Quello lì
scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 8 min
di
b_bull_and_master
genere
voyeur
cura
A+
Stanotte ho avuto parecchio dolore. Di quello che ti tiene sveglio, che ti fa girare nel letto come un pollo allo spiedo e che ti ricorda, con una certa maleducazione, che il corpo esiste e non è tuo amico. Dolore abbastanza forte da togliermi il sonno, abbastanza usuale da non meritare nemmeno un post su Instagram. Così, invece di contare le pecore, ho deciso di scrivere anche questa storia (stanotte due). Non è profonda. Non è bella. È la storia di un uomo che nessuno vuole vicino, e di tutto quello che lui guarda quando crede che nessuno guardi lui.
Si chiamava Mauro, ma la gente, quando proprio doveva nominarlo, diceva “quello lì”. Quello con la camicia aperta sul petto sudato. Quello che in fila al supermercato respirava troppo forte. Quello che sembrava sul punto di chiederti qualcosa e invece no, ti fissava e basta. Aveva quarantadue anni e l’aspetto di una cimice che avesse deciso di diventare umana per dispetto.
Non era cattivo. Era solo… scomodo.
Viveva da solo, e la cosa gli andava benissimo. Il suo appartamento dava su un cortile interno e, grazie a una fortunata combinazione di angolazioni e di tende tirate male, gli offriva due finestre. Nella prima abitava una coppia che faceva l’amore come se stesse girando un tutorial per principianti: chiaro, ordinato, sempre nella stessa sequenza. Nella seconda abitava Giulia, che a giudicare dalle rare sere in cui si scordava le tende aveva un rapporto molto intenso con sé stessa e con un vibratore viola. Mauro l’aveva battezzato “il viola”. La fantasia non era il suo forte. La costanza sì.
Per la coppia aveva un rituale. Spegneva la luce in cucina, piazzava la sedia di plastica davanti alla finestra, apriva una bottiglia d’acqua frizzante e si sedeva con la compostezza di un critico alla prima della Scala. Il martedì era la sera buona. Lo sapeva come certi sanno gli orari dei treni.
Quel martedì loro rientrarono alle nove. Lei si tolse le scarpe. Lui si tolse la giacca. Mauro si abbassò la tuta, per portarsi avanti.
Poi lei tirò fuori un raccoglitore.
Per un’ora e venti la coppia fece i conti delle bollette. Mauro vide lei indicare una cifra con la penna, lui scuotere la testa, lei sbattere il raccoglitore sul tavolo. Vide lui andare al frigorifero, aprirlo, chiuderlo senza prendere niente. Vide una discussione accesa che, dal labiale, riguardava il gas. Lui, intanto, era sempre lì, con la tuta alle caviglie e l’acqua frizzante che si sgasava, come un uomo arrivato al cinema per un film porno e capitato a un documentario sull’Enel.
Alle dieci e mezza, quando ormai aveva perso ogni speranza e anche un po’ di sensibilità alle gambe, lei rise. Lui la baciò. Il raccoglitore cadde a terra. In trenta secondi lei era contro il frigorifero, le mutande alle ginocchia, e lui la prendeva da dietro con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto di aver pagato meno del previsto. Lei si reggeva al piano di lavoro e allungava una mano all’indietro per tirarselo più dentro.
Mauro, colto alla sprovvista, si rimise all’opera con la foga di chi deve recuperare un’ora e venti. Venne prima di loro, come sempre. Ma stavolta parecchio prima. Restò a guardarli finire con l’espressione di chi è uscito dallo stadio al settantesimo e sente il boato dal parcheggio.
Con Giulia ci voleva pazienza. Lei chiudeva quasi sempre le tende, ma ogni tanto se ne dimenticava, o le chiudeva male, lasciando una fessura larga quanto una mano. Dalla sedia di plastica, però, la fessura mostrava soltanto un pezzo di comodino e l’angolo di un poster di Frida Kahlo, che lo fissava con un sopracciglio solo e moltissimo disprezzo.
Una sera di ottobre la fessura si allargò. Giulia entrò in camera, si tolse il maglione e restò in reggiseno e mutandine. Poi, con una naturalezza che a Mauro parve quasi offensiva, si sdraiò e cominciò a toccarsi. Senza fretta, con due dita, come chi sfoglia una rivista dal parrucchiere.
