La bolla
scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 15 min
di
b_bull_and_master
genere
tradimenti
cura
A+
Questa storia era una bolla di sapone destinata a scoppiare, eppure lì dentro c’era tutta l’aria di cui avevo bisogno per sopravvivere.
Elisa lo pensò per la prima volta una sera di fine settembre, mentre Marco dormiva a pancia in giù accanto a lei, il respiro già pesante, una mano abbandonata sul lenzuolo tra le loro gambe. La finestra era aperta. Fuori, la città faceva i suoi rumori lontani. Dentro, l’odore di loro due era ancora denso: sudore, sesso, il profumo che lei si era messa quella mattina e che lui le aveva leccato via dal collo fino a lasciarle la pelle arrossata.
Erano tornati a casa tardi. Non avevano acceso le luci. Marco l’aveva spinta contro il muro del corridoio appena chiusa la porta, le aveva sollevato la gonna con entrambe le mani e le aveva infilato due dita nelle mutandine senza chiedere, senza aspettare. Elisa era già bagnata da prima, da quando, al ristorante, lui le aveva messo la mano sulla coscia sotto il tavolo e aveva premuto, lento, fino a farle stringere le gambe intorno alle sue dita. In corridoio lei gli aveva afferrato il polso, lo aveva guidato più in fondo, e aveva appoggiato la fronte contro la sua mentre lui la toccava, le labbra aperte, il respiro corto. Non avevano parlato. Marco le aveva baciato la bocca solo dopo, quando lei era già venuta una prima volta contro la sua mano, le ginocchia molli, i fianchi che spingevano ancora.
Poi erano arrivati in camera. Lui l’aveva fatta mettere a quattro zampe sul letto, le aveva abbassato le mutandine fino alle caviglie e si era chinato a leccarla da dietro, lento, con la lingua piatta e poi la punta, finché Elisa non aveva premuto la faccia nel cuscino e non aveva più cercato di trattenere i gemiti. Marco le aveva tenuto i fianchi con entrambe le mani, i pollici affondati nelle fossette sopra il culo, e non si era fermato finché lei non aveva tremato tutto il corpo, le cosce che si chiudevano intorno alla sua testa. Solo allora era entrato dentro di lei, tutto, in un solo colpo, e aveva cominciato a scoparla con colpi profondi e regolari, una mano nei suoi capelli, l’altra sul suo fianco. Elisa aveva sentito ogni centimetro, aveva sentito il rumore bagnato dei loro corpi, aveva sentito il proprio nome detto a mezza voce, quasi un ringhio. Quando Marco era venuto, le era rimasto dentro a lungo, il petto appoggiato alla sua schiena, il respiro caldo sulla nuca. Lei aveva allungato una mano indietro, gli aveva afferrato la coscia, e non lo aveva lasciato andare.
Dopo si erano lavati in silenzio. Lei si era seduta sul bordo della vasca mentre lui si faceva la doccia. Lo aveva guardato. L’acqua gli scorreva sulle spalle, sul petto, sull’addome. Marco si era girato, l’aveva vista, e le aveva fatto un mezzo sorriso. Non era un sorriso dolce. Era il sorriso di chi sa di averti appena avuta e sa che ti avrà ancora. Elisa aveva ricambiato. Poi era entrata anche lei sotto l’acqua, gli si era appoggiata al petto, e gli aveva messo una mano sul cazzo, ancora mezzo duro. Lo aveva tenuto così, senza muoversi, solo stringendo piano, mentre l’acqua li copriva entrambi. Marco le aveva baciato la tempia. Non avevano detto “ti amo”. Non serviva. In quel momento era ancora vero, o almeno sembrava vero.
Ma già allora c’era qualcosa di troppo. Elisa se ne accorse nei giorni successivi, quando Marco cominciò a rispondere ai messaggi con un ritardo che prima non c’era. Quando tornava a casa e le raccontava poco della giornata. Quando, a letto, la prendeva con la stessa fame di sempre, ma dopo restava zitto più a lungo, gli occhi aperti nel buio. Lei non chiedeva. Si metteva sopra di lui, lo guidava dentro di sé, e lo scopava lenta, a lungo, guardandolo in faccia. Marco le metteva le mani sui fianchi, le stringeva forte, e la lasciava fare. A volte le diceva di venire. A volte non diceva nulla e la guardava soltanto, le labbra socchiuse, mentre lei si muoveva. Elisa sentiva il proprio corpo che si apriva, che si contraeva intorno a lui, e sentiva anche, sotto, una piccola nota stonata. Non sapeva ancora darle un nome.
