Il gioco dei Ruoli | 3 | Trame intrecciate, Corde annodate
scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 15 min
di
Jan Zarik
genere
bondage
cura
B+
Di Jan Zarik e Peanut Butter
-LEI-
«E perché mai dovrei darti le chiavi, piccolina?» mormora Valter, abbassando la voce su una frequenza calda, rauca, imbevuta di una finta autorità paterna che mi fa correre un brivido sottile lungo la spina dorsale. «L'ultima volta che ti ho prestato l'auto sei tornata all'alba, con i collant smagliati e quell'aria da viziata che non si smentisce mai.»
Sostengo il suo sguardo austero, lasciando che sulle mie labbra si dipinga una smorfia sfacciata. Mi sporgo appena sul tavolino, accavallando le gambe e lasciando che il vinile del corsetto scricchioli con sensualità nel silenzio del nostro angolo.
«E allora sai già che non puoi dire di no al tuo piccolo punto debole, papi...» lo sfido, abbassando il tono fino a farlo diventare una carezza velenosa. «E poi stasera ne ho davvero bisogno. Cosa vuoi in cambio per farmi uscire?»
Valter si piega lentamente in avanti, appoggiando gli avambracci sul ferro battuto del tavolo. La distanza tra noi si riduce a un soffio. Il suo sguardo, prima gentile, ora scorre lento lungo la scollatura del mio corsetto, indugiando sulle forme del seno e sulla pelle scaldata dalle luci rosse del locale.
«In cambio?» sussurra con una lentezza carnale, e la sua voce ha un peso erotico inaspettato, denso, che mi sorprende. «Le ragazze disubbidienti che vogliono i giocattoli del padre devono imparare a pagare i propri debiti, Elena. Niente è gratis. Se vuoi quelle chiavi... devi dimostrarmi quanto sei disposta a piegarti per averle.»
La carica sensuale dell'improvvisazione sale di colpo. Sento la pelle d'oca salire lungo le braccia. La finzione del controllo paterno mista a un'esplicita tensione sessuale crea un corto circuito stimolante, un gioco di potere morboso e affascinante.
«Dici che dovrei essere punita... o viziata, papi?» provo a stuzzicarlo, socchiudendo leggermente le labbra e mantenendo il contatto visivo, quasi sfidandolo a compiere un gesto azzardato.
Valter sorride con una malizia raffinata, deliziosamente perversa. Senza staccare gli occhi dai miei, infila lentamente la mano nella tasca interna della sua giacca di sartoria. Non ne estrae un mazzo di chiavi dell'auto, ma una tessera magnetica di plastica scura, del tutto identica a quella che Jacopo aveva fatto scivolare sul tavolo mezz'ora prima.
La posa delicatamente sul metallo, spingendola verso di me con la punta del dito.
«Direi entrambe le cose,» mormora a bassa voce, mentre gli occhi gli brillano di un'eccitazione controllata. «Questa è la chiave della stanza 22, al piano superiore. Sali, accomodati sul letto e aspetta che venga a darti la lezione che ti meriti. Se sarai abbastanza brava da compiacermi come si deve... forse domattina ti lascerò guidare tutto quello che vuoi.»
Un brivido caldo mi attraversa da parte a parte. La proposta è indecente, diretta, magnificamente integrata nel roleplay e con una carica erotica devastante.
GONG.
Il metallo della sala risuona forte nell'aria, decretando la fine dell'ultimo round e rompendo la bolla d'intensa eroticità che ci aveva avvolti.
Valter si ricompone con un'eleganza impeccabile, facendomi un piccolo inchino d'altri tempi mentre si alza. «Una performance magistrale, mia cara. La chiave è tua, se deciderai di usarla.»
«Grazie, Valter... un'interpretazione davvero impeccabile,» rispondo con un filo di voce ancora scaldata dal gioco, sfiorando la tessera 22 con le dita prima di lasciarla sul tavolo.
Mentre i partecipanti cominciano a sciamare verso il bar, io mi alzo con calma. Ho due chiavi in gioco adesso: il numero 22 rimasto sul tavolo di Valter, e il numero 34 in cima alle scale dove Sara e Jacopo mi stanno aspettando per il secondo atto della serata. Sistemandomi la linea del corsetto, mi avvio a passo sicuro verso i Piani Superiori, pronta a scoprire fin dove si spingerà la nostra scacchiera. Giunta ai piani superiori, Sara arriva fino alla stanza n. 34. Si aggiusta il vestito, sistema i capelli boccolosi e bussa, prima di aprire la porta. Pigia sulla maniglia e varca la soglia.
"Oh. Cazzo." esclama, sconvolta.
