Bella
scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 10 min
di
b_bull_and_master
genere
Tradimenti
cura
A−
Ore 5:09. Scrivo ad un amico mai visto. Risponde. E chiacchierando penso a LEI. Letizia
Non voglio. Mi fa' male. Ma il suo ricordo mi fa' male. Cazzo.
Chiacchierando si fanno le 8... Apro il Mac... e tra una cosa e l'altra, le mie mani iniziano a scrivere.
Da sole.
(Marika, non mi rispondere alle 5:09 di mattina ;) )
Bella
Suonò alle undici e quaranta di un giovedì di settembre, due giorni prima del suo matrimonio.
Andrea lo seppe prima di aprire. Lo seppe dal modo in cui suonava: due colpi brevi e uno lungo, come quando tornava dal lavoro e aveva le mani piene di borse. Per sei anni aveva suonato così. Per un anno non aveva suonato più.
Aprì la porta in maglietta e pantaloni della tuta, con una birra calda in mano e la televisione accesa su un film che non stava guardando.
Giada era sul pianerottolo. Aveva il vestito rosso.
Quello di Taormina. Quello che le aveva comprato in una boutique sul corso, il terzo anno, spendendo metà dello stipendio, perché lei si era fermata davanti alla vetrina e aveva detto guarda che bello con una voce da bambina. Quello che le stava addosso come una seconda pelle, scollato sulla schiena fino all’osso sacro, che lui le aveva tolto in una stanza d’albergo con il mare sotto la finestra e i gabbiani che urlavano. Quello che lei aveva portato via, un anno prima, insieme a tutto il resto, in tre valigie e un pomeriggio.
«Ciao» disse lei.
Andrea non rispose. La guardò. Era più magra. Si era tagliata i capelli. Aveva un anello al dito, con una pietra grande come un’unghia, che non aveva mai visto e che lui non avrebbe mai potuto permettersi. Il dentista di Bergamo, pensò. Il dentista con la villa a Città Alta e la barca a Lovere. Sabato alle undici, in Sant’Alessandro. Lo sapeva tutta la città.
«Cosa vuoi?»
«Entrare.»
«Perché?»
Giada si appoggiò allo stipite. Lo guardò dal basso, con quegli occhi verdi che gli avevano fatto perdere la testa a trentotto anni, in un bar di via Paleocapa, e che non avevano mai smesso di sapere esattamente cosa stavano facendo.
«Perché sabato mi sposo» disse. «E prima voglio un’ultima volta. Con te.»
Lui rise. Una risata brutta, senza fiato.
«Vattene, Giada.»
«No.»
Non si mosse. Rimase lì, sul pianerottolo, con il vestito rosso e l’anello del dentista, e aspettò. Andrea sapeva che poteva chiuderle la porta in faccia. Sapeva che doveva farlo. Sapeva che se non lo faceva, domani non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio.
Si spostò di lato.
Lei entrò passandogli accanto, così vicina che lui sentì il suo profumo. Non era più quello di prima. Era un profumo nuovo, costoso, che non conosceva. Anche quello, pensò, gliel’aveva comprato un altro.
Non si spogliò. Si sedette sul bracciolo del divano, accavallò le gambe, e il vestito le salì fino a metà coscia. Si guardò intorno: i piatti nel lavello, le bottiglie vuote sul tavolo, la sua foto ancora attaccata al frigorifero con la calamita della Sicilia.
«Non l’hai tolta» disse.
«Non ho avuto tempo.»
«Un anno.»
«Non ho avuto tempo» ripeté lui.
Giada sorrise. Si alzò, andò al frigorifero, staccò la foto e la guardò. Erano loro due a Taormina, abbronzati, ridenti, lei con quel vestito. La strappò in due, piano, guardandolo negli occhi. Poi in quattro. Poi lasciò cadere i pezzi sul pavimento.
«Così non ci pensi più» disse.
Andrea le fu addosso prima di decidere di farlo. La prese per le braccia e la sbatté contro il frigorifero, e le calamite caddero a terra con un rumore di grandine. Lei non si spaventò. Rise. Gli mise le mani sul petto, non per respingerlo: per sentirgli il cuore.
«Ecco» disse. «Ecco. Così. Lui non lo fa mai. Lui chiede sempre il permesso.»
«Allora vai da lui.»
«Ci vado sabato. Stanotte voglio questo.» Gli prese la mano e se la portò sotto il vestito, tra le cosce. Non portava niente. Era bagnata. «Lo vedi? Sono venuta in macchina da Bergamo così. Pensando a te che mi sbattevi contro un muro.»
