Rinnovo automatico

scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 6 min

di
genere
Incesti, Voyeur
cura
A+

Chiedo scusa per la quantità di cose che pubblico. Prima o poi questo periodo di iper attività finirà, e la cosa sarà un sollievo, anche per me.

Il link arrivò un martedì sera, nel gruppo dei vecchi compagni del geometra, tra una foto di una trota e un video di un rigore sbagliato. Lo aveva mandato Gianni, con tre faccine che piangevano dal ridere e una frase: ragazzi questa è di Cuneo, guardate che roba.
Roberto lo aprì per non sembrare l'unico che non lo apriva.
Vide un viso di profilo, una spalla nuda, una mano sul collo. Poi vide il polso. Sul polso, una rondine piccola, blu, un po' storta. L'aveva pagata lui, sette anni prima, in uno studio di tatuaggi di corso Nizza, dopo una settimana di discussioni con sua moglie. È il suo corpo, Anna. Ha diciotto anni.
Chiuse il telefono. Lo mise a faccia in giù sul tavolo della cucina. Anna, di là, guardava un programma di cucina con il volume alto.
Nel gruppo, Gianni aveva scritto: chi si abbona per primo?
Roberto uscì dal gruppo. Poi ci rientrò, perché uscire avrebbe fatto più rumore che restare.
Non dormì. Alle tre si alzò, andò in bagno, si sedette sul bordo della vasca con il telefono in mano e riaprì il link. Il profilo si chiamava con un nome inventato, un nome da fiore. Marta. Venticinque anni, viveva a Bologna, lavorava in uno studio di grafica, o così diceva a Natale. La pagina mostrava poco: spalle, schiene, gambe, la faccia sempre tagliata a metà. Il resto era dietro un lucchetto. Abbonati per vedere tutto. 9,99 € al mese.
Pensò che doveva sapere. Che un padre deve sapere. Che se c'era qualcuno che la costringeva, se c'erano debiti, se c'era un uomo, lui doveva saperlo. Se lo disse tre volte, a mezza voce, nel bagno, come si dicono le preghiere.
Pagò con la carta del conto suo, non con quella cointestata.
E guardò.
Non c'era nessun uomo. Non c'erano debiti, non c'era nessuna costrizione. C'era sua figlia, nella sua casa di Bologna. Riconobbe la lampada: gliel'aveva montata lui, a settembre, sul soffitto troppo alto, in piedi sulla scala mentre lei gli teneva le gambe e rideva. C'era sua figlia che sorrideva all'obiettivo, padrona di sé, tranquilla, con una calma che lui non le aveva mai visto a tavola la domenica.
Cercò di guardarle solo la faccia. Non ci riuscì.
Fu il corpo a tradirlo, prima della testa. Una vampata dallo stomaco in giù, improvvisa, animale. La riconobbe subito, e la riconobbe con un orrore così netto che gli venne da vomitare. Spense lo schermo. Si piegò in avanti con la fronte sulle ginocchia, nel bagno al buio, e rimase così finché il pavimento non gli diventò freddo sotto i piedi.
Non è lei, si disse. È un corpo. È un corpo qualunque. Il corpo reagisce, il corpo è stupido.
Non ci credeva.
Il giorno dopo, in ufficio, non riuscì a lavorare. Riaprì la pagina in macchina, nel parcheggio del Comune, per controllare di averla cancellata. Non l'aveva cancellata. La guardò di nuovo, per tre minuti, contandoli sull'orologio del cruscotto, e di nuovo il corpo rispose, e di nuovo lui si odiò, con una precisione quasi tecnica. Ogni volta si diceva che era l'ultima. Ogni volta durava un minuto in più.
La vergogna aveva un sapore. Sapeva di ferro, come quando da bambino si mordeva l'interno della guancia per non piangere.
Non ne parlò con Anna. Non ne parlò con nessuno. Uscì dal gruppo dei compagni del geometra, questa volta per davvero, e Gianni gli scrisse in privato: oh, ti sei offeso? Lui non rispose.
La domenica Marta venne a pranzo.
Arrivò in ritardo, come sempre, con un vassoio di pasticcini di una pasticceria di Bologna e le guance rosse dal freddo. Baciò la madre. Poi baciò lui, sulla guancia, e gli disse «Ciao papà» con la stessa voce di quando aveva sei anni e lui la andava a prendere all'asilo.
Roberto non riuscì a guardarla in faccia per tutto il pranzo.
Guardava il piatto. Guardava la tovaglia. Guardava Anna. Guardava la rondine sul polso di sua figlia ogni volta che lei allungava la mano verso il pane, e ogni volta distoglieva lo sguardo come se si fosse scottato. Lei parlava del lavoro, di una collega, di un viaggio a Lisbona che voleva fare in primavera. Rideva. Era felice. Era evidente, era luminoso, era intollerabile: sua figlia era felice.
«Papà, stai bene?»
Lui alzò gli occhi. Lei lo guardava con le sopracciglia aggrottate, la forchetta a mezz'aria, preoccupata.
«Sei pallido.»
«Lavoro» disse lui. «Un po' di stanchezza.»
Marta allungò la mano sul tavolo e gliela posò sul braccio. Un gesto da niente, da figlia. Roberto sentì quella mano come un marchio. Pensò, con una lucidità spaventosa, che non avrebbe mai più potuto ricevere una carezza da lei senza pensare a quello che aveva visto, e a quello che aveva provato vedendolo. Pensò che lei non aveva fatto niente di male. Che era lui. Era tutto lui. La vergogna non era di lei, era sua, e non sapeva dove metterla.
«Ti voglio bene, papà» disse lei, senza motivo, come si dice a un padre che sembra stanco.
«Anch'io» disse lui. E lo pensava. Ed era questo, più di tutto il resto, a non lasciarlo respirare.
La sera, dopo che Marta fu ripartita per Bologna, Roberto si chiuse in bagno. Aprì l'applicazione. Andò nelle impostazioni dell'abbonamento. Il dito restò sospeso sopra il tasto rosso.
Annulla abbonamento.
Sotto, in grigio, una riga piccola: Il tuo abbonamento si rinnoverà automaticamente il 14.
Rimase lì a lungo, seduto sul bordo della vasca, con il pollice a un millimetro dallo schermo, e la sua faccia riflessa nel nero del telefono ogni volta che lo schermo si spegneva. Ogni volta lo riaccendeva.
Alla fine chiuse l'applicazione senza toccare niente.
Si lavò le mani a lungo, con l'acqua bollente, come se servisse. Poi andò di là, si sedette accanto ad Anna sul divano, davanti al programma di cucina, e le prese la mano.
Mancavano undici giorni al 14.
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