-LUI-
MEZZ’ORA PRIMA
Risalgo le scale, diretto verso la mia stanza, quando una voce mi chiama da giu. "Ehi, tu!" è di nuovo quel bamboccione a cui ho rifilato lo scherzo sullo scat. "Io e tu abbiamo ancora un conto in sospeso." dice lui, avvicinandosi minaccioso. Io lo squadro dall'alto in basso, per niente intimorito, anzi quasi ammirato da questa sua vivace voglia di vendetta. "Il gioco funziona così, alcune volte inculi, altre volte vieni inculato." "Non mi interessa, so solo che sei un bastardo." mi ribadisce dandomi uno spintone sulla spalla. Io a quel punto gli blocco un braccio e lo stampo di fianco al muro. Lui fa una lieve smorfia di dolore, immobilizzato dalla mia mossa. Non si aspettava di ricevere questo tipo di contrasto, evidentemente molto confidente sulla sua prestanza fisica. Siamo molto vicini, gli alito sul collo e dico "se provi a toccarmi un'altra volta ti faccio vedere io..."
Il ragazzo è quasi intimorito adesso, ma sento la sua tenacità, il suo vigore non è assopito. Vorrebbe reagire. Piazzo dunque una mano sotto al cavallo, a contatto con le sue palle, stringendole un pelo. "Non farmelo ripetere..."
Lui, sempre in silenzio, prova a divincolarsi ma non riesce, è troppo schiacciato dalla mia presa, per cui lentamente sento i suoi movimenti cedere, accettando la mia morsa. Constato, dopo alcuni secondi, che qualcosa lì sotto si muove. Un singulto, prima fugace, poi più manifesto. Il ragazzo si sta eccitando. "Ah... ecco qui. In fondo, si doveva intuire già da prima." Con la mano, massaggio sia i testicoli che l'asta sempre più indurita. "Cosa fai, mi minacci con la clava, adesso?" Effettivamente il ragazzo sembra alquanto dotato. "Lasciami, bastardo..." dice con voce soffocata e senza troppa convinzione. Mi avvicino al suo collo e lo annuso. Acqua di colonia, classico rimedio da giovincello inesperto. La sua pelle si increspa al mio passaggio. "Sei troppo fresco per una ripassata... mi sa che oggi rimani a bocca asciutta. Dovrai crescere figliolo..." Lascio la presa e lo guardo con aria di sfida. Lui si massaggia i polsi e si sistema la cinta dei pantaloni, imbarazzato per quella erezione. Mi guarda con timore ma non se ne va. È un cerbiatto muscoloso, sbarbato, con il capello fluente e il cazzo duro come marmo. Mi sento eccitato quasi quanto lui. Lo guardo nuovamente, stavolta con occhi diversi. "Seguimi."
Dopo alcuni secondi, sento i suoi passi incerti nella mia direzione. Arriviamo alla mia stanza, tiro fuori la mia copia della tessera ed entro. Lui rimane fuori. "Cosa fai, coglione, rimani li?" chiedo io. Lui si guarda prima a destra e poi a sinistra, dopodiché entra e richiude la porta alle sue spalle.
Lo afferro dal colletto e lo tiro a me, baciandolo avidamente in bocca. Lui prima si irrigidisce, poi si lascia andare. E' diventato di burro. Apre la bocca per lasciarmi entrare, io lo accarezzo lungo il profilo degli zigomi e fin sopra i capelli. Lo spingo verso il letto e lui si lascia abbandonare alla gravità. Lo guardo in tutta la sua vulnerabilità. Lo desidero. Mi metto cavalcioni su di lui e lo bacio sul collo, sbottonando la sua camicia bottone dopo bottone. Stimolo le sue parti basse con la coscia, mentre lui si lascia sfuggire dei gemiti impercettibili. Noto che il petto è totalmente pulito, senza peli. Un fanciullo praticamente. Bacio il suo torace fino ad arrivare all'ombelico. qui, la cinta ormai molle mi attende, la slaccio con facilità e lascio scivolare in basso il suo pantalone. Il profilo dei suoi boxer regala la vista di un boa constrictor ragguardevole, lo sfioro con la mano e lo guardo negli occhi. "Che ne facciamo di questo?" chiedo io. Lui ancora non mi ha rivolto mezza parola, mi lascia fare in silenzio. Tiro l'elastico dei boxer fino al limite e lo rilascio, colpendo il suo glande come una fionda. Lui si lascia andare in un grido di dolore e si contorce sul letto. Lo ridistendo con forza spingendogli le spalle. Calo le mutande, liberando il kraken. Osservo quel bel fallo eretto per qualche secondo: Circonciso, senza peli, gonfio in diametro e generoso in lunghezza. Lo prendo per mano e inizio a segarlo. Mi bagno le dita dell'altra mano e accompagno il movimento della sega. Il ragazzo chiude gli occhi, estasiato.
