Tracce Rosso Sangue. Capitolo 1: il cuore spezzato

di
genere
pulp

Dopo la digressione fatta nelle ferie, torno ad uno stile più mio, con un thriller erotico. Buona lettura.

La mano le strinse la gola proprio mentre veniva.
Non era un gesto delicato. Era una presa ferma, da uomo che sapeva esattamente quanto poteva stringere senza spegnerla del tutto. Lei aprì la bocca in un gemito strozzato, gli occhi socchiusi, le unghie conficcate nei suoi avambracci. Le gambe le tremavano ancora per l’orgasmo, aperte, abbandonate, mentre lui continuava a spingere dentro di lei con colpi lunghi e profondi, senza fretta, come se volesse assaporare ogni contrazione.
La stanza del motel puzzava di sesso e di deodorante a buon mercato. La luce giallastra del lampadario nudo oscillava leggermente a ogni movimento del letto. Lei aveva ancora le calze a rete tirate a metà coscia e il reggiseno nero scostato sotto i seni. Lui non si era nemmeno tolto la camicia: solo i pantaloni aperti, la cintura che batteva contro il materasso a ogni spinta.
— Ancora — mormorò lei, o forse lo pensò soltanto. La voce le uscì rauca, spezzata dalla pressione delle dita sul collo.
Lui chinò il volto contro il suo. Non la baciò. Le sfiorò solo le labbra con la lingua, assaggiandola, mentre la mano sulla gola si allentava quel tanto che bastava per farla respirare di nuovo a pieni polmoni. Poi tornò a stringere. Più forte. Lei sentì il sangue martellarle nelle tempie, il piacere che si mescolava alla mancanza d’aria in un nodo caldo e pericoloso tra le gambe.
Quando lui finalmente venne, lo fece in silenzio, con un solo brivido lungo che le attraversò il corpo come una scarica. Restò dentro di lei ancora qualche secondo, respirando contro la sua guancia. Poi si sfilò lentamente, si rialzò e sistemò i vestiti con la stessa calma con cui aveva scopato.
Lei rimase distesa, le cosce ancora aperte, il respiro corto, il sesso pulsante e bagnato. Lo guardò mentre tirava fuori il portafoglio e lasciava le banconote sul comodino.
Non si erano scambiati quasi una parola da quando erano entrati nella stanza.
Lei si vestì senza fretta. Si sistemò le calze umide di sudore e di lui, tirò giù la minigonna che le si appiccicava ancora un po’ alle cosce, si passò le dita tra i capelli appiccicati alla nuca. Prese i soldi dal comodino, li contò con le dita leggermente tremanti per il residuo di piacere, e li infilò nella borsetta. Lui era già uscito. L’odore del suo dopobarba a buon mercato e del sesso restava nella stanza come una traccia calda.
Scese le scale di cemento del motel. L’aria della notte le arrivò addosso come uno schiaffo freddo. Era quasi l’una. Una pioggerella sottile le appannava subito il viso e le spalle scoperte. La zona era quella dei capannoni e dei parcheggi deserti a sud di Milano: asfalto nero lucido di pioggia, odore di gasolio, di terra bagnata e di qualcosa di metallico e stantio. I lampioni sparpagliati gettavano pozze di luce giallastra alternate a tratti di buio quasi totale.
Camminò verso la fermata del bus. I tacchi battevano secchi e regolari sul marciapiede bagnato, un ritmo che le rimbombava un po’ nelle ossa. Aveva ancora le cosce viscide, il sesso caldo e leggermente dolente, il sapore salato di lui in fondo alla gola. Pensava a una doccia bollente, a una sigaretta, al letto vuoto del suo monolocale.
Poi sentì i passi.
Non un rumore netto, all’inizio. Piuttosto una presenza. Un’eco sfasata del suo stesso ritmo, un battito più pesante, più lento, che non apparteneva a lei. L’aria le sembrò improvvisamente più densa. Rallentò, fingendo di cercare qualcosa nella borsetta. Le dita le tremavano sul fermaglio. Dietro di lei i passi rallentarono allo stesso modo, come un’ombra fedele.
Accelerò. I tacchi adesso battevano più in fretta, scivolosi sull’asfalto umido. I passi dietro di lei accelerarono con precisione inquietante. Il cuore le salì in gola, grosso e caldo. Sentì il sangue pulsarle nelle orecchie, misto al suono dei suoi stessi passi e di quelli che la seguivano.
Si voltò di scatto.
La strada era vuota. Solo ombre lunghe, il bagliore sporco dei lampioni, il profilo scuro di un furgone parcheggiato a una trentina di metri. Niente. Eppure l’aria le sapeva di pericolo. Un odore sottile, forse di tabacco freddo, forse solo di paura.
Riprese a camminare più svelta, quasi di corsa. Il tacco sinistro scivolò. Recuperò l’equilibrio con un movimento goffo, sentendo il cuore esploderle nel petto. Girò l’angolo ed entrò in una via più stretta, stretta tra due capannoni ciechi. L’oscurità lì era quasi solida. L’odore di umidità e di ruggine le entrò nelle narici. Dietro di lei i passi erano tornati, più vicini, più pesanti, il suono attutito dalla pioggia ma inesorabile.
Allora corse davvero.
Le gambe le rispondevano male, ancora molli di sesso e adesso rigide di terrore. La borsetta le batteva contro il fianco con colpi scomposti. I seni saltavano sotto la maglietta sottile, doloranti. L’aria fredda le bruciava la gola a ogni respiro. Sentiva l’altro correre dietro di lei: non un’impressione, non un’allucinazione. Il rumore dei passi che guadagnavano terreno, il fruscio di un giubbotto, forse un respiro più pesante del suo.
