Sotto la Tua guida - Capitolo 25 • III
scritto il 2026-11-03 tempo di lettura 25 min
di
Baby_Ali
genere
Dominazione
cura
A
Capitolo 25 • III
3 Ottobre 2026
Quando arrivai a casa di Marco, entrai. La casa era ancora al buio, anche se dalla grande porta-finestra entrava già molta luce naturale. Guardai rapidamente intorno, ma Marco non c'era.
Chiusi la porta alle mie spalle e andai ad aprire le tapparelle, poi tornai in soggiorno.
Mi spogliai, lasciando i vestiti da parte. Rimasi in intimo, con le autoreggenti e le décolleté che avevo scelto per quella giornata.
Nel messaggio con la foto dell'outfit non mi aveva dato indicazioni diverse, quindi avevo dato per scontato che andasse bene così.
Andai in cucina, riempii la borraccia e bevvi un piccolo sorso d'acqua, poi tornai davanti al divano.
Mi inginocchiai e rimasi in attesa. Passò quasi un'ora.
Ogni tanto prendevo la borraccia e bevevo un piccolo sorso, poi tornavo nella stessa posizione. Cercavo di non guardare continuamente l'orologio.
Alle dieci, finalmente, sentii la porta d'ingresso aprirsi e poco dopo comparve nel soggiorno. Con la coda dell'occhio vidi che si fermò al centro.
«Mi piace di più quando sei tu a raggiungermi» parlò. «Quindi da oggi cambiamo una cosa. Non sarò più io a venire da te quando arrivo, sarai tu a raggiungermi»
Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
Marco rimase fermo, aspettando. Capì immediatamente cosa dovevo fare. Avanzai verso di lui gattonando lentamente.
Quando arrivai ai suoi piedi, mi fermai e con le mani afferrai la sua tuta e la abbassai un po'. Avvicinai il viso e lasciai un piccolo bacio sullo slip, come segno di saluto e gli rialzai la tuta.
Mi staccai e feci per tornare al mio posto, ma mi fermò.
«Hai fatto colazione?»
«Sì, Padrone. Prima di venire ho preso un cornetto al bar e una spremuta»
«Ottimo. Ti sei nutrita bene» poi indicò la cucina. «Vai a preparare un caffè»
Obbedii.
Quando fu pronto, tornai in soggiorno dove lui si era accomodato su una poltrona e glielo portai.
Marco però non prese la tazzina, ma si aprì i pantaloni e liberò il cazzo.
Prese a masturbarsi, mentre mi ordinò di avvicinare la tazzina.
Esitai, perché capii cosa stava per fare e dove sarebbe finita la sua sborra.
«Forza, schiava. Muoviti»
L'avvicinai lentamente al suo cazzo e attesi. Dopo qualche minuto, lo sentii grugnire e indirizzò la sua sborra all'interno della tazzina.
«Bevilo e guardami negli occhi, schiava»
Guardai il caffè e la portai alle labbra. Ma non riuscii a berlo.
«È il resto della tua colazione, bevilo»
Ne presi un piccolo sorso e feci una smorfia. Non saprei descrivere la sensazione, era un liquido con una parte densa e non so se è il gusto a nausearmi o sapere cosa contiene.
«Non fare storie, veloce bevi quel caffè, piccola schiavetta»
Inspirai e riprovai. Ma ancora una volta feci una smorfia.
A quel punto Marco si alzò e si allontanò, per tornare qualche minuto dopo con in mano un frustino e le polsiere. Mi afferrò i polsi e lì portò dietro la schiena legandoli.
«Apri» mi ordinò, avvicinando la tazzina alle mie labbra.
Tentennai un po', ma alla fine cedetti quando vidi Marco afferrare il frustino.
Mi riversò un po' più di caffè in bocca e fui costretta a mandarlo giù, nonostante il disprezzo, perché se l'avessi sputato quel frustino mi avrebbe colpita.
«Così» e ripeté il gesto per altre due volte, finché non finì.
«Visto? Non era così difficile» disse soddisfatto «Adesso usa la tua lingua per ripulirla tutta»
Iniziai a leccare l'interno, finché non la ripulì, poi mi porse il cazzo e ripulì anche quello.
«Bene. Ora a noi...ho notato che sei in ritardo con la pubblicazione»
«Sì, Padrone» risposi mortificata
Marco rimase serio. «Non mi piace. Ti avevo chiesto di essere costante. Invece continui a rimandare»
«Non lo faccio apposta» mormorai.
«È quello che sembra»
«Mi sto impegnando, Padrone»
Marco non rispose.
«Davvero, Padrone...solo che ultimamente faccio fatica a gestire tutto»
«Cosa significa?»
«Che col lavoro, lo sport, le tre giornate di sessione e la scrittura» mi fermai un momento. «...cerco di fare tutto bene, ma a volte arrivo a fine giornata che non riesco più a concentrarmi. Io provo comunque a scrivere, solo che finisco per metterci più tempo»
«Quindi non è mancanza di volontà»
Scossi la testa. «No, Padrone»
«Perché non me l'hai detto prima?»
Non seppi cosa rispondere subito. «Pensavo di riuscire a sistemare la situazione da sola»
Marco annuì lentamente.
«Non sei sola, hai un Padrone che ti guida. Quando qualcosa non funziona, me lo dici. Non devi aspettare di arrivare al limite prima di chiedermi aiuto»
«Sì, Padrone, scusami»
Alla fine Marco prese una decisione.
«Per una settimana niente scrittura» lo guardai sorpresa. «Questa settimana non ci sarà nulla di nuovo da raccontare»
Annuii lentamente.
«E quando riprenderai, voglio che tu abbia un ritmo che riesca davvero a mantenere»
«Farò del mio meglio, Padrone»
«Bene. E se dovessi accorgerti che anche così non funziona, troveremo un'altra soluzione»
Pensai che la conversazione fosse ormai conclusa, ma tornò serio.
«Ora, resta comunque il fatto che hai accumulato dei ritardi»
Abbassai lo sguardo. Sapevo già che, nonostante avesse capito le mie ragioni, non avrebbe lasciato passare completamente la questione.
«Adesso pensiamo a rimediare. Di quanti capitoli sei in ritardo, schiava?»
Ci pensai un momento. «Considerando anche quello che dovrò pubblicare nel week end... due, Padrone»
«Due capitoli» mormorò tra sé. «Bene. Quei due capitoli avranno una conseguenza»
Mi fece piegare con la testa sul divano e le mani ancora legate dietro la schiena. Sentivo il cuore battere più forte, nonostante avessi ormai capito cosa mi aspettava.
«Facciamo due conti insieme» disse alzandosi e iniziando a girovagare per la stanza.
«Il capitolo precedente copre tre giorni e quello del week end ne copre due. Quindi cinque giorni in tutto» si fermò accanto al divano e mi sollevò la testa dalla coda «Giusto schiavetta?»
Annuì, guardandolo.
«E avevamo detto cinque sculacciate per ogni giorno di ritardo, giusto?» in realtà non l'aveva detto, ma era ovvio che era il suo modo per comunicarmi la quantità.
Annuii ancora una volta.
«Quindi...cinque per cinque...venticinque»
Inspirai lentamente. Venticinque era un bel numero. Ma adesso che lo avevo sentito pronunciare ad alta voce, mi sembrava ancora più grande, ma ormai, non potevo più far finta che il ritardo non esistesse.
Marco continuò: «Li conterai tutti tu e a ogni colpo risponderai: “Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo”. Chiaro?»
«Sì, Padrone»
«Bene, iniziamo schiavetta»
Tornò dietro di me e dopo qualche attimo di attesa, arrivò il primo colpo.
Sussultai e strinsi istintivamente le mani dietro la schiena.
«Uno. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Attese appena un istante e arrivò il secondo.
Trattenni il respiro. «Due. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Il terzo mi fece irrigidire le spalle. Inspirai lentamente prima di riuscire a parlare.
«Tre. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Continuò mantenendo lo stesso ritmo, mentre io cercavo di non perdere il conto. Ogni volta pronunciavo la frase, anche se la voce diventava sempre più incerta. A metà della punizione avevo smesso di pensare a quanto mancasse alla fine, pensavo soltanto al numero successivo.
Alle volte deglutivo prima di parlare, altre mi fermavo per un istante a riprendere fiato. Marco non aveva bisogno di ricordarmi cosa dovessi dire. Avevo ormai imparato il ritmo.
«Quindici. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Continuai ancora e ancora, fino a quando, lentamente, il numero iniziò ad avvicinarsi alla fine.