Una sera, mentre lui era sotto la doccia, lei prese il telefono di Marco dal comodino. Non cercava niente di preciso. Scorse le chat senza davvero leggere. Poi vide un messaggio, ricevuto due ore prima. “Stasera no. Domani.” Il nome era quello di una collega. Elisa rimise il telefono al suo posto. Si sedette sul bordo del letto e restò ferma, le mani sulle ginocchia, ad ascoltare l’acqua che scorreva. Quando Marco uscì dal bagno, con l’asciugamano intorno ai fianchi, lei alzò lo sguardo e gli sorrise. Lui si avvicinò, le mise una mano sulla nuca, e la baciò. Elisa rispose al bacio. Aprì la bocca. Gli mise le mani sui fianchi e lo tirò più vicino. L’asciugamano cadde. Lei lo prese in mano, lo sentì indurirsi tra le dita, e lo guidò verso la propria bocca. Lo succhiò lento, con gli occhi aperti, guardandolo. Marco le mise una mano nei capelli. Non la spinse. La tenne soltanto. Elisa sentì il sapore di lui, sentì il peso sulla lingua, e pensò al messaggio. Continuò. Lo portò quasi fino in fondo, poi si staccò, si alzò, e lo fece sdraiare. Si mise a cavalcioni su di lui, lo prese dentro di sé senza aiuto, e cominciò a muoversi. Marco le afferrò il culo con entrambe le mani. Lei si chinò, gli morse il labbro, e gli disse, piano, sulla bocca: “Non fermarti.”
Lui non si fermò. Elisa venne prima di lui, con la fronte appoggiata alla sua, le unghie conficcate nelle sue spalle. Marco la seguì subito dopo, le anche che si sollevavano, un gemito basso contro il suo collo. Restarono così, uniti, il respiro di entrambi ancora irregolare. Elisa non si mosse. Sentiva il battito di lui sotto il proprio petto. Sentiva anche, chiaro, il bordo sottile della bolla. Non era ancora scoppiata. Ma già si vedeva, contro la luce, quanto fosse fragile.
Fuori, la città continuava a fare i suoi rumori. Dentro, nessuno dei due parlò.
Marco rientrò quella sera con il collo segnato da un morso che non era il suo. Elisa lo vide appena accese la luce del corridoio: una mezzaluna rossa, ancora fresca, proprio sotto l’orecchio. Lui se ne accorse che lei lo aveva visto. Non cercò di coprirlo. Si tolse la giacca, la appoggiò sulla sedia, e rimase fermo, le mani lungo i fianchi.
Elisa si alzò dal divano. Non disse niente. Gli si avvicinò, gli sbottonò la camicia con calma, un bottone dopo l’altro, e gli abbassò i pantaloni e i boxer insieme. Marco era già duro. Lei gli mise una mano intorno al cazzo, lo strinse alla base, e lo guardò negli occhi mentre lo toccava. Poi si chinò, gli leccò la punta, lenta, raccogliendo il pre-sperma con la lingua, e lo prese in bocca fino in fondo. Lo succhiò forte, con la gola che si apriva, gli occhi aperti su di lui. Marco le mise entrambe le mani nei capelli. Non la guidò. La tenne ferma e spinse, due volte, tre, finché lei non ebbe un conato e non si staccò, un filo di saliva che le collegava le labbra al suo cazzo.
“Chi ti ha morso?” chiese Elisa, la voce roca.
Marco non rispose. La sollevò, la girò, e la piegò sul bracciolo del divano. Le alzò la gonna, le strappò le mutandine di lato, e le infilò due dita dentro senza preavviso. Elisa era bagnata. Molto. Lui le allargò le dita, la scopò così per qualche secondo, poi le tolse e le sostituì con il cazzo. Entrò tutto, in un colpo solo, fino alle palle. Elisa emise un suono basso, quasi un ringhio. Marco le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa, e cominciò a scoparla forte, i fianchi che sbattevano contro il suo culo, il rumore bagnato e netto ogni volta che usciva e rientrava.
“Dimmi chi,” ripeté lei, tra un colpo e l’altro.
Marco le mise una mano sulla bocca. Continuò a spingere, più in fondo, più veloce. Elisa gli morse il palmo. Lui non si fermò. La scopò fino a farle tremare le gambe, fino a quando lei non venne, stretta intorno a lui, le unghie conficcate nel tessuto del divano. Marco la seguì subito dopo: le sfilò il cazzo all’ultimo momento e le venne sulla schiena, sul culo, sui fianchi, in getti caldi e spessi. Restò lì, ansimante, a guardarla. Elisa non si mosse. Sentiva lo sperma che le scivolava sulla pelle.
Si alzò piano. Si girò. Lo guardò. Poi si abbassò, raccolse un po’ del suo sperma con le dita, e se lo mise in bocca. Lo succhiò via, lenta, senza staccare gli occhi dai suoi.