Svoltò di nuovo, cercando disperatamente un lampione, una macchina, una qualsiasi luce. Niente. Solo buio, pioggia sottile sul viso e il suono sempre più vicino di chi la stava raggiungendo.
Allora urlò.
Un urlo acuto, straziato, animale, che le uscì dalla gola già stretta dalla paura e tagliò la notte come una lama. Urlò senza parole, solo terrore puro, mentre le gambe le cedevano e qualcosa — una mano calda, un braccio potente, un’ombra densa — la afferrava da dietro con una forza che le spezzò il respiro.
La trovarono all’alba.
Un autista di mezzi pesanti che stava uscendo dal piazzale di un capannone vide prima le scarpe. Due tacchi a spillo neri, uno spezzato, abbandonati sull’asfalto ancora lucido di pioggia. Poi, pochi metri più in là, tra l’erba alta e i rifiuti ai margini del parcheggio, scorse le gambe.
Chiamò i carabinieri con la voce spezzata.
Quando arrivarono le prime volanti, la pioggia aveva quasi smesso. Restava solo un’umidità fredda che si attaccava ai vestiti. Il corpo di lei giaceva supino, leggermente piegato su un fianco, come se si fosse accasciata mentre cercava ancora di allontanarsi. La minigonna era tirata su. Le calze a rete risultavano strappate in più punti. Il reggiseno nero era scostato.
Il volto era girato verso il cielo grigio dell’alba. Gli occhi aperti. Sul collo si intravedevano segni scuri, netti, che parlavano di una presa prolungata e violenta.
Ma ciò che fece indietreggiare anche gli agenti più esperti fu il seno sinistro.
Lì, sulla pelle chiara, qualcuno aveva intagliato con precisione quasi maniacale un cuore. Non un graffio grossolano: un disegno deliberato, dai contorni netti. E al centro di quel cuore, un taglio verticale, pulito, profondo, fatto con qualcosa di affilatissimo. Un bisturi, dissero subito quelli della scientifica quando arrivarono.
Come una firma.
Come un messaggio lasciato apposta per chi sarebbe venuto a guardare.
C’erano anche altre lesioni, più intime, che il medico legale avrebbe descritto più tardi nel referto con la freddezza di rito. Segni di un’aggressione che non si era limitata a uccidere, ma aveva voluto lasciare un’impronta precisa sul corpo.
Intorno non c’erano impronte utili. Niente arma. Niente testimoni. Solo l’odore stantio della notte, la pioggia che aveva lavato quasi tutto, e quel cuore spezzato che sembrava osservarli dal petto immobile della ragazza.
Il primo ufficiale di polizia che si avvicinò restò in silenzio più del consueto.
Poi mormorò, quasi tra sé:
«Questo non è un omicidio qualsiasi.»
Era il marzo del 2001.
Nei giorni successivi i giornali locali uscirono con titoli confusi e prudenti. Parlavano di una prostituta trovata morta in zona industriale, di un’aggressione particolarmente violenta, di indagini in corso. Nessuno, all’inizio, osò usare la parola “serial”.
Poi, tre mesi dopo, ne trovarono un’altra.
Questa volta a Torino, in un motel a ore lungo la tangenziale sud. La stanza era ancora in ordine, il letto disfatto, i soldi del cliente spariti. Il corpo era stato lasciato disteso con una cura quasi cerimoniale. Stessa firma sul seno sinistro: il cuore intagliato e spezzato al centro da un taglio netto di bisturi. Stessi segni sul collo. Stessa impressione di qualcuno che aveva giocato a lungo prima di concludere.
A settembre fu Brescia. Un appartamento in affitto settimanale in periferia, vicino alla stazione. La ragazza era moldava, giovane, conosciuta in zona. Il corpo venne scoperto dalla proprietaria dell’appartamento quando non ricevette il pagamento. Ancora una volta il cuore spezzato. Ancora una volta la sensazione di un rituale preciso, quasi metodico.
Nel 2002 ne arrivarono altri due. Uno a Milano, in un parcheggio abbandonato dietro un magazzino di materiale edile. L’altro in un casolare isolato fuori Bergamo, dove il freddo dell’inverno aveva quasi conservato il corpo. Ogni volta lo stesso schema. Ogni volta la stessa firma. Ogni volta nessuna traccia utile: niente impronte, niente testimoni, niente arma.
La polizia cominciò a collegare i casi. Si formò una task force interforze. Si raccolsero centinaia di testimonianze da altre prostitute, da clienti, da madame. Si parlò di un uomo educato, forse di mezza età, che chiedeva “cose particolari” ma pagava bene e non lasciava mai il proprio nome. Si parlò di un’auto scura, di un odore di dopobarba costoso, di un modo di parlare troppo corretto per frequentare certi ambienti.
Ma non si arrivò mai a niente di concreto.
I giornali, intanto, avevano trovato il nome: “il mostro delle prostitute”. Qualcuno, più colto, scrisse di “assassino rituale”. Le ragazze di strada cominciarono a rifiutare i clienti che chiedevano legature o soffocamento. Qualcuna sparì spontaneamente, tornò a casa, cambiò città.
Poi, nell’autunno del 2004, tutto si fermò.
Nessun altro corpo. Nessun altro cuore intagliato. Nessun altro messaggio lasciato sulla pelle. Le indagini continuarono per mesi, poi per anni, poi si assottigliarono fino a sparire nei fascicoli d’archivio. I detective che ci avevano lavorato con più accanimento furono trasferiti o andarono in pensione. La stampa passò ad altro.

