno dopo l'altro, dentro di lei, Paolo chiuse gli occhi. Esattamente come a Barcellona. Rimase così, con gli occhi chiusi e le labbra strette, nella nebbia, finché non sentì una mano sulla spalla.
Era la moglie del notaio, con il suo cappotto in mano.
«Lo metta» disse, con la sua voce roca. «Ne ho visti tanti, di uomini come lei, su questo terrazzo. Nessuno ha mai preso una polmonite per amore. Non cominci lei.»
Gli appoggiò il cappotto sulle spalle. Poi, prima di rientrare, gli sfiorò la guancia con il dorso della mano, un gesto rapido, quasi distratto, che si poteva scambiare per pietà.
«E martedì si copra di più» disse.
Rientrò. Paolo rimase sul terrazzo, con il cappotto sulle spalle e la guancia che gli bruciava più delle orecchie.
Valeria si addormentò in macchina prima di Bra, con la testa contro il finestrino e il cappotto tirato fino al mento. Paolo guidò nella nebbia per un'ora e mezza senza accendere la radio. Ogni tanto la guardava. Aveva un'espressione che lui non le aveva mai visto addosso, nemmeno da ragazza, nemmeno nelle foto del viaggio di nozze: serena. Come una bambina dopo una giornata al mare.
A casa la mise a letto quasi in braccio. Lei mormorò qualcosa, forse il suo nome, forse no, e si girò sul fianco.
Paolo non andò a letto.
Andò nello studio di casa, la stanza piccola in fondo al corridoio che usava per lavorare la sera, con le pareti tappezzate di codici e di faldoni. Non accese la luce grande. Accese solo la lampada da tavolo, quella con il paralume verde che era stata di suo padre, e si sedette alla scrivania.
Il terzo cassetto a destra era chiuso a chiave. La chiave stava in una scatola di fiammiferi svedesi vuota, nel portapenne, in mezzo alle matite. Valeria non toccava mai la sua scrivania: diceva che il disordine di un avvocato era come la borsetta di una donna, una cosa sacra.
Dentro il cassetto c'era una cartellina di cartoncino azzurro, con gli angoli consumati.
Paolo la aprì. In cima, piegata in quattro, c'era una busta bianca con il logo di un laboratorio di analisi di corso Francia, ingiallita sulle pieghe. Non la aprì. Non la apriva da anni. Non ne aveva bisogno: sapeva a memoria ogni parola che c'era scritta dentro, ogni valore, ogni asterisco, e soprattutto la data, una mattina di febbraio di quasi sette anni prima.
Sotto la busta c'era un foglio a quadretti, scritto con la sua calligrafia ordinata. Una colonna di date, una sotto l'altra, cominciava a marzo. Accanto a ognuna, un nome di città o di posto: Barcellona. Club. Club. Club. E accanto a qualcuna, non a tutte, un piccolo segno a matita, una croce minuscola.
Paolo prese la penna. In fondo alla colonna scrisse: 22 novembre. Barolo. Poi, dopo un istante di esitazione, la crocetta.
Guardò il foglio a lungo. Poi tirò fuori il telefono, aprì l'applicazione nella cartella Lavoro, scorse il calendario fino a una data di dicembre e la fissò, contando sottovoce, muovendo appena le labbra.
Quattordici giorni.
Il telefono gli vibrò in mano. Un messaggio, da un numero salvato in rubrica come Fondiaria.
Arrivati?
Paolo rispose: Sì. Grazie per il cappotto. Poi cancellò tutta la conversazione, come faceva ogni volta.
Richiuse la cartellina, il cassetto, la scatola di fiammiferi. Spense la lampada. Rimase seduto nel buio, con le mani sulle ginocchia, finché non sentì, dalla camera in fondo al corridoio, il respiro di sua moglie farsi più profondo, regolare, tranquillo.
Allora, per la prima volta dopo molti anni, Paolo pianse. Senza rumore, come aveva imparato a fare tutto il resto.
