Sotto la Tua guida - Capitolo 24 • II

di
genere
dominazione

Settimana dal 9 all'11 settembre


9 Settembre 2026
Quando arrivai alla casa al mare, erano da poco passate le quattordici. Quella mattina avevo lavorato fino a fine turno e, dopo un pranzo veloce, ero uscita per raggiungere Marco.
Non appena entrai in casa, trovai le luci accese e Marco in cucina, appoggiato al bancone, concentrato sul portatile davanti a sé, completamente immerso nel lavoro.
«Buon pomeriggio, Padrone» lo salutai, affacciandomi.
Alzò lo sguardo dallo schermo.
«Ciao, Alice»
Notai subito qualcosa di strano nel suo sguardo.
«È tutto a posto, Padrone?»
«Sì. Ho avuto un imprevisto con un lavoro e sto cercando di risolverlo»
Annuii. Pensai anche che forse avrei dovuto lasciarlo lavorare ancora un po'. Marco tornò a guardare lo schermo.
«Faccio in fretta» poi, senza smettere di lavorare, aggiunse «Nel frattempo spogliati e poi torna qui»
«Qui?»
Marco alzò appena gli occhi verso di me.
«Sì. Torna qui»
Annuii e mi avviai verso la camera. Avevo appena fatto qualche passo quando sentii la sua voce.
«Alice»
Mi voltai e indicò il bagno. «Lì»
Cambiai direzione ed entrai in bagno. Mi spogliai, lasciando il vestito, un semplice vestito di jeans senza maniche, lì.
Quando tornai verso la cucina, Marco era ancora davanti al portatile, ma non appena mi vide, chiuse finalmente lo schermo.
Fece il giro e indicò le buste che aveva lasciato sul divano il giorno prima. «Quelle vanno sistemate»
«Dove, Padrone?» chiesi guardandole.
«Per il momento nell'armadio della camera»
Annuii, anche se quella precisazione mi lasciò perplessa. Per il momento? Non capivo perché avesse sentito il bisogno di specificarlo, ma non feci domande.
Marco raccolse le buste «Mani dietro la schiena e precedimi»
Annuii e seguii le sue indicazioni. Mentre camminavo davanti a lui, sentivo il suo sguardo addosso. Ero certa mi stesse fissando sul culo.
In camera, posò le buste a terra vicino all'armadio. «Togli l'intimo»
Obbedii. Ormai ero abituata a restare nuda davanti a lui, purché fossimo in casa.
«Appoggia le mani lì» indicò il cassettone.
Mi avvicinai e feci come mi aveva ordinato. Sentii la sua presenza avvicinarsi lentamente e non appena fu alle mie spalle, vidi comparire davanti ai miei occhi un piccolo oggetto che riconobbi immediatamente. L'ultimo plug che aveva comprato, in versione large. Lo osservai, ripensando all'ultima volta che era stato dentro di me.
«Bagnalo»
Capii cosa voleva, quindi obbedii aprendo la bocca e lasciando che Marco lo lasciasse scivolare dentro. Poi si abbassò dietro di me, raggiungendo le mie natiche, per iniziare a baciarle in più punti. Sospirai nonostante la bocca fosse occupata.
Dopo qualche istante sentii del gel spargersi sull'esterno dell'ano.
«Porgimelo» mi ordinò.
Lo tolsi dalla bocca e glielo consegnai, rivestito della mia saliva. Lo afferrò e lo portò sull'ano.
«Dobbiamo mantenerlo allenato» finì appena la frase che lo spinse dentro.
Mugolai stringendo le mani sul bordo del cassettone, e inarcai la schiena man mano che si faceva strada.
«Stai ferma!» mi ordinò.
Cercai di non muovermi e di concentrarmi sul respiro. Pochi istanti dopo lo sentii scivolare tutto. A quel punto Marco si allontanò e aprì le ante dell'armadio.