Ho sempre saputo fare delle ottime seghe, d'altronde ho imparato dal migliore: Il sottoscritto.
Guardo avidamente quell'uccello e decido di assaggiarlo. La punta è sapida, come dovrebbe essere. Morbida ma consistente. Le venature scorrono lungo le mie mani, stringo le palle quel tanto che basta perché il giovane non si accoccoli troppo: lo voglio sempre sul chi va la. Il pompino dura circa 1 minuto e mezzo, fino a che non sento un liquido caldo inondare la mia lingua. Ingoio con facilità. Un po' ferroso, il ragazzo.
"Così presto? Suvvia..." commento io. Lui mi guarda imbarazzatissimo ma appagato. "Tra un po' arriverà una amica. O adesso te ne vai, oppure fai quello che ti dico..."
Il ragazzo, in silenzio, rimane ad ascoltare le proposte. Dopo qualche secondo di incertezza, pronuncia le sue prime parole. "Si, lo voglio."
-LEI-
UN’ORA DOPO
Il mio passo sulla scalinata è lento, cadenzato, quasi musicale. Il vinile del corsetto stride impercettibilmente ad ogni respiro, mentre la pelle della mia bocca porta ancora, indelebile e caldissima, la traccia del bacio e del sapore di Jacopo. Nel corridoio illuminato dalle lampadine a luce rossa, da molto il senso di de Wallen, il Quartiere a luci rosse di Amsterdam. Passo davanti alla porta della camera 22 senza neanche degnarla di uno sguardo, ignorando del tutto la tessera che Valter mi ha offerto. La mia meta è chiara, dritta, senza deviazioni. Stanza 34.
Avanzo a passo felino sul tappeto scuro. Pensa davvero Jacopo di avermi messa in scacco arruolando Sara? Se crede di avermi tagliata fuori dal suo teatrino, non ha ancora capito con chi ha a che fare, alla fine con Sara qualche piccolo show lesbo lo abbiamo fatto.
Arrivo davanti alla porta di legno massiccio. La luce fioca che filtra da sotto lo stipite, e le voci mi confermano che la stanza è occupata. Abbasso la maniglia con la massima delicatezza, spingendo il battente solo di un paio di centimetri, giusto il necessario per sbirciare all'interno.
Ma la scena che si spalanca davanti ai miei occhi va oltre ogni previsione.
Vedo il biondino "Johnny Bravo" nudo e totalmente assoggettato sul letto, con il culo per aria e un'erezione ben visibile; vedo Sara con la corda in mano, tra lo spiazzato e il visibilmente intrigata; e vedo Jacopo, sornione, che le fa da regista mentre le spiega come fare i nodi e le offre il ragazzo su un piatto d'argento. Rimango immobile nell'ombra del corridoio. Un velo di delusione mi scivola addosso, denso e freddo.
Tre persone. La dinamica tra loro è già del tutto avviata, un ménage improvvisato in cui il ruolo di Jacopo è diventato quello di burattinaio per la fantasia di Sara. Se entrassi adesso, mi inserirei in un teatrino affollato dove il duello psicologico a due che cercavo con Jacopo si è diluito in un gioco di massa. E per quanto la scena sia conturbante, non ho nessuna voglia di fare il terzo (o quarto) incomodo in uno show orchestrato da lui.
Con un movimento impercettibile, richiudo la porta prima che qualcuno possa notare la mia presenza.
Mi giro dall'altra parte, lasciando che i tacchi riprendano a battere con decisione sul tappeto del corridoio. Sulla carta ero venuta a questo speed dating fetish più per curiosità e per gioco che per altro, senza troppe aspettative. Eppure, dopo tutti quei colloqui, il bacio rubato di Jacopo, la recita con il biondino e la carica erotica del roleplay con Valter, mi rendo conto che mi è salita addosso una voglia di sesso tremenda, liquida, che mi fa bruciare la pelle sotto il vinile.
Mentre m'incammino verso le scale per tornare giù al bar della hall, il mio sguardo cade di nuovo sulla targhetta in ottone con il numero 22.
Mi fermo a metà corridoio.
Ripenso a Valter. Alla sua voce rauca, al modo in cui mi guardava la scollatura, a quella finta autorità paterna così perversa e raffinata che mi aveva fatto venire la pelle d'oca al tavolo. Lui mi stava aspettando. E la sua era una proposta a due, vis-à-vis, senza spettatori né pedine di mezzo. Sulle mie labbra si dipinge un sorriso lento, sfrontato. Inverto la rotta, muovendo tre passi felini verso la porta della stanza 22. Infilo la mano nella tasca, sfiorando la tessera che mi aveva lasciato sul tavolo o semplicemente alzando la mano per bussare con la nocca sul legno scuro. Dopotutto, la serata è ancora molto lunga, e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta.