“Domani sera non torno,” disse.
Marco non rispose. Si tirò su i pantaloni. Elisa andò in bagno. Si lavò la schiena sotto la doccia, le dita che scorrevano sulla pelle ancora appiccicosa. Quando uscì, lui non c’era più. Sul comodino aveva lasciato il telefono. Elisa lo prese. Aprì la chat. Lesse i messaggi. Foto. Un video breve, girato male, di una mano che si muoveva su un cazzo che non era quello di Marco. Un messaggio di lei: “Vieni quando vuoi. Lui non c’è.”
Elisa non cancellò niente. Si vestì. Uscì.
L’uomo che incontrò non le chiese il nome. La portò in un appartamento piccolo, al quarto piano. La fece mettere in ginocchio appena chiusa la porta. Elisa gli aprì i pantaloni, gli tirò fuori il cazzo, e lo prese in bocca senza esitazione. Lo succhiò profondo, con la saliva che le colava sul mento, le mani sulle sue cosce. Lui le tenne la testa e scopò la sua bocca, lento all’inizio, poi più forte. Elisa glielo lasciò fare. Quando lui la sollevò e la piegò sul tavolo della cucina, lei si aprì le gambe da sola. Lui le strappò le mutandine, le mise due dita dentro per controllare, e poi la penetrò. Era più grosso di Marco. Elisa sentì il bruciore, poi il piacere, e spinse indietro per prenderlo tutto. Lui la scopò forte, una mano sulla sua nuca, l’altra sul suo fianco. Le parlava sporco, a bassa voce. Lei non rispondeva. Veniva e basta, due volte, la seconda più forte della prima, con le gambe che tremavano e la fronte appoggiata al piano freddo.
Quando lui venne, lo fece dentro di lei. Elisa lo sentì pulsare, sentì il calore che si spargeva. Restò ferma finché lui non uscì. Si pulì con un tovagliolo di carta. Si rivestì. Prima di uscire gli mandò una foto: il suo sperma che le colava lungo l’interno della coscia. La mandò a Marco.
Marco la lesse alle due di notte. Non rispose. Alle tre e mezza Elisa sentì la chiave nella serratura. Era ancora sul divano, nuda sotto una maglietta di lui. Marco entrò, la vide, e non parlò. Si spogliò. Si mise in ginocchio davanti a lei. Le aprì le gambe. La leccò a lungo, con la lingua che entrava e usciva, che le succhiava il clitoride, che raccoglieva il sapore dell’altro uomo e non si fermava. Elisa gli mise le mani nei capelli e lo tenne lì. Venne sulla sua bocca, forte, le cosce che gli stringevano la testa. Poi lo tirò su, lo fece sdraiare, e si mise sopra di lui. Lo prese in mano, lo guidò dentro di sé, e cominciò a scoparlo. Lenta all’inizio, poi più forte, i fianchi che sbattevano, il cazzo di lui che la riempiva fino in fondo. Marco le afferrò il culo, le allargò le natiche, e spinse dal basso. Elisa gli mise una mano sulla gola. Non strinse. La tenne lì. Lo guardò negli occhi mentre lo scopava, mentre sentiva ancora, dentro, le tracce dell’altro.
“Sei mio,” disse lui, la voce spezzata.
Elisa non rispose. Accelerò. Venne di nuovo, stretta intorno a lui, e non si fermò. Continuò a muoversi finché Marco non venne, le anche sollevate, un gemito lungo contro il suo collo. Restarono uniti. Il respiro di entrambi era corto. Elisa sentiva il battito di lui sotto il palmo. Sentiva anche, chiaro, il bordo della bolla che si assottigliava ancora. Non era ancora scoppiata del tutto. Ma ogni volta che si toccavano, adesso, facevano più rumore. Un rumore bagnato, sporco, necessario.
Questa storia era una bolla di sapone destinata a scoppiare, eppure lì dentro c’era tutta l’aria di cui avevo bisogno per sopravvivere.
Elisa lo disse ad alta voce, quella notte, mentre Marco la teneva per i capelli e la scopava da dietro sul pavimento della cucina. La voce le uscì spezzata, a metà tra un gemito e una risata. Lui non rispose. Le tirò la testa più indietro, le affondò le dita nel fianco fino a lasciare i segni, e spinse più forte. Il cazzo le entrava tutto, ogni volta, con un rumore bagnato e violento. Elisa sentiva le ginocchia bruciare sul pavimento freddo. Sentiva lo sperma di un altro uomo, quello della sera prima, che le colava ancora lungo l’interno della coscia e si mescolava a quello di Marco.
