Lo spettatore.

scritto il 2026-11-03 tempo di lettura 19 min

di
genere
Esibizionismo, Tradimenti
cura
A+

Un racconto molto diverso dai miei canoni, tanto per giocare un po’.

Il primo a volerla guardata dagli altri fu Paolo.
Era l’estate dei loro dieci anni di matrimonio. Barcellona, un albergo sul Passeig de Gràcia, tre giorni regalati a se stessi dopo un inverno di lavoro e di silenzi. Valeria aveva trentasei anni, faceva l’architetta in uno studio di Torino, e aveva passato gli ultimi dieci a vestirsi come si vestono le donne che devono essere prese sul serio: pantaloni dritti, camicie di lino, giacche strutturate. Paolo, trentotto, avvocato, la guardava ogni mattina allacciarsi l’ultimo bottone e pensava, senza mai dirlo, a quanto sarebbe stato bello vederla sbottonata. Non per lui. Per tutti.
La sera del secondo giorno, in camera, le tirò fuori dalla valigia un vestito che le aveva comprato di nascosto in una boutique del Born. Nero, di seta, la schiena scoperta fino in fondo, una spaccata che arrivava all’anca. Niente da metterci sotto. Lo stese sul letto senza dire niente.
Valeria lo guardò. Guardò lui.
«Sei impazzito.»
«Stasera sì.»
Se lo mise ridendo, per sfidarlo. Davanti allo specchio smise di ridere. Si vide per intero: le spalle nude, la linea della schiena che scendeva fino all’osso sacro, la gamba che usciva dalla seta a ogni passo. Si vide come non si vedeva da anni, forse da mai. E sentì una cosa che non sapeva nominare, una specie di calore che partiva dalla pancia e saliva alla gola.
Andarono in un bar su una terrazza sopra i tetti del Gotico. Pieno, rumoroso, luci basse, musica che usciva dalle casse come un respiro. Valeria camminò tra i tavoli fino al bancone, e sentì gli sguardi. Li sentì come mani. Sulla schiena, sui fianchi, sulla gamba che si scopriva. Un uomo con la camicia bianca si girò a guardarla due volte. Una donna al tavolo d’angolo la seguì con gli occhi finché non si sedette. Il barista le servì il gin tonic senza riuscire a guardarla in faccia.
Paolo, accanto a lei, li vedeva tutti. Ogni sguardo che le si posava addosso gli arrivava allo stomaco come un colpo, mezzo gelosia e mezzo qualcos’altro, più scuro, più caldo. Le mise una mano sulla schiena nuda, piano, come a dire: è mia. E nello stesso momento pensò: guardatela.
Quella notte, in albergo, non arrivarono nemmeno al letto. Lui la prese contro la vetrata, con la città accesa dietro e le tende aperte, e lei teneva gli occhi fissi sulle finestre illuminate del palazzo di fronte, e a un certo punto disse, con la voce rotta: «Se c’è qualcuno che ci guarda…» E venne prima di finire la frase.
Dopo, distesi sul pavimento, rimasero a guardare il soffitto.
«Ti è piaciuto», disse Paolo. Non era una domanda.
Valeria non rispose subito. Poi si girò su un fianco, verso di lui, e lo guardò con un’espressione che lui non le aveva mai visto. Curiosa. Affamata. Un po’ spaventata da se stessa.
«Sì», disse. «Mi è piaciuto da morire.»
A Torino, per qualche mese, il gioco rimase di Paolo. O almeno, lui ne era convinto.
Era lui a scegliere. Il ristorante con i tavoli troppo vicini. La gonna che le arrivava a metà coscia quando si sedeva. Il bottone della camicetta da lasciare aperto, quello in più. Le mutandine da togliere in bagno a metà cena e da passargli sotto il tavolo, ancora calde. Era lui a guardare gli altri guardarla, e a portarsela a casa dopo, eccitato fino al dolore, per scoparla nell’ingresso senza nemmeno accendere la luce.
