Vita in campagna
scritto il 2026-11-03 tempo di lettura 22 min
di
Laura m
genere
Etero, Trio
cura
B+
Vita di campagna
Era arrivata in quella fattoria da due giorni; ora si godeva il paesaggio della campagna ridente, con le colline che sfumavano nella luminosità di quel mattino e tutti i campi di diverso colore per via delle diverse colture: sembrava di guardare una tela di un impressionista. Quel panorama le dava sensazioni di pace e serenità, non c’erano rumori di automobili, né strombazzamenti di clacson, al massimo l’abbaiare di un cane lontano, il qua qua delle anatre giù nell’aia e lo starnazzare di una gallina inseguita da un gallo dalla cresta rossa: per sfuggirgli la gallina correva a zig zag sul prato giallo dell’aia, ma il gallo con un salto le fu sopra, la bloccò e tenendola sotto le sue zampe aprì le ali e fece tre o quattro salti, poi scese tutto impettito. “Hai visto come l’ha trombata? Deciso ed efficace”. A parlare era stata una giovane donna che le era arrivata dietro, senza che Adalgisa se ne fosse accorta. Si girò per guardarla: non la conosceva. Si presentò: “Sono Adalgisa, ho preso in affitto una camera di questa fattoria” e tese la mano. L’altra gliela prese e scuotendola restituì il saluto: “Piacere, sono Piera, benvenuta!”. Era una ragazzona robusta, alta con un bel seno e dai fianchi forti e poderosi. “Sono qui perché devo concentrarmi sul mio lavoro, un saggio su una scrittrice americana, mi fermerò qui per almeno un mese ...” - “Io qui ci sono nata, ci vivo e ci lavoro, faccio un po’ di tutto, mi occupo della stalla e del pollaio, aiuto nei campi quando ce n’è bisogno. Sono contenta di sapere che ti fermi qui, così ogni tanto ci scambieremo qualche parola ... Qui sono tutte persone mature, tranne Marcello che accudisce la stalla.” – “Ma cosa hai detto a proposito del gallo? Non ho capito bene ...! – “Che ha trombato la gallina” – “Cioè?” – “Oh mio dio, non lo sai che vuol dire? Si vede che sei cittadina. Significa che ha fatto ciò che i maschi fanno alle femmine, l’ha scopata.” – “E scopano così i polli? Non lo sapevo ... scusa la mia ignoranza”. “Beh allora avrai modo di impararlo, qui trombano tutti: polli, conigli, cani, capre, vacche e tori, ed anche uomini e donne. E lo fanno davanti a tutti ..” – “Anche gli uomini e le donne?” - “Ma no, dai! uomini e donne cercano di non farsi vedere, specie se sono sposati! E scoppiò in una sonora risata che le fece tremolare il seno. “E tu come lo sai?” – “Prima o poi si scoprono quelli che trombano di nascosto ... Ora vado, ciao!” – “Ciao”- Adalgisa la seguì con gli occhi, mentre si allontanava dimenando il sedere. “Però ... ha un bel fisico” pensò e lo paragonò al suo, piuttosto esile. “Chissà chi la tromba” e la immaginò distesa su un letto mentre riceveva gli omaggi di ... “di chi? ma di uno, che ne so?”. E se ne tornò dentro dove l’aspettava un computer su cui scrivere qualcosa sulla scrittrice americana.
Adalgisa era vissuta sempre in città, aveva frequentato l’università ed ora a ventisette anni aveva voluto fare l’esperienza della campagna. Qui c’era l’aria, c’era il sole, c’era il verde. La vista che offriva la sua finestra la riempiva di serenità ... ma anche di curiosità, come il gallo che trombava le galline: non ci aveva mai pensato, non sapeva che i galli si comportassero come gli uomini. Ma doveva nascondere il suo attrezzo, perché non si vedeva nulla, i cani invece li aveva visti, per strada e aveva viso anche gli uomini, perché aveva avuto due fidanzati con i quali aveva fatto l’amore. Il primo quando aveva diciassette anni, era stato un amore romantico, avevano scopato pudicamente un paio di volte, poi tutto era finito. Col secondo le cose erano state più complesse: lui aveva trent’anni, lei ventitré, lui era stato con altre donne (era stato sincero, glielo aveva detto), era eroticamente esperto, le aveva insegnato molte cose. Aveva imparato a prenderlo in mano, a segarlo, a leccarlo, succhiarlo. Era bello quando lui era nudo e l’abbracciava, le stringeva le chiappe e poi posandole le mani sulle spalle la faceva abbassare fino a quando il suo membro era all’altezza della bocca di lei: glielo strofinava sulle labbra, poi forzando leggermente, lo spingeva dentro. A lei piaceva tenerlo in bocca, perché era il momento in cui era lei la padrona, sentiva di poterlo dominare in quei momenti. E padrona si sentiva anche quando lui le leccava le parti intime: le chiedeva di mettersi sdraiata con le gambe in aria e così le leccava la fica, le succhiava la clitoride e spesso anche l’ano. E poi la ... trombava, sì, proprio così, la trombava, le era piaciuto il verbo usato da Piera. Mentre ripensava a quel tempo, inavvertitamente si era portata la mano sulla vagina ... Anche questo era un insegnamento di Gianni: la faceva masturbare mentre lui la guardava e si accarezzava il cazzo. Ora lui non c’era, ma era piacevole lo stesso giocare con sé stessa, con la sua fica e sfiorandosi anche l’ano, l’unico buco ancora vergine.
Tornò ai suoi studi. La scrittrice era Anais Nin, in quei giorni stava leggendo e commentando Il delta di venere e precisamente il racconto in cui lei stava tentando di resuscitare con la bocca il cazzo moscio di un anziano. Non era un racconto entusiasmante, mentre le era piaciuto quello in cui la Nin si soffermava sul suo rapporto lesbico con un’amica sposata. Ecco questo mancava a lei, non aveva mai fatto sesso con una donna: chissà cosa si prova a leccare una fica ... La Nin non scendeva a questi particolari ... Le sarebbe piaciuto provare ... chissà, la Piera? Così genuina, con le sue tette grosse e quel sedere maestoso ... cosa nascondeva tra le sue cosce? Tornò alla finestra, perché quei pensieri le avevano tolto la concentrazione necessaria allo studio. L’aia era popolata da pollame vario ... ecco il gallo, ma ecco anche Piera, non era sola, accanto a lei camminava un bel giovane, aitante, doveva essere Marcello. Parlavano e ridevano, poi si salutarono, mentre lei si allontanava lui le dette una pacca sul culo, lei si voltò e gli fece la linguaccia. Sicuramente trombavano. Chissà in che modo ... dai loro gesti sembrava che non fossero molto raffinati ... Gianni era molto libidinoso, ma i suoi modi erano quelli di un gentiluomo.
