Madness
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 16 min
di
b_bull_and_master
genere
Tradimenti
cura
A
Stamattina, seduto al McDonalds, mentre mangiavo il mio muffin mc bacon, ho riascoltato Madness dei Muse. Quando sono arrivato a casa ho buttato giù questo.
I tergicristalli andavano avanti e indietro senza servire a niente.
Claudio li guardava. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Era l’unico movimento nella macchina da dieci minuti. Fuori, il tetto del parcheggio multipiano di via Pagano era una piastra di cemento lucida d’acqua, vuota, con le linee bianche dei posti auto che tremavano sotto la pioggia e i lampioni arancioni che ci si riflettevano dentro come incendi lontani. Oltre il parapetto, Milano: le gru di CityLife illuminate, la torre storta, un lampo ogni tanto che spaccava il cielo sopra Rho e lasciava tutto più buio di prima.
Elena era seduta accanto a lui, il cappotto ancora abbottonato, le mani in grembo. Non lo guardava. Guardava fuori dal suo finestrino, il riflesso del proprio viso sul vetro rigato.
Venivano lì da due anni. Il tetto del parcheggio, il martedì sera, dopo le dieci, quando il centro commerciale chiudeva e restavano solo le macchine dei turni di notte dell’ospedale dall’altra parte della strada. Ci arrivavano separati, con le loro macchine, lei sulla rampa nord e lui sulla sud. Lei saliva nella sua, si toglievano i cappotti, si prendevano in fretta sul sedile posteriore con i finestrini appannati, si rivestivano, si baciavano una volta sola, e ognuno tornava a casa propria. Da sua moglie, lui. Da suo marito, lei. Due anni così. Senza un messaggio di troppo, senza una foto, senza un nome salvato in rubrica.
Quella sera non si erano toccati.
Claudio teneva le mani sul volante della macchina spenta. Se le sentiva calde, pesanti, inutili. Nella testa gli girava una sola immagine, sempre la stessa, da tre giorni, come un disco rotto. Il ristorante di corso Sempione, sabato sera. Lui fuori, sul marciapiede, con sua moglie che cercava le chiavi nella borsa. E dentro, oltre la vetrina, a un tavolo d’angolo con le candele, Elena. Elena con un vestito verde che lui non le aveva mai visto. Elena che rideva. E un uomo di fronte a lei, suo marito, che le prendeva la mano sopra la tovaglia. E lei che non la ritirava. Che gliela stringeva. Che gli accarezzava il dorso con il pollice, piano, come faceva con lui sul sedile posteriore quando avevano finito.
Destra, sinistra. Destra, sinistra.
Non ci aveva dormito tre notti. Si era ripetuto mille volte che era assurdo: era suo marito, cosa si aspettava, che a cena gli sputasse in faccia? Si era ripetuto che anche lui, sabato, aveva tenuto la mano di sua moglie nel parcheggio, l’aveva aiutata a salire in macchina, le aveva detto sei bellissima stasera. Si era ripetuto tutto. Non era servito a niente. L’immagine tornava. Il pollice sul dorso della mano. Il vestito verde. La risata.
E sotto l’immagine, come l’acqua sotto il ghiaccio, una cosa che non voleva guardare.
«Sabato ero in corso Sempione», disse.
Elena non si girò. Ma vide le sue spalle irrigidirsi sotto il cappotto.
«Lo so», disse lei. «Ti ho visto. Fuori. Con lei.»
«E tu eri dentro. Con lui.»
«Sì.»
«Gli tenevi la mano.»
Adesso Elena si girò. Aveva gli occhi scuri, truccati appena, e nel buio della macchina sembravano più grandi. Lo guardò a lungo, come si guarda qualcuno che dice una cosa così stupida da non sapere se ridere o piangere.
«Claudio», disse. «È mio marito.»
«Appunto.»
Un lampo illuminò tutto, il tetto, la pioggia, le loro facce. Poi il tuono, lungo, così vicino che la macchina vibrò.
«Appunto cosa?» La voce di Elena si era fatta bassa, pericolosa. «Finisci la frase.»
«Appunto che è tuo marito. Che vai a cena con lui con il vestito verde. Che ridi. Che gli tieni la mano.» Claudio sentiva le parole uscirgli di bocca e non riusciva a fermarle, come un camion senza freni in discesa. «E il martedì sera vieni qui. Sul tetto di un parcheggio. Come una puttana che si vergogna.»
L’aveva detto. Era uscito. Restò nell’abitacolo come un odore.
Elena lo guardò un istante, immobile. Poi aprì la portiera e uscì.
La pioggia la colpì in faccia come una manciata di sassi. Lei non si coprì. Camminò dritta in mezzo al tetto vuoto, sotto i lampioni arancioni, con il cappotto che si inzuppava in un secondo e i capelli che le si incollavano alla testa. Si fermò al centro della piastra di cemento, tra le linee bianche, e restò lì, con le braccia lungo i fianchi, la faccia alzata verso il cielo che tuonava.