Lui la baciò. Non era un bacio: era un morso. Lei glielo restituì, più forte, fino a fargli sanguinare il labbro. Le strappò il vestito dalla schiena, e la seta si aprì con un rumore secco, e lei rise ancora, con la bocca sporca del suo sangue.
«Il vestito di Taormina» disse lei. «Me l’hai strappato. Che peccato.»
La portò sul tavolo della cucina, spazzando via con il braccio le bottiglie vuote, che si ruppero sul pavimento. La girò, la piegò sul legno, le alzò quello che restava del vestito sui fianchi. Lei allargò le gambe, si aggrappò al bordo del tavolo, girò la testa per guardarlo da sopra la spalla.
«Fammela pagare» disse. «Dai. È per questo che sono qui.»
La prese da dietro, con un colpo solo, tenendola per i fianchi, e lei gridò, e il grido si trasformò in una risata, e poi in un gemito lungo. La prese con tutta la rabbia di un anno. Di notti sul divano con la televisione accesa. Di messaggi scritti e cancellati. Di lei vista per caso in centro, a braccetto con un uomo in giacca blu, un sabato di marzo. Lei spingeva indietro contro di lui, a ogni colpo, e gli diceva di più, più forte, e lui gliene dava di più.
E intanto lei parlava.
«Lui ce l’ha più piccolo» diceva, ansimando. «Molto più piccolo. Ma ha una barca. E una casa con la piscina. E non mi fa mai domande. Mai. Non vuole sapere dove vado, con chi, perché. Non gli interessa. Capisci? Non gli interessa niente di me. È perfetto.»
Andrea le prese i capelli in un pugno e le tirò indietro la testa. Lei gemette più forte. Gli piaceva, e lui lo sapeva, e lei sapeva che lui lo sapeva.
«Stai zitta.»
«No.» Rideva, con la guancia schiacciata sul tavolo. «Sabato mi metto un vestito bianco da quattromila euro e dico sì a un uomo che non amo. E tu sarai qui, su questo divano, con una birra calda in mano. Ed è per questo che stanotte sono venuta qui. Perché è l’ultima volta che qualcuno mi guarda come mi guardi tu.»
Fu in quel momento che lui ebbe voglia di farle male. Male davvero. Non quello che lei gli chiedeva, non il gioco del tavolo e dei capelli. Male come lei ne aveva fatto a lui, un pomeriggio di settembre, con tre valigie e un biglietto sul frigorifero. Ci pensò per un secondo, con la mano stretta nei suoi capelli e il cuore che gli scoppiava nelle tempie. Un secondo lungo.
Poi aprì la mano. La lasciò andare.
La girò verso di sé, la sollevò sul tavolo, le prese il viso tra le mani. E la guardò mentre la prendeva, lentamente adesso, dritto negli occhi, senza dire niente. Lei smise di ridere. Smise di parlare. Il sorriso le si sciolse sulla faccia come neve sul cofano di una macchina.
«Non guardarmi così» disse, piano.
«È così che ti guardo» disse lui. «Te lo ricordi? È per questo che sei venuta.»
Lei chiuse gli occhi. Lui le aprì le palpebre con il pollice, delicatamente, e lei li riaprì. Venne così, con gli occhi nei suoi, aggrappata alle sue spalle, con un suono che non era un grido e non era un pianto. Lui venne un attimo dopo, dentro di lei, con la fronte contro la sua.
Rimasero così, sul tavolo della cucina, tra i vetri rotti e i pezzi della foto, con il fiato corto.
«Sei una stronza» disse lui, piano, contro i suoi capelli. Lo disse quasi con tenerezza. «La più bella stronza che io abbia mai conosciuto.»
«Lo so» disse lei. «Ma tu mi hai amata lo stesso.»
Andrea non rispose. Era la cosa più crudele che lei potesse dire, perché era vera.
Lo fecero ancora due volte, quella notte. Nel letto, che lei disse di riconoscere dall’odore. Sotto la doccia, alle quattro, con l’acqua troppo calda e lei che gli mordeva la spalla per non urlare. Non parlarono più del dentista. Non parlarono più di niente.
Alle sei lei si alzò. Il vestito rosso era a terra in cucina, strappato dalla schiena fino ai fianchi, tra i vetri delle bottiglie. Lei lo guardò. Poi aprì l’armadio di lui, prese una camicia bianca, una delle sue, e se la infilò. Le arrivava a metà coscia. Si arrotolò le maniche. Prese le scarpe in mano.
Andrea la guardava dal letto, con le braccia dietro la testa.
«Il vestito?» chiese.
«Tienilo.» Giada si fermò sulla soglia della camera. «È tuo. L’hai pagato tu. L’hai strappato tu.»
