Aico, real doll. Parte 7
scritto il 2026-11-03 tempo di lettura 17 min
di
Fanto-Gab80
genere
Esibizionismo, Fantascienza, Voyeur
cura
A
Parte 7. Il codice fantasma.
Piero Colombo si fermò sulla soglia del suo monolocale, al numero 3007. Rimase immobile a osservare il vicino e la sua strana amica.
«Un androide», si disse a mezza voce. «E anche un bel pezzo di bambola!» aggiunse mentalmente, notando la curva accentuata del suo culo, dalla postura china mentre lei gettava nel condotto dei rifiuti un sacco pieno di robaccia.
Ex sergente maggiore dell'esercito, con 20 anni passati a calibrare droni d'assalto su tre diversi scenari di guerra, Piero portava i segni del fronte impressi nel corpo e nello spirito: una leggera zoppia alla gamba sinistra e uno sguardo perennemente allertato, tipico di chi ha visto troppi cieli riempirsi di fuoco. Il lato destro del suo collo era deturpato da una brutta cicatrice da ustione da plasma, un tessuto lucido e violaceo che gli risaliva fino alla mascella.
«Buonasera, vicino», si presentò, la voce resa roca da anni di tabacco sintetico.
«Salve», rispose Michele, stringendo gli occhi, subito sospettoso.
«Grandi pulizie?».
«Sì… la mia Doll mi dà una mano», rispose lui, con una punta di imbarazzo nella voce.
«Buonasera», lo salutò l'androide. Le sue ottiche dorate emisero un impercettibile clic meccanico, scansionando la figura dell'uomo. «Sergente maggiore in congedo Piero Colombo. Due medaglie di bronzo, una d’argento, tre demeriti e un'accusa formale di insubordinazione. Risulta una richiesta recente per un microcredito sanitario, finalizzato a un intervento protesico alla gamba, rifiutata d'ufficio per insufficienza di punteggio civico.»
Piero accennò un sorriso amaro, gli occhi fissi sulla Doll. Era troppo vecchio e troppo fottuto per avere ancora dei segreti. «Dettagliato, decisamente dettagliato.»
«Boh, va' dentro e continua, per favore», la interruppe Michele, infastidito da quella spietata radiografia burocratica.
«Certo.»
«Ti serve qualcosa?» chiese poi Michele al vicino.
«Ero solo curioso. Ieri quella del Ministero e i due facchini, oggi la Doll… e ora le grandi pulizie.»
«Vuoi entrare?» si sorprese a chiedergli Michele. Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che aveva permesso a un essere umano di varcare quella soglia.
«Perché no», rispose l’anziano soldato.
Piero entrò e osservò il monolocale, stupito. L'unità abitativa aveva un aspetto decisamente diverso, quasi accogliente. La patina untuosa di abbandono e apatia era sparita, sostituita da un ordine geometrico e dal pungente, salvifico odore di vera ammoniaca industriale recuperata al mercato nero.
«Oh, bene. Perfetto.» Boh apparve alle spalle di Michele, silenziosa come uno spettro.
«L'interazione umana risulta fondamentale per il tuo recupero psicologico, Michele», intervenne la Doll, modulando la voce sul tono freddo e rassicurante di una terapista d'ufficio. Si voltò verso l'ospite, sfoggiando un sorriso simmetrico. «Prego, sergente Colombo, entra. La tua presenza aiuterà l'utente Fabbri a ristabilire i legami di comunità, consigliati nel programma di recupero dal Ministero della Salute.»
Michele si irrigidì, nauseato da quell'intrusione programmata che gli ricordava quanto la sua vita fosse costantemente sorvegliata. Eppure, incrociando lo sguardo stanco e lucido di Piero, avvertì il peso del loro passato comune. Fece un cenno con la testa, invitandolo a sedersi su una delle due uniche sedie vicino al tavolo nell’area cucina.
Nel giro di pochi minuti, la diffidenza iniziale lasciò il posto a una strana, imprevista vicinanza. Fino a poche ore prima, Piero Colombo era solo un'altra ombra silenziosa e anonima intenta ad aggirarsi tra i corridoi di cemento del Palazzone, ora, i fantasmi della trincea e il rancore sordo condiviso verso le istituzioni della City stavano abbattendo, colpo dopo colpo, le pareti del loro isolamento.
«Non ho niente da offrirti», esordì Michele.
«Le chiacchiere andranno benissimo», gli rispose l’altro.
«Anche con quelle sono carente», disse lui.
«Hanno scopato», esordì l’ex sergente, per rompere il ghiaccio, accendendosi una piccola pipa di vetro in cui bruciava una microscopica pallina di quella che sembrava resina d’albero.
«Chi ha scopato chi?» chiese il padrone di casa, confuso.
«La donna del Ministero e i due facchini.»
«Sul serio?»
«Sì, proprio qui fuori, sul pianerottolo davanti all’ascensore rotto», disse Piero, fermandosi un istante. Non c’era entusiasmo nella sua voce, solo una fredda constatazione. «La ragazza si è fatta farcire ogni singolo buco che madre natura le ha dato in dotazione.» Ridacchiò, ma il suono parve amaro, più che divertito.
«Sì, aveva una gran voglia», commentò Michele, ripensando all'insistenza di Samanta nel dar sfogo alla propria eccitazione il giorno prima.
Michele osservò l’uomo dietro quel guscio di cicatrici: lo sguardo di Piero era così profondo da sembrare il ricettacolo degli orrori non solo della guerra e di quello che ne era seguito, ma degli ultimi mille anni di storia umana.
«Sergente, dunque.»
«Sì. Trentunesimo meccanizzato, venticinque anni di servizio.»
«Tenente. Primo aviotrasportato.»
«Oh, cazzo. Allora dovrò farti il saluto la prossima volta che ti vedo», commentò Piero con un mezzo sorriso sghembo.