Mauro se l’era già tirato fuori. Il problema era l’angolazione: vedeva le ginocchia di lei, il ventre, la mano, ma il punto preciso gli restava nascosto dietro lo stipite. Si sporse. Poi si sporse ancora. Quando Giulia allungò un braccio verso il comodino e ne tirò fuori il viola, Mauro capì che quello era il momento della sua vita, e si sporse con tutto il peso del corpo su una gamba sola della sedia.
La sedia di plastica aveva sopportato molto, in quegli anni. Questo no.
Si aprì con un rumore secco, come una risata. Mauro andò giù di fianco, la tuta alle caviglie, il gomito contro il termosifone e l’acqua frizzante che gli si rovesciava sul petto. Ci mise un po’ a rialzarsi, perché con la tuta lì non è facile, e quando finalmente tornò alla finestra le tende di Giulia erano chiuse. Dalla fessura filtrava soltanto, nel silenzio del cortile, un ronzio lieve e soddisfatto.
Andare a letto con un livido sul gomito e nient’altro fu, per Mauro, un’esperienza nuova. Non gli piacque.
Il giovedì andò da Marika, che lavorava in un appartamento con le pareti rosa e un deodorante alla vaniglia impegnato in una battaglia persa contro tutto il resto. Costava cinquanta euro e non faceva domande, a parte una.
«Allora, cosa vuoi fare?»
Mauro voleva sempre la stessa cosa. Lei si metteva a quattro zampe sul letto, lui le entrava dentro da dietro e si muoveva con la determinazione goffa di chi ha poca pratica e molta voglia. Marika, nel frattempo, rispondeva ai messaggi. A un certo punto rise di qualcosa sul telefono, e Mauro, per una frazione di secondo, pensò che ridesse di lui. Poi pensò che forse sì. Venne lo stesso.
Mentre lui si rivestiva, Marika diede un’occhiata al cronometro del telefono.
«Tre minuti e quaranta», disse. «Stai migliorando.»
«La volta scorsa?»
«Due e cinquanta. Ma eri stanco.»
Mauro lasciò i soldi sul comodino e uscì. Tornando a casa si sentì più leggero, come dopo la spesa. Una spesa in cui ti accorgi alla cassa che ti hanno fatto lo sconto, ma non sai se per gentilezza o per pietà.
Il sabato, al supermercato, incrociò Giulia tra gli scaffali dei detersivi. Lei lo vide, e invece del solito cenno distratto si fermò. Lo guardò dalla testa ai piedi, si soffermò sul gomito livido, poi allungò una mano nel proprio cestino, ne tirò fuori un tubetto di pomata all’arnica e glielo mise nel carrello.
«Per il gomito», disse. «E la prossima volta prendi una sedia con i braccioli. È più stabile.»
Se ne andò verso le casse senza voltarsi. Mauro rimase in mezzo alla corsia con l’arnica nel carrello e la sensazione, del tutto nuova, di essere stato visto. Non nel senso solito, quello delle persone che ti notano e poi distolgono lo sguardo. Visto proprio. Con tutti i dettagli.
Quella sera Giulia lasciò le tende spalancate. Non una fessura: tutto. Accese anche la lampada sul comodino, orientata con cura verso il letto, come un fotografo che sa il fatto suo. Si spogliò lentamente, un capo alla volta, e ogni capo lo lanciò verso la finestra. Poi si sdraiò, prese il viola e cominciò.
Mauro aveva comprato una sedia nuova, con i braccioli. Si sedette, si abbassò la tuta, e scoprì una cosa che non gli era mai successa in quarantadue anni: con lo spettacolo davanti agli occhi, illuminato a regola d’arte, nessuna fessura, nessun ostacolo, lui non riusciva a combinare niente. Era come se il cazzo, saputo di essere osservato, si fosse messo in sciopero per timidezza.
Giulia, intanto, andava avanti con grande serenità. Si inarcò, ansimò, venne con una certa teatralità e un gemito che rimbalzò per tutto il cortile. Poi si mise seduta, prese un foglio dal comodino e un pennarello, scrisse qualcosa e lo appoggiò al vetro, rivolto verso di lui.
STASERA PRIMA IO.
Mauro non fece in tempo a riaversi. Dalla finestra della coppia arrivò un applauso. Lei e lui erano affacciati, in accappatoio, e battevano le mani. Lui alzò un pollice. Lei sollevò il raccoglitore delle bollette e lo agitò come un trofeo. Al terzo piano qualcuno accese la luce per vedere cosa stesse succedendo, e Mauro, con la tuta alle caviglie e la sedia nuova sotto il sedere, si rese conto che il tutorial per principianti, in quel cortile, lo stava girando lui.