Una sera di settembre, in un cocktail bar del centro, un uomo sui cinquanta, elegante, con le mani curate, non smise di guardarla per tutta la sera. Valeria aveva la camicetta di seta bianca e niente sotto, come voleva Paolo, e i capezzoli si vedevano attraverso la stoffa ogni volta che si muoveva. «Guardalo», le sussurrò Paolo. «Fagli capire che lo vedi.»
Valeria lo guardò. Poi, mentre Paolo era in bagno, si alzò e andò al tavolo dell’uomo. Quando Paolo tornò, lei era di nuovo seduta, le gambe accavallate, il Negroni in mano.
«Cosa hai fatto?»
«Niente», disse lei. «L’ho guardato, come mi hai detto.»
Nella borsa, sotto il portafoglio, c’era un biglietto da visita. Dott. Giorgio Ferraris, chirurgo plastico. E dietro, a penna, un numero di cellulare.
Valeria lo chiamò il martedì dopo, nella pausa pranzo, da una panchina dei giardini Lamarmora. Non disse niente a Paolo.
Lo studio di Giorgio era in un palazzo dell’Ottocento in via della Rocca, al secondo piano, con le pareti grigio perla e una poltrona da visita in pelle bianca. Lui la ricevette alle sei e mezza, quando la segretaria era già andata via. Chiuse la porta a chiave senza dire niente. La guardò a lungo, in piedi in mezzo alla stanza, come doveva guardare le pazienti prima di un intervento.
«Spogliati», disse. «Voglio vedere cosa guardava tutto il locale.»
Valeria si spogliò. Lentamente, davanti a uno sconosciuto, per la prima volta in dieci anni senza Paolo nella stanza. La gonna, la camicetta, il reggiseno. Le mutandine le tolse per ultime e le lasciò cadere sul parquet. Giorgio le girò intorno senza toccarla. Le sfiorò la schiena con un dito, dall’attaccatura dei capelli fino all’osso sacro. Poi le mise una mano tra le cosce, da dietro, e la trovò fradicia.
«Tuo marito lo sa che sei qui?»
«No.»
Giorgio sorrise. La fece sdraiare sulla poltrona da visita, le gambe aperte sui poggiapiedi come per un esame, e la leccò per mezz’ora, con una pazienza da chirurgo, finché lei non venne due volte urlando contro il dorso della propria mano. Poi si slacciò i pantaloni, le si mise tra le gambe e la scopò così, sulla pelle bianca della poltrona che scricchiolava, tenendola per le caviglie, piano all’inizio e poi sempre più forte, guardandola negli occhi, finché non le venne dentro con un gemito basso.
Valeria tornò a casa alle otto e mezza. Paolo stava cucinando. Lei lo baciò sul collo, con l’odore di Giorgio ancora addosso, e gli disse che era rimasta in cantiere.
Nei giorni seguenti si accorse di una cosa che non si aspettava. Non si sentiva in colpa. Si sentiva viva. Aveva un segreto, ed era suo. Per la prima volta da quando si erano sposati c’era una parte di lei che Paolo non aveva deciso, non aveva scelto, non aveva vestito.
Tornò da Giorgio altre tre volte, in ottobre. E intanto, una sera, da sola sul divano mentre Paolo era a un’udienza a Roma, si iscrisse a un sito per coppie e single. Non ci mise la faccia. Ci mise il corpo: una foto allo specchio del bagno, nuda, il volto tagliato. In una notte le arrivarono centoquaranta messaggi. Li lesse tutti, con una mano tra le gambe.
Fu a metà novembre che glielo disse. Una sera, a letto, al buio, dopo che avevano fatto l’amore e lui era ancora dentro di lei.
«L’uomo del bar. Quello di settembre. Il chirurgo.»
Paolo si irrigidì.