«Ventitré» ero stanca e facevo fatica a mantenere la voce uniforme «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Ormai mancavano soltanto due colpi. Continuavo a ripetermelo mentalmente, come se sapere che la fine fosse vicina potesse aiutarmi a ritrovare un po' di coraggio.
«Ventiquattro» sussultai, cercando di non perdere la concentrazione. «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Attesi con ansia l'ultimo colpo, che non arrivava. Per un momento mi sembrò che il tempo si fosse fermato.
«Venticinque.» lasciai uscire lentamente il respiro. «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Si fermò, lasciandomi qualche istante per riprendermi, poi mi invitò ad alzarmi.
«Quanti erano?»
«Venticinque, Padrone»
«E perché?»
Abbassai lo sguardo.
«Per il ritardo con la scrittura»
«E, per non avermi detto prima, che stavi facendo fatica a gestire tutto» continuò lui.
Annuii.
«Come abbiamo detto, questa settimana ti prendi una pausa dalla scrittura. Poi riorganizziamo le scadenze e troviamo un ritmo che tu riesca a mantenere. Ma la prossima volta me ne parli prima, Alice. Non aspettare di accumulare ritardi prima di dirmi che qualcosa non funziona»
«Ho capito, Padrone» confermai.
Controllò l'ora, poi tornò a guardarmi. «Adesso vai in cucina e prepara qualcosa per pranzo»
«Va bene, Padrone»
Mi alzai e raggiunsi la cucina. Aprii il frigorifero e cominciai a guardare cosa avessi a disposizione, cercando di scegliere qualcosa di semplice. Iniziai a preparare il sugo, quando sentii Marco arrivare alle mie spalle.
«Che cosa ha deciso di preparare la mia schiava?»
Mi voltai appena.
«Pensavo di preparare della pasta al pomodoro e basilico, accompagnata da un'insalata fresca e della frutta, Padrone»
«Va bene. Continua»
Annuii e ripresi da dove mi ero fermata. Mentre aspettavo che il sugo finisse di cuocere, portai tutto in sala e iniziai a preparare la tavola. Controllai che non mancasse nulla e tornai in cucina. Fu allora che notai la mia borraccia sul piano di lavoro.
Da quando Marco era arrivato, tra le sue indicazioni e la punizione, non avevo avuto molte occasioni per bere con calma.
La presi e controllai quanta acqua fosse rimasta, decisi quindi di finirla. Non volevo rischiare un altro rimprovero per aver trascurato qualcosa di così semplice. Bevvi qualche sorso, poi altri ancora, fino a svuotarla completamente.
La posai sul piano e tornai ai fornelli, dove il profumo del sugo. Un quaranta cinque minuti dopo circa, il pranzo era pronto.
Guardai l'orologio e mi resi conto che, tra una cosa e l'altra, avevo impiegato più tempo di quanto pensassi.
Presi i piatti e li portai in soggiorno, poi mi voltai verso Marco. Era ancora seduto sul divano, concentrato sul lavoro al computer.
«Signore» lo chiamai. Aspettai che alzasse lo sguardo. Quando lo fece, continuai. «Il pranzo è pronto»
Marco chiuse il computer e si alzò. «Va bene. Andiamo»
Aspettai che prendesse posto prima di sedermi anch'io, si sistemò al tavolo e guardò ciò che avevo preparato.
Io rimasi in attesa, con le mani appoggiate vicino al piatto. Solo quando lo vidi prendere la forchetta e iniziare a mangiare, feci lo stesso. Assaggiai la pasta e continuai a mangiare in silenzio, lasciandogli il tempo d'iniziare la conversazione, se avesse voluto, ma per il momento, sembrava che volesse semplicemente godersi il pranzo.
Mantenni lo sguardo rivolto al piatto, alzandolo soltanto quando dovevo porgere a Marco qualcosa o passargli il resto del pranzo. Lui, invece, mi osservava spesso, me ne accorgevo senza guardarlo direttamente. Sentivo il suo sguardo fermarsi su di me, ma cercavo di comportarmi normalmente e di concentrarmi sul cibo.
Dopo qualche minuto, mentre stavo per prendere un altro boccone, parlò.
«Apri le gambe, schiava»
Rimasi immobile per un istante, sorpresa da quella richiesta proprio mentre stavamo pranzando, ma obbedii, cercando di non far trasparire il mio imbarazzo. Riprese a mangiare come se nulla fosse.
«Mantienile così per tutto il pranzo»
«Sì, Padrone» mormorai.
Cercai di tornare a concentrarmi sul piatto, ma adesso ero molto più consapevole della sua presenza di fronte a me.
Quando finimmo di mangiare, feci per alzarmi per sparecchiare, quando Marco mi rivolse una domanda.
«Com'è andata da Monica?»
Mi fermai e lo guardai, sorpresa. Non mi aspettavo che mi chiedesse proprio quello.
«Bene, Signore» mormorai.
Marco annuì lentamente.
«Che cosa avete fatto?»
Questa volta rimasi ancora più sorpresa. Ormai erano mesi che andavo da Monica e, a parte la prima volta, non mi aveva quasi mai fatto domande sui trattamenti. Per qualche secondo rimasi in silenzio, cercando di capire come rispondere.
Marco continuò a guardarmi. «Ti è stata tolta la parola?»
Mi riscossi immediatamente.
«No, Padrone. Scusami» abbassai gli occhi un istante, per poi rialzarli subito. «Abbiamo cominciato con la pulizia del viso. Mi ha messo lo scrub e poi una maschera da lasciare in posa. Dopo abbiamo fatto il massaggio al corpo e, per finire, la pedicure»
Marco ascoltò. «Il massaggio com'è andato?»
La domanda mi fece alzare nuovamente lo sguardo. Ripensai a quel momento: a Monica che mi aveva chiesto di togliere l'intimo e soprattutto ai suoi commenti, che mi avevano messa in imbarazzo più di quanto volessi ammettere.
Sentii le guance scaldarsi e, quasi senza accorgermene, avvicinai leggermente le ginocchia, in un piccolo gesto istintivo. Poi abbassai lo sguardo, mentre risposi «Bene...mi, mi sono rilassata»
«Perché esiti?»
Alzai subito gli occhi verso di lui. «Non sto esitando, Padrone»
Lui sollevò appena un sopracciglio, accigliato.
«È stato un trattamento normale» continuai.
Era strano sentirlo interessarsi di quei dettagli dopo tanto tempo in cui non aveva quasi mai voluto sapere come si svolgessero i miei appuntamenti e proprio per questo, mentre rimanevo seduta davanti a lui, cercavo di capire perché avesse deciso di chiedermelo adesso.
Mi guardò ancora per qualche secondo. «Adesso vai a sistemare la cucina»
«Sì, Padrone»
Mi alzai e iniziai a sparecchiare. Marco si allontanò dal soggiorno senza aggiungere altro.
Portai i piatti in cucina, sistemai alcune cose e misi tutto a lavare. Poi presi una pezza e iniziai a pulire il piano di lavoro. Ero quasi alla fine quando sentii dei passi alle mie spalle. Non feci in tempo a voltarmi, che Marco mi si avvicinò, mettendosi proprio dietro di me. Una gamba si inserì tra le mie, mentre una mano mi sfiorava da sopra lo slip.
Mi immobilizzai.
«Continua, schiavetta»
La sua voce era tranquilla, come se non fosse successo nulla. Ripresi a passare la pezza sul piano, cercando di concentrarmi su quello che stavo facendo, ma la sua vicinanza mi rendeva tutto più difficile.
Tornò a sfiorarmi, questa volta con maggiore intenzione, infilandosi all'interno.
«Mh» mormorò. Quel piccolo suono mi fece capire che aveva notato la mia reazione, infatti complice le domande di prima, mi ero bagnata. «A quanto pare, il trattamento di Monica ti è rimasto in mente»
Arrossii immediatamente. La sua mano scese lentamente, fino a insinuarsi all'interno della figa. Trattenni il respiro e mi bloccai.
«Ti ho detto di continuare a pulire, schiava!» mi riprese.
Provai a obbedire, ma ormai facevo fatica a mantenere la stessa naturalezza di prima. Marco sembrava perfettamente consapevole del mio imbarazzo. La sua mano tornò a sfiorarmi, indugiando quel tanto che bastava a farmi perdere nuovamente la concentrazione. Mi fermai nuovamente, stringendo la pezza tra le dita.
Mi guidò bruscamente in avanti, facendomi appoggiare le mani e il busto sul piano di lavoro.
