Sotto la Tua guida - Capitolo 24 • III (continuo)
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Finito il pranzo, Marco rimase ancora sotto il pergolato e si mise a lavorare al portatile, approfittando della temperatura più piacevole che si era creata. Io invece rientrai in casa. Tornai in cucina e iniziai a riordinare tutto ciò che avevamo utilizzato per il pranzo. Lavai i piatti, pulii il tavolo e rimisi ogni cosa al proprio posto.
Quando ebbi finito, controllai che tutto fosse in ordine e non avevo altro da svolgere, raggiunsi il soggiorno e mi posizionai davanti al divano, come mi era stato indicato quella mattina. Abbassai lo sguardo e rimasi ferma.
Non sapevo quanto sarebbe durato quel momento né quale sarebbe stata la sua prossima decisione. Sapevo soltanto che, fino a quando non mi avrebbe dato un'altra indicazione, quello era il posto in cui dovevo rimanere.
All'inizio cercai semplicemente di non pensare al tempo che passava.
Fuori, Marco continuava a lavorare al computer e dalla mia posizione riuscivo appena a sentire i rumori provenire dal pergolato.
Passarono i minuti.
Poi altri ancora.
Non sapevo quanto fosse passato e, dopo un po', smisi perfino di cercare di capirlo. La posizione iniziava però a diventare sempre più difficile da mantenere. Sentivo le gambe affaticarsi e una sensazione di fastidio crescere lentamente, fino a diventare impossibile da ignorare.
Ogni tanto cercavo di sistemarmi appena, quel tanto che bastava per alleviare la tensione, ma senza abbandonare la posizione.
Davanti a me avevo la borraccia che Marco mi aveva dato quella mattina. Di tanto in tanto la prendevo e bevevo qualche sorso, quasi automaticamente. Sapevo che, per la seconda parte del pomeriggio, avrei dovuto riempirla nuovamente, ma non avevo ancora terminato la quantità che avrei dovuto bere durante la mattina. Guardandola, infatti, mi rendevo conto che ne rimaneva ancora abbastanza, così continuai a bere poco alla volta.
Quando finalmente sentii i passi di Marco avvicinarsi, provai un'immediata sensazione di sollievo, finalmente. Dopo tutto quel tempo, qualcosa stava finalmente per accadere.
Si fermò davanti a me. «In piedi»
Annuii e feci per alzarmi. Il movimento fu più lento del previsto. Dopo tutto quel tempo ferma, le gambe erano rigide e per un istante dovetti cercare l'equilibrio. Marco aspettò, poi si voltò.
«Seguimi»
Lo seguii. Attraversammo il soggiorno e imboccammo il corridoio. Fu allora che, quasi per caso, il mio sguardo cadde sull'orologio appeso alla parete. Mi fermai mentalmente: erano quasi le sedici.
Sgranai gli occhi. Quasi le quattro del pomeriggio. Solo in quel momento realizzai davvero quanto tempo fosse trascorso e che ero rimasta davanti al divano per più di due ore. Non mi ero resa conto di niente.
Marco continuò a camminare e io lo seguii fino alla camera. Una volta dentro, notai subito una sedia posizionata al centro della stanza, esattamente di fronte alla porta. La indicò e ordinò di sedermi. Mi sistemai sulla sedia, cercando di mantenere la calma, mentre lui si avvicinò al mobile e prese le polsiere, mi fece portare le mani dietro la schiena e le legò con un gesto preciso e rapido. Subiti dopo prese nuovamente le pinze che avevo già indossato quella mattina, schiacciò e tirò i capezzoli uno alla volta e applicò le pinze.
In tutto ciò dovetti mordermi il labbro per evitare di gemere, visto che avevo ancora un lieve bruciore dalla mattina. Questa volta, però, li sistemò in modo che il fastidio fosse percepibile fin dall'inizio.
Inspirai lentamente e cercai di non lasciar trasparire troppo quello che stavo provando.
Fece un passo indietro «Rimani qui e non fare rumore» il suo sguardo si fece più serio «Più silenziosa riesci a essere, meglio sarà per te. È chiaro?»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
Marco non aggiunse altro. Si allontanò, uscì dalla stanza e tirò la porta alle sue spalle, lasciandomi sola.
Non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo e proprio quel non sapere iniziò a mettermi addosso una strana tensione. Rimasi immobile, cercando di capire cosa stesse succedendo nel resto della casa.
Passò qualche minuto, forse un paio, anche se non avrei saputo dirlo con certezza, poi sentii il citofono suonare. Il rumore improvviso mi fece trasalire. Subito dopo sentii delle voci dal salone e mi si gelò il sangue. Chi c'era in casa?
Il pensiero mi attraversò la mente immediatamente, poi ripensai alla telefonata di quella mattina, a quelle poche parole che Marco aveva pronunciato abbastanza vicino da permettermi di sentirle: 'puoi passare oggi pomeriggio'.
Le voci continuarono a parlare. All'inizio erano lontane e indistinte, poi lentamente, iniziarono ad avvicinarsi. Sentii il corpo irrigidirsi sempre di più. Guardai verso la porta che era soltanto chiusa, ma non a chiave. Chiunque fosse dall'altra parte avrebbe potuto aprirla. Fu in quel momento che realizzai davvero come mi trovavo: ero in intimo, con i polsi legati dietro la schiena e i capezzoli pinzati.
Il tremore aumentò di colpo. Per qualche secondo dimenticai persino il fastidio che avevo iniziato ad avvertire poco prima.
Adesso riuscivo a pensare soltanto a quelle voci e a tutto ciò che poteva accadere. Fu allora che capii davvero la richiesta di Marco: 'non fare rumore'. Fino a quel momento avevo pensato che fosse semplicemente una delle sue tante indicazioni, ma adesso aveva un significato completamente diverso. Dovevo fare in modo che nessuno si accorgesse della mia presenza.
Cercai di controllare persino il respiro, ma il cuore continuava a battere forte. Talmente forte che, nella mia testa, sembrava impossibile che nessuno potesse sentirlo. Sapevo che era soltanto una mia sensazione, eppure, in quel momento, quel battito sembrava un rumore reale, esterno. Qualcosa che tutti avrebbero potuto sentire.
