Un lungo addio (4)

scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 26 min

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Tradimenti
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A+

Continuo il mio racconto, in un momento in cui scrivere mi riesce particolarmente difficile (motivi personali).

Chiara aspettò tre giorni. Per tre giorni il registro rimase chiuso sul banco, e ogni volta che ci passava davanti sentiva quel numero sotto la copertina come una cosa viva. Il quarto giorno, mentre Marco era in municipio e la bambina dormiva il riposino del pomeriggio, lo riaprì. Copiò il numero sul telefono. Lo guardò a lungo prima di premere il tasto verde.
Rispose al terzo squillo una voce di donna, bassa, un po’ roca, di quelle che sembrano sempre sul punto di ridere.
«Pronto?»
Chiara aveva preparato una frase. Una scusa: un oggetto dimenticato in camera, una ricevuta da mandare. Non la disse.
«Sono Chiara. Dell’albergo.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio breve. Poi la risata arrivò davvero, morbida, senza sorpresa.
«Lo so chi sei. Sei la moglie di Marco.» Una pausa. «Ci hai messo più di quanto pensassi.»
Chiara strinse il telefono. «Vorrei parlarti.»
«Di lui?»
«Di te.»
Altro silenzio. Quando Isabella riprese, la voce era cambiata appena: più attenta, più curiosa. «Giovedì. Vieni a Milano, ti mando l’indirizzo. Dopo le quattro, prima non ci sono.»
Riattaccò senza salutare. Il messaggio con l’indirizzo arrivò un minuto dopo: una via di Porta Romana, un numero, un piano. Nient’altro.
Quella sera, a cena, Chiara disse a Marco che doveva tornare a Milano.
«Per l’appartamento», spiegò. «Il notaio, la successione, le utenze da chiudere. La zia da sola non ce la fa.»
Marco annuì, senza alzare gli occhi dal piatto. «Vuoi che venga?»
«No. Resta con la bambina. È roba di carte, una noia. Dormo là, all’appartamento, e torno venerdì.»
Lo disse con naturalezza, e la naturalezza la spaventò più della bugia. Le parole erano uscite lisce, ordinate, una dopo l’altra, come se le avesse sempre avute pronte. Marco le versò dell’acqua nel bicchiere. Non chiese altro. Chiara guardò la sua mano sulla caraffa, quella mano calma, e pensò che era la prima volta che gli mentiva. Pensò anche che non era stato difficile.
Partì il giovedì mattina presto, con la borsa piccola e la macchina vecchia dell’albergo. Marco l’accompagnò al parcheggio con la bambina in braccio, ancora in pigiama sotto il piumino.
«Chiamaci quando arrivi.»
La bambina agitò la mano. Chiara le mandò un bacio dal finestrino e partì senza guardare lo specchietto più del necessario.
La strada scendeva a tornanti, la stessa di quel pomeriggio di ottobre, quando la zia aveva chiamato e Marco aveva preso le chiavi senza chiedere niente. Allora Chiara correva verso una madre che stava morendo. Adesso correva verso la donna che aveva distrutto suo marito, e a lui aveva detto: il notaio.
Al primo autogrill si fermò. Bevve un caffè in piedi al bancone, tra camionisti e famiglie in gita. Sul telefono c’era un messaggio di Marco: Strada ok? Dopo il ponte c’è ghiaccio. Lo lesse due volte. Scrisse: Tutto ok. Guido piano. Era vero. Le parve strano quanto le facesse piacere scrivere una cosa vera.
Rientrò in macchina e restò ferma, le mani sul volante, il motore spento. Poteva ancora tornare indietro. Chiamare Isabella, inventare un contrattempo. Risalire e raccontare che il notaio aveva spostato l’appuntamento. Un’altra bugia, ma piccola, di quelle che non lasciano segni. Pensò a sua madre nel letto d’ospedale, la bocca socchiusa. Pensò alla scatola di latta, alle lettere legate con l’elastico. E si chiese come fosse stata lei, la prima volta. Se anche lei si era fermata in un parcheggio, con le mani sul volante, a decidere.