Non si erano parlati per due giorni. Marco era tornato con un altro morso sul collo e con gli occhi rossi. Elisa lo aveva aspettato nuda sul letto, le gambe aperte, un vibratore ancora acceso tra le cosce. Quando lui era entrato, lei non aveva spento nulla. Lo aveva guardato e aveva detto: “Finisci quello che hai iniziato.” Marco le aveva strappato il vibratore di mano, lo aveva spento, e glielo aveva messo in bocca. “Succhialo.” Elisa lo aveva fatto. Poi lui l’aveva girata, le aveva messo una mano sulla nuca e l’aveva scopata senza prepararla, senza chiedere. Lei aveva urlato. Non di dolore. Di rabbia. Aveva spinto indietro per prenderlo di più e gli aveva detto, a denti stretti: “Più forte. Come se mi odiassi.”
Lui lo aveva fatto.
Adesso, in cucina, Elisa sentiva il proprio corpo che si contraeva intorno a lui, che lo stringeva, che lo voleva ancora. Marco le lasciò i capelli. Le mise due dita in bocca, le spinse sulla lingua, e continuò a scoparla. “Dillo di nuovo,” ordinò.
“La bolla,” ansimò lei. “Era destinata a scoppiare.”
Marco le tolse le dita dalla bocca, le mise la mano sulla gola e strinse, non abbastanza da farle male davvero, abbastanza da farle sentire il battito. Venne dentro di lei con un gemito basso, quasi un ringhio, le anche che sbattevano contro il suo culo. Non uscì subito. Restò lì, duro, a pulsare. Elisa sentì il calore che si spargeva. Sentì anche, chiaro, che non era più abbastanza.
Si staccò da sola. Si alzò. Lo sperma le colò lungo le cosce. Marco era ancora in ginocchio, il cazzo bagnato, il petto che si alzava e si abbassava. Elisa lo guardò. Poi andò al lavandino, aprì l’acqua, e si lavò tra le gambe senza voltarsi. Quando si girò, lui si era già alzato. Si stava rivestendo.
“Dove vai?” chiese lei.
“Fuori.”
Elisa annuì. Prese il telefono dal tavolo. Aprì la chat con l’altro. Scrisse: “Vieni. Adesso.” Mostrò lo schermo a Marco. Lui lo lesse. Non disse niente. Si mise la giacca. Prima di uscire si fermò sulla porta. Elisa era ancora nuda, l’acqua che le gocciolava dalle dita. Si guardarono. Nessuno dei due abbassò gli occhi.
“Ti amo,” disse Marco. La voce era piatta.
Elisa rise. Una risata corta, senza allegria. “Lo so.”
Lui uscì. La porta si chiuse.
Quaranta minuti dopo l’altro uomo era lì. Elisa gli aprì ancora nuda. Non lo baciò. Lo portò in camera, lo fece sdraiare, e gli si mise sopra. Lo prese in mano, lo guidò dentro di sé, e cominciò a scoparlo. Forte. I fianchi che sbattevano, le unghie conficcate nel suo petto. Lui le afferrò il culo, le allargò le natiche, e spinse dal basso. Elisa chiuse gli occhi. Pensò a Marco. Pensò al modo in cui lui le aveva stretto la gola. Venne così, stretta intorno a un cazzo che non era il suo, con il nome di Marco in bocca e non detto.
Quando l’uomo venne, lo fece fuori, sul suo ventre. Elisa si pulì con la maglietta di Marco, quella che aveva lasciato sul pavimento. La usò per asciugarsi, poi la buttò nel cestino.
Marco tornò alle cinque del mattino. Trovò Elisa seduta sul divano, vestita, le chiavi in mano. Aveva già fatto la valigia. Piccola. Solo lo stretto necessario. Lui si fermò sulla soglia. Vide la valigia. Vide il segno rosso sul collo di lei, fresco, non suo.
“Te ne vai,” disse.
Elisa annuì. Si alzò. Gli passò accanto. Non lo toccò. Sulla porta si fermò. Si girò. Marco era ancora fermo, le mani lungo i fianchi, gli occhi vuoti.
“La bolla è scoppiata,” disse lei. “L’aria è finita.”
Marco non rispose. Elisa uscì. Chiuse la porta piano. Non sentì passi dietro di sé. Non sentì la sua voce. Camminò fino in strada con le cosce ancora appiccicose, con il sapore di entrambi in bocca, e con il petto vuoto. Non piangeva. Non sorrise. Continuò a camminare.
Dietro di lei, nell’appartamento, Marco restò in piedi per un tempo che non misurò. Poi si sedette sul pavimento, dove l’aveva scopata. Appoggiò la schiena al mobile della cucina. Chiuse gli occhi. Non chiamò. Non scrisse. Restò lì, con l’odore di lei ancora addosso e con niente più da respirare.
