Il club dello scambio delle figlie

scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 25 min

di
genere
incesti
cura
A

1. Il cinema
Non ero mai stato un padre geloso. Ero un padre distratto, semmai: di quelli che dicono sì a tutto e si convincono di essere bravi perché non dicono mai no. Mia figlia ha vent'anni e una testa che si è fatta da sola. Io ne ho quarantasette e l'illusione di conoscerla.
Poi è arrivato quel martedì di fine ottobre, e la mia illusione si è incrinata.
Era un pomeriggio di cinema, un film francese che nessuno andava a vedere a quell'ora. A Camilla era stato dato come compito dalla sua insegnante di italiano di andarlo a vedere e fare un articolo di critica cinematografica. Mi aveva chiesto di accompagnarla. In sala si era appoggiata alla mia spalla, con la confidenza di chi lo fa da sempre, e il suo profumo non era più quello infantile: era qualcosa di più caldo e di più scuro, che mi faceva sentire vecchio.
A metà proiezione è entrato un ragazzo, cercando il suo posto nel buio. È passato davanti a Camilla strusciandosi contro le sue ginocchia, e si è fermato un istante di troppo: le ha fatto sentire il cazzo contro la spalla, poi contro il braccio, poi — girandosi per scusarsi — proprio contro il profilo delle chiappette, che lei aveva sollevato dalla poltrona per lasciarlo passare. Un secondo. Forse due. Nessuno dei due ha detto niente.
E io, senza pensarci, mi sono portato la mano all'inguine. E ho trovato il mio cazzo gonfio.
Lì per lì mi sono sentito ridicolo. Quarantasette anni, in un cinema, con la mano dentro i pantaloni perché un ragazzino ha sfiorato il culo di mia figlia. Ridicolo, mi sono detto. Ma non ho tolto la mano. E c'era una parte di me — la parte che avevo sempre tenuto zitta — che sussurrava: e allora? Se ti piace, perché non lo ammetti?
Alla fine del film un uomo si è alzato dalla terza fila e ci è venuto dietro. Cappotto scuro, capelli grigi, una certa calma. Si è fermato al bar e, mentre Camilla era in bagno, mi ha detto:
«Bella ragazza.»
«Mia figlia», ho precisato.
«Lo so.» Si è voltato. «Si vede come vi state vicini. Lei si appoggia con la testa alla tua spalla come a un muro, e tu non ti sposti. Non è scontato, tra padre e figlia di quell'età.»
Poi, dopo un silenzio calcolato: «Hai visto cosa ha fatto quel ragazzo, vero?»
«Cosa ha fatto?»
«Non si è fermato per caso. Si è strusciato tre volte, e la terza lo ha fatto di proposito, girandosi. L'ha sentita.» Ha fatto una pausa breve. «E tu hai messo la mano sul cazzo, e non l'hai tolta per tutto il film.»
Mi sono sentito scoperto. «Si vedeva?»
«Si vedeva che ti tenevi. Non si vedeva il perché.» Ha sorriso. «Il perché è che sei un padre e quella è tua figlia, e nessuno dei due si è scandalizzato di quello che è successo. Ecco perché te lo chiedo: sapete cosa siete?»
«Cosa siamo?»
«Un padre e una figlia che stanno per diventare qualcos'altro. Ma non subito: prima c'è la curiosità, poi c'è la vergogna, e la vergogna è la parte che vi serve.»
Mi ha lasciato un biglietto con un indirizzo. «Sono il Presidente», ha detto. «Portala. E non spiegarle niente: le regole le impara da sola, se è sveglia come sembra.»
Se n'è andato prima che potessi rispondere. Il biglietto è rimasto sul bancone, e io l'ho fissato come si fissa una bestia che dorme. Non è niente, ho pensato. Ci vado, guardo, e bon. Ci credevo. Ci credevo davvero.
2. La porta socchiusa
Sono stato due settimane con quel biglietto nel portafoglio senza parlarne con nessuno. Due settimane in cui, la notte, pensavo a mia figlia che si lasciava sfiorare in un cinema e mi toccavo come un ragazzino.
Poi è arrivata quella domenica di novembre, e il dubbio si è trasformato in certezza.