Accese il motore. La pianura si aprì davanti a lei, grigia e piatta, e Milano cominciò a salire all’orizzonte come una cosa che l’aspettava da sempre.
Il palazzo era di inizio Novecento, con un androne di marmo crepato e un ascensore a gabbia che Chiara non ebbe il coraggio di prendere. Salì a piedi fino al quarto piano. Isabella le aprì prima ancora che suonasse, come se l’avesse sentita arrivare dalle scale.
Chiara la riconobbe subito. In albergo le aveva dato la chiave della camera, le aveva portato due caffè, si era seduta un momento di fronte a lei per riposare le gambe. Allora non sapeva chi fosse; l’aveva saputo solo la sera, da Marco. Adesso Isabella era diversa: i capelli scuri raccolti in modo disordinato con una matita infilata nel nodo, un maglione di cachemire color sabbia che le scivolava da una spalla, niente trucco tranne il rossetto. Aveva quasi quarant’anni, e li portava come una provocazione.
La squadrò dalla testa ai piedi senza nessuna fretta di nasconderlo.
«Allora eri tu», disse. «La cameriera. Mi avevi detto che a volte è così.» Una pausa. «Sei più giovane di me. Naturalmente.»
Si spostò per farla entrare. L’appartamento era grande, luminoso, pieno di libri impilati per terra e di piante che nessuno sembrava annaffiare con regolarità. Su una sedia c’era uno zainetto da scuola, blu, con un portachiavi a forma di dinosauro. Isabella notò lo sguardo di Chiara e non disse niente. Le indicò il divano, si sedette di fronte a lei su una poltrona, accavallò le gambe e accese una sigaretta senza chiederle se le desse fastidio.
«Allora», disse. «Vuoi sapere perché sono venuta nel vostro albergo.»
«Anche.»
«Ero venuta per dirgli una cosa.» Soffiò il fumo verso il soffitto. «Avevo preparato tutto. Il discorso, le parole, perfino il vestito. Gli ho parlato, fuori, vicino al muretto. Tu c’eri, eri sulla soglia. Gli ho detto che non l’avevo dimenticato, che volevo ricominciare. Era vero. Ma non era tutto.» Si fermò. Girò appena la testa verso il corridoio, verso una porta chiusa in fondo. «Poi è uscita tua figlia e l’ha chiamato papà. E lui è diventato un altro uomo, davanti a me. Gli ho già fatto abbastanza male. Me ne sono andata senza dirgli il resto.»
«Cosa dovevi dirgli?»
Isabella tornò a guardarla. Per un attimo qualcosa le passò sul viso, qualcosa di nudo, poi si richiuse come una porta. «Niente che ti riguardi.» Una pausa. «E comunque tu non sei venuta per questo.»
«No.» Chiara si sentì arrossire e si odiò per questo. «Voglio capire perché l’hai fatto.»
Isabella sorrise. Non era un sorriso gentile. Era il sorriso di chi aspettava quella domanda da otto anni e non ha mai trovato nessuno a cui rispondere.
«Vuoi la versione corta o quella vera?»
«Quella vera.»
E Isabella cominciò a raccontare.
Chiara conosceva i fatti. Marco glieli aveva raccontati una notte, a pezzi, seduto sul bordo del letto, ubriaco e lucido insieme. Ma i fatti erano una cosa. Sentirli dalla bocca di lei era un’altra.
La prima volta era stato tre mesi dopo le nozze. Un collega di suo padre, a un aperitivo in un palazzo del centro. Isabella aveva bevuto. Lui l’aveva accompagnata a casa in taxi e, sul sedile posteriore, le aveva infilato una mano sotto il vestito.
«Non l’ho fermato», disse Isabella, e c’era qualcosa di luminoso nella sua voce. «Gli ho aperto le gambe. Il tassista ci guardava nello specchietto, e io guardavo lui, dritto negli occhi, mentre quell’uomo mi toccava. Poi siamo saliti e mi ha scopata sul divano, con i pantaloni ancora a metà. Io tenevo gli occhi sul soffitto. Non tremavo. Stavo benissimo.»