I giorni passavano sereni. Adalgisa leggeva, scriveva, ogni tanto tornava alla finestra a contemplare il paesaggio e la vita animale che si svolgeva nell’aia; qualche volta aveva visto passare Marcello intento ai suoi lavori, mentre Piera si faceva vedere frequentemente, ma sempre indaffarata. Più la guardava e più si chiedeva cosa avesse tra le gambe: si depilava come lei o si teneva la peluria? Le sarebbe piaciuto verificarlo. Poi, allontanava dalla sua mente quei pensieri che la turbavano. Un giorno scese nell’aia, incuriosita di quello che vi accadeva. Entrò nella stalla, che odore di letame! C’era la signora, la proprietaria della fattoria, era laggiù in fondo, all’altro capo della fila. Non fu vista, e lei che si preparava ad avvicinarsi per salutarla, si diresse alla sua destra, dove in un recinto a parte c’era il toro, gigantesco. Si chiese come facesse a trombare le vacche, mah! L’avrebbe chiesto a Piera. Con la coda dell’occhio vide che all’altro capo della fila c’era ancora la signora, ma non era più sola: stava strettamente abbracciata ad un uomo che mentre la baciava in bocca le accarezzava i fianchi e il culo. Le venne la curiosità di vedere il seguito, trovò un angolino da dove poteva guardare senza esser vista. I due si palpavano con una certa energia, poi lei si girò e si appoggiò su una panca, lui le sollevò la veste e tirò giù le mutande. Il bianco di quel culo illuminò per poco la scena, perché lui tenendo il cazzo in mano lo indirizzò tra quelle chiappe e nascose la scena. Trombavano. Adalgisa si fece piccola piccola, ma non perse nulla di quel che accadeva. Pochi minuti, poi appena la signora fu soddisfatta, l’uomo lo tirò fuori, si masturbò fino a quando lo schizzo non approdò sul culo di lei. Lui tirò fuori un fazzoletto, asciugò i glutei della signora, poi il suo membro. Si rivestirono in fretta, poi si scambiarono un rapido bacio sulla bocca e scapparono, uno a destra e l’altra a sinistra. Ecco cosa succede in campagna, pensò Adalgisa mentre si avviava alla sua camera. La scopata di quei due l’aveva turbata. Sentiva un certo non so che tra le cosce, una voglia di cazzo in bocca che non sentiva da tempo. Entrata in camera, chiuse la porta con il lucchetto, si spogliò, si sdraiò sul letto e cominciò a toccarsi la fica. Vedeva ancora quel cazzo che si avvicinava al culo bianco della padrona, vedeva lui che glielo infilava dentro ... ma dentro dove? Nella vagina? Nel culo? Forse nella vagina, perché dopo aveva eiaculato fuori ... bello ... le avrebbe offerto la sua bocca, era da tempo che nessuno le aveva sborrato in bocca. La sua mano continuava a massaggiare la fica, le sue dita entravano ed uscivano ... voleva un piacere più forte sì, aveva ancora una mano libera, si accarezzò il culo, trovò il buco, sì, così: un cazzo nella fica e uno nel culo: si immaginò seduta su un cazzo, piegata in avanti pronta per riceverne un altro tra le chiappe. La campagna mi fa fare brutti sogni, pensò. Davanti a lei c’era l’armadio, lo aprì, si guardò allo specchio. “Non sono poi così brutta”, pensò. Si accarezzò i seni, se li strizzò, poi si guardò fra le gambe. Non era brutta nemmeno lì ... Allargò le gambe, se la toccò .... com’era bello quando Gianni gliela leccava, si sedeva a terra, lei di sopra a gambe larghe e lui che le passava la lingua e le succhiava le grandi labbra; poi lei si chinava fino a prenderlo in bocca, si succhiavano entrambi, lei gli bagnava il viso, lui le schizzava in bocca. Bello! Ma ora era sola, non poteva far altro che masturbarsi.
Una mattina, era ancora vestita della sola camicia da notte, mentre leggeva una delle novelle della Nin, sentì bussare: “Avanti!”, disse. Entrò Piera: “Disturbo?”. “Entra vieni, scusa ma sono ancora discinta”: “Come sei?”- “Discinta, mezza nuda”. “Le intellettuali dicono sempre parole difficili ... Come sei carina ... ma la camicia è trasparente!” – “Davvero? È che dietro di me c’è la luce del sole. Che vedi?” – “Si vede poco, si vedono i seni e che sei senza mutande, però la patata non si vede” E scoppiò a ridere. “Non ne hai mai viste? Se ti scandalizzi vado a vestirmi ...” – “Ma no, dai, tra donne ... “ – “Sei abituata a tenerla in vista quando sei con donne?” – “No ... è che ... che quando la mattina la padrona mi chiama per darmi qualche ordine, la trovo sempre nuda e la patata in vista”. “Ah sì? E’ così sporcacciona la padrona?” – “Già ...”. “A te dispiace trovarla in quel modo?” . Le prime volte, volevo tornarmene a casa, ora ci ho fatto l’abitudine. A volte vuole che la ... la guardi mentre lei se la strofina...” . “E tu?” – “Beh, la guardo ... lei si contorce, ansima fino a quando non giace sfinita. Prima avevo paura che stesse male, ora so che prova molto piacere ... Una mattina mi chiese di toccargliela e di strofinargliela, mi insegnò come fare ...” – “Quanti anni avevi”? – “Diciassette”. “E ora?” – “Ventitré” – “Quindi sono sei anni che le massaggi la patata.” – “Sì, e cinque che gliela lecco...”- “Ah, perbacco! Gliela lecchi!” – “Ma lei lecca anche me” – “Ma in quale porcilaia sono caduta! E quindi vi leccate le fiche o le patate come dici tu .. “ – “Se vuoi, posso farlo anche con te ...”. Adalgisa si tacque e si immobilizzò. Da un lato avrebbe voluto interrompere quella conversazione che stava diventando pericolosa, dall’altro ripensò alla domanda che si era posta più volte: cosa aveva Piera tra le cosce? Automaticamente cominciò a tirare su la camicia. Piera vide che da sotto l’indumento apparvero le ginocchia, poi le cosce, prima esili poi sempre più grosse, rotonde e tornite, poi gli inguini, poi il monte di venere sul quale si disegnava una striscia di pelo castano: un triangolo perfetto, con il vertice all’ingiù, a nascondere l’ingresso del piacere. “Vieni, avvicinati, ti piace?” “Sei bella, più bella della signora ... sei fine ... posso toccarla? Ho le mani ruvide, callose ...” – “Sì, toccala” - Piera si avvicinò, allungò la mano e si fermò. “Posso?” – “Puoi”. Piera aprì la mano e adagio adagio l’appoggiò in mezzo alle gambe di Adalgisa, che le allargò un po’ per dare alla ragazza lo spazio necessario per toccarla pienamente a mano aperta. “Come è piccola ... tenera ...”. Vi passò la mano più volte ... poi appoggiò il dito medio sull’apertura della vagina: “Posso?” – “Perché chiedi sempre il permesso?” – “Ho paura di farti male ... come sei bella, liscia ---” – “E tu come sei?” Le mise una mano tra le cosce ... era già bagnata. Le sfilò le mutandine, l’aveva più grossa della sua e l’eccitazione gliela aveva fatta gonfiare, era molto pelosa. “Fatti leccare!”