«Non serve… Non serviva nemmeno allora.»
«Già… La morte si prendeva tutti quanti, senza badare ai gradi.»
«Hai combattuto anche tu nel Caucaso?»
«Caucaso, Etiopia, Francia due volte, e la campagna del Golfo del '57, '61 e '69. Ho visto più cose di quante un uomo dovrebbe vederne.» Si passò una mano nodosa sul cranio rasato.
«Sei stato in Francia?»
«Sì, ho visto Parigi saltare in aria. Milioni di vite vaporizzate in un lampo», disse l’uomo, perdendosi con lo sguardo nel vuoto.
«Terribile.»
«Anche se forse il peggior campo di battaglia è stato questo, qui, quando sono tornato accolto come un eroe per poi , in tempo zero, essere dimenticato e sbattuto in questo inferno.» Fece un gesto vago a indicare le pareti del monolocale. «Questo fottuto Palazzone, pieno di ratti, disperati e tossici.»
«Ragazzoni su con il morale!» disse la Doll.
Con una fluidità sinuosa che spezzò istantaneamente la tensione della stanza, scivolò tra i due uomini. Il lattice bianco e rosa del suo completo succinto scricchiolò debolmente mentre si fletteva in avanti, gettando le braccia attorno al collo del suo utente per baciarlo ripetutamente sulla guancia e offrendo, cosi, il culo rotondo e mezzo nudo proprio sotto il naso del loro ospite, il quale non si perse l’occasione di darci una lunga e approfondita occhiata, “Sembra vero cazzo!”, si disse fra se e se.
«Adoro il mio Michele», recitò, per poi andarsi a sedere direttamente sulle ginocchia dell’uomo, mentre le sue ottiche dorate brillavano di una luce calda, appoggiando la sua guancia a quella di lui. «Mi sto annoiando!» esclamò poi, sfoggiando un sorriso radioso a trentadue denti e modulando la voce su una nota giocosa e squillante, quasi infantile, “divertiamoci un pò, potrei farti vedere quelle tecniche sul mio data base, di cui ti parlavo prima”, propose maliziosa.
“Non ora piccola”, disse Michele ,non ancora disposto a condividere di nuovo la sua Doll con un altro, dopo il Mercato, e le pretese del cinghiale.
Piero rimase immobile, la pipa di vetro sospesa a mezz'aria a pochi centimetri dalle labbra. Guardò l'automa da cima a fondo, poi spostò lo sguardo sul padrone di casa. Un sorriso amaro, quasi invisibile, gli piegò l’angolo della bocca deturpato dall’ustione da plasma.
«È proprio una gran bella bambola», disse scuotendo la testa , indicando la Doll con il beccuccio della pipa.
“Grazie!” rispose felice Boh.
“Ah si, sei fatta proprio bene!” disse «Visto?» aggiunse poi, aspirando una boccata di fumo acre, rivolgendosi a Michele. «Ti guardano dentro, ti studiano. Quando i sensori capiscono che la tua testa sta tornando a pensare, a pensare a cose pericolose, l'algoritmo ti sbatte in faccia un po' di carne sintetica , qualche moina, per farti distrarre.»
«Forse non gradisci questo corpo, sergente?» chiese lei, sollevando il petto verso di lui.
«Oh no, piccola. Sei tutto quello che un uomo potrebbe desiderare, non fraintendermi.»
«Beh, grazie!» sorrise lei, da protocollo.
«Una bellissima, seducente trappola», aggiunse il veterano, soffiando una nuvola di fumo azzurrognolo verso di lei.
Cera qualcosa di vero in quello che diceva Piero, Michele lo sapeva bene, ricordava i droidi di comando che lo affiancavano al fronte ,di come adattassero le loro interazioni, modificandole in base a ciò che volevano ottenere, come mandare centinaia di uomini e donne a morire, per un ordine assurdo arrivato dal comando centrale.
“gia” disse a mezza voce senza quasi accorgersene.
Anche se solo per una frazione di secondo, il volto di Boh si irrigidì, per la frase dell’utente e per il loro ospite. L'intelligenza artificiale stava calcolando le variabili: lasciare che quell’uomo ,sì, un eroe di guerra più volte decorato, ma con un curriculum macchiato da due note di demerito per insubordinazione e un profilo psicologico che lo rendeva poco avvezzo all'autorità , restasse lì dentro, avrebbe potuto renderlo un elemento di disturbo sul progetto che lei aveva su Michele.
«Vogliono che restiamo docili, Fabbri. Calmi e sottomessi.»
Michele sentì il peso caldo della doll sulle gambe e il suo profumo, ora più forte, solleticargli le narici, ma le parole del sergente gli raggelarono il sangue. La trappola del Ministero della Salute era subdola in modo terrificante, usava la dopamina a comando per anestetizzare il dissenso.
Il discorso andò avanti, cadde inevitabilmente sulla bambola e sulla gabbia economica del Ministero. La Doll cercò di distrarlo, tentando di focalizzare l'attenzione su di sé e su quello che aveva da offrirgli.
«Mandalo via e andiamo a letto, ho voglia», gli sussurrò in un orecchio.
Lui, però, fu più forte. «Alzati un attimo, piccola, lasciami parlare con il mio nuovo amico.»
Amico. Michele si sorprese da solo; quanto tempo era che non usava più quella parola? Esasperato, mostrò il palmare al vicino. «È blindata. Ogni singola stringa, persino il volume della voce, rimanda allo Store. Vogliono prosciugarmi l'ultimo briciolo di sussidio.»
Piero sputò una risata amara, sfilandosi un vecchio connettore universale dalla tasca della tuta logora. «Sono stato un esperto di hacking, e programmazione tattica, ai miei tempi. I droni del fronte avevano sistemi di sicurezza peggiori del Ministero della Salute. Lasciami dare un'occhiata.»