Chiara non rispose. Teneva le mani strette in grembo.
«Non era lui, capisci? Lui non contava niente. Era la sensazione. Marco è tornato dal cantiere un’ora dopo e mi ha baciata sul collo. Lui sapeva di sapone, io sapevo ancora di un altro. E non se ne accorgeva. Sapere una cosa che lui non sapeva: è un potere, quello. Non te lo racconta nessuno, ma è un potere.»
Accese un’altra sigaretta con il mozzicone della prima.
«Poi se n’è accorto. Mi ha trovata a letto con uno che conoscevo appena. L’altro è scappato. Marco si è seduto sul bordo del letto, mi ha preso una caviglia e mi ha chiesto perché. Poi è andato a farsi la doccia. E la mattina dopo è andato al lavoro.» Rise. «È rimasto. Ogni volta rimaneva. E io alzavo il prezzo.»
Raccontò il resto senza fretta, come chi sfoglia un album di fotografie. L’appartamento vuoto a Porta Venezia, lei in piedi in mezzo alla stanza a toccarsi davanti a un uomo, e la porta che si apriva alle sue spalle su un secondo. Una camera d’albergo, una cintura che le legava i polsi alla testata, tre uomini che si alternavano. Lo raccontò con tutti i dettagli, la voce bassa, gli occhi fissi su Chiara per vedere fin dove arrivavano.
«E dopo tornavo a casa. E lui mi chiedeva se avevo mangiato.»
«E Luca?»
Isabella fece una pausa. Si passò la lingua sulle labbra, lentamente, e Chiara capì che quella pausa era studiata, che Isabella si stava godendo il momento.
«Luca era il suo migliore amico. Il fratello che non aveva. Veniva a cena, faceva ridere Marco, mi guardava quando Marco si alzava a sparecchiare. Mi guardava come si guarda una cosa che non si può avere.» Si chinò in avanti. «E io adoravo essere la cosa che non si può avere. Finché una sera gliel’ho data.»
Raccontò tutto. Il vino versato un bicchiere dopo l’altro, la mano di Luca sulla sua schiena, il bacio contro il lavello. Luca in ginocchio sul pavimento della cucina, la testa sotto la sua gonna. Poi la camera. Il loro letto, quello di lei e Marco, con le lenzuola che Marco aveva cambiato due giorni prima. Raccontò di essere salita sopra di lui e di averlo guardato in faccia mentre lo cavalcava, lenta, per vedere il senso di colpa arrivargli negli occhi un attimo prima del piacere.
«Quella era la parte migliore», disse. «Vedere quanto gli costava. E vedere che lo faceva lo stesso.»
Chiara sentiva il calore salirle al viso. Disgusto, si disse. Era disgusto. Ma sotto il disgusto c’era un’altra cosa, la stessa che aveva sentito leggendo le lettere della madre, e che non voleva nominare. Le cosce le si erano strette da sole. Isabella se ne accorse. Sorrise di nuovo, e quel sorriso diceva: lo so.
In fondo al corridoio una porta si aprì.
Un bambino attraversò il soggiorno a piedi nudi, con un quaderno in mano. Sette anni, forse otto. Magro, i capelli scuri tagliati male, gli occhi seri di chi ha appena perso una battaglia con le tabelline. Si fermò quando vide Chiara.
«Chi è?»
«Un’amica», disse Isabella, e la voce le si era fatta un’altra, più bassa, quasi cauta. «Hai finito i compiti?»
«No. Non mi viene.»
Posò il quaderno sul tavolo, sbuffò, e si passò una mano sul viso, dalla fronte al mento, lenta, come per cancellarsi la stanchezza. Chiara lo guardò. Fu un istante, niente di più: una specie di eco, come quando si sente per strada una voce che somiglia a quella di qualcuno. Non riuscì a dire di chi. Il bambino si girò verso la finestra e la sensazione svanì.
«Si chiama Pietro», disse Isabella, senza che nessuno l’avesse chiesto.
In quel momento la serratura scattò. Qualcuno era entrato con le proprie chiavi.