. Piera con un salto raggiunse il letto, vi si sdraiò con le gambe penzoloni, la fica tutta aperta, eccitata, le grandi labbra tremolanti. Adalgisa le scostò le mutande, cercò il clito, lo prese in bocca e lo andava succhiando mentre con la mano le cercava il buchetto. Infilò dentro due dita mentre la leccava e succhiava. Un odore forte, selvatico, di femmina in calore le entrò per le narici, giunse al cervello e le fece fare qualcosa di insolitamente nuovo per lei: si sdraiò tutta aperta, costrinse Piera a venirle sopra, col bacino proprio sul suo viso. Che cosce enormi, che bacino largo, mise le mani sui glutei monumentali di Piera, stringendoli e tirandoli su di sé, le allargò e la leccò dal culo alla fica. Anche Piera non era da meno: le stava mangiando letteralmente la patata, affondando spesso la lingua nel buco del culo ... “Mettimi un dito dentro” farfugliò Adalgisa. Fu come una scossa elettrica, il dito di Piera era grosso e ruvido, sì proprio come lei lo desiderava. Sentì Piera stringere le cosce sul suo capo, quasi a farle perdere il respiro, stava per avere l’orgasmo. Per un attimo lasciò di leccarla e urlò: “Fottimi Piera, fammi venire, fottimi!” – Piera accelerò i movimenti della sua lingua, gliela saettò dentro la fica e affondò di più il dito nel culo; Adalgisa tenne dentro l’ano di Piera la sua lingua, tutte e due si masturbavano con energia. Ebbero l’orgasmo quasi contemporaneamente, l’odore selvatico di Piera le andò di nuovo nel cervello e le fece desiderare di avere un bel cazzo in bocca e uno in fica. “Che bell’odore che hai!”, esclamò Piera, “fammela leccare ancora ...!”. Leccava bene: Adalgisa si mise comoda, allargò le cosce, la lingua di Piera era più delicata delle sue mani, davanti ai suoi occhi c’era il culo maestoso della campagnola; lo accarezzò, poi separò le chiappe per vedere cosa nascondevano; eccola lì la fica pelosa, scostò la fitta lanugine, aprì la fica, la colpì con la punta della lingua, poi il suo sguardo si posò sull’ano, vide che era dilatato, chissà quante volte si era fatta sodomizzare, immaginò Marcello che glielo infilava dentro, beata lei ... queste oscene fantasie e la lingua di Piera le procurarono un altro orgasmo. Finalmente si acquietarono, se ne stettero una accanto all’altra a carezzarsi: si toccavano le tette, le cosce, reciprocamente si accarezzavano fra le gambe ... “Ti fai trombare da Marcello?” – Piera rimase zitta per un po’, poi confessò che scopava con Marcello. “Ti fai sodomizzare?” – “Perché parli difficile? che vuoi dire?” – Adalgisa si decise a usare il linguaggio campagnolo: “Marcello ti incula?”. “Sì, mi incula...” – “Ti piace?” – “Sì, a te?” – “Mai fatto, solo le dita ... Fa male?” – “Solo la prima volta, poi diventa piacevole”. – Adalgisa le prese la testa fra le mani e la baciò in bocca; nonostante quel fisico robusto, i modi di fare e la parlata di una rustica campagnola Piera era mite e delicata; le accarezzò i seni, due bei globi teneri, le leccò i capezzoli. Poi le chiese: “Con chi scopa la padrona?” – “Un po’ con tutti, suo marito è vecchio ma penso che non hanno mai scopato ..” – “Io l’ho vista nella stalla, si faceva scopare da uno ...” - “Nella stalla? ... mi piace accarezzare la tua fica ... Nella stalla scopa con Giovanni, si fa inculare.” – “E tu come lo sai?” – “Lo sappiamo tutti, lei lo fa anche se ci sono persone, non ha vergogna ... Me la fai leccare?” – A quella domanda così inattesa, Adalgisa sorrise, poi accarezzò il viso di Piera, le prese il capo e lo tirò verso il suo grembo: “Mi piacciono le tue labbra e la tua lingua ... leccami lentamente...”.
Da quel giorno, quando si incontravano si scambiavano dolci baci; un paio di volte si incontrarono a letto per saziarsi dei loro corpi. Stava per finire il periodo della sua vita in campagna, Adalgisa aveva quasi portato a fine il suo lavoro, la Nin le aveva regalato qualche pagina seducente ma niente di più di qualche carezza in solitario. Aveva anche imparato a stare con le donne, Piera le era stata maestra e allieva contemporaneamente. Tornata a casa senza dubbio avrebbe provato molta nostalgia di quel culo immenso e di quelle tette simili a piccole mongolfiere; né avrebbe dimenticato quell’odore così selvaggio ed eccitante. La sera prima di partire stava controllando se aveva messo tutto nelle valige, se computer appunti libri e penne fossero state inscatolati, quando sentì bussare. Andò ad aprire: era Piera, con Marcello. Abbracciò la ragazza, strinse la mano dell’uomo. “Sono venuta a salutarti, anche lui ti vuole salutare.” Disse Piera, mostrando Marcello. “Sono felice di poterti dare l’addio o forse meglio un arrivederci” – “Senza dubbio meglio un arrivederci”, rispose Piera, “Forse ti verrò a trovare in città e forse verrai a trovarci ... qui ci sono galline ed anche galli”, scoppiò a ridere e la riabbracciò. Alludeva? Forse sì. Guardò Marcello, era bello ... abbassò lo sguardo per posarlo sugli inguini dell’uomo: lui la guardava fisso. Piera lasciò lei e andò ad abbracciare lui. “Vedo che lo guardi ... gli ho parlato di te, di noi due ... gli piacerebbe stare con noi... “ – “E tu non sei gelosa?” – “Io gelosa? Di te? Non siamo gelosi ...” – Adalgisa sentì di avere via libera. Si avvicinò a Marcello, lo abbracciò, gli fece capire di voler essere baciata. Il giovane la strinse al petto e le cercò la bocca, si baciarono succhiandosi le lingue. Con la coda dell’occhio vide Piera che sorrideva allora prese coraggio e allungò la mano, sentì che l’aveva già duro. Si baciarono ancora mentre lei gli massaggiava il membro e lui le poggiava le mani sui glutei. Piera si accarezzava il seno. Adalgisa gli slacciò la cintura, si fece spazio e andò a toccare il cazzo, lo tirò fuori, lo soppesò nella mano: era bello, duro, anche grosso ma non enorme. Piera si leccò le labbra e con una mano si alzò la gonna e mise l’altra sulla patata. “Leccaglielo!” le disse. Adalgisa si abbassò lentamente, guardando sempre Piera negli occhi quasi per avere il suo consenso, Piera invece stava attenta ai movimenti che lei faceva. Adalgisa dovette inginocchiarsi, guardò Marcello. “Leccalo e succhialo”, le disse lui. Gli leccò il prepuzio, poi glielo leccò tutto, infine aprì la bocca e ve lo fece