All'inizio riuscivo a distinguere soltanto qualche parola, poi, lentamente, le voci diventarono più chiare: parlavano del nuovo ufficio e io ascoltavo tutto. Ogni richiesta, suggerimento, ogni misura.
Chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi sulle loro parole, quasi fosse più facile pensare al progetto che alla mia situazione. Ma il mio corpo continuava a tradirmi. Sentivo la tensione nelle gambe, il respiro ancora troppo veloce e il cuore che non accennava a rallentare. Provai a controllarmi. Per qualche minuto sembrò che tutto fosse tornato sotto controllo, poi sentii nuovamente dei passi. Le voci si avvicinarono e il panico tornò all'improvviso. Mi irrigidii.
Per un istante pensai davvero che la porta si sarebbe aperta. Trattenni il respiro. I passi arrivarono sempre più vicini, ma ancora una volta, superarono la porta e iniziarono lentamente ad allontanarsi.
Dopo qualche secondo sentii una porta chiudersi. Solo allora capii che quella persona era andata via, eppure non riuscivo a rilassarmi. Continuavo a fissare la porta davanti a me, aspettando quasi che potesse aprirsi da un momento all'altro.
Sussultai, quando ciò avvenne. Il cuore sembrò accelerare ancora di più e, quando alzai gli occhi, probabilmente il mio volto mostrava tutta la paura che avevo cercato di nascondere.
Ma davanti a me, per fortuna, c'era soltanto Marco.
Entrò e si posizionò davanti a me, il suo sguardo si fece più morbido.
«Sei al sicuro» quelle parole mi fecero finalmente lasciare andare un po' della tensione. «So che hai avuto paura e capisco perché. Ma voglio che tu impari a distinguere la paura dal pericolo»
Lo ascoltai, col cuore che iniziava a rallentare.
«Quello che hai sentito poco fa ti ha fatto credere che stessi per perdere il controllo della situazione. Ma non eri sola e non avrei lasciato che qualcuno entrasse qui senza che tu fossi stata preparata» concluse.
Annuii.
Da dietro la sua schiena tirò fuori la mia borraccia che aveva portato con sé quando era entrato. Me la mostrò.
«È tutta questa quella che hai bevuto?» Erano rimasti circa 200ml su 1 litro.
Guardai la borraccia e annuii.
«L'hai riempita?»
«No, Padrone» risposi titubante.
Il suo sguardo cambiò immediatamente. «Eppure ti avevo detto di berla e riempirla per la seconda parte della giornata. Giusto?»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
«Allora perché non l'hai fatto?»
Esitai. «Perché...non sono riuscita a finirla tutta»
«Quindi hai preferito non sforzarti e disobbedire al mio ordine» abbassai lo sguardo. «Sei proprio una schiava disobbediente»
Sentii lo stomaco stringersi, ma non risposi.
Prese la borraccia e la portò davanti al mio viso.
«Adesso la finisci»
Il tono non lasciava spazio a esitazioni. La avvicinò, afferrai la cannuccia con la bocca e iniziai a bere. Un sorso, dopo l'altro
Cercavo di andare piano e di non pensare a quanta acqua mancasse, ma la presenza di Marco davanti a me e il silenzio tra noi rendeva ogni secondo più lungo.
«Tutta. Voglio che la svuoti fino al fondo» mi incitò.
Quando finalmente si svuotò la allontanò, si alzò e uscì dalla stanza, tornando qualche minuto dopo con la borraccia nuovamente piena. La posò a terra.
«Questa è per dopo» mi informò e avvicinando le mani al mio petto, afferrò la catena e la tirò verso di sé.
Sussultai non appena sentii i capezzoli tirare. Li tese un minimo, ma quel minimo bastò. Mollò improvvisamente la presa, e mugolai appena, mentre lui fece il giro posizionandosi alle mie spalle.
«Fanno ancora male?»
Inspirai «Un po', Padrone»
Accennò appena un sorriso. Si spostò dietro di me e portò lentamente le mani davanti al mio corpo. Rimasi tesa, cercando di capire cosa avesse intenzione di fare.
Con tutta la lentezza possibile, Marco iniziò a liberare i capezzoli dalle pinze. Le sganciò nello stesso momento, mantenendoli tesi fino all'ultimo istante. Il dolore cresceva progressivamente da entrambi i lati e io strinsi i denti e chiusi gli occhi, cercando con tutte le mie forze di non reagire. Alla fine le sganciò nello stesso momento e subito dopo mi colpì con due schiaffi i seni.
Sussultai riuscendo a non emettere alcun suono, ma il mio volto tradiva comunque la sofferenza.
Le sue mani tornarono a cercare con calma i capezzoli, ne afferrò uno, lo strinse forte e lo ruotò lentamente. Sentii la pressione tra le dita aumentare e spalancai gli occhi. Cercai immediatamente di trattenermi, non volevo lasciarmi sfuggire nessun suono. Ma era difficile e alla fine i mugolii uscirono comunque dalle mie labbra, quasi contro la mia volontà.
Marco continuò, aumentando lentamente la pressione e il ritmo. Io strinsi i denti, cercando di rimanere ferma e di non reagire.
Ma ogni volta che pensavo di esserci riuscita, un altro piccolo suono mi tradiva.
Poi si fermò e per un istante pensai che avesse finito, ma ricominciò dall'altro lato. Cercai di essere ancora più silenziosa, ma i mugolii tornarono a sfuggirmi.
Marco, invece, rimase concentrato, alternando momenti in cui si fermava ad altri in cui riprendeva con maggiore decisione.
«Guarda come reagiscono subito. Basta davvero poco per farli diventare così duri e sensibili» disse con una calma che contrastava con la mia.
Poi con una mano mi afferrò delicatamente il collo, istintivamente curvai appena la schiena, mentre con l'altra afferrò un seno e lo strinse tra la sua mano. Sentii il respiro spezzarsi, ma cercai di non andare in panico e di mantenere la calma. Marco sapeva quello che stava facendo, pensai. Durò pochi secondi e non strinse neanche forte, ma per me era assolutamente nuovo. Poi lasciò entrambe le prese, si spostò nuovamente davanti a me e mi porse la borraccia. Non servì dirmi nulla, mi avvicinai meglio e iniziai a bere.