Niente baci sulla bocca. Niente numeri di telefono. Niente nomi veri. Niente preservativo. Decido io quando.
Lei si fermò sulla quarta riga. Lo guardò. Paolo sostenne lo sguardo con la faccia che usava in udienza, quella che non diceva niente.
«Tanto» disse soltanto, e alzò le spalle.
Valeria abbassò gli occhi e non chiese altro. Paolo lo sapeva, che non avrebbe chiesto: sapeva esattamente dove le faceva male quella parola, e l'aveva usata apposta. Se ne vergognò per tutta la sera. Ma non riscrisse il foglio.
A Valeria raccontò che il club glielo aveva indicato un cliente, senza saperlo: un costruttore di Chieri che, dopo il terzo bicchiere a una cena di lavoro, gli aveva parlato di una villa liberty sulla collina, dietro corso Moncalieri, dove «la gente perbene di Torino va a fare la gente per male». Glielo raccontò ridendo, come si racconta una barzelletta. Il sabato dopo ce la portò.
Era quasi vero. Il costruttore esisteva, e anche la cena. Solo che l'indirizzo, Paolo, lo conosceva già.
Ci era andato per la prima volta da solo, un giovedì di novembre, un anno e mezzo prima di Barcellona. La sera del terzo transfer negativo. Valeria dormiva, stordita dalle lacrime e da mezza pastiglia di Xanax, e lui era uscito senza sapere dove andare, aveva guidato per un'ora e si era ritrovato davanti a quel cancello per caso, o quasi. Era entrato. Si era seduto in un angolo con un bicchiere in mano e aveva guardato. Una coppia sul divano, poi un'altra. Corpi che si prendevano senza chiedersi niente, senza aspettare niente, senza nessun esito da ritirare il martedì in un laboratorio.
Per la prima volta da anni non gli aveva fatto male niente.
A metà serata qualcuno gli si era seduto accanto, sul divano, nella penombra. Una donna. Di lei, quella prima volta, ricordò soprattutto le mani, curate, ferme sul bicchiere, e un profumo che non sapeva nominare. Aveva guardato per un po' quello che guardava lui. Poi aveva detto, senza voltarsi: «Lei guarda come uno che ha perso qualcosa.»
Paolo non le aveva raccontato niente, né quella sera né dopo. Lei aveva capito lo stesso.
Fu lì, in quell'angolo, nei mesi successivi, che cominciò a pensare a una cosa che non avrebbe mai detto a nessuno. Non gli venne tutta in una volta: si formò piano, come si forma il ghiaccio su una pozzanghera, una notte dopo l'altra. Quando arrivarono a Barcellona era già lì, intera, sotto la superficie.
Si raccontava che lo faceva per lei. Certe notti ci credeva.
Da marzo a ottobre ci tornarono undici volte.
Le prime volte Paolo si sedeva sulla poltrona, come a Barcellona, a due metri dal letto. Vedeva tutto: le mani degli uomini sulla pelle di sua moglie, la bocca di lei che si apriva, le sue dita che si stringevano sulle lenzuola. Sentiva l'odore. Gli uomini, a volte, lo guardavano, per cercare un permesso o per vantarsi. Valeria no: Valeria guardava solo lui, ogni volta, fino alla fine.
A giugno la poltrona diventò una sedia vicino alla porta. Fu lei a chiederglielo, ridendo, in macchina: «Mi metti in imbarazzo, così vicino. Mi sembra di essere in tribunale.» A settembre la sedia sparì, e Paolo rimase in piedi sulla soglia, con la porta socchiusa, appoggiato allo stipite.
E intanto Valeria cambiava. Paolo la guardava cambiare come si guarda un'alba: non si vede il momento in cui succede, ma a un certo punto è giorno. Aveva smesso di chiedergli il permesso con gli occhi prima di salire le scale. Sceglieva lei gli uomini, e non erano mai quelli che avrebbe scelto lui. Dormiva meglio. Rideva di più. A cena, il martedì, gli raccontava del cantiere di Chivasso con una voce che lui non le sentiva da anni.
