Sotto la Tua guida - Capitolo 24 • III

di
genere
dominazione

12 Settembre 2026
Quel sabato avrei passato l'intera giornata da Marco. Era da molto tempo che non succedeva e, proprio per questo, fin dal momento in cui mi svegliai sentii una strana agitazione.
Continuavo a pensare alla sera di mercoledì e alla discussione che ne era seguita. Mi aveva detto che ne avremmo parlato Sabato e quel momento era ora arrivato.
Non sapevo quando avremmo affrontato l'argomento, né come sarebbe andata. Una parte di me avrebbe voluto parlarne subito e togliersi quel peso, l'altra, invece, sperava quasi che aspettasse ancora un po'.
Mi preparai con calma, scegliendo con attenzione cosa indossare. Ero ancora al terzo giorno del ciclo e, proprio per questo, optai per dell'intimo scuro, sapendo che sarebbe rimasto addosso per gran parte della giornata. Scelsi poi i vestiti con cui sarei andata da Marco e raccolsi nella borsa tutto ciò che mi sarebbe potuto servire.
Controllai di avere preso tutto, poi presi le chiavi e prima di uscire avvertii mia madre che sarei mancata tutto il giorno, spiegandole che avevo un evento a cui dovevo partecipare. Lei non fece particolari domande, consapevole che era iniziato il periodo in cui avrei avuto più lavoro e mi salutò normalmente.

Quando entrai in casa, Marco era già lì. Lo salutai e lui ricambiò. Posai la borsa e mi voltai verso di lui, aspettando che mi dicesse cosa fare. Si avvicinò e iniziò a spiegarmi le prime regole della giornata.
«Da oggi cambiamo un po' le cose» lo ascoltai attentamente. «Siamo entrati in una fase diversa. Quando resterai qui per un'intera giornata, alcune regole saranno leggermente diverse da quelle che hai seguito finora»
Annuii.
«Per prima cosa, ogni volta che passerai una giornata intera qui, prima di uscire di casa dovrai mandarmi una foto di come sei vestita. Se non riceverai indicazioni particolari, quando arriverai potrai spogliarti e rimanere in intimo» fece una breve pausa. «Se invece ti darò delle indicazioni, seguirai quelle che ti comunicherò di volta in volta»
Annuii lentamente. «Sì, Padrone»
Marco continuò.
«Non sempre arriverò prima di te» quella precisazione mi incuriosì. «Per questo, quando arrivi e non mi trovi, non devi aspettare di sapere cosa fare» indicò il divano. «Ti posizioni lì davanti e aspetti»
Annuii. In realtà, quella prima regola non cambiava molto rispetto a ciò che già facevo. Anche in passato era capitato che Marco non fosse ancora arrivato e che io mi mettessi ad aspettarlo davanti al divano.
Passò quindi alla regola successiva. Prese una borraccia da un litro, già piena d'acqua, e me la porse. La presi, guardandola senza capire.
«Il litro e mezzo che bevi normalmente rimane la tua routine giornaliera. Ma quando sei qui, la quantità cambia» lo guardai. «Passerai a due litri. Un litro durante la mattina e un altro durante la sera»
Abbassai lo sguardo verso la borraccia. Due litri mi sembravano davvero tanti. Già durante la settimana facevo fatica a raggiungere il litro e mezzo, eccetto quando praticavo sala.
«Padrone... due litri sono difficili per me»
Marco annuì, come se si aspettasse quella reazione.
«Lo so. Per questo sarà una tua responsabilità. Appena arrivi, la riempi. E quando è vuota, la riempi di nuovo»
Non ero ancora convinta di riuscire a farlo. Ma sapevo che quella volta non mi stava chiedendo un'opinione, mi stava dando un ordine.
Passò alla terza regola.
«Il telefono lo lascerai all'ingresso e resterà lì per tutta la giornata, salvo diverse indicazioni» la cosa mi fece tentennare. Ero abituata ad averne il controllo e sapere di poterlo prendere in qualsiasi momento mi dava una certa sicurezza.
«Se dovesse esserci un'emergenza familiare, naturalmente potrai rispondere»
«Come faccio a sapere quando è un'emergenza?» chiesi.