Claudio la guardò attraverso il parabrezza. Lasciala andare, pensò. Accendi la macchina e vai a casa.
Scese.
La pioggia era gelata. Gli entrò nel colletto, nelle scarpe, nei polsini, in un attimo. La raggiunse in mezzo al tetto e la prese per un braccio.
«Rientra. Ti prendi una polmonite.»
Elena si liberò con uno strattone. «Non toccarmi.»
«Elena…»
«Come una puttana che si vergogna.» Lo ripeté lentamente, parola per parola, a voce alta, sopra il rumore della pioggia. «Due anni, Claudio. Due anni che salgo su questo tetto il martedì sera. Due anni che mi spoglio sul sedile di dietro della tua macchina con il freno a mano che mi entra nella schiena. Due anni che torno a casa e mi faccio la doccia prima di dare il bacio della buonanotte ai miei figli, perché ho addosso il tuo odore. E tu mi dai della puttana perché vado a cena con mio marito?»
«Non ho detto…»
«Hai detto esattamente questo!» Urlò. La voce le rimbalzò sui pilastri della rampa e tornò indietro moltiplicata. Un lampo. Il tuono subito dopo, così forte da sentirlo nel petto. «Hai visto la mia mano nella sua e sei impazzito. Perché? Perché pensavi che la mia mano fosse tua?»
Claudio non rispose. La pioggia gli colava sulla faccia, negli occhi. Sentiva il cuore battergli nelle tempie, nelle mani, dappertutto. E sentiva la rabbia, una rabbia sorda, nera, che saliva dallo stomaco e cercava una strada per uscire.
«Sì», disse. «Sì. Pensavo che fosse mia.»
«E allora prendila!» Elena allargò le braccia, sotto la pioggia, il cappotto aperto, il vestito fradicio incollato al corpo. «Prendila, Claudio! Vieni a prendermi! Vieni a dirgli che sono tua! Domani sera, a cena, suona il campanello e diglielo!»
Si guardarono. Due metri di cemento bagnato tra loro, i lampioni arancioni, la pioggia di traverso. Lei respirava a scatti, con la bocca aperta. Lui aveva i pugni stretti lungo i fianchi.
Poi Claudio fece i due metri in un passo e la baciò.
Non fu un bacio. Fu un urto. Le bocche si scontrarono con i denti, con la pioggia in mezzo, con il sapore del rossetto sciolto e del sale. Elena gli morse il labbro, forte, fino a farlo sanguinare, e lui non si staccò. Le prese la nuca con una mano e la faccia con l’altra e la tenne ferma contro di sé mentre lei lo spingeva via e lo tirava a sé nello stesso momento, con le mani piantate nel suo cappotto zuppo, i pugni chiusi sulla stoffa, come se volesse picchiarlo e non riuscisse a decidere dove.
La spinse indietro, passo dopo passo, senza staccare la bocca dalla sua, finché la schiena di lei non sbatté contro il cofano della macchina. Il metallo era gelato, bagnato, e Elena sussultò. Poi lo afferrò per il bavero e lo tirò giù su di sé.
Non si spogliarono. Non c’era tempo, non c’era la testa. Lui le alzò il vestito fradicio fino alla vita con un gesto solo, e la stoffa bagnata fece un suono di carta strappata. Lei gli slacciò la cintura con le dita intorpidite dal freddo, sbagliando due volte, imprecando contro la sua bocca. Le calze le strappò lui, sul davanti, senza chiedere, e lei gli diede uno schiaffo, forte, sulla guancia bagnata. Poi gli prese la faccia tra le mani e lo baciò di nuovo, ancora più forte, e gli disse sulla bocca: «Fallo. Adesso.»
La prese così, sul cofano, sotto la pioggia. Senza delicatezza. Lei era bagnata dentro e fuori, e quando entrò gridò, un grido che la pioggia si mangiò a metà, e gli allacciò le gambe attorno ai fianchi, le scarpe col tacco che gli si piantavano nella schiena. Lui la teneva per i fianchi e spingeva con una rabbia che non sapeva di avere, e ogni spinta era una domanda, sei mia, sei mia, sei mia, e ogni volta lei rispondeva stringendolo più forte dentro di sé, come per dire sì e vaffanculo nello stesso istante.
Il cofano rimbombava sotto di loro. La pioggia batteva sulla schiena di lui, sul viso di lei, le riempiva la bocca aperta. Un lampo li illuminò tutti e due, bianchi, nudi a metà, aggrovigliati su una macchina in mezzo a un tetto deserto, con Milano sotto che non sapeva niente. Elena rise, una risata folle, sfrenata, con la testa all’indietro sul parabrezza. «Sei pazzo», disse. «Siamo pazzi.»
Fu allora che sentirono il motore.