«Sono andata da lui.» Una pausa. «Mi ha scopata sulla poltrona del suo studio.»
Non gli disse quante volte. Non gli disse del sito. Gli disse solo quello, e lo sentì indurirsi di nuovo dentro di lei, mentre il respiro gli si spezzava. E capì di aver vinto una partita che lui nemmeno sapeva di stare giocando.
«Finora l’hai deciso tu», gli disse all’orecchio, muovendo piano i fianchi. «Come mi vesto, dove andiamo, chi mi guarda. E mi è piaciuto. Ma adesso voglio decidere io. Chi. Dove. Fin dove. Tu puoi esserci. Puoi guardare. Puoi andartene, se non ce la fai. Ma non decidi più tu.»
«E se io non voglio più?»
«Dici basta. E io mi fermo. Subito, qualunque cosa stia succedendo.» Lo baciò. «Vale anche per me.»
Paolo venne di nuovo, senza riuscire a rispondere. Era l’unica regola che lei gli lasciava. Gli sembrò enorme e piccolissima allo stesso tempo.
La prima volta con lui presente fu tre settimane dopo, in un club privato in collina, una villa anni Trenta con le stanze in penombra e le tende di velluto. C’era Giorgio, naturalmente. E c’era un secondo uomo, un ragazzo di trent’anni con le spalle da nuotatore, che lei presentò come uno del sito, come se Paolo dovesse sapere di quale sito parlasse. Fu lì che Paolo capì che lei non gli aveva detto tutto. Non disse niente.
Si sedette nella poltrona nell’angolo, come lei gli aveva detto.
Guardò sua moglie farsi spogliare da due uomini sotto una lampada bassa. Guardò Giorgio aprirle la camicetta un bottone alla volta, con la confidenza di chi quel corpo lo conosceva già, e questo gli fece più male di tutto il resto. Guardò il ragazzo inginocchiarsi, abbassarle la gonna e le mutandine insieme, affondarle la faccia tra le cosce. La sentì gemere. La vide chiudere gli occhi e inclinare la testa all’indietro, mentre Giorgio alle sue spalle le stringeva i seni e le parlava all’orecchio, cose che Paolo non sentiva e che la facevano ridere.
Poi Valeria aprì gli occhi e lo cercò, nell’angolo. Lo trovò. E lo guardò dritto mentre veniva sulla bocca del ragazzo, con le dita affondate nei suoi capelli.
Li prese tutti e due, quella notte. Paolo la vide inginocchiarsi sul letto e prendere in bocca il cazzo di Giorgio, lento, fino in gola, mentre il ragazzo la scopava da dietro tenendola per i fianchi. La vide girarsi, salire sopra il ragazzo e cavalcarlo con la schiena inarcata, poi chinarsi in avanti e dire a Giorgio, sopra la spalla: «Adesso anche tu. Insieme.» La vide prenderli tutti e due, uno davanti e uno dietro, il viso stravolto, la bocca aperta su un urlo che non finiva. Non c’era niente di subìto, in lei. Era lei a guidare: a dire più piano, adesso più forte, non ancora, vienimi dentro.
Paolo aveva il cazzo duro da far male, nei pantaloni. Non si toccò. Lei non glielo aveva detto.
Non disse basta. Non ci pensò nemmeno.
Quando fu finita, Giorgio e il ragazzo si rivestirono e se ne andarono con un saluto educato. Valeria rimase sul letto, nuda, sudata, le cosce bagnate, il trucco colato. Poi alzò un braccio verso l’angolo della stanza.
«Vieni», disse. «Adesso puoi.»
Paolo andò. La prese in mezzo a quello che gli altri avevano lasciato su di lei e dentro di lei, e venne quasi subito, con un gemito che sembrava un singhiozzo. Fu, quella notte, il sesso più violento della loro vita. O così gli sembrò, allora.
Nei mesi che seguirono, Valeria cambiò più di quanto Paolo avesse previsto.