L’uomo che comparve nell’ingresso aveva più o meno l’età di Marco, ma la portava peggio. Alto, le spalle larghe che cominciavano a cedere, una barba di qualche giorno, un giubbotto da lavoro sporco di calce sulle maniche. Non salutò. Lanciò le chiavi sulla mensola, guardò Isabella, poi guardò Chiara, e restò a fissarla con un mezzo sorriso che non aveva niente di simpatico.
«E questa chi è? Una delle tue amiche nuove?»
«Luca», disse Isabella, piatta. «Lei è Chiara. La moglie di Marco.»
Luca rimase immobile un secondo. Poi rise, una risata corta, sgradevole, dal naso.
«La moglie di Marco.» Ripeté il nome come se avesse un sapore cattivo. «Così il santo si è risposato. Gli hanno dato anche la medaglia, o si è accontentato della moglie?»
«Luca.»
«Cosa? Sono curioso.» Si avvicinò al divano, le mani in tasca, e guardò Chiara dall’alto. «Sei venuta a farti raccontare quanto siamo stati cattivi? Ti ha mandata lui, o sei venuta da sola a frugare nella spazzatura?»
Chiara si alzò. Non sapeva perché, ma non voleva restare seduta sotto quello sguardo. «Sono venuta da sola.»
«Immagino.» Luca la squadrò ancora un momento, poi perse ogni interesse, come si smette di guardare una vetrina. Si girò verso il bambino. «Pietro. Scarpe. Andiamo.»
«Non ho finito i compiti.»
«Li finiamo da me. Muoviti.»
Pietro sbuffò di nuovo e andò a cercare le scarpe. Luca prese il quaderno dal tavolo, lo sfogliò, e per un attimo il viso gli cambiò: qualcosa si allentò intorno alla bocca. Il bambino tornò con le scarpe slacciate e, mentre si chinava a infilarle, sbuffò e si passò di nuovo una mano sul viso, dalla fronte al mento.
Luca distolse lo sguardo. Di colpo, come se avesse visto una cosa che non doveva vedere. Girò la testa verso la finestra e restò così, la mascella serrata, finché il bambino non fu pronto. Poi gli mise una mano sulla nuca, senza dolcezza apparente, ma con le dita aperte, larghe, che gli coprivano tutta la testa come un elmo.
Sulla porta si voltò verso Chiara.
«Saluta il santo da parte mia», disse. E uscì, tirandosi dietro la porta e il bambino.
Il silenzio che restò nella stanza era pieno di fumo. Isabella spense la sigaretta nel posacenere, con cura, girandola più volte.
«Non è sempre così», disse. Poi ci pensò. «Sì, invece. È quasi sempre così.» Si alzò e prese la borsa. «Vieni. Qui non riesco a parlare. Ti offro da bere.»
Scesero a piedi. Nell’androne, accanto al portone, c’era ancora Luca. Fumava, appoggiato al muro sotto le cassette delle lettere, e attraverso il vetro del portone Chiara vide un furgone bianco in doppia fila, con Pietro seduto davanti che giocava con qualcosa.
«Le mie chiavi», disse Luca a Isabella, tendendo la mano. «Le ho lasciate sulla mensola.»
Isabella sbuffò e risalì. Chiara restò sola con lui nell’androne. Luca la guardò con la stessa aria di prima, ma senza pubblico sembrava più stanco che cattivo.
«Ti ha raccontato la sua versione.» Non era una domanda. «Quella in cui lei è la puttana e io il coglione.»
Chiara non rispose.
«È vera», disse Luca. Soffiò il fumo verso il soffitto a cassettoni. «Ma non è tutta.»
«E qual è il resto?»
Lui rise piano, dal naso. «Il resto non è roba tua.» Guardò il furgone, il bambino dietro il vetro. Poi, senza girarsi, chiese: «Sta bene?»
Chiara non capì subito. «Chi?»
«Lui.» La mascella gli si irrigidì. «Il santo.»
Chiara esitò. «Sì. Sta bene.»