«Adesso sistema tutto con ordine» mi voltai, mentre Marco prendeva posto sulla poltrona. «Io guardo»
Cominciai a tirare fuori i primi capi dalle buste, disponendoli con cura. E mentre lavoravo, abbassandomi più volte, sentivo il suo sguardo seguire ogni mio movimento.
«Lo senti, vero?» sentii chiedermi alle mie spalle.
Mi fermai per un istante. Sapevo perfettamente a cosa si riferisse.
«Sì, Padrone»
Non aggiunse altro, così continuai. Quando ebbi finalmente finito, mi fece cenno di avvicinarmi.
«Vieni qui»
Mi avvicinai e mi inginocchiai davanti a lui.
«Ieri ti ho vista» lo guardai senza capire. «Nel negozio d'intimo. Hai notato la commessa e non ti è piaciuto molto il modo in cui mi guardava»
Sentii immediatamente il viso scaldarsi. Pensavo che non se ne fosse accorto.
«Credevo non avessi notato niente, Padrone»
Lasciò uscire una breve risata. «Ti osservo molto più di quanto pensi»
Arrossii ancora di più.
«E cosa ti ha dato fastidio esattamente?»
Ci pensai. «Il modo in cui ti guardava, Padrone. Sembrava volesse spogliarti e scoparti lì davanti» dissi ripensando al suo sguardo.
«Eri gelosa?»
La domanda mi colse completamente impreparata.
«Io...»
«Mi ha dato fastidio vederla guardarti in quel modo, ecco» ammisi alla fine.
«Capisco» poi aggiunse «E se non fosse stata soltanto una commessa?»
Lo guardai perplessa. Non riuscivo a capire dove volesse arrivare. «Cosa intendi?»
«Se un'altra persona entrasse, in qualche modo, nella nostra intimità» continuò con calma. «Come ti farebbe sentire?»
«Non lo so, Padrone»
Non avevo mai pensato seriamente a una cosa del genere. Il nostro percorso era qualcosa che riguardava soltanto noi due. Immaginare qualcun altro lì dentro mi faceva sentire stranamente vulnerabile.
«Ti darebbe fastidio?» continuò.
Esitai. «Credo di sì»
«Perché?»
Ci pensai a lungo. La risposta era l'unica che riuscivo a trovare «Perché non so se riuscirei a condividerti»
«Quindi il problema non sarebbe necessariamente la persona»
Scossi lentamente la testa.
«Hai mai vissuto una situazione del genere?»
«No. Non l'ho mai fatto» E non sapevo nemmeno se avrei mai voluto farlo.
«Quindi non sai davvero come reagiresti»
«No»
«Potresti essere curiosa?» mi chiese.
Nonostante la gelosia e l'idea di condividere Marco mi mettesse a disagio, non riuscivo a dire che la possibilità mi lasciasse completamente indifferente. Così nonostante tutto, risposi sinceramente.
«Forse sì»
«Questa mi sembra già una risposta più interessante»
Mi aspettavo quasi un'altra domanda, ma non arrivò. Forse avevo dato una risposta più sincera di quanto avessi intenzione di fare.
«Adesso voglio giocare»
Sentii immediatamente cambiare l'atmosfera. Il tono curioso della conversazione era sparito e al suo posto era tornata quella durezza che ormai conoscevo bene.
«In piedi» obbedii. «Vediamo se oggi riesci ancora a sorprendermi»
Indicò uno dei comodini accanto al letto. Fu allora che notai alcuni oggetti che non avevo visto prima, poggiati su di esso. Li guardai, poi tornai a fissarlo.
«Cosa devo fare?» chiesi.
«Quello che vuoi»
Rimasi sorpresa. «Non mi dici tu cosa fare?»
«No. Questa volta decidi tu»
Guardai di nuovo il comodino e poi Marco.
«E tu?»
«Io guardo. Ma voglio che tu faccia finta che qui dentro non ci sia nessun altro. Guarderai te stessa, attraverso lo specchio. Voglio che, quando inizi, pensi soltanto a te. A quello che vedi e a quello che hai scelto di fare»
Abbassai lentamente lo sguardo.