Era quello che voleva. Era esattamente quello che voleva.
Ogni volta che ci pensava, si sentiva morire.
L'invito per le Langhe arrivò a fine ottobre, su un cartoncino color crema senza intestazione, infilato sotto il tergicristallo della macchina di Valeria fuori dal club. Una villa tra i vigneti sopra Barolo, una festa privata, venti invitati. Due date possibili: il sabato quindici o il sabato ventidue di novembre.
Valeria glielo mostrò a colazione, con gli occhi accesi.
«Il quindici» disse. «Il ventidue ho il sopralluogo a Chivasso, il lunedì dopo, e voglio arrivarci riposata.»
Paolo prese il cartoncino. Finse di leggerlo. Poi prese il telefono dalla tasca della vestaglia, aprì un'applicazione che teneva nell'ultima schermata, in una cartella che si chiamava Lavoro, e guardò una colonna di piccoli numeri colorati. Lo fece in fretta, con il pollice, come si controlla il meteo.
«Il ventidue» disse.
«Ti ho appena detto che il ventidue...»
«Il quindici ho la conciliazione con la Fondiaria. Non posso spostarla.»
Non era vero. La conciliazione era il diciotto. Ma Valeria non controllava mai la sua agenda, e lui lo sapeva, come sapeva molte altre cose di lei che lei ignorava di sapere su se stessa. Lei sbuffò, poi sorrise, poi gli diede un bacio sulla tempia.
«Va bene. Il ventidue. Ma decido io tutto il resto.»
Era la prima volta che lo diceva ad alta voce.
La sera del ventidue la nebbia saliva dai fondovalle come latte versato. Paolo guidò per un'ora e mezza con i fendinebbia accesi, e Valeria, accanto a lui, si truccò allo specchietto, cantando a bassa voce una canzone alla radio che lui non conosceva. Portava un vestito di lana grigia, aderente, e un cappotto lungo. Sotto, glielo aveva fatto vedere in camera prima di uscire, niente.
La villa era una cascina restaurata da un architetto milanese che Valeria disprezzò in silenzio fin dal cancello: troppo vetro, troppo acciaio, troppo design per una casa tra le vigne. Il soggiorno era un'unica stanza enorme, con una vetrata alta sei metri che dava su un terrazzo di pietra, e oltre il terrazzo il buio e la nebbia, e da qualche parte, sotto, le colline.
I padroni di casa erano una coppia di Alba sulla cinquantina: lui notaio, lei, Ludovica, con la voce roca e un anello con uno smeraldo grande come un'unghia. Accolsero Valeria con due baci. A Paolo, Ludovica tese la mano.
«Avvocato» disse.
La stretta durò mezzo secondo più del necessario, e gli lasciò sulle dita un profumo che non avrebbe saputo nominare, ma che avrebbe riconosciuto al buio. Nessuno, quella sera, le aveva detto che lui facesse l'avvocato. Ma Valeria era già nel soggiorno, con il cappotto sul braccio, a giudicare la vetrata, e non se ne accorse. Paolo era abituato a essere accolto così, con una mano invece che con due baci: nei posti come quello, i mariti come lui erano un accessorio.
Valeria si muoveva in quella stanza come se fosse sua. Parlava con tutti. Rideva con la testa all'indietro. Paolo la osservava da un angolo vicino al camino, con un bicchiere di Barolo in mano, e vedeva gli uomini guardarla: due in particolare, un ragazzo alto con i capelli rasati, che non poteva avere più di trent'anni, e un uomo sui cinquanta con le spalle larghe e le mani grandi. Valeria li guardava a turno, e Paolo capì prima di lei che aveva già scelto. Tutti e due.