Luca annuì, una volta, lento. Per un attimo il viso gli si svuotò di tutto, il sarcasmo, la rabbia, la noia. Rimase soltanto una cosa nuda: la faccia di un uomo che riceve una notizia aspettata da anni. Durò un secondo. Poi buttò la sigaretta a terra e la schiacciò con il tacco.
«Meglio così», disse. «Almeno uno.»
Isabella ridiscese con le chiavi e gliele lanciò senza una parola. Luca le prese al volo, uscì e salì sul furgone. Chiara lo vide chinarsi verso il bambino e dirgli qualcosa che lo fece ridere. Poi il furgone partì.
«Cosa ti ha detto?» chiese Isabella.
«Niente.»
Isabella la guardò un momento, come per misurare la bugia. Poi sorrise. «Brava. Impari in fretta.»
Il bar era sul Naviglio, una vineria stretta e lunga con le luci basse e le bottiglie in fila fino al soffitto. Isabella salutò il barista per nome e ordinò due calici di un rosso che Chiara non aveva mai sentito nominare. Si sedettero in fondo, a un tavolino rotondo così piccolo che le loro ginocchia si toccavano.
Il primo bicchiere lo bevvero quasi in silenzio. Al secondo Isabella ricominciò a parlare, ma la voce non era più la stessa di prima. Il trionfo se n’era andato insieme a Luca, chiuso fuori dalla porta con il bambino.
«Vuoi sapere com’è finita?» disse. «Quella sera Marco è tornato prima. Aveva chiuso il suo primo appalto grosso, aveva la conferma in tasca: l’ho saputo solo l’altro giorno, da lui. Ha spinto la porta della camera e ci ha visti. Io ero sopra Luca. Mi sono girata e l’ho guardato, e sai cosa mi aspettavo?»
Chiara scosse la testa.
«Che urlasse. Che spaccasse qualcosa. Che prendesse Luca per il collo e lo trascinasse giù per le scale. Lo volevo, capisci? Lo volevo con tutta me stessa. Perché se avesse urlato, se mi avesse picchiata, io avrei avuto ragione. Avrei avuto una storia da raccontare. La moglie infelice, il marito violento.»
Bevve. Posò il bicchiere con cura.
«Invece niente. Ci ha guardati. È andato a farsi la doccia. È uscito, è tornato, ha dormito sul divano. La mattina dopo, sul comodino, c’erano le carte del divorzio già firmate e un foglio con due righe: non torno.» Rise, ma senza allegria. «Non mi ha nemmeno urlato contro. Otto anni senza una parola. E quando finalmente me ne ha rivolta qualcuna, era per dirmi che aveva una figlia. Sai cosa vuol dire? Vuol dire che non valevo nemmeno la sua rabbia.»
«E Luca?» chiese Chiara, piano.
«Luca è rimasto.» Isabella fece girare il vino nel bicchiere e lo guardò come se dentro ci fosse qualcosa. «Non chiedermi perché. Non è amore, questo te lo posso dire. Non stiamo insieme da anni. Ma c’è. Ogni giorno. Come una multa che continua ad arrivare.»
Rimase in silenzio. Il barista mise su un disco, qualcosa di lento, con un contrabbasso. Isabella alzò gli occhi su Chiara, e Chiara vide che erano lucidi.
«Sai la cosa che mi fa più ridere? Lo disprezzavo perché restava. Ogni volta che mi scopriva e restava, lo disprezzavo di più. Le mie amiche dicevano che stava con me per i soldi, per la casa, per la vita che gli davo. Io ci credevo. Pensavo che un uomo vero se ne sarebbe andato alla prima volta. O me l’avrebbe fatta pagare. Lui invece mi lasciava il caffè pronto sul tavolo.» Si strinse nelle spalle. «Pensavo fosse debole. Era solo l’unico che non mi ha mai fatto male.»
Chiara sentì le parole arrivarle addosso come uno schiaffo. Debole. Era la sua parola. Quella che aveva pensato tante volte, nel buio della camera, con Marco addormentato accanto. La sentiva adesso nella bocca di un’altra donna, e quella donna era seduta davanti a lei, con il rossetto sbavato sul bordo del bicchiere e otto anni di rimpianto negli occhi.