scomparire. Piera si venne ad inginocchiare vicino all’amica, le alzò la veste, sfilò le mutandine, fece viaggiare la sua mano dalla fica al culo, stimolandoli. La sua amica allora lasciò il cazzo di Marcello e glielo indirizzò verso la bocca, lei lo ingoiò voracemente. Era meraviglioso vedere come Piera faceva tutto con naturalezza, non c’erano artifici in lei, né cultura, era la personificazione della natura. La volle vedere tutta nuda, con la sua grande fica il suo pelo il suo odore ... “Andiamo a letto, qui è scomodo”. Prima di sdraiarsi, si spogliarono: Marcello ebbe l’onore di essere spogliato dalle ragazze, queste fecero da sole. Marcello conosceva il corpo di Piera ma non quello della ragazza di città: rimase parecchio a guardare i piccoli seni, Piera lo spinse a chinarsi per baciarli, anche lei li baciò. Adalgisa intanto si beava a tenere in mano il cazzo di Marcello, era da qualche tempo che non le capitava di toccarne uno per colpa degli studi. Aveva una voglia! “Perché non mi chiavi?” Lo disse ad alta voce, Piera la sentì e: “Trombaci tutte e due, a turno!” – “Ma certo, mie belle gnocche¸ dai, Piera, leccala, io mi metto dietro di te” – Adalgisa si stese per offrirsi a Piera. Marcello guardava, il cazzo gli era tornato moscio. Il panorama posteriore di Piera era bellissimo, in quella posizione era un invito di duplice significato: fica o culo? Ma Marcello era distratto da un’altra visione, sotto i colpi della lingua di Piera il viso di Adalgisa era percorso da moti di piacere, la bocca si apriva e chiudeva a secondo del respiro. Marcello si portò dietro la sua testa, gliela prese e la tenne ferma, ficcandole poi il cazzo nella bocca. Adalgisa fu sorpresa ma poi cominciò a fare movimenti sulla schiena in su e giù per dar modo alla ragazza di leccarla in profondità e al maschio di spadroneggiare nella sua bocca. Dopo un po’ Piera protestò: “Ma non dovevi trombare me?” – E allora Marcello si rimise dietro a lei: come rimbalzavano quelle belle chiappe, strofinò contro di loro il membro, poi cercò la fica e vi penetrò. I gemiti di Piera diventarono più frequenti, le sue invocazioni diventarono quasi strilli: bello! Sì, sbattimi la fica, lo vorrei sempre dentro, come trombi bene! Per urlare tralasciava Adalgisa ma questa era pronta a tirarla per i capelli e a riportare la bocca sulla sua vagina. Improvvisamente Marcello si fermò: “Che fai?” – “Fammi prendere fiato, amore! Stai ferma però, ora ti prendo il culo ... tu continua a leccare, scaldami per bene la piccola.. ” – Anche Piera prese fiato, si sistemò meglio, le due semisfere si separarono, si aprirono le porte, il re fece il suo ingresso trionfale. Adalgisa era curiosa, volle guardare, si mise sui ginocchi e si spostò lateralmente. Piera si trovava in una posa oscenamente bella e suggestiva. Vide il cazzo avvicinarsi alla spaccatura, saggiarla, adagiarsi sul buco; poi lui cominciò a spingere piano. Sì sì sì, faceva Piera sollevando il bacino in modo da prenderlo tutto: Adalgisa , per fare qualcosa mise le mani sotto Piera e se le trovò piene delle tette morbide dell’amica- “Sborro sborro!” gridò Marcello. “Oh dio, e adesso?” si chiese sgomenta Adalgisa; Marcello uscì dalla stanza. Adalgisa guardò Piera come per dire “dove va?” – “Tornerà fra poco, sarà andato a lavarsi ...”- “Ora tocca a me, vero?” – “Sì.” – “Fa male?” – Piera rise: “Vedrai che non è nulla. – “A te è piaciuto? Sembrava tu soffrissi” – “Se ne raccontano tante ... poi dopo che l’hai fatto ti accorgi che è stato piacevole ed hai sempre voglia di farlo in quel modo ... Dammi un bacio ...”. Si abbracciarono. “Non temere mia Adalgisa, è bello sentirselo dentro nelle visceri, più che nella fica, ti senti soddisfatta, lo rifarei anche ora ..” Furono interrotte dall’arrivo di Marcello, aveva fatto la doccia, la sua pelle riluceva; Adalgisa lo guardò fra le gambe, il suo cazzo gli penzolava, era scappellato, ebbe voglia di tenerlo in bocca: gli corse incontro, l’abbracciò poi si lasciò scivolare a terra fino a quando lo prese in bocca. Che voglia aveva di essere sborrata. Sul culo sentì la mano di Paola, lo tirò indietro per riceverne la mano sulla patata. “Dai, ragazze, smettete di giocare fra di voi, io devo portare a termine il mio lavoro”. Era forte, prese Adalgisa sulle braccia e la depositò sul letto, poi le fece mettere le gambe sulle spalle. “O mamma mia, che bellezza!” esclamò nel vederla in quella posizione. Marcello si inginocchiò e cominciò a leccarla: “Che fichetta pulita, odorosa”. Quando ritenne che fosse pronta, si alzò, prese il cazzo in mano e lo puntò contro di lei; glielo strofinò sullle cosce, poi sul monte di venere, sulle grandi labbra e infine tra la spaccatura del culo. Il buco era veramente troppo stretto. Diresse l’attrezzo tra le grandi labbra, lo fece scivolare, andò giù, spinse ed entrò. Adalgisa ebbe un sussulto, poi man mano che il membro le entrava, cominciò a lamentarsi. Marcello entrava ed usciva metodicamente, mentre la guardava nel viso: vide che era pronta, la prese da sotto le chiappe, dette due colpi ben assestati e la fece venire tra gemiti e lamenti. Aveva avuto un orgasmo energico. La fece rifiatare. Poi tenendola sempre in quella posizione, si chinò, puntò verso il buchetto e spinse, molto lentamente. La giovane stava per protestare, Piera intervenne baciandola sulla bocca e tenendole la testa: “Cerca di resistere, fra due secondi proverai piacere ...” – Si alzò e si mise dietro l’amica, le mise un cuscino dietro, così poté abbracciarla e carezzarle le tette ed ogni tanto baciarla in viso e succhiarle la lingua. Adalgisa intanto sentiva entrare il cazzo lentamente, le riempiva il canale, ora quasi non sentiva fastidio. Il cazzo si fermò, si adagiò in lei, Marcello le accarezzò la fica, mentre Piera le massaggiava le tette. Ora il cazzo tornò un poco indietro, dopo un secondo spinse in avanti. Cominciò così una lenta altalena, avanti – dietro. Lei sentiva che qualcosa le stava succedendo dentro, una smania, un ansito ... senza sapere perché si portò una mano sulla fica, per massaggiarsi il clito. Ecco, così ... Marcello la stava sodomizzando, il suo cazzo che le strusciava lungo le pareti della vagina era piacevole, le provocava una sensazione strana, era bello sentirsi inculata, sì sì sì ... i colpi diventavano più frequenti e più intensi, si mise due dita dentro la vagina .... “Sì sì sì, vengo! Vengo! Vengo!”
