Camicia su misura

di
genere
etero

Un po’ romanzato ma non troppo. Quando Serena ti scrive… succede sempre qualcosa. E stavolta…

Il laboratorio della camiciaia odorava di lino fresco, gesso e un accenno di lavanda. Tende di velluto beige, specchi alti, un tavolo di noce con rotoli di tessuto, metro a nastro, spilli. Ero lì per un ritorno: camicie su misura, polsini da gemelli, iniziali D.B. ricamate sulla pancia tra il quinto e il sesto bottone, come una volta. I gemelli d’oro, quelli che mi aveva forgiato l’amico orafo, già in tasca, pesanti e caldi.

La camiciaia — alta, capelli raccolti, camicetta bianca stretta in vita, gonna nera — mi girava intorno con il metro. «Braccia, per favore.» La sua voce era bassa, professionale. Le dita mi sfiorarono i polsi, poi il petto, poi la vita. Ogni contatto era preciso, quasi impersonale. Quasi.

Il telefono vibrò. Serena.

Stai ancora procedendo con la sottomissione di quella ragazza?

La lesse. Non tutto, ma abbastanza. Il pollice le restò premuto sullo schermo un secondo di troppo. Alzai lo sguardo. Le guance le si erano accese di un rosso vivo, come se qualcuno le avesse dato uno schiaffo.

«Scusi,» mormorò, ma non distolse gli occhi. Il metro le tremò tra le dita.

«Non c’è niente da scusare.»

Continuò a prendere le misure. Questa volta le mani non erano più soltanto professionali. Il palmo le scivolò più lento sul petto, si fermò un istante sul capezzolo attraverso la maglia. Lo sentii indurirsi. Lo sentì anche lei. Il respiro le si fece più corto.

«Qui… tra il quinto e il sesto,» disse, indicando il punto esatto dove sarebbero andate le iniziali. Le dita premettero un po’ più forte. «Le ricamo io. A mano.»

Mi girò le spalle verso lo specchio. Dietro di me, nello specchio, vidi il suo viso. Occhi bassi sul mio corpo, labbra leggermente aperte. Poi il metro scese. Vita. Fianchi. E poi, senza fretta, la distanza tra l’ombelico e l’inizio del pantalone. La mano le sfiorò l’inguine. Non per sbaglio.

Ero già duro. Lo sentiva. Lo vedeva.

«La cabina,» sussurrò. «Per la prova del colletto.»

Non c’era nessuna prova del colletto.

La porta della cabina si chiuse alle nostre spalle. Lo specchio era grande, illuminato da una luce calda. Lei si mise in ginocchio senza che glielo chiedessi. Le mani le tremavano un poco mentre slacciava la cintura, abbassava la zip, tirava giù i boxer. Il mio cazzo le saltò fuori, teso, venato, la testa già lucida.

La guardò un secondo, come se stesse valutando un tessuto pregiato. Poi aprì la bocca.

La lingua le passò prima sulla fessura, lenta, raccogliendo il liquido che già usciva. Poi le labbra si chiusero intorno alla testa e scesero. Calde. Umide. Precise. Come il metro, ma più intime. Una mano le avvolse la base, l’altra mi afferrò un gluteo e mi tirò verso di sé. Non voleva solo succhiare: voleva prenderlo tutto.

Le passai una mano tra i capelli, li afferrai alla radice. Non per costringerla. Per sentirla. Lei alzò gli occhi. Erano lucidi, le palpebre mezzo chiuse, le guance ancora rosse. Ogni volta che la testa le toccava il fondo della gola emetteva un suono basso, umido, e io sentivo le pareti della sua bocca contrarsi.

«Così,» le dissi. La voce mi uscì più bassa di quanto pensassi. «Guardami.»

Mi guardò. Continuò a succhiare, più profondo, più lento, poi più veloce. La lingua le lavorava sotto, proprio sotto il glande, quel punto che fa venire i brividi lungo la schiena. Una mano le scese tra le sue gambe, sotto la gonna. Si toccava. Lo sentivo dal modo in cui il suo corpo si muoveva, piccolo, irregolare.

Il piacere saliva a ondate. Le spalle mi si tesero. Le dita nei suoi capelli si strinsero. Lei capì. Non si ritrasse. Anzi, si premette di più, la gola aperta, le labbra strette intorno alla base.

Venni così. Profondo. A scatti. Lei inghiottì tutto, senza perdere una goccia, la gola che lavorava, gli occhi ancora su di me. Continuò a succhiare piano anche dopo, pulendomi, come se stesse rifinendo un orlo.

Quando si alzò, le labbra le erano lucide. Si sistemò i capelli. La voce le tornò quasi professionale, ma restava un filo di fiato.

«Le misure sono prese. Le camicie… le avrà pronte tra tre settimane. I polsini da gemelli, le iniziali dove le vuole. E i gemelli d’oro… li porterà, vero?»

Annuì. Lei mi sistemò la camicia, mi allacciò di nuovo la cintura. Le dita le tremavano ancora un poco.

Prima di uscire dalla cabina mi guardò un’ultima volta.

«La prossima volta che viene per le prove… se quella mail arriverà di nuovo…» non finì la frase. Non serviva.

Uscimmo. Il laboratorio era di nuovo solo lino, gesso e lavanda. Ma io sentivo ancora il calore della sua bocca e il sapore di quello che era appena successo, mescolato al tessuto fine che mi avrebbe vestito di nuovo, come una volta. Con le iniziali sul ventre e i gemelli d’oro ai polsi.
scritto il
2026-08-27
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