Sussultai, sorpresa da quel cambiamento improvviso. La sua presenza alle mie spalle mi rendeva difficile concentrarmi su qualsiasi altra cosa. Riprese a muovere le dita all'interno della mia figa, masturbandomi. Cercai di mantenere la calma, ma bastò poco perché il respiro mi diventasse irregolare.
Se ne accorse e mi lasciò qualche istante per cercare di riprendere il controllo, poi riprese a masturbarmi con la stessa calma di prima.
Chiusi gli occhi. Le gambe cominciavano a sembrarmi meno sicure e dovetti concentrarmi per rimanere ferma. Proprio quando sentii di essere vicina a perdere del tutto la concentrazione, si fermò. Rimasi immobile, ancora con le mani appoggiate al piano.
Poi sentii una sculacciata colpirmi una natica.
«Non hai il permesso di arrivare al tuo piacere, schiava»
La sua voce era bassa, ma ferma, si allontanò di qualche passo «Adesso finisci di pulire e quando hai finito, raggiungi il soggiorno e aspettami»
«Sì, Padrone» mormorai cercando di recuperare le forze per alzarmi e non cadere.
Sentii i suoi passi allontanarsi e poco dopo la porta che conduceva all'esterno aprirsi e richiudersi. Era andato fuori a lavorare.
Recuperai la borraccia che avevo riempito prima di pulire la cucina, ne bevvi un sorso abbondante e poi presi la pezza, per terminare di pulire il piano.
Terminato, raggiunsi il soggiorno e mi sistemai davanti al divano e rimasi in attesa. Passò parecchio tempo, forse due ore o più, insomma non feci altro che aspettare. Ogni tanto prendevo la borraccia e bevevo qualche sorso, poi tornavo immobile.
La casa era silenziosa. A un certo punto cominciai a chiedermi quanto avrebbe lavorato ancora, ma non mi voltai mai a guardare.
Poi, all'improvviso, sentii la porta aprirsi e una corrente d'aria fresca attraversò il soggiorno, che sulla pelle ancora scoperta mi provocò un brivido involontario.
Entrò e si avvicinò al divano. Sembrava stanco, ma tranquillo. Si sedette, si appoggiò allo schienale e mi guardò.
«Qui, schiava» ultimamente Marco utilizzava quella parola sempre più spesso. All'inizio mi faceva arrossire ogni volta che la sentivo, lasciandomi addosso una strana sensazione d'imbarazzo, ma pian piano iniziavo a riconoscerla come parte del nostro rapporto. Mi avvicinai e aspettò che fossi davanti a sé. «Voglio che tu ti prenda cura di me»
Capii subito cosa mi stava chiedendo.
Mi avvicinai ancora e mi posizionai tra le sue gambe. Lo aiutai a togliere i pantaloni e lo slip. Il cazzo saltò fuori mostrandosi nella sua durezza. Iniziai a occuparmi di lui con calma, dedicandogli tutta la mia attenzione.
Volevo che capisse che, in quel momento, non stavo semplicemente eseguendo un ordine. C'era anche la mia volontà di ricambiare le attenzioni che mi aveva dedicato durante la giornata, di fargli capire che desideravo essere lì con lui.
Marco si sistemò più comodamente sul divano, mentre io iniziai a masturbarlo con entrambe le mani lungo tutta l'asta. Passai a leccarlo con la lingua, prima solo con la punta sul glande, poi a lingua piatta, lungo tutta l'asta.
Poco alla volta, lo vidi rilassarsi. Le sue spalle si distesero contro lo schienale. Procedetti aprendo la bocca e infilando il cazzo all'interno, mantenendomi su una zona di comfort per me. Ogni tanto iniziò a lasciare uscire un sospiro, senza interrompermi.
Io rimasi concentrata, guidata dalla stessa attenzione che aveva messo lui qualche ora prima, su di me.
A un tratto, il telefono di Marco iniziò a squillare. Lo afferrò, abbassò lo sguardo verso lo schermo e rispose senza fretta.
«Ciao, Gianni»
Teneva il telefono vicino all'orecchio e parlava con un tono tranquillo, come se quella chiamata fosse del tutto normale in quel momento. «Bene, grazie. Tu?»
Continuai a dedicargli la mia attenzione, cercando di non farmi distrarre dalla conversazione.
«Sì, ci sto lavorando. Ci vuole ancora un po', ma procede»
Fece una breve pausa per ascoltare la risposta.
«Il sette ottobre? Certo che ci sarò. Come tutti gli anni»
Mi fermai per un istante, incuriosita da quella data. Poi il suo sguardo si posò su di me e rimase in silenzio per qualche secondo.
«No, non ancora» la sua espressione cambiò appena. «Non è ancora pronta» fece un'altra pausa. «Vediamo. Magari la prossima volta»
Quelle parole mi fecero sollevare istintivamente gli occhi verso di lui.
Marco, però, continuò la telefonata senza aggiungere altro. Non sapevo chi fosse la persona dall'altra parte, né a cosa si riferissero.
Quando la chiamata terminò, rimase qualche secondo con il telefono in mano e tornò a guardarmi. Mi accorsi di aver rallentato senza rendermene conto, ma Marco se ne era accorto prima di me e il suo sguardo si fece più severo. Non disse nulla, ma fu sufficiente a farmi capire che dovevo tornare a prestargli attenzione.
Ripresi con maggiore concentrazione, cercando di nascondere la curiosità che quella conversazione mi aveva lasciato addosso.
Poco alla volta, vidi il suo respiro cambiare nuovamente e qualche basso mugolio gli sfuggì.
Continuai a leccare e succhiare il suo cazzo, finché non lo sentii irrigidirsi tra le mie labbra, a quel punto capii che era sul punto di godere. Mantenni quel ritmo finché non mi appoggiò una mano sulla testa per impedirmi di toglierla, anche se non l'avrei fatto, e mi schizzò all'interno. Non appena finii mi allontanai e deglutii davanti al suo sguardo.
«Apri la bocca» mi ordinò avvicinandosi.
Lo feci, ci sputò dentro e subito mi raccomandò di non deglutire. Poi avvicinò due dita e le spinse dritte all'interno. Mugolai e le fece scivolare più giù. Avvertii qualche conato, ma non si ritrasse e sbarrai gli occhi, continuando a gestire i conati che sentivo. Non appena si ritrasse, tossii e recuperai aria, mentre dal mio viso colava della saliva e delle piccole lacrime.
Mi fece ripetere il tutto, continuando a spingerle più dentro. E a ogni conato che avvertivo, mi incitava a resistere. Fui più volte sul punto di vomitare, ma sembrò non importargli.
Quando si accorse che stavo facendo troppa fatica, interruppe tutto. Rimasi in ginocchio davanti a lui, con il respiro irregolare e gli occhi pieni di lacrime. Mi asciugai il viso con il dorso della mano, cercando di riprendere la calma.
«Allenandoti con costanza, riuscirai a fare progressi» mi disse, come a rassicurarmi.
Poi prese una velina e me la porse. «Pulisciti»
La presi e mi sistemai il viso con calma. Si alzò «Seguimi in camera da letto»
Mi rimisi in piedi e lo seguii. Mentre lasciavamo il soggiorno, sentii il telefono emettere alcuni suoni. Probabilmente erano arrivati dei messaggi. Istintivamente pensai di controllarlo, ma ricordai che non avevo ancora il permesso di prenderlo, continuai quindi a camminare.
Una volta in camera, Marco indicò le buste che avevamo portato a casa il giorno precedente.
«Tira fuori tutti i completi e sistemali sul letto»
Obbedii. Aprii le buste e iniziai a disporre i vari capi, separandoli con cura.
Rimase a osservare ciò che facevo, poi si rivolse nuovamente a me.
«Adesso ti affiderò un compito importante» lo guardai, aspettando che continuasse. «Preparerai un documento separato al racconto, in cui descriverai accuratamente ogni completo. Non soltanto il colore e il tessuto, ma anche il taglio, i dettagli e come veste sul tuo corpo. Voglio che chi legge riesca a immaginare ogni completo»
Annuii.
«E voglio che tu dedichi a ciascuno il tempo necessario. Non scrivere tanto per finire»
«Sì, Padrone. Posso chiedere come mai dovrà essere separato?» osai chiedere.
«Non voglio appesantire la storia con pagine di descrizioni che potrebbero non interessare a tutti. Chi sarà interessato potrà richiederlo e gli sarà inviato via email»
Quella soluzione mi sembrò sensata.
Prese il suo tablet e lo sistemò sul letto, vicino ai vestiti.