Non appena la tolse mi ordinò di aprire la bocca, di tirare fuori la lingue e di guardarlo.
Obbedii. Il suo sguardo era calmo, quasi divertito.
«Vediamo se ti ricordi ancora come si fa»
Iniziò lentamente a passarmi ogni singolo dito, a partire dal pollice, sulla lingua come ad accarezzarla. Uno usciva e l'altro entrava. Quando finirono avvicinò indice e medio, e li fece scivolare lentamente dentro senza andare troppo giù. Non appena le sentii entrare, ebbi un piccolo sussulto e mi sentii improvvisamente più rigida. Ripeté il gesto più volte, in modo lento e controllato, trascinando con se qualche lieve filamento di saliva che andava a formarsi. Ogni tanto le allargava, anche, permettendo alla bocca di allargarsi.
Successivamente aggiunse un terzo dito, aumentando ulteriormente l'intensità del gesto. Spalancai appena gli occhi, mentre il respiro mi si bloccò per un istante e sentii la mascella tendersi, mentre le tre dita provavano a scivolare dentro tutti insieme. Dovetti fare uno sforzo per non sottrarmi.
Marco se ne accorse. «È ancora facile così, su. Non fare la difficile» mi disse «Apri bene»
Inspirai lentamente e cercai di aprire più che poteva la bocca. Le dita scivolarono lentamente dentro fino alla prima falange e avvertii una maggiore produzione di saliva. Gli occhi iniziarono a inumidirsi per lo sforzo e sentii il viso diventare caldo, così iniziai a deglutii d'istinto «Non deglutire. Respira dal naso» mi disse.
Cercai di seguire immediatamente la sua indicazione. Inspirai lentamente, tentando di mantenere il controllo ogni volta che respingeva le dita dentro. «Così. Brava, puttanella» mi disse mentre della saliva colava dalle sue dita al mio petto.
Quel nomignolo mi fece arrossire, ma non ebbi nemmeno il tempo di pensare, che furono di nuovo dentro. Provò ad andare qualche millimetro più dentro, ma cominciai a fare più fatica.
Il respiro diventò irregolare e sentii la gola chiudersi leggermente, nonostante non la stesse toccando. Provai a inspirare dal naso, come mi aveva detto, ma ormai la tensione mi aveva bloccata. Iniziai a tossire e mi portai istintivamente indietro, cercando aria. Marco si fermò immediatamente, permettendomi di recuperare aria. Quella volta era davvero troppo. Non riuscivo più a fingere il contrario.
«Devi allenarti molto su questo» mi disse, mentre mi porgeva nuovamente la borraccia, da cui iniziai a bere.
La frase mi fece abbassare lo sguardo. Poi riprese il gioco, andando più graduale. Inserì nuovamente due dita dentro e si fermò al punto precedente per qualche istante, poi le spinse più dentro fino al mio punto di arrivo, quello in cui iniziavo a sentire i primi conati. La sensazione mi fece reagire immediatamente, tossendo e cercando istintivamente di arretrare.
«Stai ferma» ma non arretro. Si bloccò in quel punto, io continuai ad avere conati uno dopo l'altro e scossi la testa cercando di fermarlo, ma lui non si mosse. In preda al panico di vomitare lì, mi ricordai di ciò che mi aveva insegnato mesi prima. A quel punto i conati rallentarono, anche se la difficoltà rimase.
Lui sentendomi calmare un attimo ridusse subito la pressione e mi lasciò lo spazio necessario per respirare. Inspirai profondamente. Quando si accorse che avevo finalmente ripreso a respirare con maggiore regolarità, tornò a spingerle e avvertii nuovamente i conati, che però riuscii a gestire subito. Questo permise a Marco di spingersi qualche lieve centimetro più giù e di superare la secondo falange. Il cambiamento mi fece irrigidire immediatamente, tanto da non riuscire a trattenere i conati.
«No, calmati» mi incoraggiò bloccandosi in quella posizione. Io non riuscii a seguirlo, quei conati mi procuravano solo panico e tensione. Avvertii gli occhi inumidirsi per lo sforzo e lo guardai pregandolo con lo sguardo.
Tirò lievemente le dita verso fuori, senza spostarsi di molto, ma permettendomi di recuperare aria. E senza avvertirmi in nessun modo, approfittando della mia concentrazione a respirare, le spinse nuovamente dentro fino al punto massimo in cui si era spinto oggi. Provai a spingermi indietro con la testa, ma la bloccò con l'altra mano. Continuai a produrre sempre più saliva, che cercai di mandare fuori, invece di deglutirla.
Pochi istanti dopo si fermò e fuoriuscii del tutto. Tossii e lasciò che recuperassi completamente il respiro. Nel mentre, lo vidi uscire dalla stanza e sentii il rubinetto aprirsi.
Rimasi sola per qualche istante, ancora affaticata. Avevo ancora la bocca affaticata e sentivo il viso caldo.
Quando tornò nella stanza, si fermò nuovamente davanti a me.
«Devi allenarti molto su questo, perché quello che hai fatto oggi non è sufficiente. Quello che hai provato finora è soltanto una parte di ciò a cui dovrai abituarti» sentii lo stomaco stringersi. «Più avanti sarà più impegnativo. Ci saranno momenti in cui dovrai gestire qualcosa di molto più grande di quello che hai affrontato oggi»
Deglutii lentamente.
«E il tuo compito sarà essere pronta»
Non sapevo ancora quando sarebbe arrivato quel momento, ma avevo capito che, nei piani di Marco, era già qualcosa di concreto. E proprio questo mi fece sentire una nuova, sottile tensione.
Mi fece alzare e mi accompagnò verso il mio bagno. Una volta dentro, si occupò di liberarmi dall'intimo e dalle polsiere, poi indicò la vasca. «Dentro»
Obbedii e mi avvicinai lentamente, fermandomi prima di entrare.
«Signore...» mi guardò. «Posso fare da sola?»