«Se il telefono suonerà tre volte di fila»
Rimasi qualche secondo a elaborare quella regola. Tre chiamate consecutive, quello sarebbe stato il segnale.
«E in quel caso posso prenderlo?»
«Sì»
Non ero del tutto tranquilla all'idea di lasciare il telefono all'ingresso. Ma almeno sapevo che, se fosse successo qualcosa alla mia famiglia, avrei avuto comunque modo di essere raggiungibile. «Ho capito, Padrone»
Continuò a spiegarmi i cambiamenti. Era come se volesse dare una sensazione diversa a quella giornata.
«Anche il saluto cambia. Da oggi non mi saluterai più a parole quando arrivi o vai. Ti inginocchierai davanti a me o se non sarò ancora arrivato, ti metterai davanti al divano e aspetterai che sia io a raggiungerti»
Annuii lentamente, non capendo però il cambiamento.
«Userai le mani solo per aprire i pantaloni e lasciarli cadere, poi lascerai un bacio casto sopra gli slip»
Dentro di me sentii una strana sensazione. Non era tanto il gesto in sé a sorprendermi, quanto il fatto che una cosa così normale come un saluto stesse assumendo un significato completamente diverso. Avrebbe segnato immediatamente l'inizio della giornata e il passaggio dalla mia vita normale a quella del mio ruolo.
Marco continuò con le regole della giornata.
«Un'altra cosa. Ogni volta che avrai bisogno di andare in bagno, prima mi chiederai il permesso»
Rimasi qualche secondo sorpresa.
«Anche per una cosa così normale?» chiesi.
«Sì. Se te lo concedo, vai»
Era una regola semplice, ma mi faceva percepire ancora una volta quanto quella giornata sarebbe stata diversa dalle normali sessioni di qualche ora.
«Ho capito, Padrone.»
Annuii e aspettai che continuasse.
«Da oggi non userò più il tuo nome»
Lo guardai, sorpresa.
«Durante le nostre giornate qui, ti chiamerò ogni volta diverso»
Non specificò, però, quali sarebbero stati gli appellativi. Era strano pensare che persino il mio nome, qualcosa di così normale e personale, sarebbe rimasto fuori da quelle giornate.
«Quando sarò in ufficio a lavorare, mi preparerai un caffè e una brocca d'acqua» continuò. «Me li porterai tu. Bussi alla porta e aspetti il permesso prima di entrare»
«Sì, Padrone»
«Poi torni di là e riprendi quello che stavi facendo»
Fece una breve pausa.
«E nei tempi morti resterai in posizione di attesa»
«Per quanto tempo?» chiesi.
«Finché non avrai qualcosa da fare»
Annuii. «Come desideri Padrone»
Prima di concludere, aggiunse un'ultima regola.
«Durante queste giornate parlerai soltanto quando ti farò una domanda o quando ti darò il permesso di farlo. Se devi chiedermi qualcosa, userai soltanto la parola “Signore”. Aspetterai che sia io a chiederti cosa vuoi»
«Sì, Padrone»
«Per il resto, qualunque cosa succeda durante la giornata, non voglio che tu abbia timore» quella frase mi spaventò un po'. «Se qualcosa ti mette a disagio, me lo dici. Non devi avere paura di parlare con me.»
A quel punto avevo finalmente un'idea più chiara di come sarebbe stata quella giornata. Non si trattava soltanto di avere nuove regole, era una routine diversa, costruita per accompagnare ogni momento in cui saremmo stati insieme.
«Iniziamo»
Rimasi ferma per un istante, poi iniziai a seguire la prima regola della giornata.
Mi inginocchiai davanti a lui e abbassai lo sguardo sui suoi pantaloni. Li sgancia e abbassai, poi portai le mani dietro la schiena e avvicinai la bocca sugli slip, per lasciare un bacio casto sul suo cazzo. Quando ebbi finito, rialzai i pantaloni e Marco annuì.
«Brava schiava»
Mi rialzai, presi la borraccia che mi aveva dato e la appoggiai sul tavolino davanti al divano, mentre mi posizionai in attesa.
Marco mi osservò, poi si allontanò per qualche minuto.
