La pioggia di novembre

scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 10 min

di
genere
sentimentali
cura
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La prima volta che la vide, lei era in piedi sotto la pensilina della stazione, con le spalle curve e un cappotto troppo sottile per novembre. Non piangeva. Teneva soltanto lo sguardo fisso sul binario vuoto, come se aspettasse qualcosa che sapeva già non sarebbe arrivato. Tommaso la notò perché non cercava di nascondersi. La tristezza le stava addosso senza vergogna, aperta, quasi lucida.
Si chiamava Irene. Lo scoprì tre giorni dopo, quando la ritrovò nella stessa piazza, seduta sul bordo di una fontana spenta. Stavolta pioveva davvero. Lui le offrì l’ombrello senza dire nulla di particolare, e lei lo accettò con un cenno del capo. Camminarono insieme fino a un bar dalle finestre appannate. Ordinarono due caffè. Per un po’ non parlarono.
«Sei triste», disse lui a un certo punto, senza il tono di una domanda.
Lei lo guardò. Aveva gli occhi chiari, un po’ gonfi, e una bocca che sembrava abituata a non sorridere.
«Sì.»
«Va bene.»
Irene inclinò appena la testa, come se valutasse se quella frase fosse una provocazione o una resa.
«Di solito la gente mi dice che passerà. O mi chiede cosa c’è che non va.»
«C’è qualcosa che non va?»
«Non lo so. Forse no. Forse sono soltanto umana.»
Tommaso annuì. Non cercò di riempire il silenzio che seguì. Fuori la pioggia batteva sul vetro con un ritmo regolare, quasi gentile.
Da quella sera cominciarono a vedersi. Non si promettevano nulla. Si trovavano dopo il lavoro, camminavano, a volte cenavano, a volte restavano semplicemente seduti in silenzio. Irene parlava poco di sé. Diceva di essere appena uscita da una relazione lunga, né violenta né drammatica: soltanto finita. Tommaso le raccontò della madre, morta due anni prima, ma ne parlava come di una faccenda chiusa, con la voce di chi legge un verbale. Irene se ne accorse. Non disse niente.
La prima volta che fecero l’amore fu a casa di lui, un piccolo appartamento con le finestre su un cortile interno. Irene era passata a prendere un libro che lui le aveva prestato. Pioveva di nuovo. Quando lui aprì la porta, lei entrò e restò in piedi nell’ingresso, bagnata, le mani nelle tasche del cappotto. Lo guardò come se gli chiedesse qualcosa senza parole.
Lui le tolse il cappotto con lentezza. Sotto aveva un maglione grigio e una gonna lunga. Le dita di Tommaso scivolarono sui suoi fianchi, sopra il tessuto, e lei chiuse gli occhi. Non si baciarono subito. Restarono così, fronte contro fronte, a respirare lo stesso spazio. Quando le labbra di Irene trovarono le sue, fu un bacio incerto, come se entrambi avessero paura di rompere qualcosa di fragile.
La portò in camera. La luce era bassa. La spogliò senza fretta, fermandosi ogni tanto a guardarla. Irene non distoglieva lo sguardo. Aveva un corpo sottile, i seni piccoli, i fianchi appena accennati. Quando lui le baciò il ventre, lei sospirò e gli affondò una mano nei capelli.
«Non devi farmi stare meglio», mormorò.
«Non ci provo.»
La toccò con attenzione. Le schiuse le cosce con le mani, le baciò l’interno delle ginocchia, poi più su, finché la sua bocca non trovò il centro di lei. Irene era già bagnata. Tremava leggermente. Lui la leccò piano, con la lingua piatta, poi con più decisione, ascoltando i suoni bassi che le uscivano dalla gola. Quando le infilò due dita dentro, lei inarcò la schiena e gli strinse i capelli. Non venne subito. Si lasciò portare, si lasciò tenere in quel punto in cui piacere e vulnerabilità erano una cosa sola.
Quando lui le si stese sopra e la penetrò, Irene aprì gli occhi e lo guardò. Non sorrideva. Lui si mosse adagio, quasi con reverenza, e lei gli allacciò le gambe intorno ai fianchi. Ogni volta che lui si ritraeva, lei lo seguiva con il bacino, come se non volesse perdere il contatto. A un certo punto Irene gli prese il viso tra le mani e lo baciò, e in quel bacio c’era un sapore di sale.
«Sono triste», gli sussurrò contro la bocca.
«Lo so.»
Lui le affondò il viso nel collo. Il piacere arrivò per entrambi quasi insieme, non come un’esplosione ma come un’onda lunga che li attraversò e li lasciò tremanti, ancora uniti. Irene venne con un suono piccolo, soffocato, e poi restò immobile sotto di lui, gli occhi aperti sul soffitto.
Dopo, restarono nudi sotto le coperte. Fuori pioveva ancora. Tommaso le accarezzava la schiena con la punta delle dita.
«Quando ero piccola», disse lei, «mia madre mi diceva che dovevo smettere di piangere, altrimenti sarei diventata brutta.»
«E hai smesso?»
«Ho smesso di farlo davanti a lei.»
Tommaso le baciò i capelli e non aggiunse nulla. Irene alzò la testa e lo guardò.
«E tu? Tua madre cosa ti diceva?»
«Niente di speciale.» Sorrise, un sorriso pronto, troppo pronto. «Dormi, dai.»
Lei non dormì subito. Restò ad ascoltare il suo respiro farsi regolare e pensò che quell’uomo, così bravo a lasciarla essere triste, non si concedeva la stessa cosa.