Una macchina stava salendo la rampa nord. Il rumore delle gomme sul cemento bagnato, il ronzio del motore che si avvicinava, rimbombando tra i pilastri. E poi la luce: due fari bianchi che spuntavano dalla curva della rampa e spazzavano il tetto in un arco lento, illuminando le linee bianche, i lampioni, la pioggia.
Claudio si fermò. Elena gli piantò le unghie nella schiena.
«Non fermarti», sibilò. «Non ti azzardare a fermarti.»
I fari passarono a dieci metri da loro. Una berlina grigia, con un uomo solo al volante, che cercava parcheggio vicino all’uscita delle scale. Per un istante la luce li prese in pieno: lui con i pantaloni alle ginocchia, lei con il vestito alla vita e le gambe intorno a lui, schiacciati sul cofano. Claudio vide la faccia dell’uomo dietro il parabrezza girarsi, sorpresa. E vide Elena, sotto di lui, voltare la testa verso quei fari e guardarli dritto, con gli occhi spalancati e la bocca aperta, senza vergogna. Come se volesse farsi vedere. Come se fosse la prima volta in due anni che qualcuno li vedeva davvero.
La berlina tirò dritto, accelerando, e sparì giù dalla rampa sud.
Elena rise di nuovo. Più forte. E venne così, ridendo, all’improvviso, con un urlo spezzato e il corpo che si inarcava sul cofano, le mani aggrappate al tergicristallo, la pioggia che le colava negli occhi aperti.
Claudio non si fermava. Non riusciva. Era dentro di lei e dentro una cosa più grande, un vortice di rabbia e voglia e paura e acqua. Le prese i polsi e glieli tenne fermi sopra la testa, contro il parabrezza, e si chinò sulla sua faccia, così vicino che le loro fronti si toccavano.
Un fascio di luce, sottile, bianco, tagliò il buio dal fondo del tetto. Una torcia. Veniva dalla torretta delle scale. E una voce, lontana, attutita dalla pioggia: «Ehi! Ehi, voi!»
La guardia giurata.
Si staccarono. Per un istante soltanto. Elena scivolò giù dal cofano, gli prese la mano e lo tirò, e corsero, scalzi lei e mezzo nudo lui, con i vestiti attorcigliati e la pioggia addosso, dalla parte opposta alla torcia, verso la torretta della rampa sud. Si infilarono nel vano delle scale antincendio, nel buio, tra i muri di cemento grezzo che sapevano di urina e di fumo vecchio. La porta tagliafuoco si chiuse dietro di loro con un tonfo sordo.
Rimasero lì, ansimando, schiacciati contro il muro, al buio. Fuori, attraverso la porta, la voce della guardia che chiamava ancora, poi i passi che si avvicinavano, poi che si allontanavano.
Elena si mise a ridere senza fiato, piegata in due. Poi smise di ridere. Lo guardò nella penombra verde della luce d’emergenza. Lo spinse contro il muro e gli si arrampicò addosso, le gambe intorno ai suoi fianchi, e lo prese di nuovo dentro di sé, lei, questa volta, con un movimento solo.
E mentre si muoveva su di lui contro il muro grezzo delle scale antincendio, con il cemento che le graffiava la schiena e il respiro di lui sul collo, Claudio le disse la cosa che aveva in testa da tre giorni.
«Lascialo.»
Lei non si fermò.
«Lascialo, Elena. Dimmi che lo lasci.»
Allora si fermò. Rimase immobile, con lui ancora dentro, le mani sulle sue spalle, la fronte contro la sua. Nella luce verde aveva gli occhi lucidi, la bocca gonfia, il trucco colato in due righe nere sulle guance.
«E tu?» disse piano. «Tu la lasci?»
Claudio aprì la bocca. Non uscì niente.
Nel silenzio delle scale antincendio si sentiva solo la pioggia contro la porta tagliafuoco e i loro due respiri, corti, mescolati. Elena aspettava. Lo teneva ancora dentro di sé, immobile, le gambe strette intorno ai suoi fianchi, e lo guardava con quegli occhi lucidi e colati, senza rabbia adesso. Con una specie di pazienza terribile.
E Claudio, in quel silenzio, si vide.
Si vide sabato sera sul marciapiede di corso Sempione, con la mano di sua moglie nella sua, ad aprirle la portiera, a dirle sei bellissima stasera. Si vide ogni martedì tornare a casa, farsi la doccia, infilarsi nel letto accanto a lei e prenderla tra le braccia nel sonno. Si vide al compleanno di sua figlia, con la torta e le candeline e la moglie che lo baciava davanti agli amici. Si vide non lasciare niente, mai, nemmeno per un secondo, nemmeno nei pensieri. E si vide tre giorni prima, davanti a una vetrina, impazzire perché una donna aveva tenuto la mano a suo marito.
Non era gelosia. Era una cosa più piccola e più sporca. Voleva tutto. Voleva la casa e il tetto del parcheggio, la moglie e l’amante, la mano di lei sul dorso della sua e la mano di sua moglie nel parcheggio del ristorante. E pretendeva che fosse Elena a scegliere, a rinunciare, a buttare all’aria la sua vita, mentre lui la sua non l’avrebbe toccata nemmeno con un dito.