Quando tornò mi indicò la borraccia e ordinò di bere. Presi la borraccia e bevvi il primo sorso, sotto il suo sguardo. La posai e si avvicinò. Mi afferrò i seni, uscendoli dal reggiseno che indossavo, tirò i capezzoli e applicò su ognuno una pinza, regolando l'intensità in medio alta se vogliamo definirla. Dalla mia posizione seguii ogni suo movimento con gli occhi senza mai alzare lo sguardo verso il suo volto.
Poi mi lasciò nella posizione stabilita, prese il suo telefono e avviò una telefonata con qualcuno, recandosi in giardino. Non riuscii a sentire ogni parola, ma capivo che stavano parlando del nuovo ufficio. All'improvviso sentii una frase che mi fece immediatamente irrigidire.
«Sì, può passare oggi pomeriggio»
Per un istante sentii un brivido attraversarmi. Oggi pomeriggio? Il pensiero arrivò prima ancora che potessi fermarlo.
Qualcuno che non conosceva nulla di quello che succedeva tra noi, sarebbe venuto qui. Le mani mi si irrigidirono dietro la schiena e trattenni il respiro. Marco continuò a parlare al telefono con la massima tranquillità, ignaro di ciò che stavo provando. Quando tornò verso di me, poco dopo, io ero ancora nella stessa posizione, ma dentro di me ero tutt'altro che tranquilla.
Avrei voluto chiedergli chi sarebbe passato nel pomeriggio, avrei voluto sapere perché. Ma non potevo parlare senza che fosse lui a permettermelo e, soprattutto, avevo la sensazione che forse quella regola non fosse stata pensata per permettermi di fare domande proprio in quel momento. Così rimasi in silenzio.
Marco si fermò davanti a me. Mi osservò per qualche secondo, poi accennò un sorriso. «Tutto bene?»
Annuii solamente.
Il suo sorriso si fece appena più evidente. Capii a quel punto che sapeva perfettamente come mi sentivo e che non era un caso che avesse parlato al telefono abbastanza vicino da permettermi di sentire. Aveva voluto che ascoltassi.
Nel frattempo controllò rapidamente le pinze, sfiorandole. Feci una piccola smorfia di fastidio, a quel punto strinse un altro po' entrambe le pinze. Resistetti.
«Bene, guardami. Adesso parliamo di mercoledì» annunciò e alzai lo sguardo, mentre prendeva posto sul divano e accavallava le gambe.
Sentii lo stomaco stringersi, il respiro mi si fece più corto e per un istante abbassai ancora di più lo sguardo.
«Eri arrabbiata con me per quello che ti ho chiesto di fare mentre eri al telefono»
«Sì, Padrone»
«Spiegami il perché»
Inizialmente non trovai le parole, ma alla fine cercai di essere più sincera possibile.
«Perché mi sono sentita esposta» iniziai «Emma ha sentito qualcosa. Per un momento ho pensato che avrebbe capito che non ero sola e mi sono arrabbiata perché mi è sembrato che tu non avessi considerato quello che avrebbe significato per me»
Marco rimase in silenzio, così continuai. «Non era soltanto il fatto che potesse scoprire qualcosa, ma che fosse una persona a cui tengo. È una delle mie amiche più care, mi conosce. Sa quando sono nervosa, quando mento, quando cerco di sembrare tranquilla. E in quel momento avevo la sensazione che bastasse una parola sbagliata per farle collegare tutto e non voglio che la mia vita privata venga scoperta in quel modo»
«Continua» mi disse facendomi capire che voleva sentire tutto.
«Mi hai messa in una situazione che non avevo scelto. E quando è finita, mi hai detto che ero stata brava» la mia voce si fece leggermente più dura. «Ma io non volevo essere brava. Ero spaventata» presi fiato «E se avesse capito, cosa avrei dovuto dirle? Non volevo dover scegliere tra raccontarle qualcosa che non ero pronta a raccontare e mentirle guardandola negli occhi. Perché se le avessi raccontato tutto e lei non avesse capito... non avrei potuto tornare indietro. Io...io non voglio che quello che faccio con te diventi qualcosa che gli altri possono giudicare o usare per definirmi. Io so chi sono e so cosa significa per me quello che abbiamo. Ma non voglio che sia qualcun altro a decidere cosa significa per me»
Sputai fuori tutti i miei pensieri, le mie paure. Marco mi ascoltò in silenzio.
«Hai ragione» sentenziò prendendo lui la parola.