«Come se fossi sola?»
«Esattamente»
Era una richiesta strana. Marco sarebbe stato lì, a pochi metri da me, e avrei saputo perfettamente che mi stava guardando. Eppure avrei dovuto comportarmi come se fossi completamente sola.
Si sistemò meglio sulla poltrona. «Quando hai deciso, inizi.»
Sentii immediatamente una strana sensazione allo stomaco. Non dovevo aspettare un'altra istruzione ed era proprio questo a mettermi in difficoltà. Di solito quando mi dava un ordine, sapevo esattamente cosa si aspettava da me. Adesso, invece, tutta quella sicurezza veniva meno.
Non disse altro, aspettò.
Mi spostai lentamente verso il letto e salii sopra, guardando i due oggetti che aveva lasciato a mia disposizione.
Uno era un dildo di quelli realistici. L'altro un vibratore a doppia stimolazione. Uno di quelli che con la sua vibrazione riesce a farti godere in pochi minuti.
Li osservai per qualche minuto, non sapendo quale scegliere. Alla fine allungai la mano e ne afferrai uno, portandolo accanto a me sul letto. Alzai gli occhi verso lo specchio vedendo il mio riflesso lontano, lì mi sentii improvvisamente molto più consapevole di quello che stavo per fare. Guardai un'ultima volta Marco: era ancora sulla poltrona, che mi osservava da lontano. Inspirai lentamente cercando il coraggio di fare il primo passo. Mi misi in ginocchio sul letto e lasciai che le dita scivolassero lentamente sulla mia pelle, iniziando a sfiorare, i capezzoli, l'addome. Seguivo il profilo del corpo senza fretta, continuando a guardarmi nello specchio. Poi i fianchi, le cosce. Scendevo e sfioravo così lentamente la pelle, che a tratti avvertivo brividi di piacere, che mi portarono a leccarmi le labbra e a sospirare. Raggiunsi il monte di venere, soffice, grazie alla cura con Monica se ne prendeva cura ogni mese, e da lì sfiorai il clitoride con due dita, lasciando piccoli cerchi su di esso, e scesi fino alle labbra interne che trovai già umide. Sospirai ancora e ancora.
Mi sdraiai lentamente sul letto, cercando una posizione che mi permettesse di concentrarmi soltanto sulle mie sensazioni. Lo specchio non era più davanti a me, riuscivo a malapena a vedere il mio riflesso su di esso.
Afferrai l'oggetto che avevo scelto e lo portai alla bocca, lasciandolo scivolare dentro, lungo la lingua per iniziare a bagnarlo. Quando lo uscii completai l'opera lasciando colare sopra della saliva. Poi lo portai giù, tra le mie gambe spalancate e avvicinai lentamente la punta sulla figa, spingendolo e permettendo al giocattolo di penetrarmi. Non c'era fretta. Per la prima volta non stavo cercando di capire cosa Marco volesse da me, dovevo soltanto ascoltare me stessa. Così chiusi gli occhi e lasciai che le sensazioni prendessero il sopravvento sui pensieri. Continuavo a penetrarmi più volte lentamente. Poi decisi di passare allo step successivo. Premetti il pulsante e sentii che il cambiamento fu immediato. Oltre alla penetrazione, un nuovo ritmo, quello della vibrazione, si aggiunse alle sensazioni che già stavo provando, facendole diventare più intense e difficili da ignorare. Mugolai sentendo la vibrazione all'interno del mio corpo e chiusi gli occhi. Il respiro diventò più profondo, il calore aumentò e la concentrazione si fece sempre più difficile. Il corpo iniziava a tremare e le gambe scivolarono lentamente verso il materasso.