«Lavorerai qui. Comincerai dal primo completo e procederai in ordine. Ogni descrizione dovrà essere completa prima di passare alla successiva»
«Ho capito, Padrone»
Marco si sedette sulla poltrona e indicò lo spazio davanti al letto. «Mettiti a gattoni e comincia»
Obbedii, sistemandomi davanti al tablet.
Presi il primo completo e iniziai a osservarlo con attenzione. Sapevo che Marco si aspettava un lavoro fatto bene e non avevo intenzione di deluderlo.
Scrivevo. Ero riuscita a trovare un ritmo abbastanza regolare e volevo mantenerlo. Dopo un po', però, sentii Marco avvicinarsi alle mie spalle. Non mi voltai. Lo avevo sentito arrivare, ma continuai a guardare lo schermo, cercando di non perdere il filo della frase. Si chinò leggermente verso di me e portò davanti alla mia bocca due dita, ordinando di leccarli.
Eseguii, mentre continuai a digitare parola dopo parola. Non appena furono bagnati, scese giù da dietro e scostò lo slip, sfiorandomi l'apertura anale.
Sussultai e le dita si fermarono sulla tastiera.
«Perché ti sei fermata, schiava?»
La sua voce era tranquilla, ma non lasciava spazio a dubbi.
«Scusa, Padrone»
«Allora continua e non osare più»
Inspirai e ripresi a scrivere, cercando di concentrarmi sulle parole. Anche lui riprese ciò che stava facendo, infatti spinse le due dita sull'ano facendosi largo.
Istintivamente gemetti e contrassi il muscolo.
«Non contrarre e continua a dedicarti al tuo compito, Schiava che non sei altro»
Inspirai mollando la contrattura e lo sentii scivola dentro per qualche secondo, perché poi si allontanò.
Sentii aprire un cassetto e, poco dopo, i suoi passi tornare verso di me e scostarmi nuovamente lo slip.
Nello stesso istante un oggetto freddo sfiorò l'apertura anale, lì dove qualche istante prima c'erano le sue dita. Capii subito cosa fosse. Lo spinse senza difficoltà e in pochi istanti il mio ano fu tappato dal plug.
Sospirai. Marco spostò le dita più infondo, verso le mie labbra. Raccolse i miei umori che già fuoriuscivano e le portò alla mia bocca.
«Assaggiati. Guarda quanto già sei in calore, piccola Schiava»
Leccai e ripulì le sue due dita con enfasi. Poi si allontanò e mi lasciò continuare.
«Il tuo compito è ancora lì, non hai ancora terminato» mi ricordò.
Ripresi a scrivere. Mi mancavano soltanto gli ultimi due completi e volevo finire prima che Marco trovasse un altro modo per distrarmi. Ma fallii.
Quando arrivai quasi alla fine della penultima descrizione, sentii Marco avvicinarsi di nuovo alle mie spalle.
Continuai a guardare lo schermo, cercando di non perdere il filo, ma più la sua presenza si faceva più vicina, più la mia concentrazione cominciò a vacillare.
Si abbassò, inserì le dita in figa. Mi fermai quando li sentii scivolare complici gli umori che continuavano a fuoriuscire. Mi sfuggì un piccolo mugolio.
«Non fermarti» mi disse iniziando a stimolarmi.
Tornai a digitare, ma mi riusciva sempre più difficile. Le mani mi tremavano leggermente, mugolavo e cercavo col bacino di andare incontro al suo ritmo. Sentivo il piacere crescere e inizia a rallentare a scrivere.
Marco si chinò verso di me. «Non sei autorizzata a perdere il controllo» la sua voce era bassa, vicina al mio orecchio. «E soprattutto non hai ancora finito»
Chiusi gli occhi per un istante, poi li riaprii.
«Sì, Padrone» mormorai con voce roca.
«Allora scrivi»
Cercai di obbedire.
Il problema era che ormai facevo fatica persino a mantenere lo sguardo fermo sullo schermo. Il mio corpo reagiva continuamente alla sua vicinanza e dovevo impormi di tornare alle parole, una dopo l'altra. Marco non sembrava avere alcuna intenzione di rallentare, continuava a muoverle a un ritmo costante.
Arrivai alla frase conclusiva e le dita si fermarono sulla tastiera. Per qualche secondo non riuscii a decidermi a scrivere l'ultima parola.
Marco lo notò e invece di aiutarmi, accelerò volutamente il movimento. Gemetti più forte, mentre percepivo un maggior calore invadermi la figa e sentii il suono che i miei umori producevano all'interno.
«Finisci» mi ordinò.
Temetti davvero di stare per esplodere. Inspirai profondamente e digitai le ultime parole.
«Ho finito, Padrone» sussurrai e nello stesso istante Marco mollò la presa, lasciandomi in balia del mio orgasmo mancato.
Mi sentii improvvisamente vuota, desiderosa. Privata di qualcosa che sperai con tutto il cuore mi concedesse.
«Bene. Adesso mostrami il lavoro»
Mi spostai appena, lasciandogli prendere il tablet. Si sistemò sulla poltrona, con il tablet sulle ginocchia, e iniziò a leggere il documento. Io rimasi in attesa, cercando di recuperare un po' di calma. Ogni tanto avvertivo ancora delle piccole scariche che mi facevano sussultare e dovevo concentrarmi per non muovermi continuamente.
Dopo appena qualche riga, Marco alzò lo sguardo.
«Metti tutti i completi nel cassetto. Voglio che siano sistemati con cura» mi ordinò. «Poi torna davanti al letto e rimettiti a quattro zampe, col busto sul letto e il culo ben esposto, Schiava»
Annuii e iniziai a raccogliere i vestiti dal letto. Li piegai uno alla volta e li riporsi nel cassetto, cercando di seguire le sue indicazioni.
Quando ebbi finito, tornai vicino al letto e assunsi nuovamente la posizione che mi aveva chiesto.
Marco continuò a leggere ancora per qualche minuto. Io rimasi ferma, aspettando che terminasse.
Finalmente posò il tablet, si alzò, si avvicinò a me e si chinò appena, sfiorandomi le labbra della figa.
«Non smetti mai di essere fradicia, Schiava. Sei sempre in calore»
Abbassai lo sguardo imbarazzata.
Poi afferrò il plug e lo tirò fuori senza troppi complimenti e difficoltà.
«Stiamo facendo molti progressi», disse infine «Ma non abbiamo ancora finito. Dovrai continuare ad allenarlo sempre, non voglio che tu perda i progressi che hai fatto»
«Sì, Padrone» mormorai.
Mi prese delicatamente per la coda e mi fece voltare verso di lui, invitandomi a sedermi sui talloni.
«Adesso vieni qui»
Mi avvicinai e mi dedicai a lui, facendogli l'ennesimo pompino della giornata. Non era qualcosa che mi dispiacesse. Anzi, era una cosa che mi piaceva molto, perché mi permetteva di dimostrargli la mia devozione.
Eppure, non essendo abituata a un ritmo del genere, cominciavo ad avvertire la stanchezza. Dopo diverse volte nell'arco della stessa giornata, sentivo un fastidio alla mascella che prima non avevo mai provato con la stessa intensità. Cercavo di non pensarci troppo, ma era difficile ignorarlo.
«Ti piace, vero? Ti piace lavorare il cazzo del tuo Padrone, Schiavetta eh?»
Annuii fermandomi un attimo «Sì, Padrone»
«Ma cominci a fare fatica»
Abbassai appena lo sguardo.
«Un po'. Non sono ancora abituata a farlo così spesso»
Marco annuì, come se si aspettasse quella risposta.
«Lo so. Dovremo concentrarci sulla tua resistenza e sul controllo della gola. Ci alleneremo con costanza, insieme e anche da sola, seguendo le indicazioni che ti darò. Lo stiamo già facendo, ma il tuo obiettivo non è solo la costanza, ma arrivare a prenderlo tutto»
Annuii.
Dopo aver liberato il suo piacere all'interno della mia bocca e avermi vista deglutire il tutto, si sfilò i pantaloni, rimanendo nudo davanti a me. Mi osservò per qualche secondo, poi parlò con naturalezza.
«Devo andare a darmi una pulita. Tu puoi rivestirti, Alice. Per oggi la tua giornata come Schiava è terminata»
Annuii. Mi alzai e recuperai i miei vestiti, iniziando a sistemarmi con calma.
Marco mi lasciò il tempo necessario, senza aggiungere altro. Quando fui pronta, presi la borsa e controllai di avere con me il telefono, poi lo raggiunsi in soggiorno. Mi accompagnò fino alla porta e la aprì per lasciarmi passare.
«Ricordati di dedicare del tempo ai tuoi capitoli»
«Sì, Padrone»
Lo salutai e uscii, avviandomi verso la macchina.