L’aveva chiamata puttana. Per aver fatto esattamente quello che faceva lui.
«No», disse.
La parola gli uscì piccola, rauca, come una cosa rotta. Elena non si mosse.
«No. Non la lascio.» Gli tremava la voce. «Non ci ho mai pensato. Nemmeno una volta, in due anni. Ti ho chiesto di fare una cosa che io non ho mai avuto il coraggio nemmeno di immaginare.» Prese fiato. «Ho torto. Ho torto marcio, Elena. Ti ho dato della puttana perché eri come me. E io sono peggio, perché io pensavo di avere il diritto di pretenderlo.»
Nella luce verde, Elena lo guardò a lungo. Poi successe una cosa che lui non si aspettava.
Sorrise.
Non un sorriso di vittoria. Un sorriso stanco, sollevato, quasi tenero. Come quello di chi ha portato un peso per due anni e finalmente qualcuno le dice: puoi metterlo giù.
«Finalmente», disse.
Gli prese la faccia tra le mani. Gli pulì la pioggia e il sangue dal labbro con i pollici, piano.
«Due anni che aspetto che uno di noi due lo dica. Che non siamo innocenti. Che non c’è nessuno da scegliere. Che non ci dobbiamo niente.» Gli baciò l’angolo della bocca. «Non voglio che tu la lasci, Claudio. Non voglio lasciarlo io. Voglio solo che smettiamo di fingere che questo sia qualcosa che non è.»
«E cos’è?»
Elena ci pensò. Poi mosse i fianchi, lentamente, una volta sola, e lui sentì tutto il corpo rispondere.
«Questo», disse. «Solo questo. Senza pretese. Senza vestiti verdi. Senza bugie.»
E ricominciò a muoversi.
Fu diverso. Non c’era più rabbia. Non c’era più la domanda, sei mia, sei mia, che batteva come un martello. C’era il cemento grezzo contro la schiena di lui, il respiro di lei contro la sua bocca, le loro fronti appoggiate una all’altra. Lei si muoveva lenta, profonda, con gli occhi aperti, e lui la guardava muoversi e non distoglieva lo sguardo, per la prima volta in due anni, perché non c’era più niente da nascondere. Era sporco, crudo, folle: due adulti sposati che scopavano contro il muro di una scala antincendio che puzzava di piscio, con una guardia giurata che li cercava sotto la pioggia. Ed era la cosa più pulita che avessero mai fatto.
Vennero insieme. Lei prima, di poco, con un suono basso e lunghissimo, il corpo che si tendeva e poi si scioglieva contro di lui, le dita affondate nei suoi capelli. Lui un attimo dopo, la bocca premuta sulla sua spalla per non urlare, e poi urlò lo stesso, contro la pelle di lei, e la voce gli rimbombò nella tromba delle scale, su e giù per i cinque piani di cemento, come se tutto il parcheggio la stesse ripetendo.
Rimasero così a lungo. Lei addosso a lui, lui addosso al muro, tutti e due che tremavano di freddo e di qualcos’altro.
Quando uscirono, la pioggia era finita.
Il tetto era vuoto, lucido, silenzioso. La guardia giurata se n’era andata. Sopra Milano le nuvole si stavano aprendo, e tra gli strappi si vedeva qualche stella, poche, pallide, come chiodi in un soffitto nero. Le gru di CityLife erano ancora accese. L’aria sapeva di ferro bagnato e di ozono.
Le calze strappate di Elena erano rimaste sul cofano della macchina, appiccicate al metallo come una pelle di serpente. Lei le guardò, rise, e le lasciò lì.
Si fermarono accanto alla macchina di lui. Elena aveva il vestito rovinato, le scarpe in mano, il trucco sparito, i capelli incollati. Non era mai stata così bella. Lui glielo disse. Lei alzò gli occhi al cielo.
Poi Claudio le prese la mano. La girò. E le accarezzò il dorso con il pollice, piano, come lei aveva fatto con suo marito sopra una tovaglia di corso Sempione. Come faceva con lui, ogni martedì, quando avevano finito.
Elena lo lasciò fare.
«Sei pazzo», disse.
«Lo so.» Claudio sorrise. Si sentiva leggero, svuotato, come dopo una febbre altissima che finalmente si spezza. «Ma sono tornato in me.»
Si baciarono una volta sola, come sempre. Poi lei salì sulla sua macchina e scese dalla rampa nord, e lui sulla sua e scese dalla rampa sud. Ognuno verso la propria casa, il proprio letto, la propria doccia prima del bacio della buonanotte.
Ma al semaforo di via Pagano, fermo al rosso, con il riscaldamento al massimo e i vestiti fradici addosso, Claudio si accorse che stava ridendo. Da solo. Come un pazzo. E che per la prima volta in due anni non aveva nessuna paura di tornare a casa.