Non in ufficio: lì restava l’architetta dei pantaloni dritti e delle camicie di lino, quella che faceva tremare i committenti con un’occhiata. Cambiò il resto. Comprava da sola i vestiti, ormai, e non glieli mostrava prima. Organizzava da sola le serate. Gli diceva l’indirizzo e l’ora, e a volte nemmeno quello: stasera esco, se vuoi vieni. E lui veniva. Sempre.
All’inizio era seduto nella poltrona, nella stessa stanza. Poi, una sera, lei gli disse: «Stavolta no. Dalla porta.» E lui restò sulla soglia, appoggiato allo stipite, a guardare da lontano.
E c’erano le sere in cui non lo invitava affatto. Tornava tardi, con i capelli umidi di una doccia che non era quella di casa, e gli diceva cena con le colleghe. Lui sapeva che non era vero. Lei sapeva che lui sapeva. Nessuno dei due diceva niente, e quel silenzio, scoprì Paolo, lo eccitava più di tutto il resto.
A marzo, Valeria organizzò la villa.
Era una cascina ristrutturata nelle Langhe, isolata tra le vigne, con un salone dal soffitto a volte e una vetrata enorme che dava sulle colline. L’aveva trovata attraverso il club. Gli uomini li aveva scelti lei, uno per uno, in due mesi di messaggi e di incontri: otto, tra i trenta e i cinquantacinque anni, tutti con le analisi fatte, tutti con le regole lette e firmate su un foglio che lei aveva scritto con la sua calligrafia da architetta. Decido io. Quando dico basta, è basta. Quando dico ancora, è ancora. Potete dirmi qualsiasi cosa. Non potete fare niente che non vi chieda.
E ne aveva scelto un nono. Un fotografo di Alba, Matteo, sui quarant’anni, che aveva conosciuto a una mostra.
«Voglio vedermi», aveva detto a Paolo la sera prima, nel letto, al buio. «Voglio vedere quello che vedi tu. Quello che vedono loro. Lui riprende, e il video resta a me. Solo a me.»
Paolo non aveva risposto. Lei non gli aveva chiesto il permesso. Glielo aveva solo detto.
Arrivarono alle nove. Valeria entrò nel salone con un cappotto nero lungo fino ai piedi, e sotto niente se non le calze autoreggenti, i tacchi e una collana di perle che le aveva regalato la madre di Paolo per il matrimonio. Gli otto uomini erano già lì, in piedi, con i bicchieri in mano, e si girarono tutti insieme quando lei si tolse il cappotto e lo lasciò cadere sul pavimento di cotto.
Paolo restò sulla soglia. Matteo, accanto al camino, alzò la telecamera.
Valeria camminò in mezzo a loro, lenta, nuda, come una regina che passa in rassegna una guardia. Si fermò davanti a ognuno. A uno slacciò la camicia. A un altro prese il bicchiere di mano e bevve. Davanti al quarto, un uomo sui quarantacinque con la barba grigia, si fermò più a lungo. Lui le sorrise e le passò una mano sul fianco, con familiarità.
«Ciao, architetta», disse.
E Paolo capì, dalla soglia, che quell’uomo l’aveva già avuta. Che non era il primo segreto e non sarebbe stato l’ultimo. Le cene con le colleghe avevano un nome e una barba grigia. Sentì una vampata di gelosia così forte da fargli girare la testa. E sotto, ancora una volta, l’erezione che non riusciva a fermare.
Valeria non si girò verso di lui. Disse all’uomo con la barba: «Tu per primo.» Poi si inginocchiò sul tappeto in mezzo al salone e li chiamò intorno a sé.