Isabella la stava osservando. Il lucido negli occhi era scomparso, e al suo posto c’era di nuovo quello sguardo affilato, divertito.
«Anche tu lo pensi», disse. Non era una domanda.
Chiara non rispose.
«E adesso ti dico un’altra cosa.» Isabella si chinò verso di lei, così vicino che Chiara sentì l’odore del vino e del fumo. «Tu non sei venuta qui per capire me. E nemmeno chiunque altro tu abbia in testa. Ho visto come mi guardavi mentre raccontavo. Sei venuta per capire se puoi farlo anche tu.»
«No.»
«Sì.» Isabella sorrise, quasi con tenerezza. «E la risposta è sì. Lo possiamo fare tutte. La domanda è un’altra: se poi riesci a viverci.»
Finì il vino in un sorso, si alzò e si infilò il cappotto. Si chinò sul tavolino e posò un bacio leggero sulla guancia di Chiara, vicino all’angolo della bocca.
«Io vado. Il conto è pagato. Resta pure, se vuoi.» Guardò verso il bancone, dove un uomo da solo stava bevendo una birra. «Milano è piena di gente che non sa chi sei.»
E se ne andò, lasciando la porta aperta un attimo di troppo, così che l’aria fredda del Naviglio entrò nel locale e raggiunse Chiara al tavolino, come un invito.
Chiara rimase seduta. Avrebbe dovuto alzarsi, prendere la metropolitana, andare all’appartamento della madre. Lo sapeva. Restò a guardare il fondo del bicchiere, dove il vino aveva lasciato un anello scuro.
L’uomo al bancone non era bello. Era uno qualunque: una quarantina d’anni, una camicia azzurra stirata male, i capelli che cominciavano a diradarsi sulle tempie, una borsa da computer appoggiata ai piedi dello sgabello. Il tipo d’uomo che si incrocia cento volte in metropolitana senza vederlo mai. A un certo punto si voltò e la vide. Non sorrise subito. La guardò e basta, con una curiosità tranquilla, senza fretta.
Poi prese la birra e si avvicinò.
«La sua amica l’ha abbandonata.»
«Non è mia amica.»
«Allora l’ha abbandonata un’estranea. È peggio.» Indicò la sedia vuota. «Posso?»
Chiara avrebbe dovuto dire di no. Disse sì.
Si chiamava Andrea. Faceva qualcosa con i software gestionali per le aziende, qualcosa di cui lui stesso parlava con un’ironia stanca. Viveva lì vicino. Non le chiese niente di importante: né se fosse sposata, né cosa facesse a Milano, né perché avesse gli occhi rossi. Quando le chiese come si chiamava, Chiara sentì la risposta uscirle dalla bocca prima di averla pensata.
«Marta.»
Lo disse con calma, e qualcosa le si sciolse nel petto. Marta non aveva una bambina che dormiva in montagna. Marta non aveva un marito che versava l’acqua nei bicchieri. Marta non aveva una madre morta, una scatola di lettere, un padre in carcere che le diceva sei uguale a lei. Marta era leggera. Marta poteva fare quello che voleva.
Ordinarono un altro giro. Andrea la faceva ridere, e lei si sorprese a ridere davvero, con la testa all’indietro, come non faceva da settimane. Le loro ginocchia si toccavano sotto il tavolino, come prima con Isabella, ma adesso era diverso. Adesso nessuno dei due si spostava.
Quando uscirono era quasi mezzanotte. Il Naviglio era nero e immobile, le luci dei locali si riflettevano sull’acqua a pezzi. Camminarono lungo l’alzaia senza una direzione precisa. A un certo punto lui le prese la mano, e lei non la tolse.
Sotto un ponte, dove la luce dei lampioni non arrivava, Andrea si fermò. Le si mise davanti. Non disse niente. Le posò una mano sul fianco, sopra il cappotto, e aspettò.
Fu Chiara a baciarlo.