Il semaforo diventò verde. Lui partì piano, come si guida dopo una tempesta, sapendo che la strada è ancora bagnata ma che il peggio, ormai, è passato.
I tergicristalli andavano avanti e indietro senza servire a niente.
Claudio li guardava. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Era l’unico movimento nella macchina da dieci minuti. Fuori, il tetto del parcheggio multipiano di via Pagano era una piastra di cemento lucida d’acqua, vuota, con le linee bianche dei posti auto che tremavano sotto la pioggia e i lampioni arancioni che ci si riflettevano dentro come incendi lontani. Oltre il parapetto, Milano: le gru di CityLife illuminate, la torre storta, un lampo ogni tanto che spaccava il cielo sopra Rho e lasciava tutto più buio di prima.
Elena era seduta accanto a lui, il cappotto ancora abbottonato, le mani in grembo. Non lo guardava. Guardava fuori dal suo finestrino, il riflesso del proprio viso sul vetro rigato.
Venivano lì da due anni. Il tetto del parcheggio, il martedì sera, dopo le dieci, quando il centro commerciale chiudeva e restavano solo le macchine dei turni di notte dell’ospedale dall’altra parte della strada. Ci arrivavano separati, con le loro macchine, lei sulla rampa nord e lui sulla sud. Lei saliva nella sua, si toglievano i cappotti, si prendevano in fretta sul sedile posteriore con i finestrini appannati, si rivestivano, si baciavano una volta sola, e ognuno tornava a casa propria. Da sua moglie, lui. Da suo marito, lei. Due anni così. Senza un messaggio di troppo, senza una foto, senza un nome salvato in rubrica.
Quella sera non si erano toccati.
Claudio teneva le mani sul volante della macchina spenta. Se le sentiva calde, pesanti, inutili. Nella testa gli girava una sola immagine, sempre la stessa, da tre giorni, come un disco rotto. Il ristorante di corso Sempione, sabato sera. Lui fuori, sul marciapiede, con sua moglie che cercava le chiavi nella borsa. E dentro, oltre la vetrina, a un tavolo d’angolo con le candele, Elena. Elena con un vestito verde che lui non le aveva mai visto. Elena che rideva. E un uomo di fronte a lei, suo marito, che le prendeva la mano sopra la tovaglia. E lei che non la ritirava. Che gliela stringeva. Che gli accarezzava il dorso con il pollice, piano, come faceva con lui sul sedile posteriore quando avevano finito.
Destra, sinistra. Destra, sinistra.
Non ci aveva dormito tre notti. Si era ripetuto mille volte che era assurdo: era suo marito, cosa si aspettava, che a cena gli sputasse in faccia? Si era ripetuto che anche lui, sabato, aveva tenuto la mano di sua moglie nel parcheggio, l’aveva aiutata a salire in macchina, le aveva detto sei bellissima stasera. Si era ripetuto tutto. Non era servito a niente. L’immagine tornava. Il pollice sul dorso della mano. Il vestito verde. La risata.
E sotto l’immagine, come l’acqua sotto il ghiaccio, una cosa che non voleva guardare.
«Sabato ero in corso Sempione», disse.
Elena non si girò. Ma vide le sue spalle irrigidirsi sotto il cappotto.
«Lo so», disse lei. «Ti ho visto. Fuori. Con lei.»
«E tu eri dentro. Con lui.»
«Sì.»
«Gli tenevi la mano.»
Adesso Elena si girò. Aveva gli occhi scuri, truccati appena, e nel buio della macchina sembravano più grandi. Lo guardò a lungo, come si guarda qualcuno che dice una cosa così stupida da non sapere se ridere o piangere.
«Claudio», disse. «È mio marito.»
«Appunto.»
Un lampo illuminò tutto, il tetto, la pioggia, le loro facce. Poi il tuono, lungo, così vicino che la macchina vibrò.
«Appunto cosa?» La voce di Elena si era fatta bassa, pericolosa. «Finisci la frase.»
«Appunto che è tuo marito. Che vai a cena con lui con il vestito verde. Che ridi. Che gli tieni la mano.» Claudio sentiva le parole uscirgli di bocca e non riusciva a fermarle, come un camion senza freni in discesa. «E il martedì sera vieni qui. Sul tetto di un parcheggio. Come una puttana che si vergogna.»
L’aveva detto. Era uscito. Restò nell’abitacolo come un odore.
Elena lo guardò un istante, immobile. Poi aprì la portiera e uscì.
La pioggia la colpì in faccia come una manciata di sassi. Lei non si coprì. Camminò dritta in mezzo al tetto vuoto, sotto i lampioni arancioni, con il cappotto che si inzuppava in un secondo e i capelli che le si incollavano alla testa. Si fermò al centro della piastra di cemento, tra le linee bianche, e restò lì, con le braccia lungo i fianchi, la faccia alzata verso il cielo che tuonava.
Claudio la guardò attraverso il parabrezza. Lasciala andare, pensò. Accendi la macchina e vai a casa.