Era arrivata in quella fattoria da due giorni; ora si godeva il paesaggio della campagna ridente, con le colline che sfumavano nella luminosità di quel mattino e tutti i campi di diverso colore per via delle diverse colture: sembrava di guardare una tela di un impressionista. Quel panorama le dava sensazioni di pace e serenità, non c’erano rumori di automobili, né strombazzamenti di clacson, al massimo l’abbaiare di un cane lontano, il qua qua delle anatre giù nell’aia e lo starnazzare di una gallina inseguita da un gallo dalla cresta rossa: per sfuggirgli la gallina correva a zig zag sul prato giallo dell’aia, ma il gallo con un salto le fu sopra, la bloccò e tenendola sotto le sue zampe aprì le ali e fece tre o quattro salti, poi scese tutto impettito. “Hai visto come l’ha trombata? Deciso ed efficace”. A parlare era stata una giovane donna che le era arrivata dietro, senza che Adalgisa se ne fosse accorta. Si girò per guardarla: non la conosceva. Si presentò: “Sono Adalgisa, ho preso in affitto una camera di questa fattoria” e tese la mano. L’altra gliela prese e scuotendola restituì il saluto: “Piacere, sono Piera, benvenuta!”. Era una ragazzona robusta, alta con un bel seno e dai fianchi forti e poderosi. “Sono qui perché devo concentrarmi sul mio lavoro, un saggio su una scrittrice americana, mi fermerò qui per almeno un mese ...” - “Io qui ci sono nata, ci vivo e ci lavoro, faccio un po’ di tutto, mi occupo della stalla e del pollaio, aiuto nei campi quando ce n’è bisogno. Sono contenta di sapere che ti fermi qui, così ogni tanto ci scambieremo qualche parola ... Qui sono tutte persone mature, tranne Marcello che accudisce la stalla.” – “Ma cosa hai detto a proposito del gallo? Non ho capito bene ...! – “Che ha trombato la gallina” – “Cioè?” – “Oh mio dio, non lo sai che vuol dire? Si vede che sei cittadina. Significa che ha fatto ciò che i maschi fanno alle femmine, l’ha scopata.” – “E scopano così i polli? Non lo sapevo ... scusa la mia ignoranza”. “Beh allora avrai modo di impararlo, qui trombano tutti: polli, conigli, cani, capre, vacche e tori, ed anche uomini e donne. E lo fanno davanti a tutti ..” – “Anche gli uomini e le donne?” - “Ma no, dai! uomini e donne cercano di non farsi vedere, specie se sono sposati! E scoppiò in una sonora risata che le fece tremolare il seno. “E tu come lo sai?” – “Prima o poi si scoprono quelli che trombano di nascosto ... Ora vado, ciao!” – “Ciao”- Adalgisa la seguì con gli occhi, mentre si allontanava dimenando il sedere. “Però ... ha un bel fisico” pensò e lo paragonò al suo, piuttosto esile. “Chissà chi la tromba” e la immaginò distesa su un letto mentre riceveva gli omaggi di ... “di chi? ma di uno, che ne so?”. E se ne tornò dentro dove l’aspettava un computer su cui scrivere qualcosa sulla scrittrice americana.
Adalgisa era vissuta sempre in città, aveva frequentato l’università ed ora a ventisette anni aveva voluto fare l’esperienza della campagna. Qui c’era l’aria, c’era il sole, c’era il verde. La vista che offriva la sua finestra la riempiva di serenità ... ma anche di curiosità, come il gallo che trombava le galline: non ci aveva mai pensato, non sapeva che i galli si comportassero come gli uomini. Ma doveva nascondere il suo attrezzo, perché non si vedeva nulla, i cani invece li aveva visti, per strada e aveva viso anche gli uomini, perché aveva avuto due fidanzati con i quali aveva fatto l’amore. Il primo quando aveva diciassette anni, era stato un amore romantico, avevano scopato pudicamente un paio di volte, poi tutto era finito. Col secondo le cose erano state più complesse: lui aveva trent’anni, lei ventitré, lui era stato con altre donne (era stato sincero, glielo aveva detto), era eroticamente esperto, le aveva insegnato molte cose. Aveva imparato a prenderlo in mano, a segarlo, a leccarlo, succhiarlo. Era bello quando lui era nudo e l’abbracciava, le stringeva le chiappe e poi posandole le mani sulle spalle la faceva abbassare fino a quando il suo membro era all’altezza della bocca di lei: glielo strofinava sulle labbra, poi forzando leggermente, lo spingeva dentro. A lei piaceva tenerlo in bocca, perché era il momento in cui era lei la padrona, sentiva di poterlo dominare in quei momenti. E padrona si sentiva anche quando lui le leccava le parti intime: le chiedeva di mettersi sdraiata con le gambe in aria e così le leccava la fica, le succhiava la clitoride e spesso anche l’ano. E poi la ... trombava, sì, proprio così, la trombava, le era piaciuto il verbo usato da Piera. Mentre ripensava a quel tempo, inavvertitamente si era portata la mano sulla vagina ... Anche questo era un insegnamento di Gianni: la faceva masturbare mentre lui la guardava e si accarezzava il cazzo. Ora lui non c’era, ma era piacevole lo stesso giocare con sé stessa, con la sua fica e sfiorandosi anche l’ano, l’unico buco ancora vergine.
Tornò ai suoi studi. La scrittrice era Anais Nin, in quei giorni stava leggendo e commentando Il delta di venere e precisamente il racconto in cui lei stava tentando di resuscitare con la bocca il cazzo moscio di un anziano. Non era un racconto entusiasmante, mentre le era piaciuto quello in cui la Nin si soffermava sul suo rapporto lesbico con un’amica sposata. Ecco questo mancava a lei, non aveva mai fatto sesso con una donna: chissà cosa si prova a leccare una fica ... La Nin non scendeva a questi particolari ... Le sarebbe piaciuto provare ... chissà, la Piera? Così genuina, con le sue tette grosse e quel sedere maestoso ... cosa nascondeva tra le sue cosce? Tornò alla finestra, perché quei pensieri le avevano tolto la concentrazione necessaria allo studio. L’aia era popolata da pollame vario ... ecco il gallo, ma ecco anche Piera, non era sola, accanto a lei camminava un bel giovane, aitante, doveva essere Marcello. Parlavano e ridevano, poi si salutarono, mentre lei si allontanava lui le dette una pacca sul culo, lei si voltò e gli fece la linguaccia. Sicuramente trombavano. Chissà in che modo ... dai loro gesti sembrava che non fossero molto raffinati ... Gianni era molto libidinoso, ma i suoi modi erano quelli di un gentiluomo.