Michele esitò, poi gli tese il dispositivo, autorizzando l'accesso al database neurale di Boh.
Piero collegò il connettore al proprio terminale da polso, facendo scorrere fiumi di righe di codice verdi sul display modificato. Le sue dita, nodose e sporche, si muovevano rapide, bypassando le prime barriere commerciali del firmware ministeriale. All'inizio sorrideva, convinto di trovarsi davanti a un banale software di intrattenimento erotico per civili disperati. Poi, improvvisamente, le sue dita si bloccarono.
Il sorriso di Piero svanì, lasciando il viso pallido sotto la luce fioca del monolocale. Il suo sguardo si strinse, fisso su un blocco di memoria partizionato, nascosto dietro una muraglia di stringhe crittografate con algoritmi di livello militare. C'era un prefisso di sistema non catalogato dal Ministero della Salute, ma tragicamente familiare per entrambi o per chiunque avesse speso almeno un paio di anni nelle forze armate.
«La puoi disattivare?» chiese Michele, il tono improvvisamente serio.
Si voltò verso Boh. «Ti posso disattivare?»
«Vuoi un po' di privacy?» gli sorrise lei.
«Sì, ti ringrazio, Boh. Ti riattivo io dopo.»
«Certamente. Modalità risparmio energetico in avvio. A dopo, piccolo!» rispose la Doll, prima che le palpebre calassero pesantemente sugli occhi dorati.
L'ex sergente fece segno al vicino di avvicinarsi, la voce ridotta a un filo ghiacciato. «Fabbri… questa cosa che ti hanno messo in casa non è un'unità di supporto emotivo. O meglio, non solo. Guarda qui. Sotto l'interfaccia dello Store c'è un kernel dormiente della Difesa. È un modello d'infiltrazione d'élite della vecchia guerra.»
«Stai scherzando?» domandò Michele, chinandosi sullo schermo e riconoscendo i pattern del codice.
«No, per niente. È un Hellhound. Non un modello recente, avrà dieci o quindici anni. Li ho visti all'opera sul campo: erano letali. In Algeria, quattro di questi cosi fecero a pezzi un intero battaglione. Più di quattrocento uomini in una sola notte, massacrati mentre molti di loro ancora dormivano.» Piero perse lo sguardo nel vuoto per un istante, come se stesse rivedendo le sagome di quelle macchine muoversi nel buio sugli schermi della postazione di controllo operazioni, della sua vecchia tenda comando.
Michele si sporse ancora più in avanti, trattenendo il respiro. «Sei sicuro?»
«Riconosco le specifiche dell’esoscheletro e gli schemi della IA. È roba con le stellette, ti dico.»
«Ma non assomiglia a nessuno degli androidi che ho visto io in guerra.»
«Hanno ridipinto la carrozzeria, aggiunto parecchio silicone, caricato un firmware comportamentale nuovo e cambiato la voce per farla sembrare innocente», continuò Piero, mentre le mani prendevano a tremare leggermente sul terminale. «Ma se questo modello da infiltrazione e sabotaggio si risveglia… questa cagna di silicone sa perfettamente come sgozzare un uomo balzandogli alle spalle. Senza fare il minimo rumore.»
«Ma com'è possibile?» chiese Michele, avvertendo il sangue gelarsi nelle vene. Aveva usato molti droni in guerra e conosceva fin troppo bene le unità autonome; sapeva esattamente quanto potessero essere letali e di cosa fossero capaci.
«Con la crisi, le risorse del welfare sempre più scarse e il numero di utenti bisognosi di assistenza, forse hanno semplicemente riciclato il materiale rimasto nei magazzini alla fine del conflitto. Lo fanno continuamente.»
«Mi ha detto di essere attiva da quattro anni. E di aver avuto altri otto utenti prima di me.»
«Forse è rimasta stipata in un deposito per tutto questo tempo, e poi l'hanno tirata fuori dalla naftalina e riattivata per le periferie.»
«È dormiente? C'è il rischio che si riattivi?» domandò Michele, voltandosi a osservare la sua Doll immobile.
Piero ci pensò un istante, alternando gli occhi tra lo schermo del palmare e la bambola disattivata. Ci fu un silenzio che sembrò eterno.
«No… non da sola, almeno. Il sistema è protetto da una marea di blocchi software. Per risvegliare quelle routine ci vorrebbe uno shard di decrittazione militare, e non uno qualunque: uno dell'epoca. Ormai i codici si scrivono con linguaggi completamente diversi, roba obsoleta per i terminali della City; le IA moderne nemmeno saprebbero come gestirli. Stai sereno, Fabbri, ti prendevo solo per il culo», concluse Piero, scoppiando in una risata roca che però non suonò del tutto convinta.
Michele sospirò, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia. I nervi si erano di colpo allentati, ma una nuova inquietudine si era già insediata nella sua mente. Era la sensazione opprimente di dormire sopra un giacimento di mine antiuomo. Una paura antica, la stessa che per anni lo aveva tormentato nelle trincee infangate, era tornata a stringergli la gola tra le mura del suo appartamento.
Un brivido lo percorse quando i suoi occhi caddero nuovamente su Boh. La presenza della Doll, in un primo momento fonte di puro fastidio, poi compagnia piacevole, adesso gli sembrava una minaccia latente. Un pericolo costante, pronto a esplodere al primo passo falso.
I pensieri si rincorsero e si accavallarono nella sua testa confusa.
Soprattutto, si rese conto di come la reale paura non fosse legata alla propria incolumità, bensì a qualcosa di molto più profondo.
Michele non disprezzava l'idea di non svegliarsi più. L'idea di cessare di esistere, di trovare finalmente la quiete, lo tentava come una sirena silenziosa e crudele. La vera angoscia era la prospettiva di continuare a sopravvivere, unita alla consapevolezza di non essere protetto dal governo per cui aveva combattuto, né dai suoi ex commilitoni. In definitiva, di essere solo.