Continuai a penetrarmi, senza cercare di controllare ciò che provavo. Il ritmo aumentò e con esso anche la tensione. Non mi accorsi neanche che Marco si fosse alzato. Lo notai solo quando sentii il materasso abbassarsi leggermente dietro di me. Si posizionò alle mie spalle e la sua mano sfiorò lentamente la mia pelle. Ripeté tutti i gesti che avevo compiuto poco prima, seguendo gli stessi punti con una calma quasi studiata. Più brividi mi attraversarono la pelle.
Il mio respiro cambiò immediatamente e mi sfuggì un gemito più forte, mentre cercavo di non perdere la concentrazione. Continuai a penetrarmi, ma ora era diventato molto più difficile. Il contatto di Marco rendeva ogni sensazione più intensa.
Sentivo il calore delle sue mani, il ritmo del mio respiro e quella tensione che cresceva rapidamente dentro di me, facendomi capire che ben presto sarei esplosa.
Marco percepì il mio stesso pensiero, perché mi sussurrò all'orecchio «Ricordati che non puoi lasciarti andare senza il mio permesso»
Quelle parole mi fecero trattenere il respiro. Per un istante mi ero davvero dimenticata di quella regola o forse, in fondo, avevo dato per scontato che questa volta il permesso ci fosse.
«Padrone...» mugolai.
Non era soltanto una richiesta. C'era qualcosa di più, una sorta di protesta debole, quasi istintiva.
Marco non rispose. Continuò semplicemente a sfiorarmi, lasciando che fossi io a sentire quanto quella situazione mi stesse coinvolgendo. Il mio corpo, ahimè, reagì prima ancora che riuscissi a controllarlo.
Il respiro accelerò, la tensione aumentò e quando mi accorsi di essere ormai vicina al limite, rallentai istintivamente.
«Non fermarti» mi ordinò.
Obbedii. Sentii le sue mani raggiungere le mie cosce e guidarmi lentamente nella posizione che avevo assunto poco prima, ovvero a gambe piegate e appoggiata contro di lui, sostenuta dal suo petto. Chiusi gli occhi.
«Padrone...» la mia voce era incerta, più bisognosa. Cercai di mantenere il controllo, almeno finché non riuscii più a nascondere quello che stavo provando. «Padrone... ti prego»
Marco rimase in silenzio. E quella sua calma, proprio in quel momento, fece sembrare l'attesa ancora più lunga. Continuò a sfiorarmi le cosce, avvicinandosi sempre più da entrambi i lati verso le labbra esterne. Dal mio canto avvertii i brividi farsi più ravvicinati e il petto accelerare, mentre continuavo a gemere e pregarlo.
Con un gesto deciso prese il controllo del vibratore e interruppe ciò che stavo facendo, spegnendolo, ma non lo uscì. Percepii il cambiamento. Rimasi immobile, cercando di riprendere fiato e di capire cosa volesse fare. Nonostante fosse ancora all'interno fermo, il piacere iniziò a perdere potenza permettendomi, ahimè, di calmarmi un po'.
«Così...brava» mi disse notando che non tremavo più e che il respiro stava tornando regolare. «Non è ancora il tuo momento» sussurrò al mio orecchio. Poi senza dire altro, lo riaccese e iniziò a penetrarmi dettando lui il ritmo. Bastarono pochi minuti, che avvertii di nuovo l'ondata di piacere sopraffarmi.
«Ricorda Alice, non hai il permesso di godere» disse mentre aumentava la potenza della vibrazione.
Inizia a gemere e a supplicarlo «AAH...Padrone»
Ignorò le mie suppliche, ma lo staccò nuovamente, scatenando in me l'ennesima frustrazione. Poi lo sfilò e con una mano mi spinse in avanti, facendomi posizionare a pecorina, mentre il busto si abbassò contro il materasso. Al punto sentii il suo cazzo poggiarsi contro la figa. Non avevo neanche notato si fosse spogliato. Scivolò lentamente dentro e iniziò a scoparmi così, da dietro.
«Vuoi ancora lasciarti andare?» mi disse spingendosi sempre più dentro.