Sono tornato prima dal calcetto. In corridoio, due paia di scarpe: le sue e quelle di Andrea. Andrea ha vent'anni, gioca in porta, sborra in tre minuti e poi parla del derby. La porta della camera era socchiusa di venti centimetri. Ho posato la borsa in silenzio e ho guardato.
Camilla era sopra di lui. Nuda, la schiena arcuata, le mani piantate sul petto di lui, e si muoveva. Si muoveva con una lentezza studiata, un movimento d'anca che non era quello di una (enne…)che sta imparando: era quello di una che sa. Si tirava su fino a sfiorarlo e ricadeva con tutto il peso, e in mezzo cambiava ritmo, e lui sotto si lamentava come un cucciolo, con le mani che le artigliavano l'anca senza saperla tenere.
Lei non lo guardava. Guardava il muro davanti a sé, bocca semiaperta, e sul viso aveva la concentrazione di chi sta facendo un lavoro e lo sta facendo bene.
Ho sentito il mio cazzo gonfiarsi in un secondo. E in quello stesso secondo ho capito due cose. La prima era che stavo guardando mia figlia scopare e non me ne fregava niente di essere suo padre. Non pensavo quella è mia figlia: pensavo guarda come si muove. L'essere suo padre non era più un ruolo, era un dettaglio anagrafico che mi stava scivolando di dosso. Il padre era quello che restava in corridoio; io ero quello che stava dietro la porta col cazzo in mano. L’altra, era un giudizio: quella ragazza è troppo per quel ragazzetto. O meglio, lui non è all’altezza di mia figlia.
E mentre pensavo questo, Andrea le ha messo una mano sul sedere, maldestramente, come per prenderne possesso. Lei ha fatto una piccola smorfia e ha ripreso a muoversi, ignorandolo. È venuto poco dopo, con un grugnito strozzato. Si è lasciato andare, col fiato grosso, e ha detto una cosa sui playoff. Camilla si è accasciata su di lui, a guardare il soffitto. Lui non le ha messo nemmeno un dito addosso: non l'ha considerata, non si è chiesto se lei fosse venuta, ‘sto coglione!
Dietro quella porta mi sono maledetto. Perché stavo lì col cazzo in mano a spiare mia figlia, perché trovavo tutto questo eccitante, perché avevo la netta sensazione di stare per combinare qualcosa di irreversibile. E poi per un terzo motivo, quello più vero: Camilla merita di meglio. Merita di essere adorata.
Il biglietto del Presidente non era più un capriccio. Era una diagnosi.
3. La prima sera
Ci ho messo altri dieci giorni. Dieci giorni di bugie piccole — «sabato andiamo a vedere una cosa» — dette con la faccia di chi ha in mano un segreto più grande di lui. La sera prima non ho dormito. Mi dicevo: e se poi non le piace? E se si sente esposta? E se il problema sono io, che ci porto mia figlia per eccitarmi?
Poi ho guardato Camilla che si preparava, ignara, e ho capito che la domanda giusta era un'altra: e se invece le piace, e sono io a non reggere?
In macchina il silenzio mi stava mangiando, ma non ho svelato niente. Ho detto solo che era un posto strano, che c'erano uomini di età diverse, che si stava in compagnia. Lei ha annuito, si è sistemata il colletto e non ha fatto domande. Forse perché non sapeva quali fare, forse perché le bastava la mia faccia tesa per capire che era meglio aspettare.
Il club era un seminterrato con una porta di metallo. Ad aprirci è stato un uomo di quarant'anni che non si è presentato. Dentro, una grande sala con divani bassi e un tappeto consumato, sei uomini di età diverse e una sola ragazza, seduta su un divano, gonna alzata; un uomo in ginocchio davanti a lei, che non si è nemmeno voltato quando siamo entrati.
Camilla si è fermata di colpo. Ha guardato la ragazza, ha guardato gli uomini che la circondavano senza fretta, e poi ha guardato me. Negli occhi aveva un punto di panico e un punto di meraviglia, e la bocca le si è aperta di un dito.
«Che posto è?», ha sussurrato.