«Anche se…» riprese Piero dopo una lunga pausa, espellendo un'altra boccata di fumo e picchiettandosi un dente con l'unghia, «avere qualcuno in grado di spezzare un braccio, da queste parti, potrebbe risultare parecchio utile».
«Che intendi?»
«Hai sentito di quel poveraccio, il figlio dei Sanchez?»
«Miguel, sì. Dei ragazzini gli hanno fracassato la testa sul marciapiede per una mezza lattina di soda, tiepida e sgasata», ricordò Michele, incupendosi.
«Beh, non dico di riattivare i vecchi protocolli. Non tutti, almeno, ma solo una parte. Quelli di sorveglianza e di autodifesa, ad esempio. Potresti avere il tuo personale, sexy bodyguard.»
«Dimentichi il dettaglio principale: questa sintetica non è mia», gli ricordò Michele.
«Naa, su questo devi stare sereno. Me lo hai detto tu, no? Quattro anni, otto utenti prima di te.» Il sergente scosse la testa. «Questa stronza è al capolinea, Fabbri. Dopo di te verrà smantellata e riciclata.»
A sentire quelle parole sul destino della Doll, Michele provò una strana morsa allo stomaco, un'ansia che non sapeva giustificare.
«Inoltre, da queste parti, una volta assegnate, le Doll difficilmente vengono richiamate dalle periferie», continuò il veterano. «I piani alti se ne dimenticano, oppure i sintetici finiscono in un cassonetto quando smettono di funzionare. Chiedi a Nassir: anche lui ne aveva ricevuta una del welfare dopo la morte del marito, e sono nove anni che vanno avanti insieme.»
Michele pensò all'uomo residente al piano inferiore, a quanto avesse sofferto per la perdita del compagno e a come si fosse ripreso da quando quel modello di sussistenza, dall'aspetto di un ragazzone di colore, era entrato nella sua vita.
«Dici che si potrebbe fare?» chiese infine Michele. Non poteva negare a se stesso come avere qualcuno a guardargli le spalle potesse rivelarsi utile, in un posto pieno di disperati pronti a tagliarti la gola per un paio di lacci delle scarpe.
«…Ci dovrei lavorare un po'», precisò Piero. «Devo chiedere a un amico, giù nelle fogne… lui forse può procurarmi lo shard necessario. Però sia chiaro: primo, silenzio assoluto; secondo, in caso di successo inserirai anche me nei protocolli di protezione; terzo, nessuna responsabilità se la bambola ti fa a pezzi, o massacra qualcuno dei vicini.»
«…Troppo pericoloso», tagliò corto Michele, liberando un sospiro che sapeva di nicotina e stanchezza accumulata. Scosse la testa, fissando le proprie nocche consumate. «Meglio di no. Ma potresti cercare di sbloccarle qualche altro vincolo. Grattare via un po' di quella vernice di fabbrica.»
Piero sollevò lo sguardo dal terminale, una mezza smorfia che gli stirava la cicatrice sul labbro. «Che intendi?»
«Vorrei cambiare le impostazioni di base. Il tono della voce, ad esempio… toglierle quell'accento metallico da centralino del welfare. E poi scegliere cosa farle indossare, renderla un po' meno ubbidiente. Più vera, cazzo. Meno elettrodomestico e più persona.»
«Cambiarle il nome…» suggerì Piero, mentre le sue dita tozze riprendevano a picchiettare sulla scocca del palmare, facendo scorrere stringhe di codice verde fosforico.
«No… quello no. Mi piace Boh. Mi ci sto abituando», rispose Michele. I suoi occhi scivolarono di nuovo sulla Doll, immobile nell'angolo della stanza come un manichino in un negozio abbandonato.
Nel buio dell'appartamento, accarezzato solo dal ronzio dei condizionatori esterni, Michele avvertì una strana morsa al petto. Quello che stava provando, per quanto assurdo, malato e distorto potesse sembrare, altro non era che affetto.
Affetto. Per un ammasso di polimeri, circuiti stampati e silicone sintetico. E per di più nato così in fretta, in appena ventiquattr'ore. Si trovò a fissare il vuoto, nauseato da se stesso. Lui, che aveva smesso di provare qualsiasi fottuto sentimento umano tanto tempo prima, ora si stava aggrappando a una bambola come farebbe un poppante.
Un poppante, pensò di sé.
«Ceni con me?» buttò lì Michele, rompendo il silenzio che lo stava lasciando pensare e non gli piaceva.
Piero sollevò un sopracciglio, le labbra tese in una mezza smorfia. «Mi stai offrendo del cibo?»
«Hamburger di cane, qualche tubero saltato in padella e due lattine di Scrappy-Cola. Non ho altro modo di ringraziarti, se decidi di farlo.»
«Scherzi? Certo che lo faccio, non vedo l’ora di mettere le mani su quel pezzo di fica sintetico», esclamò l'altro, e per la prima volta il suo tono si fece quasi conviviale, illuminando lo squallore della stanza. «La cena andrà benissimo come pagamento. Sono settimane che non vedo della carne. Carne vera, cazzo. E di là, nel mio appartamento, ho qualcosa che può aiutarci a mandare giù quel troiaio... dell'ottima vodka fatta in casa!»
«Bene allora. Va' a prendere il tuo veleno, hai un invito a cena», concluse Michele, accennando un mezzo sorriso amaro.
«A dopo», lo salutò Piero, infilando il palmare nella tasca del giaccone logoro prima di superare la soglia.
Michele rimase solo per qualche istante, ascoltando i passi pesanti del commilitone che si allontanavano lungo il corridoio di cemento. Poi si voltò verso l'angolo buio.