Elena Vichi chiuse la cartella clinica e si tolse gli occhiali.
Aveva trentatré anni, i capelli scuri raccolti in una crocchia disordinata, e un viso che riusciva a essere allo stesso tempo serio e disturbante. Occhi grandi, bocca piena, un corpo che anche sotto il camice bianco lasciava intuire curve precise e una pelle chiara. Era intelligente in un modo che metteva a disagio certi colleghi: rapida, precisa, capace di leggere una situazione clinica in pochi secondi e di dirlo senza giri di parole. Brava. Molto brava. E lo sapeva.
Bussarono alla porta dello studio.
«Avanti.»
Entrò Alessandro Visconti. Primario. Cinquantquattro anni, capelli brizzolati, portamento da uomo abituato a essere ascoltato. Indossava il camice aperto sul completo grigio, l’aria di chi ha già deciso che la giornata degli altri dovrà adattarsi alla sua.
«Il caso della signora Ferretti», disse senza preamboli. «Hai finito di rivedere le lastre?»
Elena gli porse la cartella.
«Sì. L’intervento è indicato, ma non urgente. Possiamo programmarlo la prossima settimana.»
Lui sfogliò le pagine in silenzio, poi annuì.
«D’accordo. Prepara tu la relazione per la direzione.»
«Certo.»
Si guardarono un attimo più del necessario. Niente di esplicito. Solo un’ombra di qualcosa che passò e sparì. Poi Alessandro uscì, chiudendo la porta con la stessa calma con cui era entrato.
Elena restò seduta ancora qualche secondo. Si passò una mano sulla nuca, sentì i capelli umidi di sudore leggero. Era quasi l’una. Aveva ancora due visite e poi sarebbe andata a casa.
O almeno così aveva detto a tutti.

La trovarono la mattina dopo.
Un’addetta alle pulizie dell’appartamento in via Solferino, un piccolo bilocale elegante al terzo piano, aveva suonato ripetutamente senza ricevere risposta. Quando aprì con le chiavi di riserva, l’odore la colpì per primo.
Elena Vichi era sul letto. Nuda. Le braccia aperte. Gli occhi fissi sul soffitto.
Sul seno sinistro, intagliato con precisione quasi maniacale, c’era un cuore. E al centro di quel cuore, un taglio verticale, netto, profondo, fatto con qualcosa di affilatissimo.
Il collo portava segni scuri. C’erano altre lesioni, più intime, che il medico legale avrebbe descritto più tardi con la freddezza di rito.
Sulla comodino, accanto al telefono spento, c’era ancora il camice bianco ripiegato.

scritto il
2026-08-18
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