Elisa lo pensò per la prima volta una sera di fine settembre, mentre Marco dormiva a pancia in giù accanto a lei, il respiro già pesante, una mano abbandonata sul lenzuolo tra le loro gambe. La finestra era aperta. Fuori, la città faceva i suoi rumori lontani. Dentro, l’odore di loro due era ancora denso: sudore, sesso, il profumo che lei si era messa quella mattina e che lui le aveva leccato via dal collo fino a lasciarle la pelle arrossata.
Erano tornati a casa tardi. Non avevano acceso le luci. Marco l’aveva spinta contro il muro del corridoio appena chiusa la porta, le aveva sollevato la gonna con entrambe le mani e le aveva infilato due dita nelle mutandine senza chiedere, senza aspettare. Elisa era già bagnata da prima, da quando, al ristorante, lui le aveva messo la mano sulla coscia sotto il tavolo e aveva premuto, lento, fino a farle stringere le gambe intorno alle sue dita. In corridoio lei gli aveva afferrato il polso, lo aveva guidato più in fondo, e aveva appoggiato la fronte contro la sua mentre lui la toccava, le labbra aperte, il respiro corto. Non avevano parlato. Marco le aveva baciato la bocca solo dopo, quando lei era già venuta una prima volta contro la sua mano, le ginocchia molli, i fianchi che spingevano ancora.
Poi erano arrivati in camera. Lui l’aveva fatta mettere a quattro zampe sul letto, le aveva abbassato le mutandine fino alle caviglie e si era chinato a leccarla da dietro, lento, con la lingua piatta e poi la punta, finché Elisa non aveva premuto la faccia nel cuscino e non aveva più cercato di trattenere i gemiti. Marco le aveva tenuto i fianchi con entrambe le mani, i pollici affondati nelle fossette sopra il culo, e non si era fermato finché lei non aveva tremato tutto il corpo, le cosce che si chiudevano intorno alla sua testa. Solo allora era entrato dentro di lei, tutto, in un solo colpo, e aveva cominciato a scoparla con colpi profondi e regolari, una mano nei suoi capelli, l’altra sul suo fianco. Elisa aveva sentito ogni centimetro, aveva sentito il rumore bagnato dei loro corpi, aveva sentito il proprio nome detto a mezza voce, quasi un ringhio. Quando Marco era venuto, le era rimasto dentro a lungo, il petto appoggiato alla sua schiena, il respiro caldo sulla nuca. Lei aveva allungato una mano indietro, gli aveva afferrato la coscia, e non lo aveva lasciato andare.
Dopo si erano lavati in silenzio. Lei si era seduta sul bordo della vasca mentre lui si faceva la doccia. Lo aveva guardato. L’acqua gli scorreva sulle spalle, sul petto, sull’addome. Marco si era girato, l’aveva vista, e le aveva fatto un mezzo sorriso. Non era un sorriso dolce. Era il sorriso di chi sa di averti appena avuta e sa che ti avrà ancora. Elisa aveva ricambiato. Poi era entrata anche lei sotto l’acqua, gli si era appoggiata al petto, e gli aveva messo una mano sul cazzo, ancora mezzo duro. Lo aveva tenuto così, senza muoversi, solo stringendo piano, mentre l’acqua li copriva entrambi. Marco le aveva baciato la tempia. Non avevano detto “ti amo”. Non serviva. In quel momento era ancora vero, o almeno sembrava vero.
Ma già allora c’era qualcosa di troppo. Elisa se ne accorse nei giorni successivi, quando Marco cominciò a rispondere ai messaggi con un ritardo che prima non c’era. Quando tornava a casa e le raccontava poco della giornata. Quando, a letto, la prendeva con la stessa fame di sempre, ma dopo restava zitto più a lungo, gli occhi aperti nel buio. Lei non chiedeva. Si metteva sopra di lui, lo guidava dentro di sé, e lo scopava lenta, a lungo, guardandolo in faccia. Marco le metteva le mani sui fianchi, le stringeva forte, e la lasciava fare. A volte le diceva di venire. A volte non diceva nulla e la guardava soltanto, le labbra socchiuse, mentre lei si muoveva. Elisa sentiva il proprio corpo che si apriva, che si contraeva intorno a lui, e sentiva anche, sotto, una piccola nota stonata. Non sapeva ancora darle un nome.