-LUI-
MEZZ’ORA PRIMA
La porta della camera 34 si apre. Sara entra in camera e ciò che vede la sconvolge. Un giovane uomo, muscoloso, è inginocchiato sul letto, nudo, con il culo rivolto verso la donna, il volto appoggiato sul cuscino e una erezione parziale ciondolante e ben in vista. Accanto a lui, una corda arrotolata. Intorno alla stanza, diverse candele di cera accese e uno strap-on poggiato sul comodino.
"Ben arrivata... prima le presentazioni: Stefano, questa è la mia amica Sara." Sara rimane in silenzio... non sa cosa dire. "Sara, lui è Johnny. Un tipetto vivace ma pieno di sorprese."
"Cosa è, uno scherzo forse?" chiede Sara con le braccia intrecciate, severa rivolgendosi a me. "Beh, ero serio quando ti chiedevo se ti piacessero i Johnny bravo. Questa è la tua colazione, cara. Lui è ben felice di servirti..."
Sara, sempre silenziosamente, si aggira attorno al letto e osserva la scena. La posizione di Johnny, totalmente assoggettato, è un po' surreale ma conturbante. "Pia-piacere." gli tende una mano. Johnny la accoglie. "Salve signora!"
Lei mi guarda incredula. Io annuisco "Si, lui è cosi. Molto educato e servizievole." aggiungo mentre gli do una pacca sul culo. Lui emette un gemito piacevole.
Sara guarda la corda poggiata sul letto, poi guarda me. "Quindi, cosa vorresti che faccia adesso?" mentre pronuncia questa frase, coglie una cima della corda e la fa scorrere lungo le mani, molto incuriosita.
"Mostrami come si fanno i nodi, no?" rispondo io, col sorriso. Osservo Sara mentre stringe per bene il nodo intorno alla schiena del biondino. Il giovane emette dei sospiri, evidentemente trasportato da quella stretta. La ammiro come si ammira un artigiano che modella la creta. Le sue mani sicure mi mostrano un'arte brutalmente affascinante. Ogni tanto le piace carezzare i testicoli del ragazzo con tre dita, ma non prima di averle umettate con la saliva. La osservo eseguire dei giri di corda attorno al suo fianco, sfiorando le natiche aperte. "Sei davvero brava." le dico, estasiato. "Grazie, vuoi provarne a fare uno tu?" mi avvicino con lentezza e rispetto, lei mi prende per mano e mi fa esplorare la linea di una coscia di Johnny. "Individua l'inserzione, la piega dove si insinua il muscolo, è li che va inserito il nodo." Capisco ciò che mi sta dicendo ma la mia espressione è immutata, sono io a toccare eppure mi sento esposto in prima persona. Mi consegna le due cime di una corda e mi mostra come sovrapporle "Una di esse va tirata, l'altra tenuta ferma. Così, non perdi il punto d'appoggio." Sara è una bravissima maestra, mi rendo conto. La corda scorre sotto se stessa, attorno al gluteo e dietro la coscia, subito comprendo dove si strutturerà il nodo. "E ora, tira per bene!"
"Ahh." emette un gemito il nostro boy. Mi viene duro solo a compiere il gesto. "E' magnifico." "Lo so." risponde Sara, che nel frattempo ha già creato altre due catene di nodi attorno alla vita del giovane. "Ricordi cosa ti ho detto?" le chiedo, mentre le sfioro una guancia. "Certo... un po' mi dispiace però."
"Beh, se le nostre strade si annoderanno, sarà il fato a stringerle. Tuttavia, il mio ticket, stasera, è già riservato." Lascio la chiave sul letto, facendo l'occhiolino al biondo. "E tu mi raccomando: non fare di testa tua..." Mi dirigo verso la porta d'uscita, tra poco Elena sarà qui, quand'ecco che un dettaglio mi cattura. La porta non è chiusa bene, come se la serratura fosse rimasta a metà, tipico di quando si chiude con troppa leggerezza e pressando la maniglia. Qualcuno l'ha aperta?
Ricordo abbastanza nitidamente il momento in cui è entrata Sara, dove la porta è stata chiusa in modo netto e deciso. La conclusione poteva essere solo una.
Era salita troppo presto? Non potevo esserne certo. Spesso, i piani perfetti rimangono tali solo nella propria immaginazione. Riuscire a far combinare le cose nella realtà è praticamente impossibile. Mi ero dunque giocato la carta una volta per tutte?