Quelle parole mi sorpresero.
«Quella sera ho pensato soprattutto a quanto fossi riuscita a mantenere il controllo della situazione. Ho visto che avevi paura, ma ho sottovalutato quello che avrebbe potuto significare per te e questo è stato un mio errore» la sua voce non cercava scuse.
«Non volevo metterti nella condizione di dover scegliere cosa raccontare a Emma o di rischiare che una persona importante per te scoprisse qualcosa che non avevi deciso di condividere. Avrei dovuto pensare anche a questo prima di chiederti di farlo»
Si fermò un attimo.
«Quando ti ho detto che eri stata brava...ho guardato soltanto la parte del gioco. Invece, avrei dovuto chiederti come stavi prima di complimentarmi»
Sentire qualcosa allentarsi dentro di me.
«Non voglio che tu abbia paura di dirmi quando una cosa non ti è piaciuta e soprattutto non voglio che tu pensi che, per essere una buona sottomessa, tu debba accettare qualsiasi cosa senza poter parlare»
Inspirai lentamente.
«Perché non è questo che voglio da te, Alice. Voglio che tu sappia affidarti a me, ma per farlo devo anche sapere quando qualcosa ti mette davvero in difficoltà. È chiaro questo, si?»
«Si, Padrone»
«Detto questo, c'è un'altra cosa che voglio dirti. Quel gioco non è stato inutile. Volevo capire se eri davvero pronta per questa nuova fase. Non soltanto quando sei tranquilla e sai esattamente cosa aspettarti. Volevo vedere come avresti reagito quando qualcosa fosse uscito dal tuo controllo e ho visto» mi osservò attentamente.
«Ho visto che sei riuscita a gestire la situazione. Ma soprattutto che, quando hai avuto davvero paura, sei riuscita a dirmelo. Questa è stata la parte importante. Quindi sì, Alice, ho sbagliato a non considerare abbastanza quello che avrebbe significato per te, ma quello che ho visto quel giorno mi è servito»
Non aggiunse altro.
Fece un piccolo cenno con la mano, invitandomi ad avvicinarmi, feci per alzarmi, ma indicò il pavimento. Capii immediatamente e mi rimisi a terra, gattonando e facendo il giro del tavolino per raggiungerlo.
Quando arrivai davanti a lui, Marco prese la borraccia e me la porse. Ne bevvi un sorso, ma lo sguardo di Marco mi fece capire che non andava bene, così continuai a bere un altro po', finché un suo accenno non dichiarò la fine. La posai nuovamente e attesi.
Si chinò verso di me e mi tolse con calma le pinze. Il sollievo fu immediato, anche se il gesto mi provocò un breve dolore. La sensibilità era ancora più accentuata per via del ciclo. Pensai che sarebbe finita lì, ma mi sbagliavo. Marco iniziò a giocare con i capezzoli, lasciando piccoli schiocchi di dita su ognuno. Mi lamentai subito mugolando e cercai anche di sfuggire un minimo a quel gioco.
«Silenzio!» mi riprese.
Annuii e ci provai davvero. Ma quella volta era diverso dalle altre. La sensibilità era tale che, ogni volta che mi colpiva, sfuggiva comunque qualche piccolo lamento. Improvvisamente smise e si allontanò. Io ne approfittai per cercare di riprendere fiato. Tornò verso di me con in una un piccolo frustino da equitazione, dal manico lungo color oro e la frusta piatta.
Sentii lo stomaco stringersi. Conoscevo quell'oggetto e sapevo perfettamente a cosa servisse, ma non l'avevo mai provato su di me e il solo pensiero mi fece deglutire.
«In piedi» mi ordinò.
Obbedii lentamente, avevo già capito dal suo sguardo che cosa stava per succedere. O almeno credevo di averlo capito. Cercai di mantenere la calma, ma il primo colpo arrivò improvvisamente e dove non immaginavo, e fu così forte che mi fece urlare. A essere colpito fu il capezzolo destro.
Marco rimase impassibile «Silenzio»
Il colpo successivo, al capezzolo sinistro, fu ancora più preciso del precedente. Strinsi i denti, ma un gemito riuscì comunque a sfuggirmi.
«Ti ho detto silenzio!» ripeté.