Scese.
La pioggia era gelata. Gli entrò nel colletto, nelle scarpe, nei polsini, in un attimo. La raggiunse in mezzo al tetto e la prese per un braccio.
«Rientra. Ti prendi una polmonite.»
Elena si liberò con uno strattone. «Non toccarmi.»
«Elena…»
«Come una puttana che si vergogna.» Lo ripeté lentamente, parola per parola, a voce alta, sopra il rumore della pioggia. «Due anni, Claudio. Due anni che salgo su questo tetto il martedì sera. Due anni che mi spoglio sul sedile di dietro della tua macchina con il freno a mano che mi entra nella schiena. Due anni che torno a casa e mi faccio la doccia prima di dare il bacio della buonanotte ai miei figli, perché ho addosso il tuo odore. E tu mi dai della puttana perché vado a cena con mio marito?»
«Non ho detto…»
«Hai detto esattamente questo!» Urlò. La voce le rimbalzò sui pilastri della rampa e tornò indietro moltiplicata. Un lampo. Il tuono subito dopo, così forte da sentirlo nel petto. «Hai visto la mia mano nella sua e sei impazzito. Perché? Perché pensavi che la mia mano fosse tua?»
Claudio non rispose. La pioggia gli colava sulla faccia, negli occhi. Sentiva il cuore battergli nelle tempie, nelle mani, dappertutto. E sentiva la rabbia, una rabbia sorda, nera, che saliva dallo stomaco e cercava una strada per uscire.
«Sì», disse. «Sì. Pensavo che fosse mia.»
«E allora prendila!» Elena allargò le braccia, sotto la pioggia, il cappotto aperto, il vestito fradicio incollato al corpo. «Prendila, Claudio! Vieni a prendermi! Vieni a dirgli che sono tua! Domani sera, a cena, suona il campanello e diglielo!»
Si guardarono. Due metri di cemento bagnato tra loro, i lampioni arancioni, la pioggia di traverso. Lei respirava a scatti, con la bocca aperta. Lui aveva i pugni stretti lungo i fianchi.
Poi Claudio fece i due metri in un passo e la baciò.
Non fu un bacio. Fu un urto. Le bocche si scontrarono con i denti, con la pioggia in mezzo, con il sapore del rossetto sciolto e del sale. Elena gli morse il labbro, forte, fino a farlo sanguinare, e lui non si staccò. Le prese la nuca con una mano e la faccia con l’altra e la tenne ferma contro di sé mentre lei lo spingeva via e lo tirava a sé nello stesso momento, con le mani piantate nel suo cappotto zuppo, i pugni chiusi sulla stoffa, come se volesse picchiarlo e non riuscisse a decidere dove.
La spinse indietro, passo dopo passo, senza staccare la bocca dalla sua, finché la schiena di lei non sbatté contro il cofano della macchina. Il metallo era gelato, bagnato, e Elena sussultò. Poi lo afferrò per il bavero e lo tirò giù su di sé.
Non si spogliarono. Non c’era tempo, non c’era la testa. Lui le alzò il vestito fradicio fino alla vita con un gesto solo, e la stoffa bagnata fece un suono di carta strappata. Lei gli slacciò la cintura con le dita intorpidite dal freddo, sbagliando due volte, imprecando contro la sua bocca. Le calze le strappò lui, sul davanti, senza chiedere, e lei gli diede uno schiaffo, forte, sulla guancia bagnata. Poi gli prese la faccia tra le mani e lo baciò di nuovo, ancora più forte, e gli disse sulla bocca: «Fallo. Adesso.»
La prese così, sul cofano, sotto la pioggia. Senza delicatezza. Lei era bagnata dentro e fuori, e quando entrò gridò, un grido che la pioggia si mangiò a metà, e gli allacciò le gambe attorno ai fianchi, le scarpe col tacco che gli si piantavano nella schiena. Lui la teneva per i fianchi e spingeva con una rabbia che non sapeva di avere, e ogni spinta era una domanda, sei mia, sei mia, sei mia, e ogni volta lei rispondeva stringendolo più forte dentro di sé, come per dire sì e vaffanculo nello stesso istante.
Il cofano rimbombava sotto di loro. La pioggia batteva sulla schiena di lui, sul viso di lei, le riempiva la bocca aperta. Un lampo li illuminò tutti e due, bianchi, nudi a metà, aggrovigliati su una macchina in mezzo a un tetto deserto, con Milano sotto che non sapeva niente. Elena rise, una risata folle, sfrenata, con la testa all’indietro sul parabrezza. «Sei pazzo», disse. «Siamo pazzi.»
Fu allora che sentirono il motore.
Una macchina stava salendo la rampa nord. Il rumore delle gomme sul cemento bagnato, il ronzio del motore che si avvicinava, rimbombando tra i pilastri. E poi la luce: due fari bianchi che spuntavano dalla curva della rampa e spazzavano il tetto in un arco lento, illuminando le linee bianche, i lampioni, la pioggia.
