Una catena lunga una vita

scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 5 min

di
genere
Confessioni, Dominazione, Gay
cura
A+

La domenica per me non è mai un giorno di riposo, è solo un cambio di marcia. A San Giovanni la mattina scivola via silenziosa, ma nella mia testa gli ingranaggi girano già a pieno regime. Luca è passato presto, un’ora scarsa prima che aprisse il bar della piazza: tre anni che facciamo questo gioco, un'abitudine precisa come la messa in fase di un motore. Si è infilato in officina con la serranda abbassata quel tanto che basterebbe a non dare nell'occhio, isolandoci dal resto del mondo sul cemento freddo.
​Si è spogliato senza perdere tempo, con la bramosia pesante di chi sa esattamente cosa vuole e come prenderlo. Mi ha fatto inginocchiare davanti a sé, afferrandomi con forza i capelli per infilarmi il cazzo in gola a fondo, spingendo con un ritmo brutale e costante che mi toglieva il respiro, costringendomi a subire il suo sapore fino a farmi lacrimare gli occhi. Poi mi ha afferrato per i fianchi, tirandomi su di scatto e sbattendomi a pancia in giù sopra il banco da lavoro, aprendomi le nudo con una manata secca. La penetrazione è arrivata pesante, senza preamboli: mi ha spinto dentro tutto il cazzo in un solo colpo profondo, facendomi quasi mancare l'aria mentre il freddo del ferro mi premeva contro il petto. I suoi affondi erano martellanti, violenti, un ritmo incessante in cui il suono dei nostri bacini che si scontravano rimbombava nell'officina silenziosa. Sentivo ogni singolo centimetro del suo corpo premere contro il mio, il suo peso che mi inchiodava e mi dominava completamente, finché non ha iniziato a spingere ancora più forte, stringendomi i fianchi con le dita affondate nella ciccia e venendomi dentro con un ruggito sordo, scaricando tutto il suo seme caldo e denso nel mio retto mentre io restavo lì, svuotato e col fiatone.
​Quando se n'è andato, ho rimesso a posto gli attrezzi ma ho lasciato che il resto restasse lì, intatto, caldo e colante, come un marchio di fabbrica invisibile. Nel pomeriggio la scena cambia registro. Maria Luisa è via per impegni suoi, e io ho dato appuntamento a Elena. Lei sa come girano le cose tra noi, i confini li abbiamo bruciati un pezzo alla volta finché non è rimasta solo la carne nuda.
​Quando Elena è arrivata, non le ho detto una sola parola su Luca. Si è seduta sul divano, mi ha guardato con quell'aria furba di chi sa che c'è sempre qualcosa sotto, ma anziché fare domande ha preferito passare ai fatti. Prima ancora di passare al resto, si è inginocchiata e ha iniziato a farmi un pompino famelico, le labbra calde che si muovevano avide sul mio cazzo ancora intriso dei ricordi della mattina, ripulendolo e stuzzicandomi con la lingua fino a farmi montare una tensione pazzesca, per poi risalire lentamente e puntare dritta al sodo.
​Sapeva tutto dall'inizio. Sapeva che quel sedere e quel corpo arrivavano direttamente da un'altra bocca e da un'altra penetrazione pesante consumata poche ore prima. Ma invece di tirarsi indietro, ha affondato la lingua con una voracità che non guardava in faccia a nessuno. Non si è limitata al rimming: si è spinta oltre, facendosi penetrare a sua volta la bocca da quel retrogusto denso, ingoiando gli umori dell'uomo precedente misti ai miei, lasciandosi eccitare a tal punto da perdere completamente il controllo. Mentre mi leccava e succhiava ogni singolo residuo dal mio sedere con una frenesia animalesca, l'ho tirata su, l'ho fatta girare e l'ho preparata senza troppi complimenti.
​L'ho spinta in avanti, appoggiandola con forza contro i cuscini del divano, e le ho infilato il cazzo dentro di schiena, dritto nel suo ano con un affondo secco, viscido e deciso che le ha strappato un gemito strozzato in gola. Sentirla stretta, calda e convulsamente cedevole sotto di me, sapendo esattamente che cosa avevo appena fatto e cosa mi portavo addosso, ha reso tutto di una violenza carnale inaudita. Ho iniziato a martellarla con colpi profondi, pesanti e ritmati, prendendola con la stessa foga feroce con cui ero stato usato poche ore prima sul ferro dell'officina. Elena ha iniziato a contorcersi, le mani che artigliavano i cuscini e il viso affondato nella stoffa mentre urlava soffocata, completamente preda del piacere e della depravazione di quel momento. I muscoli del suo ano si stringevano spasmo dopo spasmo attorno al mio cazzo a ogni affondo brutale, e mentre le tiravo i capelli all'indietro costringendola a subire il mio bacino che batteva contro il suo sedere, il suo corpo ha avuto un sussulto violentissimo. Ha spalancato gli occhi, irrigidendosi di colpo prima di lasciarsi andare a un orgasmo anale devastante e profondo: un climax furioso, fatto di tremiti incontrollabili, gemiti continui e un torrente di fluidi che l'ha completamente svuotata e bagnata sotto il mio peso, mentre si beveva fino in fondo la vertigine di quel cortocircuito perfetto.
​Nessuno sa niente, nessuno immagina la catena che tengo in mano. Io sono l'unico perno che fa girare tutto, l'unico che si gode il lusso di mescolare i mondi senza che nessuno si faccia male davvero, lasciando che gli altri si bevano le tracce degli altri senza neanche accorgersi di essere parte della stessa macchina.
51
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.