Per qualche secondo non disse nulla, poi scosse lentamente la testa. «No. È compito mio prendermi cura di te»
Abbassai lo sguardo.
«Lo so... ma...» esitai, cercando le parole «Con il ciclo mi sento in imbarazzo»
Marco rimase a guardarmi. Non sembrava infastidito dalla mia richiesta. Il suo sguardo si fermò per qualche secondo sul mio volto, quasi a cercare di capire quanto fosse sincero quell'imbarazzo.
«Ho capito» decretò, facendo un passo indietro. «Va bene» si voltò e aprii la porta, ma si bloccò con un piede oltre la soglia.
«Immagino tu non abbia necessità di liberarti, vero?» Solo allora mi resi conto che, presa dall'imbarazzo, avevo completamente dimenticato di chiederlo. Rimasi in silenzio. «Come immaginavo. Non ti è concesso liberarti, trattieni fino a nuovo ordine» e uscii lasciandomi finalmente sola. Non era stato necessario insistere, aveva semplicemente capito che, quella volta, avevo bisogno di un po' di privacy.
Finalmente avevo qualche minuto per riflettere su tutto quello che era successo fino a quel momento. La giornata era stata molto più intensa di quanto avessi immaginato. C'erano stati momenti in cui mi ero sentita completamente sicura e altri in cui avevo avuto paura.
Mi presi il tempo necessario per finire di lavarmi e sistemarmi. Poi recuperai dal mobile dell'intimo pulito e un tampone. Mi sistemai e infine uscii dal bagno. Non appena Marco mi vide, il suo sguardo si fermò su di me.
«Chi ti ha dato il permesso di cambiarti, schiava?»
Rimasi senza parole. Aprii appena la bocca, ma non feci in tempo a rispondere. «Toglilo»
Abbassai lo sguardo e obbedii lentamente, ancora incredula per essere stata rimproverata proprio per una cosa che avevo fatto pensando di non sbagliare.
«Adesso prepara qualcosa da mangiare. Gradirei della frutta»
«Sì, Padrone» mormorai.
Mi avviai verso la cucina. Fuori, intanto, il sole stava iniziando lentamente a calare. Aprii il frigorifero e presi dell'uva, la lavai, ne staccai qualche grappolo e la sistemai in una ciotolina. Poi tornai in soggiorno.
Marco si era sistemato sul divano. Posai la ciotola davanti a lui. Mentre lo facevo, il mio sguardo cadde casualmente sull'orologio.
Le diciotto. Mancava meno di un'ora alla fine della sessione.
Mi spostai quindi davanti al divano e mi rimisi a terra, nella mia posizione di attesa. Marco prese qualche acino dalla ciotola e iniziò a mangiarlo.
Dopo qualche istante ne prese uno e me lo porse. Lo presi e lo mangiai, poi me ne porse un altro. Continuò così per qualche minuto, con la stessa naturalezza con cui aveva mangiato poco prima. A un certo punto Marco mi guardò.
«La prossima settimana non ci sarò. Devo partire per risolvere l'imprevisto di lavoro di questa mattina»
Annuii. Non aggiunse altro e tornò al suo computer.
Io rimasi nella mia posizione, aspettando. Il tempo passò lentamente e a causa dell'acqua bevuta, iniziai a sentire il bisogno di andare in bagno. Pensai di chiedere il permesso, ma ormai le 19 si stavano avvicinando e presto sarei tornata a casa. Così resistetti evitandomi quella richiesta che suonava tanto di umiliazione.
Quando finalmente Marco si avvicinò, capii che la sessione stava per concludersi.
«È ora. La sessione è conclusa» gioì dentro me. Ma prese la borraccia e me la porse. «Prima però bevi»
La presi e iniziai a bere. Era di nuovo una quantità importante e, dopo tutto quello che avevo già bevuto durante la giornata, iniziai a fare fatica quasi subito.
«Continua»
Inspirai lentamente e ripresi.
«Non vai via finché non l'hai finita, piccola schiavetta»
Mi concentrai e continuai a bere, un sorso dopo l'altro, fino a quando la borraccia fu finalmente vuota. Marco la prese dalle mie mani, recuperò i miei vestiti e me li porse.
«Vestiti»
Mi rivestii rapidamente lì. Recuperai la borsa e il telefono e mi accompagnò verso la porta. Prima di aprirla, si fermò.
«Visto che oggi non hai rispettato l'ordine di bere e riempire la borraccia da sola, questa sera il permesso di andare in bagno resterà una cosa che dovrai chiedermi»
Sbarrai gli occhi e avrei voluto protestare. Era proprio quello il momento in cui iniziavo ad averne bisogno e sapere di dover chiedere il permesso mi fece sentire improvvisamente ancora più a disagio.
Marco aprì la porta.
«Adesso puoi andare»
Durante il tragitto verso casa trovai molto traffico. Più avanti capii che c'era stato un incidente e la circolazione era rallentata.
Guardai l'orologio più volte. Sentivo soltanto il bisogno di arrivare a casa, per liberarmi. Tra un fermo e l'altro cercavo d'ignorare il disagio e stringevo le gambe a più non posso.
Quando finalmente arrivai, presi immediatamente il telefono. Sapevo di dover rispettare l'ordine di Marco. Gli scrissi chiedendogli il permesso.
La risposta arrivò poco dopo. «Hai impiegato più del dovuto»
Gli spiegai immediatamente del traffico e dell'incidente. Passarono pochi secondi e comparve un'altra risposta.
«Per questa volta può bastare. Vai a liberarti»
Lessi il messaggio e tirai finalmente un sospiro di sollievo. Posai il telefono e mi affrettai a entrare in bagno.
Quella giornata era stata davvero lunga. Ma, mentre finalmente riuscivo a lasciarmela alle spalle, mi resi conto che molte delle cose successe durante quelle ore avrebbero continuato a tornarmi in mente.
13 Settembre 2026
La domenica fu molto più tranquilla. Mi svegliai tardi, ancora stanca per la giornata precedente, e trascorsi la mattina con calma.
Non avevo appuntamenti con Marco e non c'erano impegni particolari da rispettare. Per una volta potevo semplicemente riposarmi.