Chiudere gli occhi, godendomi quel cazzo.
«Sì...» sussurrai.
Marco non disse nulla, continuò semplicemente a muoversi e a osservare le mie reazioni, senza concedermi ciò che stavo chiedendo. Ogni secondo sembrava durare più del precedente. Il respiro mi diventò sempre più corto.
«Padrone... ti prego» mormorai supplicandolo. Ero al limite, sarebbe bastato cambiare di un millesimo il ritmo che sarei esplosa.
Marco si avvicinò appena al mio orecchio, afferrandomi il collo.
«Non ancora»
Quelle parole mi fecero rabbrividire. Avevo la sensazione di essere arrivata al limite della mia capacità di aspettare, ma lui sembrava perfettamente calmo. Io invece tremavo e in quel momento capii che il vero gioco non era soltanto quello che stava accadendo. Era riuscire a rimanere dentro quell'attesa senza sapere quando avrebbe deciso di lasciarmi andare.
«Padrone... ti prego» la mia voce era ormai spezzata.
Sentivo il corpo tremare e il respiro diventare sempre più difficile da controllare.
«Ti prego... non ce la faccio più»
Lui, invece, sembrava perfettamente consapevole di quello che stava succedendo. Lo capiva dai miei movimenti, dal tono della mia voce, dal modo in cui cercavo disperatamente di non perdere il controllo. Eppure non cedette.
«Sei proprio testarda. Continui a chiedere, sapendo che non puoi ancora godere»
Abbassai lo sguardo. «Perché ne ho bisogno» mormorai.
«Lo so, piccola. Sento la troietta che è in te» sentii il viso diventare caldo. «Ma adesso aspetti. È questo che fanno le troie sottomesse, aspettano che il Padrone decida»
Scossi appena la testa.
«No...» non riuscii a nascondere la protesta che riempiva la mia testa. «No, Padrone. Ti prego»
«No?» disse sorridendo beffardo e aumentando la velocità. «Allora puoi ancora resistere»
Mi maledicì e iniziai a scusarmi, mentre avvertivo piccole scosse scuotere il mio corpo. Mi morsi il labbro, facendolo diventare bianco.
«Scusami, scusami Padrone»
Mi lasciò ancora qualche secondo dentro quella tensione, poi iniziò a contare.
«Dieci»
Il cuore mi batteva fortissimo.
«Nove»
Inspirai.
«Otto»
Chiusi gli occhi.
«Sette»
Le mie mani strinsero il lenzuolo.
«Sei»
Il respiro mi tremava, mentre il ritmo con cui contava iniziava a rallentare, allungando la tensione.
«Cinque»
«Padrone...» sussurrai tra un gemito e l'altro.
«Quattro»
Il ritmo scendeva ogni numero sempre più.
«Tre»
«Due»
Trattenni il respiro. Marco fece una breve pausa, che a me sembrò infinita.
«Uno»
Si fermò nuovamente nel contare. Uscì il cazzo lentamente, appoggiò la punta sull'apertura e con voce calma e decisa, si spinge in un colpo solo, mentre mi diede l'ordine più importante di tutto il pomeriggio.
«Adesso!»
Non servì altro. Lasciai andare tutta la tensione che avevo trattenuto fino a quel momento. Il corpo venne scosso da continui tremori e iniziai a gridare senza controllo. Marco rimase piantato dentro di me, immobile.
Per tutto il tempo riuscii a malapena respirare. La testa era confusa, il respiro corto, il corpo accaldato.

Quando capì che iniziavo a essere presente a me stessa, si allontanò lentamente e si prese cura di me con la stessa calma con cui aveva condotto tutto il resto. Mi tirò a sé e mi fece poggiare contro il suo petto, poggiato di conseguenza contro la testiera, rilassandoci entrambi su quel morbido letto.
Ero così stremata, priva di energie, che mi lasciai stringere volentieri dalle sue braccia. Marco mi sfiorò le braccia.
«Tutto bene?»