Nelle settimane che seguirono continuarono a vedersi. Non diventarono mai una coppia nel senso tradizionale, né si presentarono come tale. C’erano giorni in cui Irene arrivava con gli occhi lucidi e restava in silenzio per ore, e Tommaso la teneva semplicemente, nuda o vestita, senza cercare di riempire lo spazio. Altri giorni facevano l’amore a lungo, con una tenerezza che non escludeva la forza, e poi restavano a parlare fino a tardi, le gambe intrecciate. Di lei, quasi sempre. Ogni volta che il discorso girava verso di lui, Tommaso trovava un modo gentile per riportarlo indietro.
All’inizio di dicembre qualcosa cambiò. Tommaso rispondeva ai messaggi più tardi. Rideva meno, e quando rideva era un attimo troppo in fretta. Una sera Irene si presentò alla sua porta senza avvisare. Aveva avuto una giornata storta: una telefonata dell’ex, una frase detta male, la solita stanchezza che le saliva dalle ginocchia. Aveva gli occhi lucidi e voleva soltanto essere tenuta.
Tommaso aprì e restò sulla soglia. Non si spostò per farla entrare.
«Stasera no», disse.
Irene lo guardò, senza capire.
«Non ce la faccio a tenerti, stasera.» Lo disse piano, con una durezza che non gli apparteneva. «Non posso essere sempre io quello che regge.»
Restò un momento in silenzio. Poi si chiuse la porta alle spalle, lasciandola sul pianerottolo.
Irene scese le scale con il cappotto ancora abbottonato fino al collo. In strada non pioveva, e quasi le dispiacque: avrebbe avuto una scusa per il viso bagnato. Camminò a lungo. Pensò che aveva ragione lui. Pensò che era stata ingorda, che aveva preso senza mai chiedere niente in cambio. Poi pensò a quella frase, non posso essere sempre io quello che regge, e capì che non parlava di lei. O non soltanto.
Per una settimana non si sentirono. Irene prese il telefono più volte e più volte lo rimise in tasca. Il sabato, mentre metteva in ordine i libri, trovò quello che lui le aveva prestato la prima sera. In fondo, tra le ultime pagine, c’era un santino piegato in due. Una donna dal sorriso stanco, una data di nascita, una data di morte. Il 12 dicembre di due anni prima.
Guardò il calendario appeso in cucina. Era il 12 dicembre.
Quella sera pioveva. Irene suonò al citofono senza avvisare, di nuovo. Lui non rispose. Suonò ancora. Alla fine il portone scattò.
Tommaso le aprì la porta in maglietta, la barba di qualche giorno, gli occhi di chi non ha dormito. Questa volta era lui quello in piedi nell’ingresso con le mani che non sapevano dove stare. Irene era bagnata come la prima sera. Tirò fuori dalla tasca il santino e glielo mostrò, senza dire niente.
Tommaso lo guardò a lungo. Poi la bocca gli si piegò in un modo che Irene non gli aveva mai visto.
«L’avevo cercato dappertutto», disse. E si mise a piangere.
Non fu un pianto composto. Fu quello di un uomo che si è trattenuto per due anni e non sa più come si fa a smettere. Irene entrò, chiuse la porta e lo prese tra le braccia. Lui provò a scostarsi, a dire scusa, adesso passa, e lei non lo lasciò andare.
«Non devi stare meglio», gli disse all’orecchio. «Non per me.»
Rimasero così nell’ingresso finché il pianto non si fece più lento. Poi fu lei a prenderlo per mano e a portarlo in camera. Lo spogliò come lui aveva spogliato lei la prima volta, un indumento alla volta, ma senza la stessa calma: aveva fretta di toccarlo, di sentirlo vivo sotto le dita. Lo fece stendere e gli si mise a cavalcioni, ancora con il maglione bagnato addosso. Se lo tolse guardandolo negli occhi.
Gli baciò il petto, il ventre, le cosce. Lo prese in bocca e lo sentì indurirsi contro la lingua, e intanto lui le teneva una mano tra i capelli, senza spingere, come per assicurarsi che fosse davvero lì. Quando gli salì sopra e lo guidò dentro di sé, Tommaso aveva ancora il viso bagnato.
Questa volta non ci fu niente di misurato. Irene si mosse con forza, le mani piantate sul suo petto, i capelli che le cadevano sulla faccia. Lui le stringeva i fianchi fino a lasciarle il segno, la tirava giù contro di sé, la cercava con la bocca. Piangeva e la desiderava nello stesso momento, e non provava più a separare le due cose. A un certo punto la rovesciò sotto di sé e la prese con un’urgenza nuova, quasi goffa, la fronte contro la sua.
«Sono triste», le disse, la voce rotta, mentre si muoveva dentro di lei.
Irene gli prese il viso tra le mani. «Lo so.»
Venne prima lei, con un grido che non si preoccupò di soffocare. Lui la seguì subito dopo, e restò a lungo con il viso nascosto nel suo collo, il respiro che tremava. Irene gli accarezzò la nuca finché non si calmò. Fuori la pioggia, piano piano, diventava neve.
Più tardi, sotto le coperte, Tommaso parlò di sua madre. Non come di una faccenda chiusa. Le raccontò di come cantava stonata in cucina, di come non riusciva mai a finire un film senza addormentarsi, delle sue mani nell’ultima settimana, così leggere. Irene ascoltò tutto senza interromperlo. Quando lui ebbe finito, restò un po’ in silenzio.
«Adesso siamo pari», disse.
Tommaso si girò a guardarla. Lei aveva i capelli scompigliati, le labbra arrossate, e quello sguardo chiaro che ormai non nascondeva più nulla. E sorrideva. Per la prima volta da quando la conosceva, sorrideva davvero: un sorriso piccolo, storto, con la bocca che non ci era abituata.
Lui non disse niente. La baciò, e il bacio sapeva di sale e di pelle calda, e di due tristezze che avevano smesso di chiedere scusa.
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