Cercai di obbedire con tutte le mie forze. Ma ogni colpo continuava a farmi reagire d'istinto e ogni volta cercavo, invano, di trattenere il suono.
«Se continui, continuo anch'io» mi riprese.
Quelle parole mi fecero capire che non stava scherzando. Chiusi gli occhi per un istante e inspirai concentrai con tutta me stessa per non reagire al nuovo colpo. Il respiro mi tremò, ma rimasi in silenzio. Marco aspettò qualche secondo, poi diede un altro colpo. Strinsi le mani dietro e trattenni di nuovo il suono. Continuò così per qualche altro colpo, poi si fermò.
Avevo finalmente smesso di gemere e anche lui aveva smesso.
Con la mano, mi fece segno di andare giù. Tornai nella mia posizione, mentre lui mise giù sul tavolino il frustino e si allontanò muoversi per casa.
Approfittai di quella pausa per riprendere fiato. Respirai lentamente, lasciando che la tensione diminuisse poco alla volta. Il bruciore era ancora forte e costante, sperai in cuor mio che passasse velocemente.
Quando lo vidi passare davanti a me, dopo qualche minuto, trovai finalmente il coraggio di parlare.
«Signore..»
Marco si fermò e mi guardò. «Cosa c'è?»
Esitai, non so perché. «Posso andare in bagno?»
«È urgente?»
La domanda mi lasciò incredula per un istante, abbassai lo sguardo.
«Sì, Padrone. Ne ho davvero bisogno»
Mi guardò, poi fece un cenno con la testa. «Vai»
«Grazie, Padrone» mi alzai e mi avviai verso il bagno, per controllare la situazione ciclo.
Quando uscii dal bagno, mi avviai verso il punto in cui ero stata prima, pronta a rimettermi nella mia posizione. Stavo per abbassarmi quando sentii la voce di Marco dalla cucina. «Vieni qui, schiava»
Mi fermai e avanzai verso la sua direzione.
«Prepara il pranzo»
Quella richiesta mi sorprese.
«Cosa devo preparare, Padrone?» chiesi.
«Solo della pasta. Trovi tutto quello che ti serve in frigorifero»
Annuii. Non mi aspettavo quella richiesta. Di solito era Marco a cucinare per entrambi quando trascorrevamo insieme una giornata. Era quasi diventata una consuetudine, tanto che non avevo nemmeno pensato alla possibilità che quel giorno potesse chiedermi di occuparmene io.
«Sì, Padrone» risposi dandomi subito da fare. Aprii il frigorifero e iniziai a guardare cosa avesse lasciato a disposizione. Trovai delle zucchine, della Philadelphia e altri ingredienti. Era chiaro che avesse anche deciso come l'avrei dovuta preparare.
Per fortuna cucinare non era certo qualcosa di nuovo per me. Ero abituata a prepararmi da mangiare e, quando serviva, cucinavo spesso anche per mio fratello. Così iniziai a organizzarmi senza pensarci troppo. Presi quello che mi serviva, preparai l'acqua e cominciai a occuparmi del pranzo.
Sembrava una richiesta semplice, quasi normale, eppure, in quella giornata, anche un compito così quotidiano assumeva un significato diverso.

Quarantacinque minuti dopo, finalmente il pranzo era quasi pronto. Controllai per l'ultima volta la pasta, poi spensi il fuoco e iniziai a sistemare la tavola. Presi i piatti, i bicchieri e tutto quello che sarebbe servito. Stavo per portare tutto in tavola quando sentii la voce di Marco.
«Pranziamo fuori»
Mi voltai verso la portafinestra aperta. Era già sotto il pergolato, comodamente rilassato, come se avesse previsto tutto da tempo.
Annuii, spostare tutto verso il tavolo sotto il pergolato. Uno alla volta sistemato tutto portai anche la pentola con la pasta e servii entrambi i piatti. Solo a quel punto mi sedetti di fronte a lui.
Presi la forchetta per iniziare a mangiare quando la sua voce mi fermò. «Ferma»
Mi bloccai immediatamente. Prese la propria forchetta con calma e addentò la pasta.
«Inizi a mangiare solo dopo che ho iniziato io»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
Assaggiò la pasta in silenzio, senza dire nulla, mentre io aspettavo con la forchetta ancora ferma tra le dita. Lo osservai prendere un altro boccone. Solo dopo qualche istante alzò lo sguardo verso di me.