«Boh, avviati», ordinò alla Doll disattivata. «Ho bisogno di te. Abbiamo un ospite a cena.»
Piero Colombo si fermò sulla soglia del suo monolocale, al numero 3007. Rimase immobile a osservare il vicino e la sua strana amica.
«Un androide», si disse a mezza voce. «E anche un bel pezzo di bambola!» aggiunse mentalmente, notando la curva accentuata del suo culo, dalla postura china mentre lei gettava nel condotto dei rifiuti un sacco pieno di robaccia.
Ex sergente maggiore dell'esercito, con 20 anni passati a calibrare droni d'assalto su tre diversi scenari di guerra, Piero portava i segni del fronte impressi nel corpo e nello spirito: una leggera zoppia alla gamba sinistra e uno sguardo perennemente allertato, tipico di chi ha visto troppi cieli riempirsi di fuoco. Il lato destro del suo collo era deturpato da una brutta cicatrice da ustione da plasma, un tessuto lucido e violaceo che gli risaliva fino alla mascella.
«Buonasera, vicino», si presentò, la voce resa roca da anni di tabacco sintetico.
«Salve», rispose Michele, stringendo gli occhi, subito sospettoso.
«Grandi pulizie?».
«Sì… la mia Doll mi dà una mano», rispose lui, con una punta di imbarazzo nella voce.
«Buonasera», lo salutò l'androide. Le sue ottiche dorate emisero un impercettibile clic meccanico, scansionando la figura dell'uomo. «Sergente maggiore in congedo Piero Colombo. Due medaglie di bronzo, una d’argento, tre demeriti e un'accusa formale di insubordinazione. Risulta una richiesta recente per un microcredito sanitario, finalizzato a un intervento protesico alla gamba, rifiutata d'ufficio per insufficienza di punteggio civico.»
Piero accennò un sorriso amaro, gli occhi fissi sulla Doll. Era troppo vecchio e troppo fottuto per avere ancora dei segreti. «Dettagliato, decisamente dettagliato.»
«Boh, va' dentro e continua, per favore», la interruppe Michele, infastidito da quella spietata radiografia burocratica.
«Certo.»
«Ti serve qualcosa?» chiese poi Michele al vicino.
«Ero solo curioso. Ieri quella del Ministero e i due facchini, oggi la Doll… e ora le grandi pulizie.»
«Vuoi entrare?» si sorprese a chiedergli Michele. Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che aveva permesso a un essere umano di varcare quella soglia.
«Perché no», rispose l’anziano soldato.
Piero entrò e osservò il monolocale, stupito. L'unità abitativa aveva un aspetto decisamente diverso, quasi accogliente. La patina untuosa di abbandono e apatia era sparita, sostituita da un ordine geometrico e dal pungente, salvifico odore di vera ammoniaca industriale recuperata al mercato nero.
«Oh, bene. Perfetto.» Boh apparve alle spalle di Michele, silenziosa come uno spettro.
«L'interazione umana risulta fondamentale per il tuo recupero psicologico, Michele», intervenne la Doll, modulando la voce sul tono freddo e rassicurante di una terapista d'ufficio. Si voltò verso l'ospite, sfoggiando un sorriso simmetrico. «Prego, sergente Colombo, entra. La tua presenza aiuterà l'utente Fabbri a ristabilire i legami di comunità, consigliati nel programma di recupero dal Ministero della Salute.»
Michele si irrigidì, nauseato da quell'intrusione programmata che gli ricordava quanto la sua vita fosse costantemente sorvegliata. Eppure, incrociando lo sguardo stanco e lucido di Piero, avvertì il peso del loro passato comune. Fece un cenno con la testa, invitandolo a sedersi su una delle due uniche sedie vicino al tavolo nell’area cucina.
Nel giro di pochi minuti, la diffidenza iniziale lasciò il posto a una strana, imprevista vicinanza. Fino a poche ore prima, Piero Colombo era solo un'altra ombra silenziosa e anonima intenta ad aggirarsi tra i corridoi di cemento del Palazzone, ora, i fantasmi della trincea e il rancore sordo condiviso verso le istituzioni della City stavano abbattendo, colpo dopo colpo, le pareti del loro isolamento.
«Non ho niente da offrirti», esordì Michele.
«Le chiacchiere andranno benissimo», gli rispose l’altro.
«Anche con quelle sono carente», disse lui.
«Hanno scopato», esordì l’ex sergente, per rompere il ghiaccio, accendendosi una piccola pipa di vetro in cui bruciava una microscopica pallina di quella che sembrava resina d’albero.
«Chi ha scopato chi?» chiese il padrone di casa, confuso.
«La donna del Ministero e i due facchini.»
«Sul serio?»
«Sì, proprio qui fuori, sul pianerottolo davanti all’ascensore rotto», disse Piero, fermandosi un istante. Non c’era entusiasmo nella sua voce, solo una fredda constatazione. «La ragazza si è fatta farcire ogni singolo buco che madre natura le ha dato in dotazione.» Ridacchiò, ma il suono parve amaro, più che divertito.
«Sì, aveva una gran voglia», commentò Michele, ripensando all'insistenza di Samanta nel dar sfogo alla propria eccitazione il giorno prima.
Michele osservò l’uomo dietro quel guscio di cicatrici: lo sguardo di Piero era così profondo da sembrare il ricettacolo degli orrori non solo della guerra e di quello che ne era seguito, ma degli ultimi mille anni di storia umana.
«Sergente, dunque.»
«Sì. Trentunesimo meccanizzato, venticinque anni di servizio.»
«Tenente. Primo aviotrasportato.»
«Oh, cazzo. Allora dovrò farti il saluto la prossima volta che ti vedo», commentò Piero con un mezzo sorriso sghembo.
«Non serve… Non serviva nemmeno allora.»
«Già… La morte si prendeva tutti quanti, senza badare ai gradi.»