I giorni passavano sereni. Adalgisa leggeva, scriveva, ogni tanto tornava alla finestra a contemplare il paesaggio e la vita animale che si svolgeva nell’aia; qualche volta aveva visto passare Marcello intento ai suoi lavori, mentre Piera si faceva vedere frequentemente, ma sempre indaffarata. Più la guardava e più si chiedeva cosa avesse tra le gambe: si depilava come lei o si teneva la peluria? Le sarebbe piaciuto verificarlo. Poi, allontanava dalla sua mente quei pensieri che la turbavano. Un giorno scese nell’aia, incuriosita di quello che vi accadeva. Entrò nella stalla, che odore di letame! C’era la signora, la proprietaria della fattoria, era laggiù in fondo, all’altro capo della fila. Non fu vista, e lei che si preparava ad avvicinarsi per salutarla, si diresse alla sua destra, dove in un recinto a parte c’era il toro, gigantesco. Si chiese come facesse a trombare le vacche, mah! L’avrebbe chiesto a Piera. Con la coda dell’occhio vide che all’altro capo della fila c’era ancora la signora, ma non era più sola: stava strettamente abbracciata ad un uomo che mentre la baciava in bocca le accarezzava i fianchi e il culo. Le venne la curiosità di vedere il seguito, trovò un angolino da dove poteva guardare senza esser vista. I due si palpavano con una certa energia, poi lei si girò e si appoggiò su una panca, lui le sollevò la veste e tirò giù le mutande. Il bianco di quel culo illuminò per poco la scena, perché lui tenendo il cazzo in mano lo indirizzò tra quelle chiappe e nascose la scena. Trombavano. Adalgisa si fece piccola piccola, ma non perse nulla di quel che accadeva. Pochi minuti, poi appena la signora fu soddisfatta, l’uomo lo tirò fuori, si masturbò fino a quando lo schizzo non approdò sul culo di lei. Lui tirò fuori un fazzoletto, asciugò i glutei della signora, poi il suo membro. Si rivestirono in fretta, poi si scambiarono un rapido bacio sulla bocca e scapparono, uno a destra e l’altra a sinistra. Ecco cosa succede in campagna, pensò Adalgisa mentre si avviava alla sua camera. La scopata di quei due l’aveva turbata. Sentiva un certo non so che tra le cosce, una voglia di cazzo in bocca che non sentiva da tempo. Entrata in camera, chiuse la porta con il lucchetto, si spogliò, si sdraiò sul letto e cominciò a toccarsi la fica. Vedeva ancora quel cazzo che si avvicinava al culo bianco della padrona, vedeva lui che glielo infilava dentro ... ma dentro dove? Nella vagina? Nel culo? Forse nella vagina, perché dopo aveva eiaculato fuori ... bello ... le avrebbe offerto la sua bocca, era da tempo che nessuno le aveva sborrato in bocca. La sua mano continuava a massaggiare la fica, le sue dita entravano ed uscivano ... voleva un piacere più forte sì, aveva ancora una mano libera, si accarezzò il culo, trovò il buco, sì, così: un cazzo nella fica e uno nel culo: si immaginò seduta su un cazzo, piegata in avanti pronta per riceverne un altro tra le chiappe. La campagna mi fa fare brutti sogni, pensò. Davanti a lei c’era l’armadio, lo aprì, si guardò allo specchio. “Non sono poi così brutta”, pensò. Si accarezzò i seni, se li strizzò, poi si guardò fra le gambe. Non era brutta nemmeno lì ... Allargò le gambe, se la toccò .... com’era bello quando Gianni gliela leccava, si sedeva a terra, lei di sopra a gambe larghe e lui che le passava la lingua e le succhiava le grandi labbra; poi lei si chinava fino a prenderlo in bocca, si succhiavano entrambi, lei gli bagnava il viso, lui le schizzava in bocca. Bello! Ma ora era sola, non poteva far altro che masturbarsi.
Una mattina, era ancora vestita della sola camicia da notte, mentre leggeva una delle novelle della Nin, sentì bussare: “Avanti!”, disse. Entrò Piera: “Disturbo?”. “Entra vieni, scusa ma sono ancora discinta”: “Come sei?”- “Discinta, mezza nuda”. “Le intellettuali dicono sempre parole difficili ... Come sei carina ... ma la camicia è trasparente!” – “Davvero? È che dietro di me c’è la luce del sole. Che vedi?” – “Si vede poco, si vedono i seni e che sei senza mutande, però la patata non si vede” E scoppiò a ridere. “Non ne hai mai viste? Se ti scandalizzi vado a vestirmi ...” – “Ma no, dai, tra donne ... “ – “Sei abituata a tenerla in vista quando sei con donne?” – “No ... è che ... che quando la mattina la padrona mi chiama per darmi qualche ordine, la trovo sempre nuda e la patata in vista”. “Ah sì? E’ così sporcacciona la padrona?” – “Già ...”. “A te dispiace trovarla in quel modo?” . Le prime volte, volevo tornarmene a casa, ora ci ho fatto l’abitudine. A volte vuole che la ... la guardi mentre lei se la strofina...” . “E tu?” – “Beh, la guardo ... lei si contorce, ansima fino a quando non giace sfinita. Prima avevo paura che stesse male, ora so che prova molto piacere ... Una mattina mi chiese di toccargliela e di strofinargliela, mi insegnò come fare ...” – “Quanti anni avevi”? – “Diciassette”. “E ora?” – “Ventitré” – “Quindi sono sei anni che le massaggi la patata.” – “Sì, e cinque che gliela lecco...”- “Ah, perbacco! Gliela lecchi!” – “Ma lei lecca anche me” – “Ma in quale porcilaia sono caduta! E quindi vi leccate le fiche o le patate come dici tu .. “ – “Se vuoi, posso farlo anche con te ...”. Adalgisa si tacque e si immobilizzò. Da un lato avrebbe voluto interrompere quella conversazione che stava diventando pericolosa, dall’altro ripensò alla domanda che si era posta più volte: cosa aveva Piera tra le cosce? Automaticamente cominciò a tirare su la camicia. Piera vide che da sotto l’indumento apparvero le ginocchia, poi le cosce, prima esili poi sempre più grosse, rotonde e tornite, poi gli inguini, poi il monte di venere sul quale si disegnava una striscia di pelo castano: un triangolo perfetto, con il vertice all’ingiù, a nascondere l’ingresso del piacere. “Vieni, avvicinati, ti piace?” “Sei bella, più bella della signora ... sei fine ... posso toccarla? Ho le mani ruvide, callose ...” – “Sì, toccala” - Piera si avvicinò, allungò la mano e si fermò. “Posso?” – “Puoi”. Piera aprì la mano e adagio adagio l’appoggiò in mezzo alle gambe di Adalgisa, che le allargò un po’ per dare alla ragazza lo spazio necessario per toccarla pienamente a mano aperta. “Come è piccola ... tenera ...”. Vi passò la mano più volte ... poi appoggiò il dito medio sull’apertura della vagina: “Posso?” – “Perché chiedi sempre il permesso?” – “Ho paura di farti male ... come sei bella, liscia ---” – “E tu come sei?” Le mise una mano tra le cosce ... era già bagnata. Le sfilò le mutandine, l’aveva più grossa della sua e l’eccitazione gliela aveva fatta gonfiare, era molto pelosa. “Fatti leccare!”