E io ho sentito il mio cuore fare un tonfo, perché era il momento in cui la bugia piccola poteva diventare una figura di merda. Potevo spiegare, e spiegando avrei rotto l'incanto. Ho scelto di non spiegare.
«Un posto dove le figlie sono offerte dai padri», ho detto. «Se ti piace resti, se non ti piace andiamo.»
Lei ha guardato la ragazza sul divano, che in quel momento ha buttato la testa indietro dichiarando il suo piacere con dei mugolii e poi lei, ridendo ha detto sottovoce: «Resto.»
Si è seduta su una poltrona, e io mi sono messo in piedi di fianco, senza sedermi. Non riuscivo a stare seduto. Le gambe mi tremavano di una cosa che non era paura: era la tensione di chi ha scommesso e non conosce ancora il risultato.
Nessuno le si è avvicinato. Per mezz'ora è rimasta a guardare, con le ginocchia serrate e le mani in grembo, e intanto ha visto quella ragazza essere presa da tre uomini diversi, e non ha mai distolto lo sguardo. A un certo punto si è accorta che si stava mordendo il labbro. Si è accorta che ero io a guardare lei e non la scena. È arrossita, e non ha smesso di mordersi il labbro.
Ecco, in quella mezz'ora ho capito che cosa avevo combinato. Avevo portato mia figlia in un posto dove gli uomini a turno guardavano le proprie figlie fare sesso con gli altri genitori. E adesso la stavo guardando io, e non ero più soltanto suo padre: ero il primo spettatore di mia figlia. Mi sono toccato la tasca dei pantaloni, per saggiarmi il rigonfiamento, e mi sono maledetto. Non è un film, Marco. È tua figlia. Ma la mano è rimasta lì.
Poi si è alzato il Presidente.
4. Il presidente
Era seduto in un angolo da prima che arrivassimo. Si è avvicinato senza fretta, slacciandosi i pantaloni, e si è fermato davanti a Camilla.
«Alzati», le ha detto.
Lei si è alzata. Lui le ha sfilato i leggings con due gesti secchi, le ha preso un polso e l'ha portata al divano grande, quello in fondo, e l'ha piegata sul bracciolo con la faccia verso la sala. Poi si è voltato verso di me, e col mento ha indicato un punto della stanza: due passi a lato del divano.
Mi sono messo lì. Le gambe mi si sono piantate a terra, e ho sentito di colpo tutto il peso del mio corpo. Era come se il Presidente mi avesse appena promosso a un grado che non sapevo di dover guadagnare, e allo stesso tempo come se mi avesse messo in castigo: stai lì, guarda, e non toccare.
Si è sistemato dietro mia figlia. Non le ha detto niente. Le ha messo una mano tra le scapole e l'ha premuta giù. Camilla ha obbedito, si è piegata ancora, e le si è sollevata la schiena in una curva tesa, il culo offerto in alto, le natiche tese come due mezze lune bianche nella luce gialla della sala.
Credo che la carica di presidente gli derivi dalle dimensioni del suo affare…
Lui si è preso il cazzo in mano e se dopo averlo passato due volte tra le grandi labbra di lei, lentamente, senza fretta, gli ha spinto dentro la cappella.
Camilla ha emesso un suono — un suono che non avevo mai sentito da lei, mezzo soffocato — e ha artigliato il rivestimento del bracciolo. E il Presidente, alla fine del primo affondo totale, si è voltato verso di me e mi ha guardato.
Non ha parlato. Non ha sorriso. Ha iniziato a scopare mia figlia guardandomi negli occhi, con la faccia immobile e severa di chi sta facendo un lavoro di precisione. Ogni affondo gli faceva sobbalzare la mandibola di un millimetro. Camilla sotto di lui si era messa a gemere, e ogni gemito lui lo accoglieva come un ringraziamento dovuto, senza mai distogliere lo sguardo da me.
Era un esame. Lo capivo. Mi stava dicendo, con gli occhi: questa è tua figlia, e guarda come la tratto. Guarda come si apre. Guarda come la monto. E adesso dimmi che avevi ragione a portarla qui.