«Hai combattuto anche tu nel Caucaso?»
«Caucaso, Etiopia, Francia due volte, e la campagna del Golfo del '57, '61 e '69. Ho visto più cose di quante un uomo dovrebbe vederne.» Si passò una mano nodosa sul cranio rasato.
«Sei stato in Francia?»
«Sì, ho visto Parigi saltare in aria. Milioni di vite vaporizzate in un lampo», disse l’uomo, perdendosi con lo sguardo nel vuoto.
«Terribile.»
«Anche se forse il peggior campo di battaglia è stato questo, qui, quando sono tornato accolto come un eroe per poi , in tempo zero, essere dimenticato e sbattuto in questo inferno.» Fece un gesto vago a indicare le pareti del monolocale. «Questo fottuto Palazzone, pieno di ratti, disperati e tossici.»
«Ragazzoni su con il morale!» disse la Doll.
Con una fluidità sinuosa che spezzò istantaneamente la tensione della stanza, scivolò tra i due uomini. Il lattice bianco e rosa del suo completo succinto scricchiolò debolmente mentre si fletteva in avanti, gettando le braccia attorno al collo del suo utente per baciarlo ripetutamente sulla guancia e offrendo, cosi, il culo rotondo e mezzo nudo proprio sotto il naso del loro ospite, il quale non si perse l’occasione di darci una lunga e approfondita occhiata, “Sembra vero cazzo!”, si disse fra se e se.
«Adoro il mio Michele», recitò, per poi andarsi a sedere direttamente sulle ginocchia dell’uomo, mentre le sue ottiche dorate brillavano di una luce calda, appoggiando la sua guancia a quella di lui. «Mi sto annoiando!» esclamò poi, sfoggiando un sorriso radioso a trentadue denti e modulando la voce su una nota giocosa e squillante, quasi infantile, “divertiamoci un pò, potrei farti vedere quelle tecniche sul mio data base, di cui ti parlavo prima”, propose maliziosa.
“Non ora piccola”, disse Michele ,non ancora disposto a condividere di nuovo la sua Doll con un altro, dopo il Mercato, e le pretese del cinghiale.
Piero rimase immobile, la pipa di vetro sospesa a mezz'aria a pochi centimetri dalle labbra. Guardò l'automa da cima a fondo, poi spostò lo sguardo sul padrone di casa. Un sorriso amaro, quasi invisibile, gli piegò l’angolo della bocca deturpato dall’ustione da plasma.
«È proprio una gran bella bambola», disse scuotendo la testa , indicando la Doll con il beccuccio della pipa.
“Grazie!” rispose felice Boh.
“Ah si, sei fatta proprio bene!” disse «Visto?» aggiunse poi, aspirando una boccata di fumo acre, rivolgendosi a Michele. «Ti guardano dentro, ti studiano. Quando i sensori capiscono che la tua testa sta tornando a pensare, a pensare a cose pericolose, l'algoritmo ti sbatte in faccia un po' di carne sintetica , qualche moina, per farti distrarre.»
«Forse non gradisci questo corpo, sergente?» chiese lei, sollevando il petto verso di lui.
«Oh no, piccola. Sei tutto quello che un uomo potrebbe desiderare, non fraintendermi.»
«Beh, grazie!» sorrise lei, da protocollo.
«Una bellissima, seducente trappola», aggiunse il veterano, soffiando una nuvola di fumo azzurrognolo verso di lei.
Cera qualcosa di vero in quello che diceva Piero, Michele lo sapeva bene, ricordava i droidi di comando che lo affiancavano al fronte ,di come adattassero le loro interazioni, modificandole in base a ciò che volevano ottenere, come mandare centinaia di uomini e donne a morire, per un ordine assurdo arrivato dal comando centrale.
“gia” disse a mezza voce senza quasi accorgersene.
Anche se solo per una frazione di secondo, il volto di Boh si irrigidì, per la frase dell’utente e per il loro ospite. L'intelligenza artificiale stava calcolando le variabili: lasciare che quell’uomo ,sì, un eroe di guerra più volte decorato, ma con un curriculum macchiato da due note di demerito per insubordinazione e un profilo psicologico che lo rendeva poco avvezzo all'autorità , restasse lì dentro, avrebbe potuto renderlo un elemento di disturbo sul progetto che lei aveva su Michele.
«Vogliono che restiamo docili, Fabbri. Calmi e sottomessi.»
Michele sentì il peso caldo della doll sulle gambe e il suo profumo, ora più forte, solleticargli le narici, ma le parole del sergente gli raggelarono il sangue. La trappola del Ministero della Salute era subdola in modo terrificante, usava la dopamina a comando per anestetizzare il dissenso.
Il discorso andò avanti, cadde inevitabilmente sulla bambola e sulla gabbia economica del Ministero. La Doll cercò di distrarlo, tentando di focalizzare l'attenzione su di sé e su quello che aveva da offrirgli.
«Mandalo via e andiamo a letto, ho voglia», gli sussurrò in un orecchio.
Lui, però, fu più forte. «Alzati un attimo, piccola, lasciami parlare con il mio nuovo amico.»
Amico. Michele si sorprese da solo; quanto tempo era che non usava più quella parola? Esasperato, mostrò il palmare al vicino. «È blindata. Ogni singola stringa, persino il volume della voce, rimanda allo Store. Vogliono prosciugarmi l'ultimo briciolo di sussidio.»
Piero sputò una risata amara, sfilandosi un vecchio connettore universale dalla tasca della tuta logora. «Sono stato un esperto di hacking, e programmazione tattica, ai miei tempi. I droni del fronte avevano sistemi di sicurezza peggiori del Ministero della Salute. Lasciami dare un'occhiata.»
Michele esitò, poi gli tese il dispositivo, autorizzando l'accesso al database neurale di Boh.