Lo fece con una fame che non sapeva di avere. Gli prese il viso tra le mani e gli aprì la bocca con la sua, e lui rispose spingendola piano contro il muro del ponte, i mattoni freddi contro la schiena. Sapeva di birra e di qualcosa di estraneo, di sconosciuto, e quella estraneità la ubriacò più del vino. La mano di lui salì sotto il cappotto, sopra il maglione, e si fermò sul suo seno. Chiara sentì il capezzolo indurirsi contro il palmo di quell’uomo di cui non sapeva niente, e un calore improvviso, violento, le salì dal ventre. Inarcò la schiena verso di lui. Gli morse il labbro. Lui le infilò una gamba tra le cosce e lei ci si strusciò contro, senza pensare, il respiro spezzato contro la sua bocca.
Una gonna alzata in macchina. Ti aspetto dove sai.
Le parole arrivarono da sole, con la grafia stretta e inclinata di uno sconosciuto morto chissà dove. E dietro le parole arrivò la voce di Isabella: è un potere, quello. E dietro ancora quella di suo padre: stessa bocca.
Chiara si staccò.
Lo fece di colpo, con le mani sul petto di lui, spingendolo indietro. Andrea barcollò, sorpreso. Lei aveva il fiato corto, le labbra gonfie, il maglione tirato su a metà.
«Scusa», disse. «Scusa. Non posso.»
«Marta…»
Si sistemò il maglione, si chiuse il cappotto fino al collo e se ne andò, quasi correndo, lungo l’alzaia. Lui la chiamò ancora una volta. Marta. Il nome rimbalzò sull’acqua e si perse. Chiara non si voltò. Non era il suo nome. Non si gira per un nome che non è il tuo.
L’appartamento della madre era freddo. Il riscaldamento era stato spento il giorno del funerale e nessuno l’aveva più riacceso. Chiara non accese la luce grande. Si sedette sul letto, al buio, con il cappotto ancora addosso, e restò così a lungo, le mani in grembo, il sapore di Andrea ancora sulle labbra.
Poi aprì il cassetto del comodino. La scatola di latta era ancora lì, dove l’aveva rimessa. La aprì. Prese una lettera a caso, senza guardare la grafia, e la lesse alla luce del telefono.
Parlava di un ponte. Di un muro freddo contro la schiena. Di una donna che si era staccata all’improvviso e se n’era andata correndo, e che poi, una settimana dopo, era tornata.
Chiara rimase con il foglio in mano finché lo schermo del telefono non si spense da solo. Al buio, sentì il cuore battere contro le costole. Non era la stessa storia, si disse. Non poteva esserlo. Erano solo parole che si somigliavano, come si somigliano tutte le storie di questo tipo. Ma la frase restava lì, nella stanza, insieme all’odore dei vestiti della madre nell’armadio: e poi era tornata.
Rimise la lettera nella scatola, chiuse il coperchio e si distese sul letto, vestita. Sul telefono c’era un messaggio di Marco, arrivato alle dieci.
Tutto ok? La piccola ha voluto che le leggessi la storia due volte. Dorme. Buonanotte.
Chiara lo lesse tre volte. Scrisse: Tutto ok. Carte, carte, carte. Domani torno. Cancellò «carte, carte, carte», perché le sembrò una battuta, e una bugia con la battuta è una bugia due volte. Inviò il resto. Poi restò sveglia fino all’alba, a guardare il soffitto che era stato di sua madre.
All’alba, quando la finestra cominciò a ingrigire, Chiara si alzò, si lavò la faccia con l’acqua fredda e si guardò nello specchio scheggiato del bagno di sua madre. Le labbra erano ancora un po’ gonfie. Le toccò con la punta delle dita. Poi si mise il cappotto e uscì.
La zia abitava a tre isolati, in una casa di ringhiera con i gerani secchi sui ballatoi. Aprì in vestaglia, i capelli grigi ancora sciolti, e non sembrò sorpresa.
«Hai dormito là», disse. «Ho visto la luce, ieri notte. Tardi.»