Io ho sostenuto quello sguardo e dentro mi si è aperta una crepa. Da una parte c'era il padre, quello che pensava: ecco, la sta sfondando, ma almeno è un uomo che sa il fatto suo. Dall'altra c'era il guardone, quello che si stava sganciando la cintura. E in mezzo, tra i due, c'era una terza voce che mi malediceva, e che diceva: guarda che sei tu quello che l'ha piegata su quel bracciolo. Guarda che la colpa è tua. E guarda come godi.
Camilla è arrivata a quel suo primo orgasmo in meno di due minuti. L'ha annunciato con un grido corto, lei stessa sorpresa di sé, e ha spinto indietro il bacino contro di lui. Il Presidente non ha accelerato. Ha continuato con lo stesso ritmo preciso, e solo alla fine ha chiuso gli occhi e ha svuotato tutto dentro di lei, tenendola ferma con una mano sull'anca e una sulla bocca.
Camilla è rimasta piegata sul bracciolo, col fiato rotto, e il seme le è colato lungo la coscia. E il Presidente, sfilandosi, ha detto la prima frase da quando si era avvicinato:
«Adesso tocca a te. E non essere delicato: non le serve.»
5. Io
Gli altri cinque padri presenti nella sala guardavano, divertiti, ammirati ed eccitati. Sapevano che dopo di me avrebbero potuto avvicinarsi tutti a godersi mia figlia. Ero combattuto, fiero di me e raggelato dalla mia stessa vigliaccheria: godere del sesso, grazie all'offerta di mia figlia a degli sconosciuti. La mia depravazione ha avuto il sopravvento.
Mi sono avvicinato e le ho messo una mano sulla schiena sudata. Lei ha voltato la faccia di lato, appoggiando la guancia al rivestimento, e mi ha guardato. Aveva il trucco sciolto, il rossetto sparito, e negli occhi una lucidità che non le avevo mai visto: non era spaesata. Sapeva esattamente dove stava e chi aveva davanti.
Le mani sono scese più giù di quanto volessi. Le ho appoggiate sulla curva delle chiappe, e poi più giù, per aprirle le grandi labbra, e lì ho sentito.
Era calda. Era scivolosa. Era la sborra del Presidente, colata fuori dalla sua fichetta e rimasta lì, sulla pelle e sulle dita, e dentro di lei, e su di lei, e su di me. Ho fatto un respiro corto. E in quel respiro c'è stata la conferma.
Ma non sono entrato. Non subito. Mi sono raddrizzato e mi sono guardato intorno, e mi sono accorto di una cosa che mi ha fatto salire il sangue alla testa: nessuno dei cinque si era ancora alzato. Erano fermi, immobili, con gli occhi su di me. Aspettavano che facessi la mia parte, e dal modo in cui se ne stavano composti sui divani, col bicchiere in mano o le mani in grembo, capivo che per loro quella non era una pausa. Era la parte migliore. Un padre che entra nella figlia dopo che un altro l'ha già aperta. La stavano leggendo come si legge una pagina che piace e che non si vuole finire troppo presto.
Solo allora il Presidente si è chinato su mia figlia, le ha messo una mano sul fianco e le ha detto in un orecchio, abbastanza piano perché lo sentissi lo stesso:
«Lo sai che adesso ti tocca il culo?»
Camilla ha annuito contro il bracciolo, senza aprire gli occhi. E il Presidente si è raddrizzato e ha guardato me.
«E tu, lo sai?», ha detto.
«Cosa?»
«Che è vergine.»
Mi sono fermato. Ho guardato Camilla. Lei ha socchiuso un occhio, mi ha visto, e sul suo viso è passata una cosa velocissima, una specie di sfida e una specie di richiesta insieme. La sfida diceva: non è vero, papà, io il culo lo so dare. Andrea non ha voluto… ma io volevo, avrei voluto darlo… a te.
Il Presidente ha fatto un cenno col mento verso di lei, e la sua voce era paziente, da insegnante.
«È la prima volta che lo prende da dietro. Col suo ragazzo lo prende davanti, perché davanti lo sanno fare tutti. Dietro no. Dietro ci vuole uno che sappia il fatto suo, e ce ne vuole uno che ci stia a perdere tempo. Lei è vergine di culo.» Poi ha aggiunto, e non era più a me che parlava: «Vero, piccola?»