Piero collegò il connettore al proprio terminale da polso, facendo scorrere fiumi di righe di codice verdi sul display modificato. Le sue dita, nodose e sporche, si muovevano rapide, bypassando le prime barriere commerciali del firmware ministeriale. All'inizio sorrideva, convinto di trovarsi davanti a un banale software di intrattenimento erotico per civili disperati. Poi, improvvisamente, le sue dita si bloccarono.
Il sorriso di Piero svanì, lasciando il viso pallido sotto la luce fioca del monolocale. Il suo sguardo si strinse, fisso su un blocco di memoria partizionato, nascosto dietro una muraglia di stringhe crittografate con algoritmi di livello militare. C'era un prefisso di sistema non catalogato dal Ministero della Salute, ma tragicamente familiare per entrambi o per chiunque avesse speso almeno un paio di anni nelle forze armate.
«La puoi disattivare?» chiese Michele, il tono improvvisamente serio.
Si voltò verso Boh. «Ti posso disattivare?»
«Vuoi un po' di privacy?» gli sorrise lei.
«Sì, ti ringrazio, Boh. Ti riattivo io dopo.»
«Certamente. Modalità risparmio energetico in avvio. A dopo, piccolo!» rispose la Doll, prima che le palpebre calassero pesantemente sugli occhi dorati.
L'ex sergente fece segno al vicino di avvicinarsi, la voce ridotta a un filo ghiacciato. «Fabbri… questa cosa che ti hanno messo in casa non è un'unità di supporto emotivo. O meglio, non solo. Guarda qui. Sotto l'interfaccia dello Store c'è un kernel dormiente della Difesa. È un modello d'infiltrazione d'élite della vecchia guerra.»
«Stai scherzando?» domandò Michele, chinandosi sullo schermo e riconoscendo i pattern del codice.
«No, per niente. È un Hellhound. Non un modello recente, avrà dieci o quindici anni. Li ho visti all'opera sul campo: erano letali. In Algeria, quattro di questi cosi fecero a pezzi un intero battaglione. Più di quattrocento uomini in una sola notte, massacrati mentre molti di loro ancora dormivano.» Piero perse lo sguardo nel vuoto per un istante, come se stesse rivedendo le sagome di quelle macchine muoversi nel buio sugli schermi della postazione di controllo operazioni, della sua vecchia tenda comando.
Michele si sporse ancora più in avanti, trattenendo il respiro. «Sei sicuro?»
«Riconosco le specifiche dell’esoscheletro e gli schemi della IA. È roba con le stellette, ti dico.»
«Ma non assomiglia a nessuno degli androidi che ho visto io in guerra.»
«Hanno ridipinto la carrozzeria, aggiunto parecchio silicone, caricato un firmware comportamentale nuovo e cambiato la voce per farla sembrare innocente», continuò Piero, mentre le mani prendevano a tremare leggermente sul terminale. «Ma se questo modello da infiltrazione e sabotaggio si risveglia… questa cagna di silicone sa perfettamente come sgozzare un uomo balzandogli alle spalle. Senza fare il minimo rumore.»
«Ma com'è possibile?» chiese Michele, avvertendo il sangue gelarsi nelle vene. Aveva usato molti droni in guerra e conosceva fin troppo bene le unità autonome; sapeva esattamente quanto potessero essere letali e di cosa fossero capaci.
«Con la crisi, le risorse del welfare sempre più scarse e il numero di utenti bisognosi di assistenza, forse hanno semplicemente riciclato il materiale rimasto nei magazzini alla fine del conflitto. Lo fanno continuamente.»
«Mi ha detto di essere attiva da quattro anni. E di aver avuto altri otto utenti prima di me.»
«Forse è rimasta stipata in un deposito per tutto questo tempo, e poi l'hanno tirata fuori dalla naftalina e riattivata per le periferie.»
«È dormiente? C'è il rischio che si riattivi?» domandò Michele, voltandosi a osservare la sua Doll immobile.
Piero ci pensò un istante, alternando gli occhi tra lo schermo del palmare e la bambola disattivata. Ci fu un silenzio che sembrò eterno.
«No… non da sola, almeno. Il sistema è protetto da una marea di blocchi software. Per risvegliare quelle routine ci vorrebbe uno shard di decrittazione militare, e non uno qualunque: uno dell'epoca. Ormai i codici si scrivono con linguaggi completamente diversi, roba obsoleta per i terminali della City; le IA moderne nemmeno saprebbero come gestirli. Stai sereno, Fabbri, ti prendevo solo per il culo», concluse Piero, scoppiando in una risata roca che però non suonò del tutto convinta.
Michele sospirò, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia. I nervi si erano di colpo allentati, ma una nuova inquietudine si era già insediata nella sua mente. Era la sensazione opprimente di dormire sopra un giacimento di mine antiuomo. Una paura antica, la stessa che per anni lo aveva tormentato nelle trincee infangate, era tornata a stringergli la gola tra le mura del suo appartamento.
Un brivido lo percorse quando i suoi occhi caddero nuovamente su Boh. La presenza della Doll, in un primo momento fonte di puro fastidio, poi compagnia piacevole, adesso gli sembrava una minaccia latente. Un pericolo costante, pronto a esplodere al primo passo falso.
I pensieri si rincorsero e si accavallarono nella sua testa confusa.
Soprattutto, si rese conto di come la reale paura non fosse legata alla propria incolumità, bensì a qualcosa di molto più profondo.
Michele non disprezzava l'idea di non svegliarsi più. L'idea di cessare di esistere, di trovare finalmente la quiete, lo tentava come una sirena silenziosa e crudele. La vera angoscia era la prospettiva di continuare a sopravvivere, unita alla consapevolezza di non essere protetto dal governo per cui aveva combattuto, né dai suoi ex commilitoni. In definitiva, di essere solo.