Paolo guardò sua moglie scomparire in un cerchio di corpi nudi. La vide prendere in bocca il cazzo dell’uomo con la barba, a fondo, con le mani che segavano altri due uomini ai lati. La vide passare da uno all’altro, la bocca bagnata, le guance arrossate, gli occhi che lacrimavano e non smettevano di sorridere. Qualcuno le raccolse i capelli in un pugno, perché lei gliel’aveva chiesto. La sentì dire, con la voce roca: «Ditemi cosa sono.» E li sentì rispondere, con le parole sporche che lei stessa aveva scritto sul foglio delle regole, troia, puttana, la nostra architetta, e la vide rabbrividire di piacere a ogni parola, come se ogni insulto fosse una carezza che aveva aspettato tutta la vita.
La portarono sul grande divano di pelle davanti alla vetrata. Uno si stese e lei gli salì sopra, se lo infilò dentro con un gemito lungo e cominciò a cavalcarlo, mentre un altro le si metteva dietro, le allargava le natiche con le mani e la prendeva anche lì, piano, finché lei non urlò sì, così, tutti e due. Un terzo si mise davanti alla sua bocca. Valeria non smetteva di dare ordini, tra un gemito e l’altro: tu qui, più forte, aspetta, adesso cambiate. Venivano e si davano il cambio, e lei li riceveva dentro e addosso, sulla pancia, sul seno, sulla faccia, e ogni tanto alzava la testa e guardava dritto nell’obiettivo di Matteo, con la bocca aperta e gli occhi lucidi, e diceva cose che Paolo non le aveva mai sentito dire. Cose che non erano per lui. Erano per lei. Per la donna che si sarebbe guardata, dopo, in quel video.
A un certo punto Valeria lo cercò con gli occhi, sulla soglia. Lo trovò. Gli fece un cenno con la mano, quasi distratto.
«Fuori», disse. «Dalla vetrata. Voglio sapere che mi guardi da lì.»
Paolo uscì sulla terrazza. Faceva freddo, l’aria di marzo sapeva di terra bagnata e di legna bruciata. Si fermò davanti alla vetrata, nel buio. Dall’altra parte del vetro, nella luce calda del salone, sua moglie era stesa sul divano con un uomo sopra, uno sotto, un terzo nella bocca, il corpo lucido di sudore e di sperma, e la telecamera di Matteo che girava intorno a loro come un pianeta.
Il vetro era spesso. Non sentiva più niente. Vedeva solo: la bocca di lei che si apriva, la schiena che si inarcava, le dita che si chiudevano sui cuscini, i fianchi degli uomini che spingevano. La vedeva venire, una volta, due, tre, senza sentire un suono. Come un film muto. Come un acquario.
Restò lì, al freddo, con le mani in tasca, per due ore. A un certo punto si slacciò i pantaloni, nel buio, e si toccò guardandola attraverso il vetro, come un estraneo. Venne contro la ringhiera della terrazza, da solo, senza che lei lo vedesse.
Non disse basta. Non perché non volesse. Perché dall’altra parte di quel vetro nessuno l’avrebbe sentito. E perché, si accorse con una specie di vertigine, non era più sicuro che la parola fosse ancora sua.
Guidò lei, al ritorno.
Non glielo chiese. Prese le chiavi dalla sua mano, sul piazzale ghiaioso della cascina, e si mise al volante. Paolo si sedette dall’altra parte senza dire niente. Valeria aveva il cappotto nero chiuso fino al collo, i capelli raccolti alla meglio, il trucco tolto con le salviette nel bagno della villa. Sembrava stanca e luminosa, come chi torna da una corsa lunghissima.
Le strade delle Langhe erano vuote, nere, i filari delle vigne che scorrevano ai lati come righe di un quaderno. Per mezz’ora nessuno dei due parlò. Poi, a un incrocio, Valeria si fermò allo stop più a lungo del necessario e si girò verso di lui.
«Vuoi che smetta?»
Paolo guardò fuori dal finestrino. Pensò alla vetrata. Al vetro spesso. Al film muto. Pensò a Barcellona, alla seta nera stesa sul letto, al momento in cui aveva deciso lui per lei, e a quanto gli era sembrato un regalo.