-LEI-
«E perché mai dovrei darti le chiavi, piccolina?» mormora Valter, abbassando la voce su una frequenza calda, rauca, imbevuta di una finta autorità paterna che mi fa correre un brivido sottile lungo la spina dorsale. «L'ultima volta che ti ho prestato l'auto sei tornata all'alba, con i collant smagliati e quell'aria da viziata che non si smentisce mai.»
Sostengo il suo sguardo austero, lasciando che sulle mie labbra si dipinga una smorfia sfacciata. Mi sporgo appena sul tavolino, accavallando le gambe e lasciando che il vinile del corsetto scricchioli con sensualità nel silenzio del nostro angolo.
«E allora sai già che non puoi dire di no al tuo piccolo punto debole, papi...» lo sfido, abbassando il tono fino a farlo diventare una carezza velenosa. «E poi stasera ne ho davvero bisogno. Cosa vuoi in cambio per farmi uscire?»
Valter si piega lentamente in avanti, appoggiando gli avambracci sul ferro battuto del tavolo. La distanza tra noi si riduce a un soffio. Il suo sguardo, prima gentile, ora scorre lento lungo la scollatura del mio corsetto, indugiando sulle forme del seno e sulla pelle scaldata dalle luci rosse del locale.
«In cambio?» sussurra con una lentezza carnale, e la sua voce ha un peso erotico inaspettato, denso, che mi sorprende. «Le ragazze disubbidienti che vogliono i giocattoli del padre devono imparare a pagare i propri debiti, Elena. Niente è gratis. Se vuoi quelle chiavi... devi dimostrarmi quanto sei disposta a piegarti per averle.»
La carica sensuale dell'improvvisazione sale di colpo. Sento la pelle d'oca salire lungo le braccia. La finzione del controllo paterno mista a un'esplicita tensione sessuale crea un corto circuito stimolante, un gioco di potere morboso e affascinante.
«Dici che dovrei essere punita... o viziata, papi?» provo a stuzzicarlo, socchiudendo leggermente le labbra e mantenendo il contatto visivo, quasi sfidandolo a compiere un gesto azzardato.
Valter sorride con una malizia raffinata, deliziosamente perversa. Senza staccare gli occhi dai miei, infila lentamente la mano nella tasca interna della sua giacca di sartoria. Non ne estrae un mazzo di chiavi dell'auto, ma una tessera magnetica di plastica scura, del tutto identica a quella che Jacopo aveva fatto scivolare sul tavolo mezz'ora prima.
La posa delicatamente sul metallo, spingendola verso di me con la punta del dito.
«Direi entrambe le cose,» mormora a bassa voce, mentre gli occhi gli brillano di un'eccitazione controllata. «Questa è la chiave della stanza 22, al piano superiore. Sali, accomodati sul letto e aspetta che venga a darti la lezione che ti meriti. Se sarai abbastanza brava da compiacermi come si deve... forse domattina ti lascerò guidare tutto quello che vuoi.»
Un brivido caldo mi attraversa da parte a parte. La proposta è indecente, diretta, magnificamente integrata nel roleplay e con una carica erotica devastante.
GONG.
Il metallo della sala risuona forte nell'aria, decretando la fine dell'ultimo round e rompendo la bolla d'intensa eroticità che ci aveva avvolti.
Valter si ricompone con un'eleganza impeccabile, facendomi un piccolo inchino d'altri tempi mentre si alza. «Una performance magistrale, mia cara. La chiave è tua, se deciderai di usarla.»
«Grazie, Valter... un'interpretazione davvero impeccabile,» rispondo con un filo di voce ancora scaldata dal gioco, sfiorando la tessera 22 con le dita prima di lasciarla sul tavolo.
Mentre i partecipanti cominciano a sciamare verso il bar, io mi alzo con calma. Ho due chiavi in gioco adesso: il numero 22 rimasto sul tavolo di Valter, e il numero 34 in cima alle scale dove Sara e Jacopo mi stanno aspettando per il secondo atto della serata. Sistemandomi la linea del corsetto, mi avvio a passo sicuro verso i Piani Superiori, pronta a scoprire fin dove si spingerà la nostra scacchiera. Giunta ai piani superiori, Sara arriva fino alla stanza n. 34. Si aggiusta il vestito, sistema i capelli boccolosi e bussa, prima di aprire la porta. Pigia sulla maniglia e varca la soglia.
"Oh. Cazzo." esclama, sconvolta.