«Adesso puoi»
«Grazie, Padrone»
Finalmente portai anch'io la forchetta alla bocca e iniziai a mangiare.
Quando finimmo, rimanemmo ancora qualche minuto sotto il pergolato. Il sole era ancora alto, ma non aveva più la stessa intensità di quell'estate, finalmente si riusciva a respirare davvero bene anche all'aperto.
Io, però, ero ancora in intimo. Fino a poco prima non ci avevo fatto quasi caso, presa dalla giornata e dalle indicazioni di Marco. Ora, con quell'aria più fresca che mi sfiorava la pelle, ne ero diventata improvvisamente molto più consapevole. Mi strinsi appena nelle spalle, cercando di ignorare quella strana sensazione.
La cosa che mi colpiva di più era la naturalezza con cui Marco sembrava vivere quel momento. Lui era comodamente seduto sotto il pergolato, tranquillo, mentre io cercavo di non pensare troppo al fatto di essere lì in quelle condizioni.
Eppure, stranamente, non mi sentivo davvero a disagio.
«Ti piace il caffè freddo?»
«Sì, Padrone»
Mi ordinò di prepararne due e di portarli fuori. Annuii e mi alzai a prepararli. Non appena furono pronti, li posai sul tavolo. Marco prese il suo e io feci per versare lo zucchero nel mio. Ma mi bloccò dicendomi che non sarebbe servito e subito dopo mi ordinò di inginocchiarmi. Non mi opposi perché immaginai che dovessi berlo freddo, vista la domanda di prima e quindi dovessi aspettare. Non appena mi abbassai, notai i suoi pantaloni aperti. Capii subito cosa voleva e infatti me lo ordinò. Guardai per un attimo la tazza col mio caffè, ferma sul tavolo, poi mi abbassai, afferrando il cazzo da sotto i suoi slip. Si rilassò sulla sedia e iniziò a sorseggiare con calma il suo caffè, senza aggiungere zucchero. Io invece, mi avvicinai al cazzo e inizia a lavorarlo di bocca.
Quando poco dopo lo sentii gemere, capii che era sul punto di venire. Aumentai la velocità, ma mi sorprese. Con un gesto mi fece spostare e mi porse la mia tazzina.
«Tienila ferma qui»
La tenni con entrambe le mani, senza capire. Marco si afferrò il cazzo e lo puntò sul caffè. Capii subito cosa stava per accadere e infatti pochi istanti dopo, vidi i suoi schizzi di sborra mischiarsi col mio caffè.
Si sistemò con calma il cazzò dentro i pantaloni e tornò a guardarmi. «Adesso puoi berlo»
Rimasi sbalordita. Abbassai gli occhi verso il caffè.
«Padrone, io non lo prendo così» borbottai.
Marco mi osservò senza cambiare espressione.
«Non ti ho dato il permesso di discutere, schiava»
Guardai nuovamente la tazzina. Piccoli cerchi di sborra si erano ricreati sulla parte superiore.
«Non voglio» mormorai.
Marco sbuffò. «Non ti sto chiedendo se vuoi»
Quelle parole mi fecero sospirare. Chiusi gli occhi e avvicinai lentamente il bicchiere alle labbra. Ne bevvi un piccolo sorso.
Il gusto amaro del caffè, unito a quello della sborra me lo fece immediatamente sputare.
Marco si arrabbiò. Mi afferrò il mento avvicinandosi pericolosamente al mio volto.
«Come osi sputarlo, troia?» mi ringhiò contro. Prese la tazza dalle mie mani e la portò alle mie labbra «Ancora»
Feci no con la testa, pregandolo con lo sguardo di non farmelo bere.
Rimase a fissarmi per qualche secondo, poi prese la tazzina e la posò sul tavolo con un gesto secco. Il rumore mi fece sobbalzare.
«Da questo momento, a casa mia, il caffè per te sarà sempre così. È bene che ti abitui»
Quella frase suonò alle mie orecchie quasi come una punizione.
Non c'era spazio per contrattare, quella non era una semplice preferenza. Era diventata una regola a tutti gli effetti.
scritto il
2026-09-21
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