Ero stanca e avevo bisogno di riposare.
3 Ottobre 2026
Quando arrivai a casa di Marco, entrai. La casa era ancora al buio, anche se dalla grande porta-finestra entrava già molta luce naturale. Guardai rapidamente intorno, ma Marco non c'era.
Chiusi la porta alle mie spalle e andai ad aprire le tapparelle, poi tornai in soggiorno.
Mi spogliai, lasciando i vestiti da parte. Rimasi in intimo, con le autoreggenti e le décolleté che avevo scelto per quella giornata.
Nel messaggio con la foto dell'outfit non mi aveva dato indicazioni diverse, quindi avevo dato per scontato che andasse bene così.
Andai in cucina, riempii la borraccia e bevvi un piccolo sorso d'acqua, poi tornai davanti al divano.
Mi inginocchiai e rimasi in attesa. Passò quasi un'ora.
Ogni tanto prendevo la borraccia e bevevo un piccolo sorso, poi tornavo nella stessa posizione. Cercavo di non guardare continuamente l'orologio.
Alle dieci, finalmente, sentii la porta d'ingresso aprirsi e poco dopo comparve nel soggiorno. Con la coda dell'occhio vidi che si fermò al centro.
«Mi piace di più quando sei tu a raggiungermi» parlò. «Quindi da oggi cambiamo una cosa. Non sarò più io a venire da te quando arrivo, sarai tu a raggiungermi»
Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
Marco rimase fermo, aspettando. Capì immediatamente cosa dovevo fare. Avanzai verso di lui gattonando lentamente.
Quando arrivai ai suoi piedi, mi fermai e con le mani afferrai la sua tuta e la abbassai un po'. Avvicinai il viso e lasciai un piccolo bacio sullo slip, come segno di saluto e gli rialzai la tuta.
Mi staccai e feci per tornare al mio posto, ma mi fermò.
«Hai fatto colazione?»
«Sì, Padrone. Prima di venire ho preso un cornetto al bar e una spremuta»
«Ottimo. Ti sei nutrita bene» poi indicò la cucina. «Vai a preparare un caffè»
Obbedii.
Quando fu pronto, tornai in soggiorno dove lui si era accomodato su una poltrona e glielo portai.
Marco però non prese la tazzina, ma si aprì i pantaloni e liberò il cazzo.
Prese a masturbarsi, mentre mi ordinò di avvicinare la tazzina.
Esitai, perché capii cosa stava per fare e dove sarebbe finita la sua sborra.
«Forza, schiava. Muoviti»
L'avvicinai lentamente al suo cazzo e attesi. Dopo qualche minuto, lo sentii grugnire e indirizzò la sua sborra all'interno della tazzina.
«Bevilo e guardami negli occhi, schiava»
Guardai il caffè e la portai alle labbra. Ma non riuscii a berlo.
«È il resto della tua colazione, bevilo»
Ne presi un piccolo sorso e feci una smorfia. Non saprei descrivere la sensazione, era un liquido con una parte densa e non so se è il gusto a nausearmi o sapere cosa contiene.
«Non fare storie, veloce bevi quel caffè, piccola schiavetta»
Inspirai e riprovai. Ma ancora una volta feci una smorfia.
A quel punto Marco si alzò e si allontanò, per tornare qualche minuto dopo con in mano un frustino e le polsiere. Mi afferrò i polsi e lì portò dietro la schiena legandoli.
«Apri» mi ordinò, avvicinando la tazzina alle mie labbra.
Tentennai un po', ma alla fine cedetti quando vidi Marco afferrare il frustino.
Mi riversò un po' più di caffè in bocca e fui costretta a mandarlo giù, nonostante il disprezzo, perché se l'avessi sputato quel frustino mi avrebbe colpita.
«Così» e ripeté il gesto per altre due volte, finché non finì.
«Visto? Non era così difficile» disse soddisfatto «Adesso usa la tua lingua per ripulirla tutta»
Iniziai a leccare l'interno, finché non la ripulì, poi mi porse il cazzo e ripulì anche quello.
«Bene. Ora a noi...ho notato che sei in ritardo con la pubblicazione»
«Sì, Padrone» risposi mortificata
Marco rimase serio. «Non mi piace. Ti avevo chiesto di essere costante. Invece continui a rimandare»
«Non lo faccio apposta» mormorai.
«È quello che sembra»
«Mi sto impegnando, Padrone»
Marco non rispose.
«Davvero, Padrone...solo che ultimamente faccio fatica a gestire tutto»
«Cosa significa?»
«Che col lavoro, lo sport, le tre giornate di sessione e la scrittura» mi fermai un momento. «...cerco di fare tutto bene, ma a volte arrivo a fine giornata che non riesco più a concentrarmi. Io provo comunque a scrivere, solo che finisco per metterci più tempo»
«Quindi non è mancanza di volontà»
Scossi la testa. «No, Padrone»
«Perché non me l'hai detto prima?»
Non seppi cosa rispondere subito. «Pensavo di riuscire a sistemare la situazione da sola»
Marco annuì lentamente.
«Non sei sola, hai un Padrone che ti guida. Quando qualcosa non funziona, me lo dici. Non devi aspettare di arrivare al limite prima di chiedermi aiuto»
«Sì, Padrone, scusami»
Alla fine Marco prese una decisione.
«Per una settimana niente scrittura» lo guardai sorpresa. «Questa settimana non ci sarà nulla di nuovo da raccontare»
Annuii lentamente.
«E quando riprenderai, voglio che tu abbia un ritmo che riesca davvero a mantenere»
«Farò del mio meglio, Padrone»
«Bene. E se dovessi accorgerti che anche così non funziona, troveremo un'altra soluzione»
Pensai che la conversazione fosse ormai conclusa, ma tornò serio.
«Ora, resta comunque il fatto che hai accumulato dei ritardi»
Abbassai lo sguardo. Sapevo già che, nonostante avesse capito le mie ragioni, non avrebbe lasciato passare completamente la questione.
«Adesso pensiamo a rimediare. Di quanti capitoli sei in ritardo, schiava?»
Ci pensai un momento. «Considerando anche quello che dovrò pubblicare nel week end... due, Padrone»
«Due capitoli» mormorò tra sé. «Bene. Quei due capitoli avranno una conseguenza»
Mi fece piegare con la testa sul divano e le mani ancora legate dietro la schiena. Sentivo il cuore battere più forte, nonostante avessi ormai capito cosa mi aspettava.
«Facciamo due conti insieme» disse alzandosi e iniziando a girovagare per la stanza.
«Il capitolo precedente copre tre giorni e quello del week end ne copre due. Quindi cinque giorni in tutto» si fermò accanto al divano e mi sollevò la testa dalla coda «Giusto schiavetta?»
Annuì, guardandolo.
«E avevamo detto cinque sculacciate per ogni giorno di ritardo, giusto?» in realtà non l'aveva detto, ma era ovvio che era il suo modo per comunicarmi la quantità.
Annuii ancora una volta.
«Quindi...cinque per cinque...venticinque»
Inspirai lentamente. Venticinque era un bel numero. Ma adesso che lo avevo sentito pronunciare ad alta voce, mi sembrava ancora più grande, ma ormai, non potevo più far finta che il ritardo non esistesse.
Marco continuò: «Li conterai tutti tu e a ogni colpo risponderai: “Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo”. Chiaro?»
«Sì, Padrone»
«Bene, iniziamo schiavetta»
Tornò dietro di me e dopo qualche attimo di attesa, arrivò il primo colpo.
Sussultai e strinsi istintivamente le mani dietro la schiena.
«Uno. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Attese appena un istante e arrivò il secondo.
Trattenni il respiro. «Due. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Il terzo mi fece irrigidire le spalle. Inspirai lentamente prima di riuscire a parlare.
«Tre. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Continuò mantenendo lo stesso ritmo, mentre io cercavo di non perdere il conto. Ogni volta pronunciavo la frase, anche se la voce diventava sempre più incerta. A metà della punizione avevo smesso di pensare a quanto mancasse alla fine, pensavo soltanto al numero successivo.
Alle volte deglutivo prima di parlare, altre mi fermavo per un istante a riprendere fiato. Marco non aveva bisogno di ricordarmi cosa dovessi dire. Avevo ormai imparato il ritmo.
«Quindici. Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Continuai ancora e ancora, fino a quando, lentamente, il numero iniziò ad avvicinarsi alla fine.
«Ventitré» ero stanca e facevo fatica a mantenere la voce uniforme «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Ormai mancavano soltanto due colpi. Continuavo a ripetermelo mentalmente, come se sapere che la fine fosse vicina potesse aiutarmi a ritrovare un po' di coraggio.