«E la camicia?»
«La camicia la tengo io.»
Non lo baciò. Non lo salutò. Non si voltò. Sentì la porta di casa chiudersi piano, il rumore dei suoi piedi nudi sulle scale, il motore di una macchina che partiva in strada. Poi niente.
Il sabato alle undici e quaranta, Andrea era in macchina in piazza Sant’Alessandro, parcheggiato in doppia fila davanti a una farmacia, con il motore acceso.
Non sapeva perché fosse lì. Si era detto che era di passaggio. Non era di passaggio.
Le campane cominciarono a suonare a mezzogiorno meno dieci. La porta della chiesa si aprì. Uscirono prima i bambini con i cestini di petali, poi i testimoni, poi gli sposi. Lui era più basso di come se lo ricordava, con la faccia rossa e un completo grigio perla troppo stretto in vita. Lei era bianca dalla testa ai piedi. Un vestito lungo, liscio, scollato sulla schiena. Bellissima. Rideva, sotto la pioggia di riso, tenendo il braccio del marito.
Poi, a metà della scalinata, si fermò. Si voltò. Guardò dritto verso la piazza, verso la farmacia, verso la sua macchina. Lo vide.
Non smise di sorridere. Alzò la mano sinistra, quella con l’anello del dentista, e se la portò al colletto del vestito bianco. Lo scostò appena, di un dito. Sotto, Andrea vide il segno. Un livido piccolo, violaceo, sulla curva della spalla. Quello che le aveva lasciato lui, sotto la doccia, alle quattro del mattino.
Giada lasciò ricadere il colletto. Si voltò di nuovo verso il marito, che non si era accorto di niente. Gli diede un bacio sulla bocca, lungo, davanti a tutti, e scese la scalinata sotto il riso.
Andrea rimase con le mani sul volante finché la macchina degli sposi non girò l’angolo. Poi rimase ancora.
Tornato a casa, trovò il vestito rosso ancora sul pavimento della cucina, tra i vetri, accanto ai quattro pezzi della foto di Taormina. Lo raccolse. Lo tenne in mano a lungo. Sapeva ancora di lei, del profumo nuovo che le aveva comprato un altro.
Lo buttò nel cestino, con i pezzi della foto, e chiuse il coperchio.
Poi lo riaprì, ne tirò fuori il vestito, e lo appese nell’armadio, accanto alle sue camicie. Al posto di quella che mancava.
Non voglio. Mi fa' male. Ma il suo ricordo mi fa' male. Cazzo.
Chiacchierando si fanno le 8... Apro il Mac... e tra una cosa e l'altra, le mie mani iniziano a scrivere.
Da sole.
(Marika, non mi rispondere alle 5:09 di mattina ;) )
Bella
Suonò alle undici e quaranta di un giovedì di settembre, due giorni prima del suo matrimonio.
Andrea lo seppe prima di aprire. Lo seppe dal modo in cui suonava: due colpi brevi e uno lungo, come quando tornava dal lavoro e aveva le mani piene di borse. Per sei anni aveva suonato così. Per un anno non aveva suonato più.
Aprì la porta in maglietta e pantaloni della tuta, con una birra calda in mano e la televisione accesa su un film che non stava guardando.
Giada era sul pianerottolo. Aveva il vestito rosso.
Quello di Taormina. Quello che le aveva comprato in una boutique sul corso, il terzo anno, spendendo metà dello stipendio, perché lei si era fermata davanti alla vetrina e aveva detto guarda che bello con una voce da bambina. Quello che le stava addosso come una seconda pelle, scollato sulla schiena fino all’osso sacro, che lui le aveva tolto in una stanza d’albergo con il mare sotto la finestra e i gabbiani che urlavano. Quello che lei aveva portato via, un anno prima, insieme a tutto il resto, in tre valigie e un pomeriggio.
«Ciao» disse lei.
Andrea non rispose. La guardò. Era più magra. Si era tagliata i capelli. Aveva un anello al dito, con una pietra grande come un’unghia, che non aveva mai visto e che lui non avrebbe mai potuto permettersi. Il dentista di Bergamo, pensò. Il dentista con la villa a Città Alta e la barca a Lovere. Sabato alle undici, in Sant’Alessandro. Lo sapeva tutta la città.
«Cosa vuoi?»
«Entrare.»
«Perché?»
Giada si appoggiò allo stipite. Lo guardò dal basso, con quegli occhi verdi che gli avevano fatto perdere la testa a trentotto anni, in un bar di via Paleocapa, e che non avevano mai smesso di sapere esattamente cosa stavano facendo.