«No», disse.
Era vero. Ed era proprio questo a spaventarlo.
Valeria annuì, come se lo sapesse già. Riprese a guidare.
«Sai cosa ho pensato, stasera?» disse dopo un po’, senza staccare gli occhi dalla strada. «A un certo punto, sul divano, ho guardato verso la vetrata e non ti ho visto. C’era buio, fuori, c’era il riflesso. Ho visto solo me. E ho pensato: è la prima volta in vita mia che faccio una cosa solo per me. Non per lo studio, non per i committenti, non per mia madre. Nemmeno per te.»
Paolo non rispose.
«A Barcellona», continuò lei, «hai voluto che mi guardassero gli altri. Hai voluto vedermi come mi vedevano loro. Io ci ho messo un po’ a capirlo. Poi ho capito che non era questo che volevo. Io non volevo essere guardata. Volevo guardarmi. E l’unico modo era che qualcuno mi mostrasse a me stessa.»
Si fermò a un semaforo rosso, l’unico in venti chilometri, in un paese addormentato. Prese il telefono dalla borsa e glielo passò. Sullo schermo c’era un file video, appena arrivato da Matteo. Due ore e quattordici minuti.
«Vuoi vederlo?»
Paolo guardò lo schermo. Il fotogramma d’apertura era la sua schiena nuda, nel salone, mentre camminava in mezzo agli uomini come una regina. Lui non c’era. In tutto il video, lo sapeva già, lui non c’era. Era fuori, dall’altra parte del vetro, al buio.
«No», disse. Le ridiede il telefono. «Quello è tuo.»
Valeria lo prese. Lo guardò un istante, e nei suoi occhi Paolo vide una cosa che non riuscì a decifrare: gratitudine, forse. O pietà. O tutte e due.
Il semaforo diventò verde.
Arrivarono a Torino alle quattro del mattino. In ascensore Valeria gli appoggiò la testa sulla spalla, come faceva quando erano fidanzati, e lui le passò un braccio intorno alla vita. A letto si addormentarono abbracciati, senza fare l’amore. Lei si addormentò subito. Lui no.
Restò sveglio a guardare il soffitto, con il respiro di lei sul collo, e fece i conti. Dieci anni di matrimonio. Sei mesi da Barcellona. Una sera in cui era stato lui a decidere, e cento in cui aveva guardato. Prima dalla poltrona. Poi dalla porta. Poi da dietro un vetro, al freddo, senza sentire niente. Ogni volta un passo più indietro, e ogni volta per scelta di lei, e ogni volta con il suo sì.
Non si sentiva tradito. Era questo, la cosa strana. Si sentiva… spostato. Come un attore che ha scritto la parte più bella della sua vita e poi l’ha data a un’altra, e adesso la guarda recitarla meglio di come avrebbe saputo fare lui.
Il sabato dopo, Valeria uscì dalla camera da letto con un vestito che lui non aveva mai visto. Rosso scuro, aderente, la schiena scoperta come quello di Barcellona, ma più lungo, più severo, con una spaccata che si apriva solo quando camminava. L’aveva scelto lei. L’aveva comprato lei. Non glielo aveva mostrato prima.
Si fermò davanti a lui, nell’ingresso, e si girò lentamente, una volta, perché la vedesse tutta.
«Come sto?»
Paolo la guardò. Era la donna più bella che avesse mai visto. E non era più, in nessun modo, una cosa che lui avesse il potere di decidere.
«Bellissima», disse.
Le aprì la porta. Lei passò, lasciandosi dietro una scia di profumo che lui non conosceva. Paolo prese le chiavi della macchina dal mobile dell’ingresso, e le guardò un momento nel palmo, prima di infilarle in tasca.
Stasera, pensò, guidava ancora lui. Fino al cancello.
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