Una sera, mentre lui era sotto la doccia, lei prese il telefono di Marco dal comodino. Non cercava niente di preciso. Scorse le chat senza davvero leggere. Poi vide un messaggio, ricevuto due ore prima. “Stasera no. Domani.” Il nome era quello di una collega. Elisa rimise il telefono al suo posto. Si sedette sul bordo del letto e restò ferma, le mani sulle ginocchia, ad ascoltare l’acqua che scorreva. Quando Marco uscì dal bagno, con l’asciugamano intorno ai fianchi, lei alzò lo sguardo e gli sorrise. Lui si avvicinò, le mise una mano sulla nuca, e la baciò. Elisa rispose al bacio. Aprì la bocca. Gli mise le mani sui fianchi e lo tirò più vicino. L’asciugamano cadde. Lei lo prese in mano, lo sentì indurirsi tra le dita, e lo guidò verso la propria bocca. Lo succhiò lento, con gli occhi aperti, guardandolo. Marco le mise una mano nei capelli. Non la spinse. La tenne soltanto. Elisa sentì il sapore di lui, sentì il peso sulla lingua, e pensò al messaggio. Continuò. Lo portò quasi fino in fondo, poi si staccò, si alzò, e lo fece sdraiare. Si mise a cavalcioni su di lui, lo prese dentro di sé senza aiuto, e cominciò a muoversi. Marco le afferrò il culo con entrambe le mani. Lei si chinò, gli morse il labbro, e gli disse, piano, sulla bocca: “Non fermarti.”
Lui non si fermò. Elisa venne prima di lui, con la fronte appoggiata alla sua, le unghie conficcate nelle sue spalle. Marco la seguì subito dopo, le anche che si sollevavano, un gemito basso contro il suo collo. Restarono così, uniti, il respiro di entrambi ancora irregolare. Elisa non si mosse. Sentiva il battito di lui sotto il proprio petto. Sentiva anche, chiaro, il bordo sottile della bolla. Non era ancora scoppiata. Ma già si vedeva, contro la luce, quanto fosse fragile.
Fuori, la città continuava a fare i suoi rumori. Dentro, nessuno dei due parlò.
Marco rientrò quella sera con il collo segnato da un morso che non era il suo. Elisa lo vide appena accese la luce del corridoio: una mezzaluna rossa, ancora fresca, proprio sotto l’orecchio. Lui se ne accorse che lei lo aveva visto. Non cercò di coprirlo. Si tolse la giacca, la appoggiò sulla sedia, e rimase fermo, le mani lungo i fianchi.
Elisa si alzò dal divano. Non disse niente. Gli si avvicinò, gli sbottonò la camicia con calma, un bottone dopo l’altro, e gli abbassò i pantaloni e i boxer insieme. Marco era già duro. Lei gli mise una mano intorno al cazzo, lo strinse alla base, e lo guardò negli occhi mentre lo toccava. Poi si chinò, gli leccò la punta, lenta, raccogliendo il pre-sperma con la lingua, e lo prese in bocca fino in fondo. Lo succhiò forte, con la gola che si apriva, gli occhi aperti su di lui. Marco le mise entrambe le mani nei capelli. Non la guidò. La tenne ferma e spinse, due volte, tre, finché lei non ebbe un conato e non si staccò, un filo di saliva che le collegava le labbra al suo cazzo.
“Chi ti ha morso?” chiese Elisa, la voce roca.
Marco non rispose. La sollevò, la girò, e la piegò sul bracciolo del divano. Le alzò la gonna, le strappò le mutandine di lato, e le infilò due dita dentro senza preavviso. Elisa era bagnata. Molto. Lui le allargò le dita, la scopò così per qualche secondo, poi le tolse e le sostituì con il cazzo. Entrò tutto, in un colpo solo, fino alle palle. Elisa emise un suono basso, quasi un ringhio. Marco le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa, e cominciò a scoparla forte, i fianchi che sbattevano contro il suo culo, il rumore bagnato e netto ogni volta che usciva e rientrava.
“Dimmi chi,” ripeté lei, tra un colpo e l’altro.
Marco le mise una mano sulla bocca. Continuò a spingere, più in fondo, più veloce. Elisa gli morse il palmo. Lui non si fermò. La scopò fino a farle tremare le gambe, fino a quando lei non venne, stretta intorno a lui, le unghie conficcate nel tessuto del divano. Marco la seguì subito dopo: le sfilò il cazzo all’ultimo momento e le venne sulla schiena, sul culo, sui fianchi, in getti caldi e spessi. Restò lì, ansimante, a guardarla. Elisa non si mosse. Sentiva lo sperma che le scivolava sulla pelle.
Si alzò piano. Si girò. Lo guardò. Poi si abbassò, raccolse un po’ del suo sperma con le dita, e se lo mise in bocca. Lo succhiò via, lenta, senza staccare gli occhi dai suoi.
“Domani sera non torno,” disse.
