Racconti sotto l’ombrellone: Si ritorna a casa

di
genere
confessioni

Mi chiamo come mi chiamo.
Quest’anno è stato di merda.
Diabete che non perdona, depressione che ti siede sul petto tutte le mattine, cicli di cure che ti lasciano vuoto e medicine che ti ricordano ogni giorno che il corpo non è più quello di una volta.
Tra una somministrazione e l’altra sono sceso al mare.
Non per stendermi al sole come i normali.
Non ne avrei avuto la forza.
Mi sono piantato al bar dei bagni, con la sedia un po’ in disparte, e ho fatto la cosa che so fare meglio: stare fermo e ascoltare.
Dalla mia posizione si vede tutto.
Le madri che sgridano i bambini, i padri che fingono di non guardare i culi, le ragazze che si sistemano il costume sapendo di essere osservate, i vecchi che parlano di politica e di prostata, le coppie che litigano sottovoce e poi si tengono per mano come se niente fosse.
Ritratti di umanità cruda, senza filtri, senza pretese.
Io di solito non scrivo così.
I miei racconti sono un’altra roba: più costruiti, più sporchi, più deliberatamente porci.
Ma qui, sotto questo ombrellone metaforico, ho raccolto pezzi di vita e ci ho ricamato sopra.
Un po’ di fantasia, un po’ di malizia, un po’ di quello che avrei voluto vedere e un po’ di quello che ho davvero visto.
Li ho buttati giù e li ho condivisi.
Qui e altrove.
Senza troppe pretese.
Solo per tenere la testa occupata mentre il corpo faceva i conti con le sue battaglie.
Alcuni di quei racconti erano solo fumo.
Altri avevano un fondo di verità più grande di quanto ammettessi.
Tutti, però, mi hanno tenuto compagnia mentre aspettavo il prossimo ciclo, la prossima analisi, la prossima giornata in cui le gambe pesavano dieci chili l’una.
Domani si torna in ospedale.
Altre cure.
Altre medicine.
Altro tempo sospeso.
Ma si torna anche da Federica, la mia piccola slave, che mi aspetta in ginocchio anche quando non ne ho la forza.
E da Giulia, l’amante, che sa stare zitta quando serve e sa usarmi quando il corpo ancora risponde.
Due presenze che non chiedono spiegazioni e non fanno troppe domande.
Due ancore.
Questo è l’ultimo racconto sotto l’ombrellone.
Non so quando ne scriverò altri.
Forse tra una cura e l’altra.
Forse tra mesi.
Forse non più in questa forma.
A chi ha letto, a chi ha sorriso, a chi si è segato, a chi ha storto il naso:
buone ferie.
Davvero.
Io adesso chiudo il computer, finisco questa bibita tiepida e mi preparo a tornare nella stanza dei medicinali e dei lettini bianchi.
Con la consapevolezza che, nonostante tutto,
qualcosa di vivoè ancora riuscito a passare attraverso queste pagine sporche e imperfette.
Alla prossima.
Se ci sarà.
Fine della serie.
scritto il
2026-08-08
4 7
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.