-LUI-
MEZZ’ORA PRIMA
Risalgo le scale, diretto verso la mia stanza, quando una voce mi chiama da giu. "Ehi, tu!" è di nuovo quel bamboccione a cui ho rifilato lo scherzo sullo scat. "Io e tu abbiamo ancora un conto in sospeso." dice lui, avvicinandosi minaccioso. Io lo squadro dall'alto in basso, per niente intimorito, anzi quasi ammirato da questa sua vivace voglia di vendetta. "Il gioco funziona così, alcune volte inculi, altre volte vieni inculato." "Non mi interessa, so solo che sei un bastardo." mi ribadisce dandomi uno spintone sulla spalla. Io a quel punto gli blocco un braccio e lo stampo di fianco al muro. Lui fa una lieve smorfia di dolore, immobilizzato dalla mia mossa. Non si aspettava di ricevere questo tipo di contrasto, evidentemente molto confidente sulla sua prestanza fisica. Siamo molto vicini, gli alito sul collo e dico "se provi a toccarmi un'altra volta ti faccio vedere io..."
Il ragazzo è quasi intimorito adesso, ma sento la sua tenacità, il suo vigore non è assopito. Vorrebbe reagire. Piazzo dunque una mano sotto al cavallo, a contatto con le sue palle, stringendole un pelo. "Non farmelo ripetere..."
Lui, sempre in silenzio, prova a divincolarsi ma non riesce, è troppo schiacciato dalla mia presa, per cui lentamente sento i suoi movimenti cedere, accettando la mia morsa. Constato, dopo alcuni secondi, che qualcosa lì sotto si muove. Un singulto, prima fugace, poi più manifesto. Il ragazzo si sta eccitando. "Ah... ecco qui. In fondo, si doveva intuire già da prima." Con la mano, massaggio sia i testicoli che l'asta sempre più indurita. "Cosa fai, mi minacci con la clava, adesso?" Effettivamente il ragazzo sembra alquanto dotato. "Lasciami, bastardo..." dice con voce soffocata e senza troppa convinzione. Mi avvicino al suo collo e lo annuso. Acqua di colonia, classico rimedio da giovincello inesperto. La sua pelle si increspa al mio passaggio. "Sei troppo fresco per una ripassata... mi sa che oggi rimani a bocca asciutta. Dovrai crescere figliolo..." Lascio la presa e lo guardo con aria di sfida. Lui si massaggia i polsi e si sistema la cinta dei pantaloni, imbarazzato per quella erezione. Mi guarda con timore ma non se ne va. È un cerbiatto muscoloso, sbarbato, con il capello fluente e il cazzo duro come marmo. Mi sento eccitato quasi quanto lui. Lo guardo nuovamente, stavolta con occhi diversi. "Seguimi."
Dopo alcuni secondi, sento i suoi passi incerti nella mia direzione. Arriviamo alla mia stanza, tiro fuori la mia copia della tessera ed entro. Lui rimane fuori. "Cosa fai, coglione, rimani li?" chiedo io. Lui si guarda prima a destra e poi a sinistra, dopodiché entra e richiude la porta alle sue spalle.
Lo afferro dal colletto e lo tiro a me, baciandolo avidamente in bocca. Lui prima si irrigidisce, poi si lascia andare. E' diventato di burro. Apre la bocca per lasciarmi entrare, io lo accarezzo lungo il profilo degli zigomi e fin sopra i capelli. Lo spingo verso il letto e lui si lascia abbandonare alla gravità. Lo guardo in tutta la sua vulnerabilità. Lo desidero. Mi metto cavalcioni su di lui e lo bacio sul collo, sbottonando la sua camicia bottone dopo bottone. Stimolo le sue parti basse con la coscia, mentre lui si lascia sfuggire dei gemiti impercettibili. Noto che il petto è totalmente pulito, senza peli. Un fanciullo praticamente. Bacio il suo torace fino ad arrivare all'ombelico. qui, la cinta ormai molle mi attende, la slaccio con facilità e lascio scivolare in basso il suo pantalone. Il profilo dei suoi boxer regala la vista di un boa constrictor ragguardevole, lo sfioro con la mano e lo guardo negli occhi. "Che ne facciamo di questo?" chiedo io. Lui ancora non mi ha rivolto mezza parola, mi lascia fare in silenzio. Tiro l'elastico dei boxer fino al limite e lo rilascio, colpendo il suo glande come una fionda. Lui si lascia andare in un grido di dolore e si contorce sul letto. Lo ridistendo con forza spingendogli le spalle. Calo le mutande, liberando il kraken. Osservo quel bel fallo eretto per qualche secondo: Circonciso, senza peli, gonfio in diametro e generoso in lunghezza. Lo prendo per mano e inizio a segarlo. Mi bagno le dita dell'altra mano e accompagno il movimento della sega. Il ragazzo chiude gli occhi, estasiato.
Ho sempre saputo fare delle ottime seghe, d'altronde ho imparato dal migliore: Il sottoscritto.