Non era nelle regole. Non era mai successo.
Alle undici, lei attraversò la stanza, gli prese il bicchiere dalle mani e ne bevve un sorso.
«Stasera non entri» disse.
«Puoi guardare» aggiunse Valeria, e gli restituì il bicchiere. «Ma da fuori.»
La camera era in fondo al corridoio di vetro, l'ultima della cascina, e dava sul terrazzo con una parete trasparente dal pavimento al soffitto. Il letto, basso e bianco, stava proprio davanti al vetro, come in una vetrina. Il notaio di Alba gliela indicò con un sorriso complice. «La chiamiamo l'acquario» disse.
Paolo uscì sul terrazzo da una porta laterale. Aveva lasciato il cappotto all'ingresso e non tornò a prenderlo. Fuori c'erano forse due gradi. La nebbia era così fitta che le luci della villa diventavano aloni gialli e il buio oltre la balaustra sembrava solido. Si mise in un angolo, a tre metri dalla vetrata, nel punto in cui la luce della camera non arrivava. Da lì lui vedeva tutto, e lei, se avesse voluto, poteva vedere lui.
Lei entrò per prima. Poi il ragazzo con i capelli rasati, poi l'uomo dalle mani grandi, che chiuse la porta.
Paolo non sentiva niente. Era questo che non aveva previsto. Il vetro era spesso, doppio, e la nebbia mangiava ogni rumore: la scena si svolgeva in un silenzio perfetto, come un film muto, come un acquario davvero.
Vide il ragazzo slacciarle il vestito sulla schiena. Vide la lana grigia scivolare a terra e il corpo di Valeria, nudo, nella luce calda della lampada: i fianchi tornati sottili, la pancia piatta e liscia, senza più un livido. Vide l'uomo più anziano inginocchiarsi davanti a lei e affondarle la faccia tra le gambe, e il ragazzo, dietro, prenderle i seni nelle mani e baciarle il collo. Vide la bocca di Valeria aprirsi in un grido che non arrivò.
E lei lo cercò. Girò la testa verso il vetro, verso l'angolo buio dove lui stava, e lo trovò. Lo guardò dritto negli occhi, come a Barcellona, come le prime volte al club. Paolo sentì il cuore salirgli in gola. Si avvicinò di un passo.
Poi lei chiuse gli occhi. E quando li riaprì, non lo guardò più.
La portarono sul letto. Paolo vide tutto, ogni cosa, nel silenzio e nel freddo. La vide salire a cavalcioni sul ragazzo e muoversi su di lui lentamente, con le mani appoggiate al suo petto, mentre l'altro uomo le stava in piedi accanto e lei lo prendeva in bocca. La vide cambiare posizione, ridere, dire qualcosa che li fece ridere entrambi. Vide l'uomo più anziano prenderla da dietro, tenendola per i fianchi, e lei inarcarsi e piantare le unghie nel lenzuolo. Vide il suo orgasmo dal modo in cui le si irrigidivano i piedi. Ne vide un altro. Poi un altro ancora.
Non si voltò verso il vetro una sola volta.
Paolo cominciò a tremare. Si disse che era il freddo, e in parte era vero: aveva le mani viola e non sentiva più le orecchie. Ma non riusciva ad andarsene. Non riusciva nemmeno ad avvicinarsi. Era eccitato in un modo che gli faceva male, e quell'eccitazione era inseparabile da una disperazione che non aveva mai provato, nemmeno davanti alla prima beta negativa, nemmeno davanti alla quarta. Sua moglie stava godendo più di quanto avesse mai goduto con lui, a tre metri da lui, e lui non esisteva.
Guardò l'orologio. Era quasi mezzanotte. Pensò, senza volerlo, che era la sera giusta.
Poi scacciò il pensiero, come si scaccia una mosca, e tornò a guardare.