«Perché sabato mi sposo» disse. «E prima voglio un’ultima volta. Con te.»
Lui rise. Una risata brutta, senza fiato.
«Vattene, Giada.»
«No.»
Non si mosse. Rimase lì, sul pianerottolo, con il vestito rosso e l’anello del dentista, e aspettò. Andrea sapeva che poteva chiuderle la porta in faccia. Sapeva che doveva farlo. Sapeva che se non lo faceva, domani non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio.
Si spostò di lato.
Lei entrò passandogli accanto, così vicina che lui sentì il suo profumo. Non era più quello di prima. Era un profumo nuovo, costoso, che non conosceva. Anche quello, pensò, gliel’aveva comprato un altro.
Non si spogliò. Si sedette sul bracciolo del divano, accavallò le gambe, e il vestito le salì fino a metà coscia. Si guardò intorno: i piatti nel lavello, le bottiglie vuote sul tavolo, la sua foto ancora attaccata al frigorifero con la calamita della Sicilia.
«Non l’hai tolta» disse.
«Non ho avuto tempo.»
«Un anno.»
«Non ho avuto tempo» ripeté lui.
Giada sorrise. Si alzò, andò al frigorifero, staccò la foto e la guardò. Erano loro due a Taormina, abbronzati, ridenti, lei con quel vestito. La strappò in due, piano, guardandolo negli occhi. Poi in quattro. Poi lasciò cadere i pezzi sul pavimento.
«Così non ci pensi più» disse.
Andrea le fu addosso prima di decidere di farlo. La prese per le braccia e la sbatté contro il frigorifero, e le calamite caddero a terra con un rumore di grandine. Lei non si spaventò. Rise. Gli mise le mani sul petto, non per respingerlo: per sentirgli il cuore.
«Ecco» disse. «Ecco. Così. Lui non lo fa mai. Lui chiede sempre il permesso.»
«Allora vai da lui.»
«Ci vado sabato. Stanotte voglio questo.» Gli prese la mano e se la portò sotto il vestito, tra le cosce. Non portava niente. Era bagnata. «Lo vedi? Sono venuta in macchina da Bergamo così. Pensando a te che mi sbattevi contro un muro.»
Lui la baciò. Non era un bacio: era un morso. Lei glielo restituì, più forte, fino a fargli sanguinare il labbro. Le strappò il vestito dalla schiena, e la seta si aprì con un rumore secco, e lei rise ancora, con la bocca sporca del suo sangue.
«Il vestito di Taormina» disse lei. «Me l’hai strappato. Che peccato.»
La portò sul tavolo della cucina, spazzando via con il braccio le bottiglie vuote, che si ruppero sul pavimento. La girò, la piegò sul legno, le alzò quello che restava del vestito sui fianchi. Lei allargò le gambe, si aggrappò al bordo del tavolo, girò la testa per guardarlo da sopra la spalla.
«Fammela pagare» disse. «Dai. È per questo che sono qui.»
La prese da dietro, con un colpo solo, tenendola per i fianchi, e lei gridò, e il grido si trasformò in una risata, e poi in un gemito lungo. La prese con tutta la rabbia di un anno. Di notti sul divano con la televisione accesa. Di messaggi scritti e cancellati. Di lei vista per caso in centro, a braccetto con un uomo in giacca blu, un sabato di marzo. Lei spingeva indietro contro di lui, a ogni colpo, e gli diceva di più, più forte, e lui gliene dava di più.
E intanto lei parlava.
«Lui ce l’ha più piccolo» diceva, ansimando. «Molto più piccolo. Ma ha una barca. E una casa con la piscina. E non mi fa mai domande. Mai. Non vuole sapere dove vado, con chi, perché. Non gli interessa. Capisci? Non gli interessa niente di me. È perfetto.»
Andrea le prese i capelli in un pugno e le tirò indietro la testa. Lei gemette più forte. Gli piaceva, e lui lo sapeva, e lei sapeva che lui lo sapeva.
«Stai zitta.»
«No.» Rideva, con la guancia schiacciata sul tavolo. «Sabato mi metto un vestito bianco da quattromila euro e dico sì a un uomo che non amo. E tu sarai qui, su questo divano, con una birra calda in mano. Ed è per questo che stanotte sono venuta qui. Perché è l’ultima volta che qualcuno mi guarda come mi guardi tu.»
Fu in quel momento che lui ebbe voglia di farle male. Male davvero. Non quello che lei gli chiedeva, non il gioco del tavolo e dei capelli. Male come lei ne aveva fatto a lui, un pomeriggio di settembre, con tre valigie e un biglietto sul frigorifero. Ci pensò per un secondo, con la mano stretta nei suoi capelli e il cuore che gli scoppiava nelle tempie. Un secondo lungo.