Durante la giornata ripensai più volte a tutto quello che era successo il giorno precedente. Alla paura e alle nuove regole che mi attendevano. E soprattutto a quanto fosse cambiata una giornata che, all'inizio, avevo immaginato molto più semplice.
Quando ebbi finito, controllai che tutto fosse in ordine e non avevo altro da svolgere, raggiunsi il soggiorno e mi posizionai davanti al divano, come mi era stato indicato quella mattina. Abbassai lo sguardo e rimasi ferma.
Non sapevo quanto sarebbe durato quel momento né quale sarebbe stata la sua prossima decisione. Sapevo soltanto che, fino a quando non mi avrebbe dato un'altra indicazione, quello era il posto in cui dovevo rimanere.
All'inizio cercai semplicemente di non pensare al tempo che passava.
Fuori, Marco continuava a lavorare al computer e dalla mia posizione riuscivo appena a sentire i rumori provenire dal pergolato.
Passarono i minuti.
Poi altri ancora.
Non sapevo quanto fosse passato e, dopo un po', smisi perfino di cercare di capirlo. La posizione iniziava però a diventare sempre più difficile da mantenere. Sentivo le gambe affaticarsi e una sensazione di fastidio crescere lentamente, fino a diventare impossibile da ignorare.
Ogni tanto cercavo di sistemarmi appena, quel tanto che bastava per alleviare la tensione, ma senza abbandonare la posizione.
Davanti a me avevo la borraccia che Marco mi aveva dato quella mattina. Di tanto in tanto la prendevo e bevevo qualche sorso, quasi automaticamente. Sapevo che, per la seconda parte del pomeriggio, avrei dovuto riempirla nuovamente, ma non avevo ancora terminato la quantità che avrei dovuto bere durante la mattina. Guardandola, infatti, mi rendevo conto che ne rimaneva ancora abbastanza, così continuai a bere poco alla volta.
Quando finalmente sentii i passi di Marco avvicinarsi, provai un'immediata sensazione di sollievo, finalmente. Dopo tutto quel tempo, qualcosa stava finalmente per accadere.
Si fermò davanti a me. «In piedi»
Annuii e feci per alzarmi. Il movimento fu più lento del previsto. Dopo tutto quel tempo ferma, le gambe erano rigide e per un istante dovetti cercare l'equilibrio. Marco aspettò, poi si voltò.
«Seguimi»
Lo seguii. Attraversammo il soggiorno e imboccammo il corridoio. Fu allora che, quasi per caso, il mio sguardo cadde sull'orologio appeso alla parete. Mi fermai mentalmente: erano quasi le sedici.
Sgranai gli occhi. Quasi le quattro del pomeriggio. Solo in quel momento realizzai davvero quanto tempo fosse trascorso e che ero rimasta davanti al divano per più di due ore. Non mi ero resa conto di niente.
Marco continuò a camminare e io lo seguii fino alla camera. Una volta dentro, notai subito una sedia posizionata al centro della stanza, esattamente di fronte alla porta. La indicò e ordinò di sedermi. Mi sistemai sulla sedia, cercando di mantenere la calma, mentre lui si avvicinò al mobile e prese le polsiere, mi fece portare le mani dietro la schiena e le legò con un gesto preciso e rapido. Subiti dopo prese nuovamente le pinze che avevo già indossato quella mattina, schiacciò e tirò i capezzoli uno alla volta e applicò le pinze.
In tutto ciò dovetti mordermi il labbro per evitare di gemere, visto che avevo ancora un lieve bruciore dalla mattina. Questa volta, però, li sistemò in modo che il fastidio fosse percepibile fin dall'inizio.
Inspirai lentamente e cercai di non lasciar trasparire troppo quello che stavo provando.
Fece un passo indietro «Rimani qui e non fare rumore» il suo sguardo si fece più serio «Più silenziosa riesci a essere, meglio sarà per te. È chiaro?»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
Marco non aggiunse altro. Si allontanò, uscì dalla stanza e tirò la porta alle sue spalle, lasciandomi sola.
Non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo e proprio quel non sapere iniziò a mettermi addosso una strana tensione. Rimasi immobile, cercando di capire cosa stesse succedendo nel resto della casa.
Passò qualche minuto, forse un paio, anche se non avrei saputo dirlo con certezza, poi sentii il citofono suonare. Il rumore improvviso mi fece trasalire. Subito dopo sentii delle voci dal salone e mi si gelò il sangue. Chi c'era in casa?
Il pensiero mi attraversò la mente immediatamente, poi ripensai alla telefonata di quella mattina, a quelle poche parole che Marco aveva pronunciato abbastanza vicino da permettermi di sentirle: 'puoi passare oggi pomeriggio'.
Le voci continuarono a parlare. All'inizio erano lontane e indistinte, poi lentamente, iniziarono ad avvicinarsi. Sentii il corpo irrigidirsi sempre di più. Guardai verso la porta che era soltanto chiusa, ma non a chiave. Chiunque fosse dall'altra parte avrebbe potuto aprirla. Fu in quel momento che realizzai davvero come mi trovavo: ero in intimo, con i polsi legati dietro la schiena e i capezzoli pinzati.
Il tremore aumentò di colpo. Per qualche secondo dimenticai persino il fastidio che avevo iniziato ad avvertire poco prima.
Adesso riuscivo a pensare soltanto a quelle voci e a tutto ciò che poteva accadere. Fu allora che capii davvero la richiesta di Marco: 'non fare rumore'. Fino a quel momento avevo pensato che fosse semplicemente una delle sue tante indicazioni, ma adesso aveva un significato completamente diverso. Dovevo fare in modo che nessuno si accorgesse della mia presenza.
Cercai di controllare persino il respiro, ma il cuore continuava a battere forte. Talmente forte che, nella mia testa, sembrava impossibile che nessuno potesse sentirlo. Sapevo che era soltanto una mia sensazione, eppure, in quel momento, quel battito sembrava un rumore reale, esterno. Qualcosa che tutti avrebbero potuto sentire.
All'inizio riuscivo a distinguere soltanto qualche parola, poi, lentamente, le voci diventarono più chiare: parlavano del nuovo ufficio e io ascoltavo tutto. Ogni richiesta, suggerimento, ogni misura.
Chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi sulle loro parole, quasi fosse più facile pensare al progetto che alla mia situazione. Ma il mio corpo continuava a tradirmi. Sentivo la tensione nelle gambe, il respiro ancora troppo veloce e il cuore che non accennava a rallentare. Provai a controllarmi. Per qualche minuto sembrò che tutto fosse tornato sotto controllo, poi sentii nuovamente dei passi. Le voci si avvicinarono e il panico tornò all'improvviso. Mi irrigidii.
Per un istante pensai davvero che la porta si sarebbe aperta. Trattenni il respiro. I passi arrivarono sempre più vicini, ma ancora una volta, superarono la porta e iniziarono lentamente ad allontanarsi.
Dopo qualche secondo sentii una porta chiudersi. Solo allora capii che quella persona era andata via, eppure non riuscivo a rilassarmi. Continuavo a fissare la porta davanti a me, aspettando quasi che potesse aprirsi da un momento all'altro.
Sussultai, quando ciò avvenne. Il cuore sembrò accelerare ancora di più e, quando alzai gli occhi, probabilmente il mio volto mostrava tutta la paura che avevo cercato di nascondere.
Ma davanti a me, per fortuna, c'era soltanto Marco.
Entrò e si posizionò davanti a me, il suo sguardo si fece più morbido.
«Sei al sicuro» quelle parole mi fecero finalmente lasciare andare un po' della tensione. «So che hai avuto paura e capisco perché. Ma voglio che tu impari a distinguere la paura dal pericolo»
Lo ascoltai, col cuore che iniziava a rallentare.
«Quello che hai sentito poco fa ti ha fatto credere che stessi per perdere il controllo della situazione. Ma non eri sola e non avrei lasciato che qualcuno entrasse qui senza che tu fossi stata preparata» concluse.
Annuii.
Da dietro la sua schiena tirò fuori la mia borraccia che aveva portato con sé quando era entrato. Me la mostrò.
«È tutta questa quella che hai bevuto?» Erano rimasti circa 200ml su 1 litro.
Guardai la borraccia e annuii.
«L'hai riempita?»
«No, Padrone» risposi titubante.
Il suo sguardo cambiò immediatamente. «Eppure ti avevo detto di berla e riempirla per la seconda parte della giornata. Giusto?»
Abbassai lo sguardo. «Sì, Padrone»
«Allora perché non l'hai fatto?»
Esitai. «Perché...non sono riuscita a finirla tutta»
«Quindi hai preferito non sforzarti e disobbedire al mio ordine» abbassai lo sguardo. «Sei proprio una schiava disobbediente»
Sentii lo stomaco stringersi, ma non risposi.
Prese la borraccia e la portò davanti al mio viso.
«Adesso la finisci»
Il tono non lasciava spazio a esitazioni. La avvicinò, afferrai la cannuccia con la bocca e iniziai a bere. Un sorso, dopo l'altro
Cercavo di andare piano e di non pensare a quanta acqua mancasse, ma la presenza di Marco davanti a me e il silenzio tra noi rendeva ogni secondo più lungo.
«Tutta. Voglio che la svuoti fino al fondo» mi incitò.
Quando finalmente si svuotò la allontanò, si alzò e uscì dalla stanza, tornando qualche minuto dopo con la borraccia nuovamente piena. La posò a terra.
«Questa è per dopo» mi informò e avvicinando le mani al mio petto, afferrò la catena e la tirò verso di sé.
Sussultai non appena sentii i capezzoli tirare. Li tese un minimo, ma quel minimo bastò. Mollò improvvisamente la presa, e mugolai appena, mentre lui fece il giro posizionandosi alle mie spalle.
«Fanno ancora male?»
Inspirai «Un po', Padrone»
Accennò appena un sorriso. Si spostò dietro di me e portò lentamente le mani davanti al mio corpo. Rimasi tesa, cercando di capire cosa avesse intenzione di fare.
Con tutta la lentezza possibile, Marco iniziò a liberare i capezzoli dalle pinze. Le sganciò nello stesso momento, mantenendoli tesi fino all'ultimo istante. Il dolore cresceva progressivamente da entrambi i lati e io strinsi i denti e chiusi gli occhi, cercando con tutte le mie forze di non reagire. Alla fine le sganciò nello stesso momento e subito dopo mi colpì con due schiaffi i seni.
Sussultai riuscendo a non emettere alcun suono, ma il mio volto tradiva comunque la sofferenza.
Le sue mani tornarono a cercare con calma i capezzoli, ne afferrò uno, lo strinse forte e lo ruotò lentamente. Sentii la pressione tra le dita aumentare e spalancai gli occhi. Cercai immediatamente di trattenermi, non volevo lasciarmi sfuggire nessun suono. Ma era difficile e alla fine i mugolii uscirono comunque dalle mie labbra, quasi contro la mia volontà.
Marco continuò, aumentando lentamente la pressione e il ritmo. Io strinsi i denti, cercando di rimanere ferma e di non reagire.
Ma ogni volta che pensavo di esserci riuscita, un altro piccolo suono mi tradiva.
Poi si fermò e per un istante pensai che avesse finito, ma ricominciò dall'altro lato. Cercai di essere ancora più silenziosa, ma i mugolii tornarono a sfuggirmi.
Marco, invece, rimase concentrato, alternando momenti in cui si fermava ad altri in cui riprendeva con maggiore decisione.
«Guarda come reagiscono subito. Basta davvero poco per farli diventare così duri e sensibili» disse con una calma che contrastava con la mia.
Poi con una mano mi afferrò delicatamente il collo, istintivamente curvai appena la schiena, mentre con l'altra afferrò un seno e lo strinse tra la sua mano. Sentii il respiro spezzarsi, ma cercai di non andare in panico e di mantenere la calma. Marco sapeva quello che stava facendo, pensai. Durò pochi secondi e non strinse neanche forte, ma per me era assolutamente nuovo. Poi lasciò entrambe le prese, si spostò nuovamente davanti a me e mi porse la borraccia. Non servì dirmi nulla, mi avvicinai meglio e iniziai a bere.