. Piera con un salto raggiunse il letto, vi si sdraiò con le gambe penzoloni, la fica tutta aperta, eccitata, le grandi labbra tremolanti. Adalgisa le scostò le mutande, cercò il clito, lo prese in bocca e lo andava succhiando mentre con la mano le cercava il buchetto. Infilò dentro due dita mentre la leccava e succhiava. Un odore forte, selvatico, di femmina in calore le entrò per le narici, giunse al cervello e le fece fare qualcosa di insolitamente nuovo per lei: si sdraiò tutta aperta, costrinse Piera a venirle sopra, col bacino proprio sul suo viso. Che cosce enormi, che bacino largo, mise le mani sui glutei monumentali di Piera, stringendoli e tirandoli su di sé, le allargò e la leccò dal culo alla fica. Anche Piera non era da meno: le stava mangiando letteralmente la patata, affondando spesso la lingua nel buco del culo ... “Mettimi un dito dentro” farfugliò Adalgisa. Fu come una scossa elettrica, il dito di Piera era grosso e ruvido, sì proprio come lei lo desiderava. Sentì Piera stringere le cosce sul suo capo, quasi a farle perdere il respiro, stava per avere l’orgasmo. Per un attimo lasciò di leccarla e urlò: “Fottimi Piera, fammi venire, fottimi!” – Piera accelerò i movimenti della sua lingua, gliela saettò dentro la fica e affondò di più il dito nel culo; Adalgisa tenne dentro l’ano di Piera la sua lingua, tutte e due si masturbavano con energia. Ebbero l’orgasmo quasi contemporaneamente, l’odore selvatico di Piera le andò di nuovo nel cervello e le fece desiderare di avere un bel cazzo in bocca e uno in fica. “Che bell’odore che hai!”, esclamò Piera, “fammela leccare ancora ...!”. Leccava bene: Adalgisa si mise comoda, allargò le cosce, la lingua di Piera era più delicata delle sue mani, davanti ai suoi occhi c’era il culo maestoso della campagnola; lo accarezzò, poi separò le chiappe per vedere cosa nascondevano; eccola lì la fica pelosa, scostò la fitta lanugine, aprì la fica, la colpì con la punta della lingua, poi il suo sguardo si posò sull’ano, vide che era dilatato, chissà quante volte si era fatta sodomizzare, immaginò Marcello che glielo infilava dentro, beata lei ... queste oscene fantasie e la lingua di Piera le procurarono un altro orgasmo. Finalmente si acquietarono, se ne stettero una accanto all’altra a carezzarsi: si toccavano le tette, le cosce, reciprocamente si accarezzavano fra le gambe ... “Ti fai trombare da Marcello?” – Piera rimase zitta per un po’, poi confessò che scopava con Marcello. “Ti fai sodomizzare?” – “Perché parli difficile? che vuoi dire?” – Adalgisa si decise a usare il linguaggio campagnolo: “Marcello ti incula?”. “Sì, mi incula...” – “Ti piace?” – “Sì, a te?” – “Mai fatto, solo le dita ... Fa male?” – “Solo la prima volta, poi diventa piacevole”. – Adalgisa le prese la testa fra le mani e la baciò in bocca; nonostante quel fisico robusto, i modi di fare e la parlata di una rustica campagnola Piera era mite e delicata; le accarezzò i seni, due bei globi teneri, le leccò i capezzoli. Poi le chiese: “Con chi scopa la padrona?” – “Un po’ con tutti, suo marito è vecchio ma penso che non hanno mai scopato ..” – “Io l’ho vista nella stalla, si faceva scopare da uno ...” - “Nella stalla? ... mi piace accarezzare la tua fica ... Nella stalla scopa con Giovanni, si fa inculare.” – “E tu come lo sai?” – “Lo sappiamo tutti, lei lo fa anche se ci sono persone, non ha vergogna ... Me la fai leccare?” – A quella domanda così inattesa, Adalgisa sorrise, poi accarezzò il viso di Piera, le prese il capo e lo tirò verso il suo grembo: “Mi piacciono le tue labbra e la tua lingua ... leccami lentamente...”.
Da quel giorno, quando si incontravano si scambiavano dolci baci; un paio di volte si incontrarono a letto per saziarsi dei loro corpi. Stava per finire il periodo della sua vita in campagna, Adalgisa aveva quasi portato a fine il suo lavoro, la Nin le aveva regalato qualche pagina seducente ma niente di più di qualche carezza in solitario. Aveva anche imparato a stare con le donne, Piera le era stata maestra e allieva contemporaneamente. Tornata a casa senza dubbio avrebbe provato molta nostalgia di quel culo immenso e di quelle tette simili a piccole mongolfiere; né avrebbe dimenticato quell’odore così selvaggio ed eccitante. La sera prima di partire stava controllando se aveva messo tutto nelle valige, se computer appunti libri e penne fossero state inscatolati, quando sentì bussare. Andò ad aprire: era Piera, con Marcello. Abbracciò la ragazza, strinse la mano dell’uomo. “Sono venuta a salutarti, anche lui ti vuole salutare.” Disse Piera, mostrando Marcello. “Sono felice di poterti dare l’addio o forse meglio un arrivederci” – “Senza dubbio meglio un arrivederci”, rispose Piera, “Forse ti verrò a trovare in città e forse verrai a trovarci ... qui ci sono galline ed anche galli”, scoppiò a ridere e la riabbracciò. Alludeva? Forse sì. Guardò Marcello, era bello ... abbassò lo sguardo per posarlo sugli inguini dell’uomo: lui la guardava fisso. Piera lasciò lei e andò ad abbracciare lui. “Vedo che lo guardi ... gli ho parlato di te, di noi due ... gli piacerebbe stare con noi... “ – “E tu non sei gelosa?” – “Io gelosa? Di te? Non siamo gelosi ...” – Adalgisa sentì di avere via libera. Si avvicinò a Marcello, lo abbracciò, gli fece capire di voler essere baciata. Il giovane la strinse al petto e le cercò la bocca, si baciarono succhiandosi le lingue. Con la coda dell’occhio vide Piera che sorrideva allora prese coraggio e allungò la mano, sentì che l’aveva già duro. Si baciarono ancora mentre lei gli massaggiava il membro e lui le poggiava le mani sui glutei. Piera si accarezzava il seno. Adalgisa gli slacciò la cintura, si fece spazio e andò a toccare il cazzo, lo tirò fuori, lo soppesò nella mano: era bello, duro, anche grosso ma non enorme. Piera si leccò le labbra e con una mano si alzò la gonna e mise l’altra sulla patata. “Leccaglielo!” le disse. Adalgisa si abbassò lentamente, guardando sempre Piera negli occhi quasi per avere il suo consenso, Piera invece stava attenta ai movimenti che lei faceva. Adalgisa dovette inginocchiarsi, guardò Marcello. “Leccalo e succhialo”, le disse lui. Gli leccò il prepuzio, poi glielo leccò tutto, infine aprì la bocca e ve lo fece scomparire. Piera si venne ad