Claudio si fermò. Elena gli piantò le unghie nella schiena.
«Non fermarti», sibilò. «Non ti azzardare a fermarti.»
I fari passarono a dieci metri da loro. Una berlina grigia, con un uomo solo al volante, che cercava parcheggio vicino all’uscita delle scale. Per un istante la luce li prese in pieno: lui con i pantaloni alle ginocchia, lei con il vestito alla vita e le gambe intorno a lui, schiacciati sul cofano. Claudio vide la faccia dell’uomo dietro il parabrezza girarsi, sorpresa. E vide Elena, sotto di lui, voltare la testa verso quei fari e guardarli dritto, con gli occhi spalancati e la bocca aperta, senza vergogna. Come se volesse farsi vedere. Come se fosse la prima volta in due anni che qualcuno li vedeva davvero.
La berlina tirò dritto, accelerando, e sparì giù dalla rampa sud.
Elena rise di nuovo. Più forte. E venne così, ridendo, all’improvviso, con un urlo spezzato e il corpo che si inarcava sul cofano, le mani aggrappate al tergicristallo, la pioggia che le colava negli occhi aperti.
Claudio non si fermava. Non riusciva. Era dentro di lei e dentro una cosa più grande, un vortice di rabbia e voglia e paura e acqua. Le prese i polsi e glieli tenne fermi sopra la testa, contro il parabrezza, e si chinò sulla sua faccia, così vicino che le loro fronti si toccavano.
Un fascio di luce, sottile, bianco, tagliò il buio dal fondo del tetto. Una torcia. Veniva dalla torretta delle scale. E una voce, lontana, attutita dalla pioggia: «Ehi! Ehi, voi!»
La guardia giurata.
Si staccarono. Per un istante soltanto. Elena scivolò giù dal cofano, gli prese la mano e lo tirò, e corsero, scalzi lei e mezzo nudo lui, con i vestiti attorcigliati e la pioggia addosso, dalla parte opposta alla torcia, verso la torretta della rampa sud. Si infilarono nel vano delle scale antincendio, nel buio, tra i muri di cemento grezzo che sapevano di urina e di fumo vecchio. La porta tagliafuoco si chiuse dietro di loro con un tonfo sordo.
Rimasero lì, ansimando, schiacciati contro il muro, al buio. Fuori, attraverso la porta, la voce della guardia che chiamava ancora, poi i passi che si avvicinavano, poi che si allontanavano.
Elena si mise a ridere senza fiato, piegata in due. Poi smise di ridere. Lo guardò nella penombra verde della luce d’emergenza. Lo spinse contro il muro e gli si arrampicò addosso, le gambe intorno ai suoi fianchi, e lo prese di nuovo dentro di sé, lei, questa volta, con un movimento solo.
E mentre si muoveva su di lui contro il muro grezzo delle scale antincendio, con il cemento che le graffiava la schiena e il respiro di lui sul collo, Claudio le disse la cosa che aveva in testa da tre giorni.
«Lascialo.»
Lei non si fermò.
«Lascialo, Elena. Dimmi che lo lasci.»
Allora si fermò. Rimase immobile, con lui ancora dentro, le mani sulle sue spalle, la fronte contro la sua. Nella luce verde aveva gli occhi lucidi, la bocca gonfia, il trucco colato in due righe nere sulle guance.
«E tu?» disse piano. «Tu la lasci?»
Claudio aprì la bocca. Non uscì niente.
Nel silenzio delle scale antincendio si sentiva solo la pioggia contro la porta tagliafuoco e i loro due respiri, corti, mescolati. Elena aspettava. Lo teneva ancora dentro di sé, immobile, le gambe strette intorno ai suoi fianchi, e lo guardava con quegli occhi lucidi e colati, senza rabbia adesso. Con una specie di pazienza terribile.
E Claudio, in quel silenzio, si vide.
Si vide sabato sera sul marciapiede di corso Sempione, con la mano di sua moglie nella sua, ad aprirle la portiera, a dirle sei bellissima stasera. Si vide ogni martedì tornare a casa, farsi la doccia, infilarsi nel letto accanto a lei e prenderla tra le braccia nel sonno. Si vide al compleanno di sua figlia, con la torta e le candeline e la moglie che lo baciava davanti agli amici. Si vide non lasciare niente, mai, nemmeno per un secondo, nemmeno nei pensieri. E si vide tre giorni prima, davanti a una vetrina, impazzire perché una donna aveva tenuto la mano a suo marito.
Non era gelosia. Era una cosa più piccola e più sporca. Voleva tutto. Voleva la casa e il tetto del parcheggio, la moglie e l’amante, la mano di lei sul dorso della sua e la mano di sua moglie nel parcheggio del ristorante. E pretendeva che fosse Elena a scegliere, a rinunciare, a buttare all’aria la sua vita, mentre lui la sua non l’avrebbe toccata nemmeno con un dito.