«Anche se…» riprese Piero dopo una lunga pausa, espellendo un'altra boccata di fumo e picchiettandosi un dente con l'unghia, «avere qualcuno in grado di spezzare un braccio, da queste parti, potrebbe risultare parecchio utile».
«Che intendi?»
«Hai sentito di quel poveraccio, il figlio dei Sanchez?»
«Miguel, sì. Dei ragazzini gli hanno fracassato la testa sul marciapiede per una mezza lattina di soda, tiepida e sgasata», ricordò Michele, incupendosi.
«Beh, non dico di riattivare i vecchi protocolli. Non tutti, almeno, ma solo una parte. Quelli di sorveglianza e di autodifesa, ad esempio. Potresti avere il tuo personale, sexy bodyguard.»
«Dimentichi il dettaglio principale: questa sintetica non è mia», gli ricordò Michele.
«Naa, su questo devi stare sereno. Me lo hai detto tu, no? Quattro anni, otto utenti prima di te.» Il sergente scosse la testa. «Questa stronza è al capolinea, Fabbri. Dopo di te verrà smantellata e riciclata.»
A sentire quelle parole sul destino della Doll, Michele provò una strana morsa allo stomaco, un'ansia che non sapeva giustificare.
«Inoltre, da queste parti, una volta assegnate, le Doll difficilmente vengono richiamate dalle periferie», continuò il veterano. «I piani alti se ne dimenticano, oppure i sintetici finiscono in un cassonetto quando smettono di funzionare. Chiedi a Nassir: anche lui ne aveva ricevuta una del welfare dopo la morte del marito, e sono nove anni che vanno avanti insieme.»
Michele pensò all'uomo residente al piano inferiore, a quanto avesse sofferto per la perdita del compagno e a come si fosse ripreso da quando quel modello di sussistenza, dall'aspetto di un ragazzone di colore, era entrato nella sua vita.
«Dici che si potrebbe fare?» chiese infine Michele. Non poteva negare a se stesso come avere qualcuno a guardargli le spalle potesse rivelarsi utile, in un posto pieno di disperati pronti a tagliarti la gola per un paio di lacci delle scarpe.
«…Ci dovrei lavorare un po'», precisò Piero. «Devo chiedere a un amico, giù nelle fogne… lui forse può procurarmi lo shard necessario. Però sia chiaro: primo, silenzio assoluto; secondo, in caso di successo inserirai anche me nei protocolli di protezione; terzo, nessuna responsabilità se la bambola ti fa a pezzi, o massacra qualcuno dei vicini.»
«…Troppo pericoloso», tagliò corto Michele, liberando un sospiro che sapeva di nicotina e stanchezza accumulata. Scosse la testa, fissando le proprie nocche consumate. «Meglio di no. Ma potresti cercare di sbloccarle qualche altro vincolo. Grattare via un po' di quella vernice di fabbrica.»
Piero sollevò lo sguardo dal terminale, una mezza smorfia che gli stirava la cicatrice sul labbro. «Che intendi?»
«Vorrei cambiare le impostazioni di base. Il tono della voce, ad esempio… toglierle quell'accento metallico da centralino del welfare. E poi scegliere cosa farle indossare, renderla un po' meno ubbidiente. Più vera, cazzo. Meno elettrodomestico e più persona.»
«Cambiarle il nome…» suggerì Piero, mentre le sue dita tozze riprendevano a picchiettare sulla scocca del palmare, facendo scorrere stringhe di codice verde fosforico.
«No… quello no. Mi piace Boh. Mi ci sto abituando», rispose Michele. I suoi occhi scivolarono di nuovo sulla Doll, immobile nell'angolo della stanza come un manichino in un negozio abbandonato.
Nel buio dell'appartamento, accarezzato solo dal ronzio dei condizionatori esterni, Michele avvertì una strana morsa al petto. Quello che stava provando, per quanto assurdo, malato e distorto potesse sembrare, altro non era che affetto.
Affetto. Per un ammasso di polimeri, circuiti stampati e silicone sintetico. E per di più nato così in fretta, in appena ventiquattr'ore. Si trovò a fissare il vuoto, nauseato da se stesso. Lui, che aveva smesso di provare qualsiasi fottuto sentimento umano tanto tempo prima, ora si stava aggrappando a una bambola come farebbe un poppante.
Un poppante, pensò di sé.
«Ceni con me?» buttò lì Michele, rompendo il silenzio che lo stava lasciando pensare e non gli piaceva.
Piero sollevò un sopracciglio, le labbra tese in una mezza smorfia. «Mi stai offrendo del cibo?»
«Hamburger di cane, qualche tubero saltato in padella e due lattine di Scrappy-Cola. Non ho altro modo di ringraziarti, se decidi di farlo.»
«Scherzi? Certo che lo faccio, non vedo l’ora di mettere le mani su quel pezzo di fica sintetico», esclamò l'altro, e per la prima volta il suo tono si fece quasi conviviale, illuminando lo squallore della stanza. «La cena andrà benissimo come pagamento. Sono settimane che non vedo della carne. Carne vera, cazzo. E di là, nel mio appartamento, ho qualcosa che può aiutarci a mandare giù quel troiaio... dell'ottima vodka fatta in casa!»
«Bene allora. Va' a prendere il tuo veleno, hai un invito a cena», concluse Michele, accennando un mezzo sorriso amaro.
«A dopo», lo salutò Piero, infilando il palmare nella tasca del giaccone logoro prima di superare la soglia.
Michele rimase solo per qualche istante, ascoltando i passi pesanti del commilitone che si allontanavano lungo il corridoio di cemento. Poi si voltò verso l'angolo buio.
«Boh, avviati», ordinò alla Doll disattivata. «Ho bisogno di te. Abbiamo un ospite a cena.»
di
Fanto-Gab80
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