Camilla ha detto «sì» nella stoffa del bracciolo, così piano che quasi non l'ho sentito. E a me si è stretto qualcosa, e poi si è sciolto in un calore che mi è arrivato fino al collo. Vergine di culo. Mia figlia, a vent'anni, con la figa aperta sotto un cinquantenne, e il culo ancora chiuso. E il culo lo avrebbe aperto lì, sul bracciolo, con me a due passi e cinque padri a guardare.
Il Presidente le ha messo una mano sulla natica e l'ha scostata. Poi ha preso il pollice, se l'è passato nella sborra che le colava dalla figa, e con quel pollice bagnato le ha unto lo sfintere. Piano, in cerchio, senza fretta, come si fa con una cosa fragile. Camilla ha fatto un respiro lungo e le si è allentata la schiena di un grado, e quel rilassamento è stato il primo segno che il corpo di mia figlia sapeva di doversi aprire e stava cominciando a farlo.
«Guarda», mi ha detto il Presidente, senza voltarsi. «Il culo di una vergine non si forza. Si convince.»
Ha premuto il pollice, appena, e il pollice è entrato. Camilla ha emesso un suono nuovo, un "oh" basso, sorpreso, e le si è alzata la spalla. Lui non si è mosso. Ha lasciato il pollice lì, fermo, e ha aspettato che la spalla scendesse da sola. È scesa. Allora ha cominciato a muoverlo, dentro e fuori, lento, e ogni volta che lei si tendeva lui si fermava di nuovo, e ogni volta che lei si ammorbidiva lui riprendeva. Una pazienza da orologiaio.
Io guardavo, e mi sono accorto che stavo contando. Contavo i suoi respiri, contavo le pause, contavo i secondi in cui il corpo di mia figlia si tendeva e quelli in cui cedeva. E a ogni cedimento sentivo il mio cazzo fare un balzo, come se fosse lui a cedere. Ho capito che il Presidente non stava soltanto preparando il culo di Camilla. Stava preparando me. Mi stava facendo guardare il punto esatto in cui mia figlia smetteva di difendersi, e mi stava dicendo: ecco, guarda bene: adesso che hai visto come si prepara il culo di una vergine, adesso tocca a te andare avanti...
Quando ha tolto il pollice, lo sfintere di Camilla è rimasto socchiuso, un cerchietto scuro e umido nel bianco. Il Presidente si è raddrizzato e si è preso il cazzo in mano.
«Ora lo metti tu», ha detto. «Piano. E se si tende, ti fermi. Se non ti fermi, è perché ci stai godendo tu e non lei.»
Mi sono messo dietro mia figlia. Avevo le mani sudate. Le ho messo la punta sulla fessura e ho spinto, e la punta è entrata, ed è stato come spingere contro una porta che non è chiusa a chiave ma che pesa. Camilla si è irrigidita di colpo, le si sono serrate le dita sul rivestimento del divano, e ho ricordato l'istruzione e mi sono fermato.
E fermarmi è stato più difficile di quanto avessi mai immaginato. Perché la punta era dentro, e la parte di me che voleva spingere urlava di forzare per entrare, e la parte di me che voleva aspettare tremava, e in mezzo c'era il mio cazzo che pulsava a ogni battito e che mi chiedeva di tradire mia figlia per affondare ancora di un centimetro.
«Bene», ha detto il Presidente. «Adesso aspetta. Guardala.»
L'ho guardata. Aveva la faccia girata di lato sul rivestimento, gli occhi chiusi, la bocca aperta e il fiato che le usciva corto. Le tremavano le cosce. E nel tremore c'era una cosa che non era dolore: era il corpo di una ragazza che sta trattando con sé stessa e che non vuole perdere. Le ho messo una mano sul fianco, e lei ha portato la sua sopra la mia, e me l'ha stretta.
Poi ha spinto indietro. Un centimetro, forse meno, ma suo. Di sua volontà… E la porta ha ceduto di un altro pezzo, e io sono entrato più dentro, e Camilla ha emesso un suono lungo che le è uscito dai denti.