«Ventiquattro» sussultai, cercando di non perdere la concentrazione. «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Attesi con ansia l'ultimo colpo, che non arrivava. Per un momento mi sembrò che il tempo si fosse fermato.
«Venticinque.» lasciai uscire lentamente il respiro. «Grazie, Padrone, per aver punito il mio ritardo»
Si fermò, lasciandomi qualche istante per riprendermi, poi mi invitò ad alzarmi.
«Quanti erano?»
«Venticinque, Padrone»
«E perché?»
Abbassai lo sguardo.
«Per il ritardo con la scrittura»
«E, per non avermi detto prima, che stavi facendo fatica a gestire tutto» continuò lui.
Annuii.
«Come abbiamo detto, questa settimana ti prendi una pausa dalla scrittura. Poi riorganizziamo le scadenze e troviamo un ritmo che tu riesca a mantenere. Ma la prossima volta me ne parli prima, Alice. Non aspettare di accumulare ritardi prima di dirmi che qualcosa non funziona»
«Ho capito, Padrone» confermai.
Controllò l'ora, poi tornò a guardarmi. «Adesso vai in cucina e prepara qualcosa per pranzo»
«Va bene, Padrone»
Mi alzai e raggiunsi la cucina. Aprii il frigorifero e cominciai a guardare cosa avessi a disposizione, cercando di scegliere qualcosa di semplice. Iniziai a preparare il sugo, quando sentii Marco arrivare alle mie spalle.
«Che cosa ha deciso di preparare la mia schiava?»
Mi voltai appena.
«Pensavo di preparare della pasta al pomodoro e basilico, accompagnata da un'insalata fresca e della frutta, Padrone»
«Va bene. Continua»
Annuii e ripresi da dove mi ero fermata. Mentre aspettavo che il sugo finisse di cuocere, portai tutto in sala e iniziai a preparare la tavola. Controllai che non mancasse nulla e tornai in cucina. Fu allora che notai la mia borraccia sul piano di lavoro.
Da quando Marco era arrivato, tra le sue indicazioni e la punizione, non avevo avuto molte occasioni per bere con calma.
La presi e controllai quanta acqua fosse rimasta, decisi quindi di finirla. Non volevo rischiare un altro rimprovero per aver trascurato qualcosa di così semplice. Bevvi qualche sorso, poi altri ancora, fino a svuotarla completamente.
La posai sul piano e tornai ai fornelli, dove il profumo del sugo. Un quaranta cinque minuti dopo circa, il pranzo era pronto.
Guardai l'orologio e mi resi conto che, tra una cosa e l'altra, avevo impiegato più tempo di quanto pensassi.
Presi i piatti e li portai in soggiorno, poi mi voltai verso Marco. Era ancora seduto sul divano, concentrato sul lavoro al computer.
«Signore» lo chiamai. Aspettai che alzasse lo sguardo. Quando lo fece, continuai. «Il pranzo è pronto»
Marco chiuse il computer e si alzò. «Va bene. Andiamo»
Aspettai che prendesse posto prima di sedermi anch'io, si sistemò al tavolo e guardò ciò che avevo preparato.
Io rimasi in attesa, con le mani appoggiate vicino al piatto. Solo quando lo vidi prendere la forchetta e iniziare a mangiare, feci lo stesso. Assaggiai la pasta e continuai a mangiare in silenzio, lasciandogli il tempo d'iniziare la conversazione, se avesse voluto, ma per il momento, sembrava che volesse semplicemente godersi il pranzo.
Mantenni lo sguardo rivolto al piatto, alzandolo soltanto quando dovevo porgere a Marco qualcosa o passargli il resto del pranzo. Lui, invece, mi osservava spesso, me ne accorgevo senza guardarlo direttamente. Sentivo il suo sguardo fermarsi su di me, ma cercavo di comportarmi normalmente e di concentrarmi sul cibo.
Dopo qualche minuto, mentre stavo per prendere un altro boccone, parlò.
«Apri le gambe, schiava»
Rimasi immobile per un istante, sorpresa da quella richiesta proprio mentre stavamo pranzando, ma obbedii, cercando di non far trasparire il mio imbarazzo. Riprese a mangiare come se nulla fosse.
«Mantienile così per tutto il pranzo»
«Sì, Padrone» mormorai.
Cercai di tornare a concentrarmi sul piatto, ma adesso ero molto più consapevole della sua presenza di fronte a me.
Quando finimmo di mangiare, feci per alzarmi per sparecchiare, quando Marco mi rivolse una domanda.
«Com'è andata da Monica?»
Mi fermai e lo guardai, sorpresa. Non mi aspettavo che mi chiedesse proprio quello.
«Bene, Signore» mormorai.
Marco annuì lentamente.
«Che cosa avete fatto?»
Questa volta rimasi ancora più sorpresa. Ormai erano mesi che andavo da Monica e, a parte la prima volta, non mi aveva quasi mai fatto domande sui trattamenti. Per qualche secondo rimasi in silenzio, cercando di capire come rispondere.
Marco continuò a guardarmi. «Ti è stata tolta la parola?»
Mi riscossi immediatamente.
«No, Padrone. Scusami» abbassai gli occhi un istante, per poi rialzarli subito. «Abbiamo cominciato con la pulizia del viso. Mi ha messo lo scrub e poi una maschera da lasciare in posa. Dopo abbiamo fatto il massaggio al corpo e, per finire, la pedicure»
Marco ascoltò. «Il massaggio com'è andato?»
La domanda mi fece alzare nuovamente lo sguardo. Ripensai a quel momento: a Monica che mi aveva chiesto di togliere l'intimo e soprattutto ai suoi commenti, che mi avevano messa in imbarazzo più di quanto volessi ammettere.
Sentii le guance scaldarsi e, quasi senza accorgermene, avvicinai leggermente le ginocchia, in un piccolo gesto istintivo. Poi abbassai lo sguardo, mentre risposi «Bene...mi, mi sono rilassata»
«Perché esiti?»
Alzai subito gli occhi verso di lui. «Non sto esitando, Padrone»
Lui sollevò appena un sopracciglio, accigliato.
«È stato un trattamento normale» continuai.
Era strano sentirlo interessarsi di quei dettagli dopo tanto tempo in cui non aveva quasi mai voluto sapere come si svolgessero i miei appuntamenti e proprio per questo, mentre rimanevo seduta davanti a lui, cercavo di capire perché avesse deciso di chiedermelo adesso.
Mi guardò ancora per qualche secondo. «Adesso vai a sistemare la cucina»
«Sì, Padrone»
Mi alzai e iniziai a sparecchiare. Marco si allontanò dal soggiorno senza aggiungere altro.
Portai i piatti in cucina, sistemai alcune cose e misi tutto a lavare. Poi presi una pezza e iniziai a pulire il piano di lavoro. Ero quasi alla fine quando sentii dei passi alle mie spalle. Non feci in tempo a voltarmi, che Marco mi si avvicinò, mettendosi proprio dietro di me. Una gamba si inserì tra le mie, mentre una mano mi sfiorava da sopra lo slip.
Mi immobilizzai.
«Continua, schiavetta»
La sua voce era tranquilla, come se non fosse successo nulla. Ripresi a passare la pezza sul piano, cercando di concentrarmi su quello che stavo facendo, ma la sua vicinanza mi rendeva tutto più difficile.
Tornò a sfiorarmi, questa volta con maggiore intenzione, infilandosi all'interno.
«Mh» mormorò. Quel piccolo suono mi fece capire che aveva notato la mia reazione, infatti complice le domande di prima, mi ero bagnata. «A quanto pare, il trattamento di Monica ti è rimasto in mente»
Arrossii immediatamente. La sua mano scese lentamente, fino a insinuarsi all'interno della figa. Trattenni il respiro e mi bloccai.
«Ti ho detto di continuare a pulire, schiava!» mi riprese.
Provai a obbedire, ma ormai facevo fatica a mantenere la stessa naturalezza di prima. Marco sembrava perfettamente consapevole del mio imbarazzo. La sua mano tornò a sfiorarmi, indugiando quel tanto che bastava a farmi perdere nuovamente la concentrazione. Mi fermai nuovamente, stringendo la pezza tra le dita.
Mi guidò bruscamente in avanti, facendomi appoggiare le mani e il busto sul piano di lavoro.
Sussultai, sorpresa da quel cambiamento improvviso. La sua presenza alle mie spalle mi rendeva difficile concentrarmi su qualsiasi altra cosa. Riprese a muovere le dita all'interno della mia figa, masturbandomi. Cercai di mantenere la calma, ma bastò poco perché il respiro mi diventasse irregolare.