L’aveva chiamata puttana. Per aver fatto esattamente quello che faceva lui.
«No», disse.
La parola gli uscì piccola, rauca, come una cosa rotta. Elena non si mosse.
«No. Non la lascio.» Gli tremava la voce. «Non ci ho mai pensato. Nemmeno una volta, in due anni. Ti ho chiesto di fare una cosa che io non ho mai avuto il coraggio nemmeno di immaginare.» Prese fiato. «Ho torto. Ho torto marcio, Elena. Ti ho dato della puttana perché eri come me. E io sono peggio, perché io pensavo di avere il diritto di pretenderlo.»
Nella luce verde, Elena lo guardò a lungo. Poi successe una cosa che lui non si aspettava.
Sorrise.
Non un sorriso di vittoria. Un sorriso stanco, sollevato, quasi tenero. Come quello di chi ha portato un peso per due anni e finalmente qualcuno le dice: puoi metterlo giù.
«Finalmente», disse.
Gli prese la faccia tra le mani. Gli pulì la pioggia e il sangue dal labbro con i pollici, piano.
«Due anni che aspetto che uno di noi due lo dica. Che non siamo innocenti. Che non c’è nessuno da scegliere. Che non ci dobbiamo niente.» Gli baciò l’angolo della bocca. «Non voglio che tu la lasci, Claudio. Non voglio lasciarlo io. Voglio solo che smettiamo di fingere che questo sia qualcosa che non è.»
«E cos’è?»
Elena ci pensò. Poi mosse i fianchi, lentamente, una volta sola, e lui sentì tutto il corpo rispondere.
«Questo», disse. «Solo questo. Senza pretese. Senza vestiti verdi. Senza bugie.»
E ricominciò a muoversi.
Fu diverso. Non c’era più rabbia. Non c’era più la domanda, sei mia, sei mia, che batteva come un martello. C’era il cemento grezzo contro la schiena di lui, il respiro di lei contro la sua bocca, le loro fronti appoggiate una all’altra. Lei si muoveva lenta, profonda, con gli occhi aperti, e lui la guardava muoversi e non distoglieva lo sguardo, per la prima volta in due anni, perché non c’era più niente da nascondere. Era sporco, crudo, folle: due adulti sposati che scopavano contro il muro di una scala antincendio che puzzava di piscio, con una guardia giurata che li cercava sotto la pioggia. Ed era la cosa più pulita che avessero mai fatto.
Vennero insieme. Lei prima, di poco, con un suono basso e lunghissimo, il corpo che si tendeva e poi si scioglieva contro di lui, le dita affondate nei suoi capelli. Lui un attimo dopo, la bocca premuta sulla sua spalla per non urlare, e poi urlò lo stesso, contro la pelle di lei, e la voce gli rimbombò nella tromba delle scale, su e giù per i cinque piani di cemento, come se tutto il parcheggio la stesse ripetendo.
Rimasero così a lungo. Lei addosso a lui, lui addosso al muro, tutti e due che tremavano di freddo e di qualcos’altro.
Quando uscirono, la pioggia era finita.
Il tetto era vuoto, lucido, silenzioso. La guardia giurata se n’era andata. Sopra Milano le nuvole si stavano aprendo, e tra gli strappi si vedeva qualche stella, poche, pallide, come chiodi in un soffitto nero. Le gru di CityLife erano ancora accese. L’aria sapeva di ferro bagnato e di ozono.
Le calze strappate di Elena erano rimaste sul cofano della macchina, appiccicate al metallo come una pelle di serpente. Lei le guardò, rise, e le lasciò lì.
Si fermarono accanto alla macchina di lui. Elena aveva il vestito rovinato, le scarpe in mano, il trucco sparito, i capelli incollati. Non era mai stata così bella. Lui glielo disse. Lei alzò gli occhi al cielo.
Poi Claudio le prese la mano. La girò. E le accarezzò il dorso con il pollice, piano, come lei aveva fatto con suo marito sopra una tovaglia di corso Sempione. Come faceva con lui, ogni martedì, quando avevano finito.
Elena lo lasciò fare.
«Sei pazzo», disse.
«Lo so.» Claudio sorrise. Si sentiva leggero, svuotato, come dopo una febbre altissima che finalmente si spezza. «Ma sono tornato in me.»
Si baciarono una volta sola, come sempre. Poi lei salì sulla sua macchina e scese dalla rampa nord, e lui sulla sua e scese dalla rampa sud. Ognuno verso la propria casa, il proprio letto, la propria doccia prima del bacio della buonanotte.
Ma al semaforo di via Pagano, fermo al rosso, con il riscaldamento al massimo e i vestiti fradici addosso, Claudio si accorse che stava ridendo. Da solo. Come un pazzo. E che per la prima volta in due anni non aveva nessuna paura di tornare a casa.
Il semaforo diventò verde. Lui partì piano, come si guida dopo una tempesta, sapendo che la strada è ancora bagnata ma che il peggio, ormai, è passato.
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