«Ancora», ha detto il Presidente.
Ho spinto. La testa è passata del tutto, e Camilla ha smesso di respirare per un secondo intero. Lo sfintere le si è chiuso intorno al gambo del mio fungo come un anello, e ho sentito tutto: il calore, la strettezza, la sborra del Presidente che faceva da lubrificante e che mi accoglieva, e sotto la strettezza il canale che si apriva a fatica.
Ecco cosa mi è successo in quei secondi, e che non mi è più andato via.
Mi sono sentito in colpa. Non nel modo vago in cui un padre si sente in colpa per aver lasciato la figlia a casa da sola: una colpa fisica, quasi dolorosa. L'ho presa a vent'anni e l'ho messa sotto un cinquantenne. Le ho fatto aprire il culo davanti a cinque sconosciuti. L'ho offerta. E dentro la colpa, il dubbio: e se non le piacesse davvero? E se stesse solo facendo la brava? E se un giorno mi dicesse che l'ho rovinata?
Ma la colpa faceva male in un modo che non volevo che smettesse. Era un dolore che si godeva. E in mezzo c'era un piacere che non assomigliava a nessun altro piacere che avessi mai provato: non la soddisfazione del maschio che scopa, ma qualcosa di più irrazionale e più fine, come guardare un incendio che si è acceso con un fiammifero tuo.
Ho capito che le parole di cui mi ero sempre servito erano troppo piccole. Candaulismo, voyeurismo, cuckoldismo: pratiche da educanda, buone per chi si accontenta di una tassonomia. Il cuckold classico guarda un altro uomo con la moglie e si rode. Qui non si rode nessuno: qui si guarda la propria figlia aprirsi sotto un vecchio e si gode la propria stessa sconfitta. Il cornuto almeno ha un ruolo. Io non avevo nessun ruolo: ero il padre, e il padre, in quella stanza, era l'unico che non contava niente.
«Va bene, papà», ha detto lei, prima che io parlassi. La voce le si è rotta, ma non di paura: di sforzo.
Sono entrato in lei fino in fondo, con addosso l'umore di lei, e con la sborra del Presidente che mi accoglieva. Ed è stato diverso da tutto. Non era mia figlia da istruire, non era una ragazza da controllare: era una che stava imparando e che mi lasciava imparare con lei, e il culo che mi stringeva era lo stesso culo che tre settimane prima, sul suo telefonino, inutilmente si offriva in una foto ad Andrea. Le ho messo una mano sulla nuca e lei ha detto:
«Non fermarti.»
E io non mi sono fermato. Ho cominciato a spingere, e a ogni spinta il culo di mia figlia mi si apriva un po' di più e mi stringeva un po' di meno, e a ogni spinta lei si spingeva indietro per incontrarmi. Dietro di me sentivo i cinque padri che si erano alzati dai divani e si erano avvicinati, e uno di loro si stava già sganciando la cintura.
E lì è arrivato il punto che non avevo previsto. Mentre spingevo, ho sentito il piacere salire in un modo che non conoscevo: non dalla pancia, non dai coglioni, ma da una parte più alta, quasi dalla gola. Ho capito che stavo per venire e che non avrei potuto trattenermi, e che venire dentro il culo di mia figlia, in mezzo alla sborra di un altro, davanti a cinque uomini che aspettavano il loro turno, era la cosa più giusta che potessi fare.
Sono venuto così, senza toccarmi, senza rallentare, con un suono che mi è uscito dai denti e che non era un grugnito da maschio: era quasi un lamento. Ho spinto fino in fondo e ho tenuto lì, e mentre svuotavo tutto in mia figlia ho sentito la mano del Presidente posarsi sulla mia spalla, ferma, come si fa con un cavallo che ha finito la sua corsa.
Camilla è venuta poco dopo, con un grido che le si è rotto in gola, e il suo culo si è chiuso intorno al mio cazzo con una forza che mi ha fatto vedere le stelle.
Mi sono ritirato piano. Dallo sfintere di mia figlia è uscita prima la sborra del Presidente, bianca e densa, e poi la mia, più chiara, che si è mescolata alla sua sulla coscia e sul rivestimento del bracciolo. Camilla è rimasta piegata, col culo ancora sollevato, e non si è raddrizzata. Respirava a bocconi contro la stoffa.