Chiusi gli occhi e annuii.
«Sì, Padrone»
«Sei stata brava. Continui a sorprendermi e a non deludermi. Sono fiero di te, ma non abbiamo ancora finito»
Sbarrai gli occhi, preoccupata di ciò che poteva ancora succedere. Mi ordinò di posizionarmi di nuovo a pecorina. Eseguii tremando leggermente. Sperai che non mi scopasse di nuovo, non avrei retto un altro orgasmo come quello di prima, stavolta ero sicura sarei arrivata subito.
Mi afferrò le natiche e le allargò. «Spingi»
Non capii il motivo di quella richiesta, ma eseguii. Fu in quel momento che sentii qualcosa dentro di me combattere contro la mia spinta. A quel punto mi ricordai del plug.
«Ancora» mi ordinò. Chiusi gli occhi e diedi un'altra spinta, staccando il blocco di diamante dal mio ano. Marco lo afferrò, lo tirò un po' e lo bloccò a metà, nella parte più larga. Mugolai.
«È piacevole vedere com'è largo» mormorò. Poi lo tirò fuori lentamente, godendosi ancora di più il mio ano aprirsi. «Si, decisamente»
Mi diede nuovamente il plug in bocca «Assaggia il tuo gusto». Sentii il sapore amaro del mio ano, attraverso il plug. Non nego che mi fece un po' ribrezzo, ma non osai ribellarmi. Si avvicinò e iniziò a leccare anche lui il mio ano, giocandoci all'esterno. Nonostante tutto, mugolai con la bocca tappata, godendomi quella lingua.
«Ti piace, vero?» e lappò ancora e ancora. Poi allargò le natiche nuovamente e mi ordinò di spingere di nuovo, così facendo il mio ano si aprii al suo sguardo. Sentii il suono di uno sputo e della saliva colare all'interno. «Non chiuderlo. Continua a spingere» mi ordinò, mentre lasciava colare altra saliva dentro, che poi spinse infondo con due dita.
Quelle due dita scivolarono così bene, che provò a inserirne un terzo, ma riuscii solo la punta.
«Uhm bene. I progressi si notano, ma continueremo a lavorarci»
Poi si allontanò e mollò una sculacciata così improvvisa che mi fece urlare. «AAH»
In quello stesso istante il telefono suonò e quel suono improvviso mi fece sobbalzare. Guardai Marco.
«Padrone... dovrei vedere chi è»
«Rimani qui»
Si alzò dal letto e si avviò verso l'ingresso per recuperare il telefono, che nel frattempo aveva smesso di suonare. Non appena tornò, però, ricominciò a squillare.
Marco guardò lo schermo «Emma»
Mi avvicinai al bordo del letto, ritrovandomi davanti a lui, che era rimasto in piedi. Mi guardò per qualche secondo.
«In ginocchio»
Obbedii, sistemandomi sul letto davanti a lui. Allungai immediatamente la mano, per prendere il telefono che mi porse, ma lui non lo lasciò.
«Rispondi e mantieni la calma» fece una breve pausa, poi aggiunse: «Io continuerò il gioco davanti a te»
Lo guardai preoccupata e annuii lentamente. Mantenne il telefono tra le dita ancora per qualche secondo. Poi iniziò a darmi indicazioni precise, con la stessa calma con cui aveva condotto tutto il resto.
«Quando ti farò un segnale, aprirai la bocca e manterrai la posizione»
Sentii il cuore accelerare.
«E seguirai le mie indicazioni fino a quando non ti dirò di fermarti»
Aprii la bocca per rispondere, ma Marco mi anticipò. «So cosa stai per dire. Non mi importa se Emma dovrà aspettare o se sentirà qualcosa. Sarà tuo compito mantenere il gioco e inventarti una scusa»
Mi sentii ancora più agitata.
La telefonata con Emma era l'ultima cosa che avrei voluto affrontare in quel momento, soprattutto sapendo che Marco avrebbe continuato a mettermi alla prova.