Non appena la tolse mi ordinò di aprire la bocca, di tirare fuori la lingue e di guardarlo.
Obbedii. Il suo sguardo era calmo, quasi divertito.
«Vediamo se ti ricordi ancora come si fa»
Iniziò lentamente a passarmi ogni singolo dito, a partire dal pollice, sulla lingua come ad accarezzarla. Uno usciva e l'altro entrava. Quando finirono avvicinò indice e medio, e li fece scivolare lentamente dentro senza andare troppo giù. Non appena le sentii entrare, ebbi un piccolo sussulto e mi sentii improvvisamente più rigida. Ripeté il gesto più volte, in modo lento e controllato, trascinando con se qualche lieve filamento di saliva che andava a formarsi. Ogni tanto le allargava, anche, permettendo alla bocca di allargarsi.
Successivamente aggiunse un terzo dito, aumentando ulteriormente l'intensità del gesto. Spalancai appena gli occhi, mentre il respiro mi si bloccò per un istante e sentii la mascella tendersi, mentre le tre dita provavano a scivolare dentro tutti insieme. Dovetti fare uno sforzo per non sottrarmi.
Marco se ne accorse. «È ancora facile così, su. Non fare la difficile» mi disse «Apri bene»
Inspirai lentamente e cercai di aprire più che poteva la bocca. Le dita scivolarono lentamente dentro fino alla prima falange e avvertii una maggiore produzione di saliva. Gli occhi iniziarono a inumidirsi per lo sforzo e sentii il viso diventare caldo, così iniziai a deglutii d'istinto «Non deglutire. Respira dal naso» mi disse.
Cercai di seguire immediatamente la sua indicazione. Inspirai lentamente, tentando di mantenere il controllo ogni volta che respingeva le dita dentro. «Così. Brava, puttanella» mi disse mentre della saliva colava dalle sue dita al mio petto.
Quel nomignolo mi fece arrossire, ma non ebbi nemmeno il tempo di pensare, che furono di nuovo dentro. Provò ad andare qualche millimetro più dentro, ma cominciai a fare più fatica.
Il respiro diventò irregolare e sentii la gola chiudersi leggermente, nonostante non la stesse toccando. Provai a inspirare dal naso, come mi aveva detto, ma ormai la tensione mi aveva bloccata. Iniziai a tossire e mi portai istintivamente indietro, cercando aria. Marco si fermò immediatamente, permettendomi di recuperare aria. Quella volta era davvero troppo. Non riuscivo più a fingere il contrario.
«Devi allenarti molto su questo» mi disse, mentre mi porgeva nuovamente la borraccia, da cui iniziai a bere.
La frase mi fece abbassare lo sguardo. Poi riprese il gioco, andando più graduale. Inserì nuovamente due dita dentro e si fermò al punto precedente per qualche istante, poi le spinse più dentro fino al mio punto di arrivo, quello in cui iniziavo a sentire i primi conati. La sensazione mi fece reagire immediatamente, tossendo e cercando istintivamente di arretrare.
«Stai ferma» ma non arretro. Si bloccò in quel punto, io continuai ad avere conati uno dopo l'altro e scossi la testa cercando di fermarlo, ma lui non si mosse. In preda al panico di vomitare lì, mi ricordai di ciò che mi aveva insegnato mesi prima. A quel punto i conati rallentarono, anche se la difficoltà rimase.
Lui sentendomi calmare un attimo ridusse subito la pressione e mi lasciò lo spazio necessario per respirare. Inspirai profondamente. Quando si accorse che avevo finalmente ripreso a respirare con maggiore regolarità, tornò a spingerle e avvertii nuovamente i conati, che però riuscii a gestire subito. Questo permise a Marco di spingersi qualche lieve centimetro più giù e di superare la secondo falange. Il cambiamento mi fece irrigidire immediatamente, tanto da non riuscire a trattenere i conati.
«No, calmati» mi incoraggiò bloccandosi in quella posizione. Io non riuscii a seguirlo, quei conati mi procuravano solo panico e tensione. Avvertii gli occhi inumidirsi per lo sforzo e lo guardai pregandolo con lo sguardo.
Tirò lievemente le dita verso fuori, senza spostarsi di molto, ma permettendomi di recuperare aria. E senza avvertirmi in nessun modo, approfittando della mia concentrazione a respirare, le spinse nuovamente dentro fino al punto massimo in cui si era spinto oggi. Provai a spingermi indietro con la testa, ma la bloccò con l'altra mano. Continuai a produrre sempre più saliva, che cercai di mandare fuori, invece di deglutirla.
Pochi istanti dopo si fermò e fuoriuscii del tutto. Tossii e lasciò che recuperassi completamente il respiro. Nel mentre, lo vidi uscire dalla stanza e sentii il rubinetto aprirsi.
Rimasi sola per qualche istante, ancora affaticata. Avevo ancora la bocca affaticata e sentivo il viso caldo.
Quando tornò nella stanza, si fermò nuovamente davanti a me.
«Devi allenarti molto su questo, perché quello che hai fatto oggi non è sufficiente. Quello che hai provato finora è soltanto una parte di ciò a cui dovrai abituarti» sentii lo stomaco stringersi. «Più avanti sarà più impegnativo. Ci saranno momenti in cui dovrai gestire qualcosa di molto più grande di quello che hai affrontato oggi»
Deglutii lentamente.
«E il tuo compito sarà essere pronta»
Non sapevo ancora quando sarebbe arrivato quel momento, ma avevo capito che, nei piani di Marco, era già qualcosa di concreto. E proprio questo mi fece sentire una nuova, sottile tensione.
Mi fece alzare e mi accompagnò verso il mio bagno. Una volta dentro, si occupò di liberarmi dall'intimo e dalle polsiere, poi indicò la vasca. «Dentro»
Obbedii e mi avvicinai lentamente, fermandomi prima di entrare.
«Signore...» mi guardò. «Posso fare da sola?»
Per qualche secondo non disse nulla, poi scosse lentamente la testa. «No. È compito mio prendermi cura di te»
Abbassai lo sguardo.