inginocchiare vicino all’amica, le alzò la veste, sfilò le mutandine, fece viaggiare la sua mano dalla fica al culo, stimolandoli. La sua amica allora lasciò il cazzo di Marcello e glielo indirizzò verso la bocca, lei lo ingoiò voracemente. Era meraviglioso vedere come Piera faceva tutto con naturalezza, non c’erano artifici in lei, né cultura, era la personificazione della natura. La volle vedere tutta nuda, con la sua grande fica il suo pelo il suo odore ... “Andiamo a letto, qui è scomodo”. Prima di sdraiarsi, si spogliarono: Marcello ebbe l’onore di essere spogliato dalle ragazze, queste fecero da sole. Marcello conosceva il corpo di Piera ma non quello della ragazza di città: rimase parecchio a guardare i piccoli seni, Piera lo spinse a chinarsi per baciarli, anche lei li baciò. Adalgisa intanto si beava a tenere in mano il cazzo di Marcello, era da qualche tempo che non le capitava di toccarne uno per colpa degli studi. Aveva una voglia! “Perché non mi chiavi?” Lo disse ad alta voce, Piera la sentì e: “Trombaci tutte e due, a turno!” – “Ma certo, mie belle gnocche¸ dai, Piera, leccala, io mi metto dietro di te” – Adalgisa si stese per offrirsi a Piera. Marcello guardava, il cazzo gli era tornato moscio. Il panorama posteriore di Piera era bellissimo, in quella posizione era un invito di duplice significato: fica o culo? Ma Marcello era distratto da un’altra visione, sotto i colpi della lingua di Piera il viso di Adalgisa era percorso da moti di piacere, la bocca si apriva e chiudeva a secondo del respiro. Marcello si portò dietro la sua testa, gliela prese e la tenne ferma, ficcandole poi il cazzo nella bocca. Adalgisa fu sorpresa ma poi cominciò a fare movimenti sulla schiena in su e giù per dar modo alla ragazza di leccarla in profondità e al maschio di spadroneggiare nella sua bocca. Dopo un po’ Piera protestò: “Ma non dovevi trombare me?” – E allora Marcello si rimise dietro a lei: come rimbalzavano quelle belle chiappe, strofinò contro di loro il membro, poi cercò la fica e vi penetrò. I gemiti di Piera diventarono più frequenti, le sue invocazioni diventarono quasi strilli: bello! Sì, sbattimi la fica, lo vorrei sempre dentro, come trombi bene! Per urlare tralasciava Adalgisa ma questa era pronta a tirarla per i capelli e a riportare la bocca sulla sua vagina. Improvvisamente Marcello si fermò: “Che fai?” – “Fammi prendere fiato, amore! Stai ferma però, ora ti prendo il culo ... tu continua a leccare, scaldami per bene la piccola.. ” – Anche Piera prese fiato, si sistemò meglio, le due semisfere si separarono, si aprirono le porte, il re fece il suo ingresso trionfale. Adalgisa era curiosa, volle guardare, si mise sui ginocchi e si spostò lateralmente. Piera si trovava in una posa oscenamente bella e suggestiva. Vide il cazzo avvicinarsi alla spaccatura, saggiarla, adagiarsi sul buco; poi lui cominciò a spingere piano. Sì sì sì, faceva Piera sollevando il bacino in modo da prenderlo tutto: Adalgisa , per fare qualcosa mise le mani sotto Piera e se le trovò piene delle tette morbide dell’amica- “Sborro sborro!” gridò Marcello. “Oh dio, e adesso?” si chiese sgomenta Adalgisa; Marcello uscì dalla stanza. Adalgisa guardò Piera come per dire “dove va?” – “Tornerà fra poco, sarà andato a lavarsi ...”- “Ora tocca a me, vero?” – “Sì.” – “Fa male?” – Piera rise: “Vedrai che non è nulla. – “A te è piaciuto? Sembrava tu soffrissi” – “Se ne raccontano tante ... poi dopo che l’hai fatto ti accorgi che è stato piacevole ed hai sempre voglia di farlo in quel modo ... Dammi un bacio ...”. Si abbracciarono. “Non temere mia Adalgisa, è bello sentirselo dentro nelle visceri, più che nella fica, ti senti soddisfatta, lo rifarei anche ora ..” Furono interrotte dall’arrivo di Marcello, aveva fatto la doccia, la sua pelle riluceva; Adalgisa lo guardò fra le gambe, il suo cazzo gli penzolava, era scappellato, ebbe voglia di tenerlo in bocca: gli corse incontro, l’abbracciò poi si lasciò scivolare a terra fino a quando lo prese in bocca. Che voglia aveva di essere sborrata. Sul culo sentì la mano di Paola, lo tirò indietro per riceverne la mano sulla patata. “Dai, ragazze, smettete di giocare fra di voi, io devo portare a termine il mio lavoro”. Era forte, prese Adalgisa sulle braccia e la depositò sul letto, poi le fece mettere le gambe sulle spalle. “O mamma mia, che bellezza!” esclamò nel vederla in quella posizione. Marcello si inginocchiò e cominciò a leccarla: “Che fichetta pulita, odorosa”. Quando ritenne che fosse pronta, si alzò, prese il cazzo in mano e lo puntò contro di lei; glielo strofinò sullle cosce, poi sul monte di venere, sulle grandi labbra e infine tra la spaccatura del culo. Il buco era veramente troppo stretto. Diresse l’attrezzo tra le grandi labbra, lo fece scivolare, andò giù, spinse ed entrò. Adalgisa ebbe un sussulto, poi man mano che il membro le entrava, cominciò a lamentarsi. Marcello entrava ed usciva metodicamente, mentre la guardava nel viso: vide che era pronta, la prese da sotto le chiappe, dette due colpi ben assestati e la fece venire tra gemiti e lamenti. Aveva avuto un orgasmo energico. La fece rifiatare. Poi tenendola sempre in quella posizione, si chinò, puntò verso il buchetto e spinse, molto lentamente. La giovane stava per protestare, Piera intervenne baciandola sulla bocca e tenendole la testa: “Cerca di resistere, fra due secondi proverai piacere ...” – Si alzò e si mise dietro l’amica, le mise un cuscino dietro, così poté abbracciarla e carezzarle le tette ed ogni tanto baciarla in viso e succhiarle la lingua. Adalgisa intanto sentiva entrare il cazzo lentamente, le riempiva il canale, ora quasi non sentiva fastidio. Il cazzo si fermò, si adagiò in lei, Marcello le accarezzò la fica, mentre Piera le massaggiava le tette. Ora il cazzo tornò un poco indietro, dopo un secondo spinse in avanti. Cominciò così una lenta altalena, avanti – dietro. Lei sentiva che qualcosa le stava succedendo dentro, una smania, un ansito ... senza sapere perché si portò una mano sulla fica, per massaggiarsi il clito. Ecco, così ... Marcello la stava sodomizzando, il suo cazzo che le strusciava lungo le pareti della vagina era piacevole, le provocava una sensazione strana, era bello sentirsi inculata, sì sì sì ... i colpi diventavano più frequenti e più intensi, si mise due dita dentro la vagina .... “Sì sì sì, vengo! Vengo! Vengo!”
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