Quando i due uomini vennero, uno dopo l'altro, dentro di lei, Paolo chiuse gli occhi. Esattamente come a Barcellona. Rimase così, con gli occhi chiusi e le labbra strette, nella nebbia, finché non sentì una mano sulla spalla.
Era la moglie del notaio, con il suo cappotto in mano.
«Lo metta» disse, con la sua voce roca. «Ne ho visti tanti, di uomini come lei, su questo terrazzo. Nessuno ha mai preso una polmonite per amore. Non cominci lei.»
Gli appoggiò il cappotto sulle spalle. Poi, prima di rientrare, gli sfiorò la guancia con il dorso della mano, un gesto rapido, quasi distratto, che si poteva scambiare per pietà.
«E martedì si copra di più» disse.
Rientrò. Paolo rimase sul terrazzo, con il cappotto sulle spalle e la guancia che gli bruciava più delle orecchie.
Valeria si addormentò in macchina prima di Bra, con la testa contro il finestrino e il cappotto tirato fino al mento. Paolo guidò nella nebbia per un'ora e mezza senza accendere la radio. Ogni tanto la guardava. Aveva un'espressione che lui non le aveva mai visto addosso, nemmeno da ragazza, nemmeno nelle foto del viaggio di nozze: serena. Come una bambina dopo una giornata al mare.
A casa la mise a letto quasi in braccio. Lei mormorò qualcosa, forse il suo nome, forse no, e si girò sul fianco.
Paolo non andò a letto.
Andò nello studio di casa, la stanza piccola in fondo al corridoio che usava per lavorare la sera, con le pareti tappezzate di codici e di faldoni. Non accese la luce grande. Accese solo la lampada da tavolo, quella con il paralume verde che era stata di suo padre, e si sedette alla scrivania.
Il terzo cassetto a destra era chiuso a chiave. La chiave stava in una scatola di fiammiferi svedesi vuota, nel portapenne, in mezzo alle matite. Valeria non toccava mai la sua scrivania: diceva che il disordine di un avvocato era come la borsetta di una donna, una cosa sacra.
Dentro il cassetto c'era una cartellina di cartoncino azzurro, con gli angoli consumati.
Paolo la aprì. In cima, piegata in quattro, c'era una busta bianca con il logo di un laboratorio di analisi di corso Francia, ingiallita sulle pieghe. Non la aprì. Non la apriva da anni. Non ne aveva bisogno: sapeva a memoria ogni parola che c'era scritta dentro, ogni valore, ogni asterisco, e soprattutto la data, una mattina di febbraio di quasi sette anni prima.
Sotto la busta c'era un foglio a quadretti, scritto con la sua calligrafia ordinata. Una colonna di date, una sotto l'altra, cominciava a marzo. Accanto a ognuna, un nome di città o di posto: Barcellona. Club. Club. Club. E accanto a qualcuna, non a tutte, un piccolo segno a matita, una croce minuscola.
Paolo prese la penna. In fondo alla colonna scrisse: 22 novembre. Barolo. Poi, dopo un istante di esitazione, la crocetta.
Guardò il foglio a lungo. Poi tirò fuori il telefono, aprì l'applicazione nella cartella Lavoro, scorse il calendario fino a una data di dicembre e la fissò, contando sottovoce, muovendo appena le labbra.
Quattordici giorni.
Il telefono gli vibrò in mano. Un messaggio, da un numero salvato in rubrica come Fondiaria.
Arrivati?
Paolo rispose: Sì. Grazie per il cappotto. Poi cancellò tutta la conversazione, come faceva ogni volta.
Richiuse la cartellina, il cassetto, la scatola di fiammiferi. Spense la lampada. Rimase seduto nel buio, con le mani sulle ginocchia, finché non sentì, dalla camera in fondo al corridoio, il respiro di sua moglie farsi più profondo, regolare, tranquillo.
Allora, per la prima volta dopo molti anni, Paolo pianse. Senza rumore, come aveva imparato a fare tutto il resto.
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