Marco non rispose. Si tirò su i pantaloni. Elisa andò in bagno. Si lavò la schiena sotto la doccia, le dita che scorrevano sulla pelle ancora appiccicosa. Quando uscì, lui non c’era più. Sul comodino aveva lasciato il telefono. Elisa lo prese. Aprì la chat. Lesse i messaggi. Foto. Un video breve, girato male, di una mano che si muoveva su un cazzo che non era quello di Marco. Un messaggio di lei: “Vieni quando vuoi. Lui non c’è.”
Elisa non cancellò niente. Si vestì. Uscì.
L’uomo che incontrò non le chiese il nome. La portò in un appartamento piccolo, al quarto piano. La fece mettere in ginocchio appena chiusa la porta. Elisa gli aprì i pantaloni, gli tirò fuori il cazzo, e lo prese in bocca senza esitazione. Lo succhiò profondo, con la saliva che le colava sul mento, le mani sulle sue cosce. Lui le tenne la testa e scopò la sua bocca, lento all’inizio, poi più forte. Elisa glielo lasciò fare. Quando lui la sollevò e la piegò sul tavolo della cucina, lei si aprì le gambe da sola. Lui le strappò le mutandine, le mise due dita dentro per controllare, e poi la penetrò. Era più grosso di Marco. Elisa sentì il bruciore, poi il piacere, e spinse indietro per prenderlo tutto. Lui la scopò forte, una mano sulla sua nuca, l’altra sul suo fianco. Le parlava sporco, a bassa voce. Lei non rispondeva. Veniva e basta, due volte, la seconda più forte della prima, con le gambe che tremavano e la fronte appoggiata al piano freddo.
Quando lui venne, lo fece dentro di lei. Elisa lo sentì pulsare, sentì il calore che si spargeva. Restò ferma finché lui non uscì. Si pulì con un tovagliolo di carta. Si rivestì. Prima di uscire gli mandò una foto: il suo sperma che le colava lungo l’interno della coscia. La mandò a Marco.
Marco la lesse alle due di notte. Non rispose. Alle tre e mezza Elisa sentì la chiave nella serratura. Era ancora sul divano, nuda sotto una maglietta di lui. Marco entrò, la vide, e non parlò. Si spogliò. Si mise in ginocchio davanti a lei. Le aprì le gambe. La leccò a lungo, con la lingua che entrava e usciva, che le succhiava il clitoride, che raccoglieva il sapore dell’altro uomo e non si fermava. Elisa gli mise le mani nei capelli e lo tenne lì. Venne sulla sua bocca, forte, le cosce che gli stringevano la testa. Poi lo tirò su, lo fece sdraiare, e si mise sopra di lui. Lo prese in mano, lo guidò dentro di sé, e cominciò a scoparlo. Lenta all’inizio, poi più forte, i fianchi che sbattevano, il cazzo di lui che la riempiva fino in fondo. Marco le afferrò il culo, le allargò le natiche, e spinse dal basso. Elisa gli mise una mano sulla gola. Non strinse. La tenne lì. Lo guardò negli occhi mentre lo scopava, mentre sentiva ancora, dentro, le tracce dell’altro.
“Sei mio,” disse lui, la voce spezzata.
Elisa non rispose. Accelerò. Venne di nuovo, stretta intorno a lui, e non si fermò. Continuò a muoversi finché Marco non venne, le anche sollevate, un gemito lungo contro il suo collo. Restarono uniti. Il respiro di entrambi era corto. Elisa sentiva il battito di lui sotto il palmo. Sentiva anche, chiaro, il bordo della bolla che si assottigliava ancora. Non era ancora scoppiata del tutto. Ma ogni volta che si toccavano, adesso, facevano più rumore. Un rumore bagnato, sporco, necessario.
Questa storia era una bolla di sapone destinata a scoppiare, eppure lì dentro c’era tutta l’aria di cui avevo bisogno per sopravvivere.
Elisa lo disse ad alta voce, quella notte, mentre Marco la teneva per i capelli e la scopava da dietro sul pavimento della cucina. La voce le uscì spezzata, a metà tra un gemito e una risata. Lui non rispose. Le tirò la testa più indietro, le affondò le dita nel fianco fino a lasciare i segni, e spinse più forte. Il cazzo le entrava tutto, ogni volta, con un rumore bagnato e violento. Elisa sentiva le ginocchia bruciare sul pavimento freddo. Sentiva lo sperma di un altro uomo, quello della sera prima, che le colava ancora lungo l’interno della coscia e si mescolava a quello di Marco.