Poi aprì la mano. La lasciò andare.
La girò verso di sé, la sollevò sul tavolo, le prese il viso tra le mani. E la guardò mentre la prendeva, lentamente adesso, dritto negli occhi, senza dire niente. Lei smise di ridere. Smise di parlare. Il sorriso le si sciolse sulla faccia come neve sul cofano di una macchina.
«Non guardarmi così» disse, piano.
«È così che ti guardo» disse lui. «Te lo ricordi? È per questo che sei venuta.»
Lei chiuse gli occhi. Lui le aprì le palpebre con il pollice, delicatamente, e lei li riaprì. Venne così, con gli occhi nei suoi, aggrappata alle sue spalle, con un suono che non era un grido e non era un pianto. Lui venne un attimo dopo, dentro di lei, con la fronte contro la sua.
Rimasero così, sul tavolo della cucina, tra i vetri rotti e i pezzi della foto, con il fiato corto.
«Sei una stronza» disse lui, piano, contro i suoi capelli. Lo disse quasi con tenerezza. «La più bella stronza che io abbia mai conosciuto.»
«Lo so» disse lei. «Ma tu mi hai amata lo stesso.»
Andrea non rispose. Era la cosa più crudele che lei potesse dire, perché era vera.
Lo fecero ancora due volte, quella notte. Nel letto, che lei disse di riconoscere dall’odore. Sotto la doccia, alle quattro, con l’acqua troppo calda e lei che gli mordeva la spalla per non urlare. Non parlarono più del dentista. Non parlarono più di niente.
Alle sei lei si alzò. Il vestito rosso era a terra in cucina, strappato dalla schiena fino ai fianchi, tra i vetri delle bottiglie. Lei lo guardò. Poi aprì l’armadio di lui, prese una camicia bianca, una delle sue, e se la infilò. Le arrivava a metà coscia. Si arrotolò le maniche. Prese le scarpe in mano.
Andrea la guardava dal letto, con le braccia dietro la testa.
«Il vestito?» chiese.
«Tienilo.» Giada si fermò sulla soglia della camera. «È tuo. L’hai pagato tu. L’hai strappato tu.»
«E la camicia?»
«La camicia la tengo io.»
Non lo baciò. Non lo salutò. Non si voltò. Sentì la porta di casa chiudersi piano, il rumore dei suoi piedi nudi sulle scale, il motore di una macchina che partiva in strada. Poi niente.
Il sabato alle undici e quaranta, Andrea era in macchina in piazza Sant’Alessandro, parcheggiato in doppia fila davanti a una farmacia, con il motore acceso.
Non sapeva perché fosse lì. Si era detto che era di passaggio. Non era di passaggio.
Le campane cominciarono a suonare a mezzogiorno meno dieci. La porta della chiesa si aprì. Uscirono prima i bambini con i cestini di petali, poi i testimoni, poi gli sposi. Lui era più basso di come se lo ricordava, con la faccia rossa e un completo grigio perla troppo stretto in vita. Lei era bianca dalla testa ai piedi. Un vestito lungo, liscio, scollato sulla schiena. Bellissima. Rideva, sotto la pioggia di riso, tenendo il braccio del marito.
Poi, a metà della scalinata, si fermò. Si voltò. Guardò dritto verso la piazza, verso la farmacia, verso la sua macchina. Lo vide.
Non smise di sorridere. Alzò la mano sinistra, quella con l’anello del dentista, e se la portò al colletto del vestito bianco. Lo scostò appena, di un dito. Sotto, Andrea vide il segno. Un livido piccolo, violaceo, sulla curva della spalla. Quello che le aveva lasciato lui, sotto la doccia, alle quattro del mattino.
Giada lasciò ricadere il colletto. Si voltò di nuovo verso il marito, che non si era accorto di niente. Gli diede un bacio sulla bocca, lungo, davanti a tutti, e scese la scalinata sotto il riso.
Andrea rimase con le mani sul volante finché la macchina degli sposi non girò l’angolo. Poi rimase ancora.
Tornato a casa, trovò il vestito rosso ancora sul pavimento della cucina, tra i vetri, accanto ai quattro pezzi della foto di Taormina. Lo raccolse. Lo tenne in mano a lungo. Sapeva ancora di lei, del profumo nuovo che le aveva comprato un altro.
Lo buttò nel cestino, con i pezzi della foto, e chiuse il coperchio.
Poi lo riaprì, ne tirò fuori il vestito, e lo appese nell’armadio, accanto alle sue camicie. Al posto di quella che mancava.
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