Annuii e finalmente lasciò il telefono.
«Pronto?»
La voce di Emma arrivò immediatamente. «Finalmente. Ti ho chiamata due volte»
Guardai istintivamente Marco. Era ancora davanti a me e stava iniziando a masturbarsi davanti il mio volto.
«Scusa, non avevo il telefono con me»
«Dove eri?»
Esitai appena. «In camera»
Annuì e iniziò a chiedermi cosa avessi indossato per la serata, visto che era il compleanno di Beatrice. Le risposi cercando di mantenere un tono normale, raccontandole rapidamente cosa avevo scelto e ascoltando le sue osservazioni.
Nel frattempo continuavo a percepire la presenza di Marco davanti a me. Ogni suo movimento aumentava la mia tensione.
Poi mi fece un piccolo gesto, capii immediatamente. Aprii la bocca e mantenni la posizione, cercando contemporaneamente di continuare ad ascoltare Emma.
«Alice...»
«Mh?» mormorai, la bocca ancora aperta.
«Hai una voce strana»
Il cuore mi accelerò. «Strana?»
«Sì. Sembri... non lo so, affaticata»
«Sono solo stanca»
Cercai di rispondere velocemente, per mantenere la bocca più tempo possibile aperta.
«Sicura? Perché ti sento respirare in modo strano»
Mi bloccai. Per qualche secondo non riuscii a trovare una risposta.
«Ho fatto le scale di corsa»
Emma rise. «Ma se sei in casa!»
«Appunto. Ho corso per recuperare il telefono»
Cercai di ridere anch'io.
Poi Marco fece un gesto semplice, lentamente portò un dito davanti alle labbra in segno di silenzio. Mi stava chiedendo di non parlare più del necessario, di ascoltare Emma, rispondere soltanto quando serviva e soprattutto di mantenere la calma.
Emma continuava a parlare, ignara di quello che stava accadendo dall'altra parte della stanza.
All'improvviso Marco aumentò la velocità con cui si masturbava. Era chiaro che da lì a poco sarebbe venuto. Il movimento produsse un suono appena percettibile e dall'altra parte del telefono Emma rimase in silenzio per qualche secondo.
«Aspetta...»
Mi immobilizzai.
«Che succede?» chiesi preoccupata.
«Mi è sembrato di sentire qualcuno»
Per un istante smisi persino di respirare. Guardai Marco, ma il suo volto rimase tranquillo, quasi divertito dalla difficoltà in cui mi trovavo. Continuò a masturbarsi.
«Dov..e?»
«Da te» rispose.
«Qui? No, non c'è nessuno» dissi troppo velocemente.
«Sicura?»
«Sì» pronunciai la parola lentamente, cercando di renderla credibile.
Feci in tempo a riaprire la bocca che sentii vari schizzi sbattere contro la lingua, il palato e sulle labbra. Per un attimo tossii leggermente. Emma mi chiese se fosse tutto apposto, ma non risposi. Non potevo, perché Marco sembrava prendersi gioco di me e della situazione, tenendomi con la bocca aperta e piena, mentre la mia migliore amica continuava a chiamarmi dall'altro lato del telefono. Lo guardai supplicandolo con lo sguardo di venirmi incontro, ma mi sorrise solo. Emma mi richiamò per la terza volta. Solo allora Marco mi fece cenno di deglutire. Eseguii velocemente, mandando tutto giù e non appena la bocca fu libera, risposi a Emma cercando una spiegazione plausibile.
«Sì, scusa, stavo...bevendo dell'acqua»
Pochi istanti dopo chiusi la chiamata e lasciai uscire il respiro che avevo trattenuto per tutto il tempo.
Marco mi accarezzò una guancia «Brava, Alice. Hai mantenuto il gioco fino alla fine»
Quelle parole, però, non mi fecero piacere come avrebbero dovuto. Lo guardai senza rispondere. Marco se ne accorse immediatamente.
«Che c'è?»