Non si erano parlati per due giorni. Marco era tornato con un altro morso sul collo e con gli occhi rossi. Elisa lo aveva aspettato nuda sul letto, le gambe aperte, un vibratore ancora acceso tra le cosce. Quando lui era entrato, lei non aveva spento nulla. Lo aveva guardato e aveva detto: “Finisci quello che hai iniziato.” Marco le aveva strappato il vibratore di mano, lo aveva spento, e glielo aveva messo in bocca. “Succhialo.” Elisa lo aveva fatto. Poi lui l’aveva girata, le aveva messo una mano sulla nuca e l’aveva scopata senza prepararla, senza chiedere. Lei aveva urlato. Non di dolore. Di rabbia. Aveva spinto indietro per prenderlo di più e gli aveva detto, a denti stretti: “Più forte. Come se mi odiassi.”
Lui lo aveva fatto.
Adesso, in cucina, Elisa sentiva il proprio corpo che si contraeva intorno a lui, che lo stringeva, che lo voleva ancora. Marco le lasciò i capelli. Le mise due dita in bocca, le spinse sulla lingua, e continuò a scoparla. “Dillo di nuovo,” ordinò.
“La bolla,” ansimò lei. “Era destinata a scoppiare.”
Marco le tolse le dita dalla bocca, le mise la mano sulla gola e strinse, non abbastanza da farle male davvero, abbastanza da farle sentire il battito. Venne dentro di lei con un gemito basso, quasi un ringhio, le anche che sbattevano contro il suo culo. Non uscì subito. Restò lì, duro, a pulsare. Elisa sentì il calore che si spargeva. Sentì anche, chiaro, che non era più abbastanza.
Si staccò da sola. Si alzò. Lo sperma le colò lungo le cosce. Marco era ancora in ginocchio, il cazzo bagnato, il petto che si alzava e si abbassava. Elisa lo guardò. Poi andò al lavandino, aprì l’acqua, e si lavò tra le gambe senza voltarsi. Quando si girò, lui si era già alzato. Si stava rivestendo.
“Dove vai?” chiese lei.
“Fuori.”
Elisa annuì. Prese il telefono dal tavolo. Aprì la chat con l’altro. Scrisse: “Vieni. Adesso.” Mostrò lo schermo a Marco. Lui lo lesse. Non disse niente. Si mise la giacca. Prima di uscire si fermò sulla porta. Elisa era ancora nuda, l’acqua che le gocciolava dalle dita. Si guardarono. Nessuno dei due abbassò gli occhi.
“Ti amo,” disse Marco. La voce era piatta.
Elisa rise. Una risata corta, senza allegria. “Lo so.”
Lui uscì. La porta si chiuse.
Quaranta minuti dopo l’altro uomo era lì. Elisa gli aprì ancora nuda. Non lo baciò. Lo portò in camera, lo fece sdraiare, e gli si mise sopra. Lo prese in mano, lo guidò dentro di sé, e cominciò a scoparlo. Forte. I fianchi che sbattevano, le unghie conficcate nel suo petto. Lui le afferrò il culo, le allargò le natiche, e spinse dal basso. Elisa chiuse gli occhi. Pensò a Marco. Pensò al modo in cui lui le aveva stretto la gola. Venne così, stretta intorno a un cazzo che non era il suo, con il nome di Marco in bocca e non detto.
Quando l’uomo venne, lo fece fuori, sul suo ventre. Elisa si pulì con la maglietta di Marco, quella che aveva lasciato sul pavimento. La usò per asciugarsi, poi la buttò nel cestino.
Marco tornò alle cinque del mattino. Trovò Elisa seduta sul divano, vestita, le chiavi in mano. Aveva già fatto la valigia. Piccola. Solo lo stretto necessario. Lui si fermò sulla soglia. Vide la valigia. Vide il segno rosso sul collo di lei, fresco, non suo.
“Te ne vai,” disse.
Elisa annuì. Si alzò. Gli passò accanto. Non lo toccò. Sulla porta si fermò. Si girò. Marco era ancora fermo, le mani lungo i fianchi, gli occhi vuoti.
“La bolla è scoppiata,” disse lei. “L’aria è finita.”
Marco non rispose. Elisa uscì. Chiuse la porta piano. Non sentì passi dietro di sé. Non sentì la sua voce. Camminò fino in strada con le cosce ancora appiccicose, con il sapore di entrambi in bocca, e con il petto vuoto. Non piangeva. Non sorrise. Continuò a camminare.
Dietro di lei, nell’appartamento, Marco restò in piedi per un tempo che non misurò. Poi si sedette sul pavimento, dove l’aveva scopata. Appoggiò la schiena al mobile della cucina. Chiuse gli occhi. Non chiamò. Non scrisse. Restò lì, con l’odore di lei ancora addosso e con niente più da respirare.
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