Guardo avidamente quell'uccello e decido di assaggiarlo. La punta è sapida, come dovrebbe essere. Morbida ma consistente. Le venature scorrono lungo le mie mani, stringo le palle quel tanto che basta perché il giovane non si accoccoli troppo: lo voglio sempre sul chi va la. Il pompino dura circa 1 minuto e mezzo, fino a che non sento un liquido caldo inondare la mia lingua. Ingoio con facilità. Un po' ferroso, il ragazzo.
"Così presto? Suvvia..." commento io. Lui mi guarda imbarazzatissimo ma appagato. "Tra un po' arriverà una amica. O adesso te ne vai, oppure fai quello che ti dico..."
Il ragazzo, in silenzio, rimane ad ascoltare le proposte. Dopo qualche secondo di incertezza, pronuncia le sue prime parole. "Si, lo voglio."
-LEI-
UN’ORA DOPO
Il mio passo sulla scalinata è lento, cadenzato, quasi musicale. Il vinile del corsetto stride impercettibilmente ad ogni respiro, mentre la pelle della mia bocca porta ancora, indelebile e caldissima, la traccia del bacio e del sapore di Jacopo. Nel corridoio illuminato dalle lampadine a luce rossa, da molto il senso di de Wallen, il Quartiere a luci rosse di Amsterdam. Passo davanti alla porta della camera 22 senza neanche degnarla di uno sguardo, ignorando del tutto la tessera che Valter mi ha offerto. La mia meta è chiara, dritta, senza deviazioni. Stanza 34.
Avanzo a passo felino sul tappeto scuro. Pensa davvero Jacopo di avermi messa in scacco arruolando Sara? Se crede di avermi tagliata fuori dal suo teatrino, non ha ancora capito con chi ha a che fare, alla fine con Sara qualche piccolo show lesbo lo abbiamo fatto.
Arrivo davanti alla porta di legno massiccio. La luce fioca che filtra da sotto lo stipite, e le voci mi confermano che la stanza è occupata. Abbasso la maniglia con la massima delicatezza, spingendo il battente solo di un paio di centimetri, giusto il necessario per sbirciare all'interno.
Ma la scena che si spalanca davanti ai miei occhi va oltre ogni previsione.
Vedo il biondino "Johnny Bravo" nudo e totalmente assoggettato sul letto, con il culo per aria e un'erezione ben visibile; vedo Sara con la corda in mano, tra lo spiazzato e il visibilmente intrigata; e vedo Jacopo, sornione, che le fa da regista mentre le spiega come fare i nodi e le offre il ragazzo su un piatto d'argento. Rimango immobile nell'ombra del corridoio. Un velo di delusione mi scivola addosso, denso e freddo.
Tre persone. La dinamica tra loro è già del tutto avviata, un ménage improvvisato in cui il ruolo di Jacopo è diventato quello di burattinaio per la fantasia di Sara. Se entrassi adesso, mi inserirei in un teatrino affollato dove il duello psicologico a due che cercavo con Jacopo si è diluito in un gioco di massa. E per quanto la scena sia conturbante, non ho nessuna voglia di fare il terzo (o quarto) incomodo in uno show orchestrato da lui.
Con un movimento impercettibile, richiudo la porta prima che qualcuno possa notare la mia presenza.
Mi giro dall'altra parte, lasciando che i tacchi riprendano a battere con decisione sul tappeto del corridoio. Sulla carta ero venuta a questo speed dating fetish più per curiosità e per gioco che per altro, senza troppe aspettative. Eppure, dopo tutti quei colloqui, il bacio rubato di Jacopo, la recita con il biondino e la carica erotica del roleplay con Valter, mi rendo conto che mi è salita addosso una voglia di sesso tremenda, liquida, che mi fa bruciare la pelle sotto il vinile.
Mentre m'incammino verso le scale per tornare giù al bar della hall, il mio sguardo cade di nuovo sulla targhetta in ottone con il numero 22.
Mi fermo a metà corridoio.
Ripenso a Valter. Alla sua voce rauca, al modo in cui mi guardava la scollatura, a quella finta autorità paterna così perversa e raffinata che mi aveva fatto venire la pelle d'oca al tavolo. Lui mi stava aspettando. E la sua era una proposta a due, vis-à-vis, senza spettatori né pedine di mezzo. Sulle mie labbra si dipinge un sorriso lento, sfrontato. Inverto la rotta, muovendo tre passi felini verso la porta della stanza 22. Infilo la mano nella tasca, sfiorando la tessera che mi aveva lasciato sul tavolo o semplicemente alzando la mano per bussare con la nocca sul legno scuro. Dopotutto, la serata è ancora molto lunga, e stasera non ho alcuna intenzione di tornare a casa insoddisfatta.