Se ne accorse e mi lasciò qualche istante per cercare di riprendere il controllo, poi riprese a masturbarmi con la stessa calma di prima.
Chiusi gli occhi. Le gambe cominciavano a sembrarmi meno sicure e dovetti concentrarmi per rimanere ferma. Proprio quando sentii di essere vicina a perdere del tutto la concentrazione, si fermò. Rimasi immobile, ancora con le mani appoggiate al piano.
Poi sentii una sculacciata colpirmi una natica.
«Non hai il permesso di arrivare al tuo piacere, schiava»
La sua voce era bassa, ma ferma, si allontanò di qualche passo «Adesso finisci di pulire e quando hai finito, raggiungi il soggiorno e aspettami»
«Sì, Padrone» mormorai cercando di recuperare le forze per alzarmi e non cadere.
Sentii i suoi passi allontanarsi e poco dopo la porta che conduceva all'esterno aprirsi e richiudersi. Era andato fuori a lavorare.
Recuperai la borraccia che avevo riempito prima di pulire la cucina, ne bevvi un sorso abbondante e poi presi la pezza, per terminare di pulire il piano.
Terminato, raggiunsi il soggiorno e mi sistemai davanti al divano e rimasi in attesa. Passò parecchio tempo, forse due ore o più, insomma non feci altro che aspettare. Ogni tanto prendevo la borraccia e bevevo qualche sorso, poi tornavo immobile.
La casa era silenziosa. A un certo punto cominciai a chiedermi quanto avrebbe lavorato ancora, ma non mi voltai mai a guardare.
Poi, all'improvviso, sentii la porta aprirsi e una corrente d'aria fresca attraversò il soggiorno, che sulla pelle ancora scoperta mi provocò un brivido involontario.
Entrò e si avvicinò al divano. Sembrava stanco, ma tranquillo. Si sedette, si appoggiò allo schienale e mi guardò.
«Qui, schiava» ultimamente Marco utilizzava quella parola sempre più spesso. All'inizio mi faceva arrossire ogni volta che la sentivo, lasciandomi addosso una strana sensazione d'imbarazzo, ma pian piano iniziavo a riconoscerla come parte del nostro rapporto. Mi avvicinai e aspettò che fossi davanti a sé. «Voglio che tu ti prenda cura di me»
Capii subito cosa mi stava chiedendo.
Mi avvicinai ancora e mi posizionai tra le sue gambe. Lo aiutai a togliere i pantaloni e lo slip. Il cazzo saltò fuori mostrandosi nella sua durezza. Iniziai a occuparmi di lui con calma, dedicandogli tutta la mia attenzione.
Volevo che capisse che, in quel momento, non stavo semplicemente eseguendo un ordine. C'era anche la mia volontà di ricambiare le attenzioni che mi aveva dedicato durante la giornata, di fargli capire che desideravo essere lì con lui.
Marco si sistemò più comodamente sul divano, mentre io iniziai a masturbarlo con entrambe le mani lungo tutta l'asta. Passai a leccarlo con la lingua, prima solo con la punta sul glande, poi a lingua piatta, lungo tutta l'asta.
Poco alla volta, lo vidi rilassarsi. Le sue spalle si distesero contro lo schienale. Procedetti aprendo la bocca e infilando il cazzo all'interno, mantenendomi su una zona di comfort per me. Ogni tanto iniziò a lasciare uscire un sospiro, senza interrompermi.
Io rimasi concentrata, guidata dalla stessa attenzione che aveva messo lui qualche ora prima, su di me.
A un tratto, il telefono di Marco iniziò a squillare. Lo afferrò, abbassò lo sguardo verso lo schermo e rispose senza fretta.
«Ciao, Gianni»
Teneva il telefono vicino all'orecchio e parlava con un tono tranquillo, come se quella chiamata fosse del tutto normale in quel momento. «Bene, grazie. Tu?»
Continuai a dedicargli la mia attenzione, cercando di non farmi distrarre dalla conversazione.
«Sì, ci sto lavorando. Ci vuole ancora un po', ma procede»
Fece una breve pausa per ascoltare la risposta.
«Il sette ottobre? Certo che ci sarò. Come tutti gli anni»
Mi fermai per un istante, incuriosita da quella data. Poi il suo sguardo si posò su di me e rimase in silenzio per qualche secondo.
«No, non ancora» la sua espressione cambiò appena. «Non è ancora pronta» fece un'altra pausa. «Vediamo. Magari la prossima volta»
Quelle parole mi fecero sollevare istintivamente gli occhi verso di lui.
Marco, però, continuò la telefonata senza aggiungere altro. Non sapevo chi fosse la persona dall'altra parte, né a cosa si riferissero.
Quando la chiamata terminò, rimase qualche secondo con il telefono in mano e tornò a guardarmi. Mi accorsi di aver rallentato senza rendermene conto, ma Marco se ne era accorto prima di me e il suo sguardo si fece più severo. Non disse nulla, ma fu sufficiente a farmi capire che dovevo tornare a prestargli attenzione.
Ripresi con maggiore concentrazione, cercando di nascondere la curiosità che quella conversazione mi aveva lasciato addosso.
Poco alla volta, vidi il suo respiro cambiare nuovamente e qualche basso mugolio gli sfuggì.
Continuai a leccare e succhiare il suo cazzo, finché non lo sentii irrigidirsi tra le mie labbra, a quel punto capii che era sul punto di godere. Mantenni quel ritmo finché non mi appoggiò una mano sulla testa per impedirmi di toglierla, anche se non l'avrei fatto, e mi schizzò all'interno. Non appena finii mi allontanai e deglutii davanti al suo sguardo.
«Apri la bocca» mi ordinò avvicinandosi.
Lo feci, ci sputò dentro e subito mi raccomandò di non deglutire. Poi avvicinò due dita e le spinse dritte all'interno. Mugolai e le fece scivolare più giù. Avvertii qualche conato, ma non si ritrasse e sbarrai gli occhi, continuando a gestire i conati che sentivo. Non appena si ritrasse, tossii e recuperai aria, mentre dal mio viso colava della saliva e delle piccole lacrime.
Mi fece ripetere il tutto, continuando a spingerle più dentro. E a ogni conato che avvertivo, mi incitava a resistere. Fui più volte sul punto di vomitare, ma sembrò non importargli.
Quando si accorse che stavo facendo troppa fatica, interruppe tutto. Rimasi in ginocchio davanti a lui, con il respiro irregolare e gli occhi pieni di lacrime. Mi asciugai il viso con il dorso della mano, cercando di riprendere la calma.
«Allenandoti con costanza, riuscirai a fare progressi» mi disse, come a rassicurarmi.
Poi prese una velina e me la porse. «Pulisciti»
La presi e mi sistemai il viso con calma. Si alzò «Seguimi in camera da letto»
Mi rimisi in piedi e lo seguii. Mentre lasciavamo il soggiorno, sentii il telefono emettere alcuni suoni. Probabilmente erano arrivati dei messaggi. Istintivamente pensai di controllarlo, ma ricordai che non avevo ancora il permesso di prenderlo, continuai quindi a camminare.
Una volta in camera, Marco indicò le buste che avevamo portato a casa il giorno precedente.
«Tira fuori tutti i completi e sistemali sul letto»
Obbedii. Aprii le buste e iniziai a disporre i vari capi, separandoli con cura.
Rimase a osservare ciò che facevo, poi si rivolse nuovamente a me.
«Adesso ti affiderò un compito importante» lo guardai, aspettando che continuasse. «Preparerai un documento separato al racconto, in cui descriverai accuratamente ogni completo. Non soltanto il colore e il tessuto, ma anche il taglio, i dettagli e come veste sul tuo corpo. Voglio che chi legge riesca a immaginare ogni completo»
Annuii.
«E voglio che tu dedichi a ciascuno il tempo necessario. Non scrivere tanto per finire»
«Sì, Padrone. Posso chiedere come mai dovrà essere separato?» osai chiedere.
«Non voglio appesantire la storia con pagine di descrizioni che potrebbero non interessare a tutti. Chi sarà interessato potrà richiederlo e gli sarà inviato via email»
Quella soluzione mi sembrò sensata.
Prese il suo tablet e lo sistemò sul letto, vicino ai vestiti.
«Lavorerai qui. Comincerai dal primo completo e procederai in ordine. Ogni descrizione dovrà essere completa prima di passare alla successiva»
«Ho capito, Padrone»
Marco si sedette sulla poltrona e indicò lo spazio davanti al letto. «Mettiti a gattoni e comincia»
Obbedii, sistemandomi davanti al tablet.