Non si mosse per un po’. Poi si alzò, si tirò su la tuta con tutta la dignità che gli restava e spense una luce che non aveva mai acceso.
Il lunedì, per la prima volta in vita sua, Mauro comprò delle tende. Pesanti, foderate, color cimice.
Verso le quattro, il mio dolore è passato. Il suo, credo, no.
Si chiamava Mauro, ma la gente, quando proprio doveva nominarlo, diceva “quello lì”. Quello con la camicia aperta sul petto sudato. Quello che in fila al supermercato respirava troppo forte. Quello che sembrava sul punto di chiederti qualcosa e invece no, ti fissava e basta. Aveva quarantadue anni e l’aspetto di una cimice che avesse deciso di diventare umana per dispetto.
Non era cattivo. Era solo… scomodo.
Viveva da solo, e la cosa gli andava benissimo. Il suo appartamento dava su un cortile interno e, grazie a una fortunata combinazione di angolazioni e di tende tirate male, gli offriva due finestre. Nella prima abitava una coppia che faceva l’amore come se stesse girando un tutorial per principianti: chiaro, ordinato, sempre nella stessa sequenza. Nella seconda abitava Giulia, che a giudicare dalle rare sere in cui si scordava le tende aveva un rapporto molto intenso con sé stessa e con un vibratore viola. Mauro l’aveva battezzato “il viola”. La fantasia non era il suo forte. La costanza sì.
Per la coppia aveva un rituale. Spegneva la luce in cucina, piazzava la sedia di plastica davanti alla finestra, apriva una bottiglia d’acqua frizzante e si sedeva con la compostezza di un critico alla prima della Scala. Il martedì era la sera buona. Lo sapeva come certi sanno gli orari dei treni.
Quel martedì loro rientrarono alle nove. Lei si tolse le scarpe. Lui si tolse la giacca. Mauro si abbassò la tuta, per portarsi avanti.
Poi lei tirò fuori un raccoglitore.
Per un’ora e venti la coppia fece i conti delle bollette. Mauro vide lei indicare una cifra con la penna, lui scuotere la testa, lei sbattere il raccoglitore sul tavolo. Vide lui andare al frigorifero, aprirlo, chiuderlo senza prendere niente. Vide una discussione accesa che, dal labiale, riguardava il gas. Lui, intanto, era sempre lì, con la tuta alle caviglie e l’acqua frizzante che si sgasava, come un uomo arrivato al cinema per un film porno e capitato a un documentario sull’Enel.
Alle dieci e mezza, quando ormai aveva perso ogni speranza e anche un po’ di sensibilità alle gambe, lei rise. Lui la baciò. Il raccoglitore cadde a terra. In trenta secondi lei era contro il frigorifero, le mutande alle ginocchia, e lui la prendeva da dietro con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto di aver pagato meno del previsto. Lei si reggeva al piano di lavoro e allungava una mano all’indietro per tirarselo più dentro.
Mauro, colto alla sprovvista, si rimise all’opera con la foga di chi deve recuperare un’ora e venti. Venne prima di loro, come sempre. Ma stavolta parecchio prima. Restò a guardarli finire con l’espressione di chi è uscito dallo stadio al settantesimo e sente il boato dal parcheggio.
Con Giulia ci voleva pazienza. Lei chiudeva quasi sempre le tende, ma ogni tanto se ne dimenticava, o le chiudeva male, lasciando una fessura larga quanto una mano. Dalla sedia di plastica, però, la fessura mostrava soltanto un pezzo di comodino e l’angolo di un poster di Frida Kahlo, che lo fissava con un sopracciglio solo e moltissimo disprezzo.
Una sera di ottobre la fessura si allargò. Giulia entrò in camera, si tolse il maglione e restò in reggiseno e mutandine. Poi, con una naturalezza che a Mauro parve quasi offensiva, si sdraiò e cominciò a toccarsi. Senza fretta, con due dita, come chi sfoglia una rivista dal parrucchiere.
Mauro se l’era già tirato fuori. Il problema era l’angolazione: vedeva le ginocchia di lei, il ventre, la mano, ma il punto preciso gli restava nascosto dietro lo stipite. Si sporse. Poi si sporse ancora. Quando Giulia allungò un braccio verso il comodino e ne tirò fuori il viola, Mauro capì che quello era il momento della sua vita, e si sporse con tutto il peso del corpo su una gamba sola della sedia.
La sedia di plastica aveva sopportato molto, in quegli anni. Questo no.