-LUI-
MEZZ’ORA PRIMA
La porta della camera 34 si apre. Sara entra in camera e ciò che vede la sconvolge. Un giovane uomo, muscoloso, è inginocchiato sul letto, nudo, con il culo rivolto verso la donna, il volto appoggiato sul cuscino e una erezione parziale ciondolante e ben in vista. Accanto a lui, una corda arrotolata. Intorno alla stanza, diverse candele di cera accese e uno strap-on poggiato sul comodino.
"Ben arrivata... prima le presentazioni: Stefano, questa è la mia amica Sara." Sara rimane in silenzio... non sa cosa dire. "Sara, lui è Johnny. Un tipetto vivace ma pieno di sorprese."
"Cosa è, uno scherzo forse?" chiede Sara con le braccia intrecciate, severa rivolgendosi a me. "Beh, ero serio quando ti chiedevo se ti piacessero i Johnny bravo. Questa è la tua colazione, cara. Lui è ben felice di servirti..."
Sara, sempre silenziosamente, si aggira attorno al letto e osserva la scena. La posizione di Johnny, totalmente assoggettato, è un po' surreale ma conturbante. "Pia-piacere." gli tende una mano. Johnny la accoglie. "Salve signora!"
Lei mi guarda incredula. Io annuisco "Si, lui è cosi. Molto educato e servizievole." aggiungo mentre gli do una pacca sul culo. Lui emette un gemito piacevole.
Sara guarda la corda poggiata sul letto, poi guarda me. "Quindi, cosa vorresti che faccia adesso?" mentre pronuncia questa frase, coglie una cima della corda e la fa scorrere lungo le mani, molto incuriosita.
"Mostrami come si fanno i nodi, no?" rispondo io, col sorriso. Osservo Sara mentre stringe per bene il nodo intorno alla schiena del biondino. Il giovane emette dei sospiri, evidentemente trasportato da quella stretta. La ammiro come si ammira un artigiano che modella la creta. Le sue mani sicure mi mostrano un'arte brutalmente affascinante. Ogni tanto le piace carezzare i testicoli del ragazzo con tre dita, ma non prima di averle umettate con la saliva. La osservo eseguire dei giri di corda attorno al suo fianco, sfiorando le natiche aperte. "Sei davvero brava." le dico, estasiato. "Grazie, vuoi provarne a fare uno tu?" mi avvicino con lentezza e rispetto, lei mi prende per mano e mi fa esplorare la linea di una coscia di Johnny. "Individua l'inserzione, la piega dove si insinua il muscolo, è li che va inserito il nodo." Capisco ciò che mi sta dicendo ma la mia espressione è immutata, sono io a toccare eppure mi sento esposto in prima persona. Mi consegna le due cime di una corda e mi mostra come sovrapporle "Una di esse va tirata, l'altra tenuta ferma. Così, non perdi il punto d'appoggio." Sara è una bravissima maestra, mi rendo conto. La corda scorre sotto se stessa, attorno al gluteo e dietro la coscia, subito comprendo dove si strutturerà il nodo. "E ora, tira per bene!"
"Ahh." emette un gemito il nostro boy. Mi viene duro solo a compiere il gesto. "E' magnifico." "Lo so." risponde Sara, che nel frattempo ha già creato altre due catene di nodi attorno alla vita del giovane. "Ricordi cosa ti ho detto?" le chiedo, mentre le sfioro una guancia. "Certo... un po' mi dispiace però."
"Beh, se le nostre strade si annoderanno, sarà il fato a stringerle. Tuttavia, il mio ticket, stasera, è già riservato." Lascio la chiave sul letto, facendo l'occhiolino al biondo. "E tu mi raccomando: non fare di testa tua..." Mi dirigo verso la porta d'uscita, tra poco Elena sarà qui, quand'ecco che un dettaglio mi cattura. La porta non è chiusa bene, come se la serratura fosse rimasta a metà, tipico di quando si chiude con troppa leggerezza e pressando la maniglia. Qualcuno l'ha aperta?
Ricordo abbastanza nitidamente il momento in cui è entrata Sara, dove la porta è stata chiusa in modo netto e deciso. La conclusione poteva essere solo una.
Era salita troppo presto? Non potevo esserne certo. Spesso, i piani perfetti rimangono tali solo nella propria immaginazione. Riuscire a far combinare le cose nella realtà è praticamente impossibile. Mi ero dunque giocato la carta una volta per tutte?
di
Jan Zarik
Jan Zarik
26
visite
visite
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Il gioco dei Ruoli | 2 | Sfidanti tra i tavoli
Commenti dei lettori al racconto erotico