Esitai solo un istante, ma alla fine gli dissi quello che sentivo «Sono arrabbiata, Padrone»
Marco non sembrò sorpreso. «Lo so»
Alzai gli occhi verso di lui.
«Adesso però basta per oggi. Vai a casa, ne parleremo sabato»
Ma non mi mossi. Volevo parlarne oggi, non sabato.
«Alice, vai» ripeté.
Scossi appena la testa. «Voglio parlarne oggi»
Il suo sguardo si fece più serio.
«Non in questo stato. Vai a darti una rinfrescata, ti vesti e poi torni a casa. Discuteremo sabato, quando avrai la mente più serena» fece una breve pausa. «Se continuiamo adesso, rischiamo soltanto di dirci cose che non servono a niente. E non voglio che tu debba subirne conseguenze che, a mente lucida, avresti potuto evitare»
Quelle parole mi fecero capire che non avrei ottenuto quello che volevo. A malincuore annuii, mi alzai senza aggiungere altro e mi avviai verso il bagno.
Tornai da Marco poco dopo, sistemata. Lui era in soggiorno, non appena mi vide, mi porse la borsa.
«Buona sera, Padrone» dissi solamente.
Marco annuì e andò ad aprirmi la porta.
«Buona serata, Alice»
Uscii senza aggiungere altro.
Ero ancora arrabbiata. Ma ormai sapevo che quella discussione sarebbe stata rimandata a sabato.

10 Settembre 2026
Mi svegliai stanca, con la testa che mi scoppiava. Il primo pensiero fu Marco. L'arrabbiatura della sera precedente era ancora lì, tutt'altro che passata. Come se non bastasse, la musica alta del compleanno di Beatrice mi aveva lasciato un mal di testa insistente e, per completare il quadro, quella mattina mi era arrivato anche il ciclo.
Un risveglio col botto.
Per fortuna avevo qualche ora in più prima di dover andare al lavoro, quindi provai a rimanere a letto ancora un po', ma ci riuscii ben poco. Alla fine mi alzai, feci colazione con calma, presi un analgesico, e poi mi concessi una doccia, prima di prepararmi e uscire per andare al lavoro.
Mentre mi preparavo, ripensai per un momento alla sera precedente.
Il compleanno di Beatrice era iniziato con la solita allegria. Eravamo usciti tutti insieme, avevamo cenato, riso e parlato per gran parte della serata. C'erano anche alcuni amici universitari di Beatrice e, tra musica alta e confusione, il tempo era passato velocemente.
Emma, però, a un certo punto aveva trovato il modo di ritornare sul pomeriggio. Continuava a sostenere di avermi sentita davvero strana, sia nel modo in cui parlavo, le pause, il respiro. Io avevo cercato di mantenere il gioco del pomeriggio, fingendo che non fosse successo nulla di particolare. Le avevo dato una spiegazione semplice, abbastanza credibile da non farle fare altre domande. Ma continuava Emma a sembrare ancora poco convinta. Per fortuna non aveva insistito.
Ripensandoci, mi resi conto che forse, anche la sera, ero stata più agitata di quanto avessi voluto ammettere.
Scossi la testa e lasciai perdere. Avevo ancora davanti un'intera giornata di lavoro e, almeno per qualche ora, volevo pensare soltanto a quello.

Alla fine della giornata ero completamente esausta. Cenai presto, senza avere molta voglia di fare altro, e poco dopo andai di corsa a letto. Era l'unica cosa che desideravo per quella giornata: dormire e lasciarmi alle spalle il mal di testa, il ciclo e, almeno per qualche ora, anche i pensieri.

11 Settembre 2026
Il venerdì fu una giornata molto semplice, scandita dalle normali attività di casa e dalla parentesi del lavoro. Non ci furono messaggi o situazioni degne di nota. La giornata trascorse tranquilla e forse era proprio quello che mi serviva prima di arrivare a sabato.
scritto il
2026-09-19
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