Si aprì con un rumore secco, come una risata. Mauro andò giù di fianco, la tuta alle caviglie, il gomito contro il termosifone e l’acqua frizzante che gli si rovesciava sul petto. Ci mise un po’ a rialzarsi, perché con la tuta lì non è facile, e quando finalmente tornò alla finestra le tende di Giulia erano chiuse. Dalla fessura filtrava soltanto, nel silenzio del cortile, un ronzio lieve e soddisfatto.
Andare a letto con un livido sul gomito e nient’altro fu, per Mauro, un’esperienza nuova. Non gli piacque.
Il giovedì andò da Marika, che lavorava in un appartamento con le pareti rosa e un deodorante alla vaniglia impegnato in una battaglia persa contro tutto il resto. Costava cinquanta euro e non faceva domande, a parte una.
«Allora, cosa vuoi fare?»
Mauro voleva sempre la stessa cosa. Lei si metteva a quattro zampe sul letto, lui le entrava dentro da dietro e si muoveva con la determinazione goffa di chi ha poca pratica e molta voglia. Marika, nel frattempo, rispondeva ai messaggi. A un certo punto rise di qualcosa sul telefono, e Mauro, per una frazione di secondo, pensò che ridesse di lui. Poi pensò che forse sì. Venne lo stesso.
Mentre lui si rivestiva, Marika diede un’occhiata al cronometro del telefono.
«Tre minuti e quaranta», disse. «Stai migliorando.»
«La volta scorsa?»
«Due e cinquanta. Ma eri stanco.»
Mauro lasciò i soldi sul comodino e uscì. Tornando a casa si sentì più leggero, come dopo la spesa. Una spesa in cui ti accorgi alla cassa che ti hanno fatto lo sconto, ma non sai se per gentilezza o per pietà.
Il sabato, al supermercato, incrociò Giulia tra gli scaffali dei detersivi. Lei lo vide, e invece del solito cenno distratto si fermò. Lo guardò dalla testa ai piedi, si soffermò sul gomito livido, poi allungò una mano nel proprio cestino, ne tirò fuori un tubetto di pomata all’arnica e glielo mise nel carrello.
«Per il gomito», disse. «E la prossima volta prendi una sedia con i braccioli. È più stabile.»
Se ne andò verso le casse senza voltarsi. Mauro rimase in mezzo alla corsia con l’arnica nel carrello e la sensazione, del tutto nuova, di essere stato visto. Non nel senso solito, quello delle persone che ti notano e poi distolgono lo sguardo. Visto proprio. Con tutti i dettagli.
Quella sera Giulia lasciò le tende spalancate. Non una fessura: tutto. Accese anche la lampada sul comodino, orientata con cura verso il letto, come un fotografo che sa il fatto suo. Si spogliò lentamente, un capo alla volta, e ogni capo lo lanciò verso la finestra. Poi si sdraiò, prese il viola e cominciò.
Mauro aveva comprato una sedia nuova, con i braccioli. Si sedette, si abbassò la tuta, e scoprì una cosa che non gli era mai successa in quarantadue anni: con lo spettacolo davanti agli occhi, illuminato a regola d’arte, nessuna fessura, nessun ostacolo, lui non riusciva a combinare niente. Era come se il cazzo, saputo di essere osservato, si fosse messo in sciopero per timidezza.
Giulia, intanto, andava avanti con grande serenità. Si inarcò, ansimò, venne con una certa teatralità e un gemito che rimbalzò per tutto il cortile. Poi si mise seduta, prese un foglio dal comodino e un pennarello, scrisse qualcosa e lo appoggiò al vetro, rivolto verso di lui.
STASERA PRIMA IO.
Mauro non fece in tempo a riaversi. Dalla finestra della coppia arrivò un applauso. Lei e lui erano affacciati, in accappatoio, e battevano le mani. Lui alzò un pollice. Lei sollevò il raccoglitore delle bollette e lo agitò come un trofeo. Al terzo piano qualcuno accese la luce per vedere cosa stesse succedendo, e Mauro, con la tuta alle caviglie e la sedia nuova sotto il sedere, si rese conto che il tutorial per principianti, in quel cortile, lo stava girando lui.
Non si mosse per un po’. Poi si alzò, si tirò su la tuta con tutta la dignità che gli restava e spense una luce che non aveva mai acceso.
Il lunedì, per la prima volta in vita sua, Mauro comprò delle tende. Pesanti, foderate, color cimice.
Verso le quattro, il mio dolore è passato. Il suo, credo, no.
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