Il Presidente le ha messo una mano sulla schiena, due colpetti secchi, come si fa a una bestia che ha lavorato bene. Poi si è voltato verso i cinque e ha detto:
«Adesso è cotta. Chi la vuole la prenda, ma chi la prende in figa la trovi già pronta, e chi la vuole in culo sappia che c'è già stato il padre e che non si tira indietro.»
Il primo a muoversi è stato quello più vicino, un uomo sulla quarantina con la camicia aperta. Non si è nemmeno sganciato la cintura del tutto: se l'è calata, si è messo dietro il divano e le ha puntato la figa. Camilla si è sollevata da sola sui gomiti per dargli l'angolo, e quando lui è entrato ha fatto un verso lungo, e non era un verso di sorpresa: era di sollievo, come se la figa, dopo il culo, le chiedesse altro.
Un secondo si è inginocchiato davanti al divano e si è infilato sotto la faccia di mia figlia, e Camilla gli ha aperto la bocca da sola. Un terzo le si è messo dietro, accanto all'uomo in figa, e le ha messo le mani sull'anca, e io mi sono spostato di lato, due passi, al mio posto.
E da lì ho visto la cosa che mi ha finito.
Ho visto il cazzo del terzo appoggiarsi allo sfintere di mia figlia, e ho visto lo sfintere cedere subito, senza resistenza, perché ormai era aperto e bagnato della sborra di due uomini. Camilla non si è irrigidita. Ha emesso un mugolio attorno al cazzo che aveva in bocca e ha spinto indietro da sola. E io, che l'avevo aperta, ho sentito una cosa che non avevo messo in conto: la gelosia. Non per l'uomo che la stava prendendo. Per il fatto che lo stava prendendo bene, che il culo di mia figlia era diventato in tre minuti un culo che si faceva prendere da chiunque, e che la parte di lavoro che avevo fatto io era già consumata e che il resto sarebbe stato di altri.
E c'era un dettaglio che mi ha spezzato e che non avevo previsto: da dietro non vedevo più la sua faccia. La vedevo solo di tre quarti, di profilo, e per un attimo ho avuto la sensazione netta di essere stato messo fuori da qualcosa. Poi il Presidente, dallo sgabello, ha detto la frase che mi ha rimesso al mio posto:
«La prima volta è sempre del padre. Poi è di tutti.»
La frase mi è arrivata allo stomaco. Aveva un doppio significato, e il doppio significato era: anche la seconda, anche la terza, anche quando non ci sarà più niente di speciale nel fatto che sia tua figlia. Soprattutto allora.
Camilla è venuta una seconda volta, contro la faccia dell'uomo che aveva sotto, e l'ha fatto con un suono che non avevo mai sentito: un suono che non chiedeva più il permesso a nessuno. L'uomo sotto si è asciugato la bocca col dorso della mano e ha riso. Lei ha riso anche, con il fiato rotto, e per un attimo — un attimo solo — mi ha cercato con gli occhi.
Mi ha trovato. E ha fatto una cosa che mi ha spezzato: mi ha sorriso. Un sorriso vero, stanco, con la faccia sporca e il trucco sciolto, il sorriso di una figlia che dice al padre: hai visto? Ce l'ho fatta. Sei contento?
E io ho annuito. Ho annuito come si annuisce a una che ha passato un esame. E dentro di me il padre e il guardone hanno smesso di litigare e hanno taciuto insieme. Ma non era una tregua: era una resa. E l'ho saputo subito, mentre ancora guardavo il culo di mia figlia aprirsi sotto un uomo che non ero io, che da quella resa non sarei più uscito. Che la colpa, il dubbio, il dolore e quel piacere innaturale non erano una fase da attraversare: erano il posto dove abitavo adesso.
Mi sono guardato i pantaloni. Ero venuto, e il mio cazzo era ancora fuori, e sulla gamba avevo la sborra di tre uomini e la mia. Non mi sono pulito subito. Me la sono lasciata addosso.
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