«Lo so... ma...» esitai, cercando le parole «Con il ciclo mi sento in imbarazzo»
Marco rimase a guardarmi. Non sembrava infastidito dalla mia richiesta. Il suo sguardo si fermò per qualche secondo sul mio volto, quasi a cercare di capire quanto fosse sincero quell'imbarazzo.
«Ho capito» decretò, facendo un passo indietro. «Va bene» si voltò e aprii la porta, ma si bloccò con un piede oltre la soglia.
«Immagino tu non abbia necessità di liberarti, vero?» Solo allora mi resi conto che, presa dall'imbarazzo, avevo completamente dimenticato di chiederlo. Rimasi in silenzio. «Come immaginavo. Non ti è concesso liberarti, trattieni fino a nuovo ordine» e uscii lasciandomi finalmente sola. Non era stato necessario insistere, aveva semplicemente capito che, quella volta, avevo bisogno di un po' di privacy.
Finalmente avevo qualche minuto per riflettere su tutto quello che era successo fino a quel momento. La giornata era stata molto più intensa di quanto avessi immaginato. C'erano stati momenti in cui mi ero sentita completamente sicura e altri in cui avevo avuto paura.
Mi presi il tempo necessario per finire di lavarmi e sistemarmi. Poi recuperai dal mobile dell'intimo pulito e un tampone. Mi sistemai e infine uscii dal bagno. Non appena Marco mi vide, il suo sguardo si fermò su di me.
«Chi ti ha dato il permesso di cambiarti, schiava?»
Rimasi senza parole. Aprii appena la bocca, ma non feci in tempo a rispondere. «Toglilo»
Abbassai lo sguardo e obbedii lentamente, ancora incredula per essere stata rimproverata proprio per una cosa che avevo fatto pensando di non sbagliare.
«Adesso prepara qualcosa da mangiare. Gradirei della frutta»
«Sì, Padrone» mormorai.
Mi avviai verso la cucina. Fuori, intanto, il sole stava iniziando lentamente a calare. Aprii il frigorifero e presi dell'uva, la lavai, ne staccai qualche grappolo e la sistemai in una ciotolina. Poi tornai in soggiorno.
Marco si era sistemato sul divano. Posai la ciotola davanti a lui. Mentre lo facevo, il mio sguardo cadde casualmente sull'orologio.
Le diciotto. Mancava meno di un'ora alla fine della sessione.
Mi spostai quindi davanti al divano e mi rimisi a terra, nella mia posizione di attesa. Marco prese qualche acino dalla ciotola e iniziò a mangiarlo.
Dopo qualche istante ne prese uno e me lo porse. Lo presi e lo mangiai, poi me ne porse un altro. Continuò così per qualche minuto, con la stessa naturalezza con cui aveva mangiato poco prima. A un certo punto Marco mi guardò.
«La prossima settimana non ci sarò. Devo partire per risolvere l'imprevisto di lavoro di questa mattina»
Annuii. Non aggiunse altro e tornò al suo computer.
Io rimasi nella mia posizione, aspettando. Il tempo passò lentamente e a causa dell'acqua bevuta, iniziai a sentire il bisogno di andare in bagno. Pensai di chiedere il permesso, ma ormai le 19 si stavano avvicinando e presto sarei tornata a casa. Così resistetti evitandomi quella richiesta che suonava tanto di umiliazione.
Quando finalmente Marco si avvicinò, capii che la sessione stava per concludersi.
«È ora. La sessione è conclusa» gioì dentro me. Ma prese la borraccia e me la porse. «Prima però bevi»
La presi e iniziai a bere. Era di nuovo una quantità importante e, dopo tutto quello che avevo già bevuto durante la giornata, iniziai a fare fatica quasi subito.
«Continua»
Inspirai lentamente e ripresi.
«Non vai via finché non l'hai finita, piccola schiavetta»
Mi concentrai e continuai a bere, un sorso dopo l'altro, fino a quando la borraccia fu finalmente vuota. Marco la prese dalle mie mani, recuperò i miei vestiti e me li porse.
«Vestiti»
Mi rivestii rapidamente lì. Recuperai la borsa e il telefono e mi accompagnò verso la porta. Prima di aprirla, si fermò.
«Visto che oggi non hai rispettato l'ordine di bere e riempire la borraccia da sola, questa sera il permesso di andare in bagno resterà una cosa che dovrai chiedermi»
Sbarrai gli occhi e avrei voluto protestare. Era proprio quello il momento in cui iniziavo ad averne bisogno e sapere di dover chiedere il permesso mi fece sentire improvvisamente ancora più a disagio.
Marco aprì la porta.
«Adesso puoi andare»
Durante il tragitto verso casa trovai molto traffico. Più avanti capii che c'era stato un incidente e la circolazione era rallentata.
Guardai l'orologio più volte. Sentivo soltanto il bisogno di arrivare a casa, per liberarmi. Tra un fermo e l'altro cercavo d'ignorare il disagio e stringevo le gambe a più non posso.
Quando finalmente arrivai, presi immediatamente il telefono. Sapevo di dover rispettare l'ordine di Marco. Gli scrissi chiedendogli il permesso.
La risposta arrivò poco dopo. «Hai impiegato più del dovuto»
Gli spiegai immediatamente del traffico e dell'incidente. Passarono pochi secondi e comparve un'altra risposta.
«Per questa volta può bastare. Vai a liberarti»
Lessi il messaggio e tirai finalmente un sospiro di sollievo. Posai il telefono e mi affrettai a entrare in bagno.
Quella giornata era stata davvero lunga. Ma, mentre finalmente riuscivo a lasciarmela alle spalle, mi resi conto che molte delle cose successe durante quelle ore avrebbero continuato a tornarmi in mente.
13 Settembre 2026
La domenica fu molto più tranquilla. Mi svegliai tardi, ancora stanca per la giornata precedente, e trascorsi la mattina con calma.
Non avevo appuntamenti con Marco e non c'erano impegni particolari da rispettare. Per una volta potevo semplicemente riposarmi.
Durante la giornata ripensai più volte a tutto quello che era successo il giorno precedente. Alla paura e alle nuove regole che mi attendevano. E soprattutto a quanto fosse cambiata una giornata che, all'inizio, avevo immaginato molto più semplice.
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