Presi il primo completo e iniziai a osservarlo con attenzione. Sapevo che Marco si aspettava un lavoro fatto bene e non avevo intenzione di deluderlo.
Scrivevo. Ero riuscita a trovare un ritmo abbastanza regolare e volevo mantenerlo. Dopo un po', però, sentii Marco avvicinarsi alle mie spalle. Non mi voltai. Lo avevo sentito arrivare, ma continuai a guardare lo schermo, cercando di non perdere il filo della frase. Si chinò leggermente verso di me e portò davanti alla mia bocca due dita, ordinando di leccarli.
Eseguii, mentre continuai a digitare parola dopo parola. Non appena furono bagnati, scese giù da dietro e scostò lo slip, sfiorandomi l'apertura anale.
Sussultai e le dita si fermarono sulla tastiera.
«Perché ti sei fermata, schiava?»
La sua voce era tranquilla, ma non lasciava spazio a dubbi.
«Scusa, Padrone»
«Allora continua e non osare più»
Inspirai e ripresi a scrivere, cercando di concentrarmi sulle parole. Anche lui riprese ciò che stava facendo, infatti spinse le due dita sull'ano facendosi largo.
Istintivamente gemetti e contrassi il muscolo.
«Non contrarre e continua a dedicarti al tuo compito, Schiava che non sei altro»
Inspirai mollando la contrattura e lo sentii scivola dentro per qualche secondo, perché poi si allontanò.
Sentii aprire un cassetto e, poco dopo, i suoi passi tornare verso di me e scostarmi nuovamente lo slip.
Nello stesso istante un oggetto freddo sfiorò l'apertura anale, lì dove qualche istante prima c'erano le sue dita. Capii subito cosa fosse. Lo spinse senza difficoltà e in pochi istanti il mio ano fu tappato dal plug.
Sospirai. Marco spostò le dita più infondo, verso le mie labbra. Raccolse i miei umori che già fuoriuscivano e le portò alla mia bocca.
«Assaggiati. Guarda quanto già sei in calore, piccola Schiava»
Leccai e ripulì le sue due dita con enfasi. Poi si allontanò e mi lasciò continuare.
«Il tuo compito è ancora lì, non hai ancora terminato» mi ricordò.
Ripresi a scrivere. Mi mancavano soltanto gli ultimi due completi e volevo finire prima che Marco trovasse un altro modo per distrarmi. Ma fallii.
Quando arrivai quasi alla fine della penultima descrizione, sentii Marco avvicinarsi di nuovo alle mie spalle.
Continuai a guardare lo schermo, cercando di non perdere il filo, ma più la sua presenza si faceva più vicina, più la mia concentrazione cominciò a vacillare.
Si abbassò, inserì le dita in figa. Mi fermai quando li sentii scivolare complici gli umori che continuavano a fuoriuscire. Mi sfuggì un piccolo mugolio.
«Non fermarti» mi disse iniziando a stimolarmi.
Tornai a digitare, ma mi riusciva sempre più difficile. Le mani mi tremavano leggermente, mugolavo e cercavo col bacino di andare incontro al suo ritmo. Sentivo il piacere crescere e inizia a rallentare a scrivere.
Marco si chinò verso di me. «Non sei autorizzata a perdere il controllo» la sua voce era bassa, vicina al mio orecchio. «E soprattutto non hai ancora finito»
Chiusi gli occhi per un istante, poi li riaprii.
«Sì, Padrone» mormorai con voce roca.
«Allora scrivi»
Cercai di obbedire.
Il problema era che ormai facevo fatica persino a mantenere lo sguardo fermo sullo schermo. Il mio corpo reagiva continuamente alla sua vicinanza e dovevo impormi di tornare alle parole, una dopo l'altra. Marco non sembrava avere alcuna intenzione di rallentare, continuava a muoverle a un ritmo costante.
Arrivai alla frase conclusiva e le dita si fermarono sulla tastiera. Per qualche secondo non riuscii a decidermi a scrivere l'ultima parola.
Marco lo notò e invece di aiutarmi, accelerò volutamente il movimento. Gemetti più forte, mentre percepivo un maggior calore invadermi la figa e sentii il suono che i miei umori producevano all'interno.
«Finisci» mi ordinò.
Temetti davvero di stare per esplodere. Inspirai profondamente e digitai le ultime parole.
«Ho finito, Padrone» sussurrai e nello stesso istante Marco mollò la presa, lasciandomi in balia del mio orgasmo mancato.
Mi sentii improvvisamente vuota, desiderosa. Privata di qualcosa che sperai con tutto il cuore mi concedesse.
«Bene. Adesso mostrami il lavoro»
Mi spostai appena, lasciandogli prendere il tablet. Si sistemò sulla poltrona, con il tablet sulle ginocchia, e iniziò a leggere il documento. Io rimasi in attesa, cercando di recuperare un po' di calma. Ogni tanto avvertivo ancora delle piccole scariche che mi facevano sussultare e dovevo concentrarmi per non muovermi continuamente.
Dopo appena qualche riga, Marco alzò lo sguardo.
«Metti tutti i completi nel cassetto. Voglio che siano sistemati con cura» mi ordinò. «Poi torna davanti al letto e rimettiti a quattro zampe, col busto sul letto e il culo ben esposto, Schiava»
Annuii e iniziai a raccogliere i vestiti dal letto. Li piegai uno alla volta e li riporsi nel cassetto, cercando di seguire le sue indicazioni.
Quando ebbi finito, tornai vicino al letto e assunsi nuovamente la posizione che mi aveva chiesto.
Marco continuò a leggere ancora per qualche minuto. Io rimasi ferma, aspettando che terminasse.
Finalmente posò il tablet, si alzò, si avvicinò a me e si chinò appena, sfiorandomi le labbra della figa.
«Non smetti mai di essere fradicia, Schiava. Sei sempre in calore»
Abbassai lo sguardo imbarazzata.
Poi afferrò il plug e lo tirò fuori senza troppi complimenti e difficoltà.
«Stiamo facendo molti progressi», disse infine «Ma non abbiamo ancora finito. Dovrai continuare ad allenarlo sempre, non voglio che tu perda i progressi che hai fatto»
«Sì, Padrone» mormorai.
Mi prese delicatamente per la coda e mi fece voltare verso di lui, invitandomi a sedermi sui talloni.
«Adesso vieni qui»
Mi avvicinai e mi dedicai a lui, facendogli l'ennesimo pompino della giornata. Non era qualcosa che mi dispiacesse. Anzi, era una cosa che mi piaceva molto, perché mi permetteva di dimostrargli la mia devozione.
Eppure, non essendo abituata a un ritmo del genere, cominciavo ad avvertire la stanchezza. Dopo diverse volte nell'arco della stessa giornata, sentivo un fastidio alla mascella che prima non avevo mai provato con la stessa intensità. Cercavo di non pensarci troppo, ma era difficile ignorarlo.
«Ti piace, vero? Ti piace lavorare il cazzo del tuo Padrone, Schiavetta eh?»
Annuii fermandomi un attimo «Sì, Padrone»
«Ma cominci a fare fatica»
Abbassai appena lo sguardo.
«Un po'. Non sono ancora abituata a farlo così spesso»
Marco annuì, come se si aspettasse quella risposta.
«Lo so. Dovremo concentrarci sulla tua resistenza e sul controllo della gola. Ci alleneremo con costanza, insieme e anche da sola, seguendo le indicazioni che ti darò. Lo stiamo già facendo, ma il tuo obiettivo non è solo la costanza, ma arrivare a prenderlo tutto»
Annuii.
Dopo aver liberato il suo piacere all'interno della mia bocca e avermi vista deglutire il tutto, si sfilò i pantaloni, rimanendo nudo davanti a me. Mi osservò per qualche secondo, poi parlò con naturalezza.
«Devo andare a darmi una pulita. Tu puoi rivestirti, Alice. Per oggi la tua giornata come Schiava è terminata»
Annuii. Mi alzai e recuperai i miei vestiti, iniziando a sistemarmi con calma.
Marco mi lasciò il tempo necessario, senza aggiungere altro. Quando fui pronta, presi la borsa e controllai di avere con me il telefono, poi lo raggiunsi in soggiorno. Mi accompagnò fino alla porta e la aprì per lasciarmi passare.
«Ricordati di dedicare del tempo ai tuoi capitoli»
«Sì, Padrone»
Lo salutai e uscii, avviandomi verso la macchina.
Ero stanca e avevo bisogno di riposare.
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Baby_Ali
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