Chiara non rispose. La zia la fece entrare in cucina, mise su la moka, tirò fuori due tazze spaiate. Si sedettero al tavolo con la tovaglia cerata. Per un po’ parlarono di cose che non contavano: l’amministratore del condominio, le utenze da volturare, il notaio, la data dell’appuntamento. Chiara segnò tutto sul telefono, con cura. Almeno quella parte della bugia, pensò, sarebbe diventata vera.
Poi la moka borbottò e la zia si alzò a spegnerla. Chiara guardò la sua schiena curva.
«Al funerale c’era un uomo», disse. «Alto. Con un cappotto scuro. Vicino al muro.»
La zia rimase ferma, la mano sulla manopola del gas. Non si girò.
«C’era tanta gente.»
«Non tanta. E lui non l’ha salutato nessuno.» Chiara strinse la tazza vuota. «Sono andata da papà. Gli ho parlato di quell’uomo. Ha detto: allora è venuto. E poi mi ha detto di chiederlo a te.»
La zia versò il caffè. Le mani le tremavano appena, e qualche goccia finì sulla tovaglia. La asciugò con il pollice, lentamente, come se fosse la cosa più importante del mondo.
«Tuo padre dice tante cose», disse. «Le ha sempre dette.»
«Zia.»
La zia si sedette. Guardò Chiara a lungo, e Chiara riconobbe quello sguardo: lo stesso di suo padre in carcere, lo stesso dell’uomo al cimitero. Uno sguardo che cercava qualcosa sul suo viso. Si sentì improvvisamente esposta, come se tutti sapessero leggere una cosa scritta sulla sua faccia tranne lei.
«Non così», disse la zia alla fine. «Non stamattina, con quella faccia. Non dopo una notte in quella casa.» Allungò una mano e le sfiorò il labbro inferiore con il pollice, appena. Chiara arrossì fino alle orecchie. La zia non commentò. «Torna quando sei pronta. Da sola. E ti racconto quello che so.»
«E quanto sai?»
La zia bevve il caffè. «Abbastanza da aver aspettato quasi trent’anni che me lo chiedessi.»
Chiara rimase seduta, la tazza fra le mani, mentre la cucina si riempiva di luce grigia. Fuori, sul ballatoio, qualcuno sbatteva un tappeto. Il caffè le si raffreddò davanti senza che lo toccasse.
Arrivò all’albergo nel tardo pomeriggio. Marco era nel cortile a spaccare legna, in maglietta nonostante il freddo, la bambina seduta sul gradino a contare i ciocchi ad alta voce. Quando la vide arrivare, la piccola le corse incontro. Chiara la sollevò e se la strinse contro, e respirò l’odore dei suoi capelli finché non le fece male il petto.
Marco posò l’accetta e le si avvicinò. La baciò. Fu un bacio breve, sulle labbra, il bacio di tutti i giorni. Chiara sentì il proprio corpo irrigidirsi appena, per un istante, e sperò che lui non se ne fosse accorto.
«Com’è andata dal notaio?»
«Lunga.»
Marco annuì. Si passò una mano sul viso, dalla fronte al mento, lenta, come per togliersi di dosso la stanchezza della legna.
Chiara lo guardò, e per un istante ebbe la stessa sensazione del giorno prima: un’eco, una voce sentita per strada che somiglia a quella di qualcuno. Cercò di afferrarla. Le scivolò via.
Marco la stava osservando. La guardò un momento di troppo: il viso stanco, gli occhi cerchiati, il cappotto chiuso fino al collo anche se dentro faceva caldo. Lei si preparò alla domanda. Cosa c’è? Cos’hai fatto? La domanda non arrivò.
Marco riprese l’accetta e tornò alla legna.
Chiara restò in mezzo al cortile, con la bambina in braccio, a guardarlo spaccare un ciocco dopo l’altro con quella calma che per anni aveva chiamato debolezza. E capì, con una chiarezza che le gelò le mani, che quello era lo stesso silenzio. Lo stesso che Isabella aveva sentito otto anni prima: l’acqua della doccia, il divano, le carte lasciate sul comodino all’alba. Il silenzio di un uomo che vede, e sceglie di non dire niente.
Non sapeva se fosse fiducia, o qualcosa di peggio.
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